IL CV IN PRATICA: TE LO SPIEGO CON UN DISEGNO

In questo post più che raccontarti il CV te lo voglio far vedere così da rendere più chiaro e concreto ciò che racconto sulle note vocali e sul podcast di Max Furia (ma tu l’hai ascoltata la puntata in questione? la trovi qui).
Ho realizzato quindi due modelli di esempio che troverai in fondo a questo articolo, il mio obiettivo è esserti il più utile possibile e aiutarti a interpretare ciò che scrivo, a unire i punti insomma, lasciando poi a te la messa a punto del tuo personale Curriculum.

Ricapitolando, la struttura del CV (per come oggi io lo considero efficace) prevede alcune accortezze:

  • un job title dopo il proprio nome, che dia subito l’imprinting a chi legge
  • una presentazione prima di affrontare la cronistoria della propria carriera, che chiarisca competenze (hard e soft) e impronta (il tuo stile), che espliciti gli obiettivi, che crei curiosità, che racconti una storia (per i più audaci)
  • a seguire le esperienze professionali (dalla più recente e poi a ritroso)
  • formazione e corsi
  • hobby
  • autorizzazione al trattamento dei dati

Questa struttura può essere piegata alle diverse necessità, ad esempio la presentazione può ospitare anche un dettaglio delle competenze (come nel secondo modello che allego). Può succedere che un profilo abbia bisogno di esplicitare alcune informazioni tecniche e quindi che si renda opportuno creare un box o un capitolo a parte, quello che mi preme trasmettervi è la struttura di massima.

Perché questa e non un’altra?

IMPRINTING

Inserire un job title o un’headline (che è più del nome del ruolo, è una sorta di slogan che include il titolo professionale) aiuta chi legge a crearsi un imprinting immediato, ciò che leggerà dopo ricondotto al ruolo esplicitato all’inizio.

Anche la presentazione ha questo effetto, dice subito e chiaramente a chi legge chi sei e cosa fai. Ma la presentazione aggiunge anche altro, in particolare due cose:

  • il tuo stile: se è vero che sono le soft skill a fare la differenza perché relegarle alla fine del documento?
  • i tuoi obiettivi: non mi stancherò mai di dire che vanno esplicitati, non aspettare che sia chi legge a doverli estrapolare.

PRIMA IL PRESENTE (PROMESSA DEL FUTURO)

L’ordine cronologico è importante: chi ti assume lo fa per ciò che sei oggi e per ciò che puoi diventare. Quindi la prima cosa da comunicare è il presente. Il tuo percorso è importante ma non è il tuo punto di partenza, è ciò che ti ha portato fino a qui.
Chiaro che se sei una neolaureata o un neolaureato e ti stai affacciando per la prima volta sul mercato del lavoro il tuo presente è il tuo titolo di studi e quindi ha senso che compaia prima delle esperienze lavorative se queste non riguardano i tuoi obiettivi futuri (es. se hai dato ripetizioni, fatto il cameriere o la bagnina).

I TUOI HOBBY

Preferisco i CV che citano hobby e interessi, mi aiutano a capire la persona, rendono il documento più umano e mi avvicinano a chi sta scrivendo. Non sei obbligata/obbligato a metterli ma non citarli significa perdere l’opportunità di far emergere qualcosa in più su di te come persona.

E LA FOTO?

Per me la foto sul CV ha senso ma non è obbligatoria e piuttosto che una foto scelta male è meglio nessuna foto. Se c’è un rimando al Profilo LinkedIn peraltro quella è sufficiente.
Mi raccomando, della foto ho parlato anche qui.

ULTIMO MA NON ULTIMO

  • Pensa a chi legge (cosa sa e cosa non sa del tuo lavoro? cos’è rilevante per lei/lui?)
  • La presentazione va in prima persona singolare, il resto non necessariamente
  • Fai un uso intelligente dell’elenco puntato
  • Più ricopri un ruolo manageriale meno hai bisogno di scendere nel dettaglio delle tue attività
  • Se la tua carriera è molto lunga valuta se sia il caso di tagliare le primissime esperienze
  • Il CV deve far venir voglia di incontrarti, non raccontare vita, morte e miracoli della tua vita
  • Chiediti sempre se ciò che stai scrivendo rappresenta un’informazione utile o superflua per chi legge (alcune delle informazioni che spesso non rappresentano un valore aggiunto sono: automunita/o, patente B, madreligua italiano, sesso femminile, stato civile).
  • Nomina il file: CV Nome Cognome anno
  • Invialo in PDF

Ti allego lo schema in due versioni (puoi realizzare il tuo CV con i modelli di Word e Pages, puoi crearlo tu di tua sponte se smanetti benino oppure puoi usare Canva).
E adesso chiarezza e concretezza dovrebbero esserci🙂

Colloquio di lavoro: quali domande devi fare tu?

Sei a un colloquio di lavoro, sei già di fronte all’azienda per la quale ti sei candidata o candidato.
Hai risposto a tutte le domande con competenza, trasparenza e il giusto mix tra sintesi e dettaglio.
Hai affrontato senza troppi imbarazzi anche le domande che riguardano te come persona, gli interessi, le tue qualità.
E poi arriva la domanda che ti spiazza accompagnata da un sorriso e da un punto interrogativo che alla fine non si capisce se è quello dell’azienda o il tuo: “Lei ha qualche domanda da farci?”

Resti immobile un secondo, poi fai scorrere lo sguardo nella stanza, cerchi un appiglio, qualsiasi cosa ti permetta di fare una domanda sensata che non riguardi gli orari di lavoro, la mensa e le vacanze.
Alla fine glissi con un:
“No, grazie, è stato tutto già molto chiaro. Magari la prossima volta”.

Capisci che hai perso un’occasione e ti chiedi se ci sarà questa prossima volta.


Ti è mai capitato?
Potrebbe capitarti (di nuovo).

Perché succede a tutti prima o poi. Succede di non essere pronti a passare dalla parte di chi valuta.
Che anche tu debba decidere se l’opportunità ti interessa è chiaro ma se sei lì è assodato che il settore dell’azienda ti interessi e quindi spesso ciò che ti serve è la descrizione del ruolo (mansioni, attività, obiettivi da raggiungere) per avere il quadro completo. Che altro c’è da sapere?


In realtà molto ma dipende da cosa stai cercando.
Se è “un nuovo lavoro” immagino che conoscere ruolo e settore possa essere quasi sufficiente.
Se invece quello che cerchi è un nuovo lavoro che rispetti alcune condizioni, che ti permetta di crescere, che sia in un’azienda sana, che ti consenta di fare formazione, che ti appaghi dal punto di vista delle relazioni ect… beh allora il discorso cambia.

In questo post ti aiuto a rispondere alla domanda di quando tocca a te fare le domande.
Senza che tu venga scambiato per la Santa Inquisizione, ovvio.

PREMESSA

Giusto o sbagliato che sia, in un processo di selezione (soprattutto nelle fasi iniziali) è l’azienda che di solito pone più domande e si sente nella posizione di chi valuta.
Lo fa perché sta considerando più candidati/e e ha bisogno di scremare.
Quando la rosa si stringe allora è concesso più spazio alle persone finaliste che sono invitate a chiarire ogni loro dubbio, inclusi gli orari di lavoro e la gestione delle ferie se rappresentano elementi importanti nel loro processo di valutazione.
Questo non significa però che anche al primo incontro non ti venga data la possibilità di chiedere.
Anzi, a volte non è un semplice gesto di cortesia e disponibilità, talvolta è un ulteriore passaggio di valutazione.
Quindi prepararsi anche a questo è fondamentale.

PARTI DAI TUOI OBIETTIVI

Non puoi fare alcuna domanda sensata se non hai chiaro cosa stai cercando: se non sai cosa per te è importante, cosa è essenziale e cosa è superfluo (ovvero bene se c’è ma non è indispensabile).
È per questo che il primo passo è un’attenta valutazione di ciò che conta per te.

Ecco come puoi fare: in un foglio scrivi a braccio tutte le cose che vorresti trovare in una nuova azienda, da ciò che è essenziale per farti accettare una proposta a ciò che invece rappresenterebbe un valore aggiunto, da aspetti legati al ruolo a quelli logistici, da contenuti di valore a quelli di ambizione.
Tutto, senza freni e senza limiti.
Di seguito le aree che ti suggerisco di indagare relativamente a ciò che vuoi:

  • i valori (i tuoi e quindi quelli che ritieni importante trovare)
  • aspetti tecnici (contratto, tipo di responsabilità, gerarchia, strumenti di lavoro, organizzazione attuale della funzione, processi e procedure interne, com’è legata la tua ipotetica funzione con le altre, policy interne, il codice etico se c’è…)
  • la formazione (come viene gestita)
  • progetti/attività di employer branding e on-boarding
  • le possibili prospettive di crescita (specifiche e generiche: è un’azienda che prevede dei passaggi interni verticali o orizzontali)
  • aspetti logistici (viaggi, trasferte, smart working, flessibilità in ingresso…)

Ora prendi questa super lista e crea 3 sotto liste:

  1. gli aspetti indispensabili (in mancanza dei quali tu non potresti in nessun caso accettare una proposta)
  2. gli aspetti importanti (quelli che rappresentano per te un motivo per cui scegliere una proposta anziché un’altra)
  3. gli aspetti di incentivo (quelli che rappresentano un valore aggiunto che non sposta la tua scelta ma che potrebbero in qualche modo gratificarti)

Aver chiarito il primo e il secondo punto ti permetterà di avere bene in mente la mappa con cui porre eventuali domande e gli ambiti precisi su cui puntare il riflettore quando dovrai fare le tue valutazioni, ambiti decisivi per aiutarti a decidere.
Senza questo primo lavoro di auto-analisi ti assicuro che sarà difficile porre le domande giuste, e le domande giuste per te sono quelle che toccano i punti 1 e 2.

Un ulteriore blocco di domande potrebbe riguardare l’azienda, non proprio delle questioni da porre ma aspetti su cui ti consiglio di indagare:

  • passato, presente e futuro dell’azienda (la storia, il posizionamento attuale e la direzione in cui si sta muovendo)
  • cosa, come, perché: cosa fa l’azienda, come lo fa e soprattutto PERCHÈ
  • il motivo per cui si sta cercando una persona in quel ruolo (è una sostituzione? quanto è rimasta la persona prima? è un ruolo nuovo? nato da quale esigenza/obiettivo?)

Attenzione: alcune di queste domande potrebbero essere fatte al recruiter se c’è.

COME SI FANNO  LE DOMANDE A COLLOQUIO

Ora che hai capito cosa indagare, non tanto per fare bella figura ma per fare anche tu una scelta ponderata e consapevole, passo a darti alcune indicazioni per porre le tue questioni in modo adeguato e coerente con il contesto.
Sono consigli, non regole incise sulla pietra e sono generali, vanno poi applicate al singolo caso:

  • opta per le domande aperte, che diano modo all’azienda di argomentare e quindi non risolvibili con un sì, un no o con una risposta secca. Es. invece di chiedere “in azienda fate formazione?” preferisci qualcosa del tipo “mi racconta di come viene gestita la formazione all’interno di questa azienda? cosa avete fatto nel passato?”
  • preferisci le domande specifiche ed evita quelle troppo generiche, paradossalmente è quando si tocca un tema specifico che la risposta richiede di essere articolata, restare troppo in superficie al contrario permette di glissare più facilmente Es. non “l’azienda è meritocratica?” ma “ci sono stati casi di crescita che hanno portato qualcuno a raggiungere ruoli apicali o a cambiare funzione? me li racconta?”
  • se riesci punta a conoscere i fatti: più che “com’è l’azienda” dovrebbe interessarti capire “cosa ha fatto l’azienda”. Chiedi esempi, fatti, azioni, attività, progetti (un po’ come ti ho già indicato negli esempi precedenti). Come per le persone sono fatti che contano.

Da un punto di vista della sequenza delle domande:

  • all’inizio di un processo come già detto avrai meno spazio, concentrati quindi sugli aspetti per te fondanti, quelli afferenti al punto 1
  • solo nei passaggi successivi approfondisci anche il punto 2 ed esplora il punto 3
  • ricordati che ci sono delle informazioni che puoi trovare navigando sul web: tutto quello che è accessibile in altri modi in linea di massima non va indagato a colloquio (ti consiglio anzi di raccogliere informazioni ancora prima del primo colloquio, arrivare preparati è cosa buona e giusta).

Sul COME fare le domande per non apparire inquisitori una buona tecnica è informarsi sul proprio tempo a disposizione: è possibile che dopo di te ci siano altre persone in attesa per il proprio colloquio e capire il tempo residuo per non sforare e per non costringere l’azienda a dare risposte striminzite è una prima attenzione da non sottovalutare.

Se le domande che devi fare sono poche (2 o 3) e coerenti tra loro ti suggerisco di farle tutte insieme per dare all’azienda la possibilità di strutturare una risposta più ampia.

Non usare le risposte che ti vengono fornite per dare la tua visione delle cose o per generare altre 7 domande a cascata, attieniti il più possibile ai punti che avevi in testa e chiedi un approfondimento solo se pensi di non aver compreso la risposta.

Questo è tutto quello che ti serve per arrivare preparato alla fase delle domande, una fase che ti permetterà di raccogliere informazioni ma anche di comunicare interesse, motivazione, consapevolezza e maturità professionale.
Alcune domande di tipo tecnico, inerenti la funzione, potrebbero aiutarti a trasmettere una competenza che nella prima parte dell’incontro non avevi sottolineato o che non era emersa, perché:

È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte.
(Pierre-Marc-Gaston de Lévis)

Glassdoor, la trasparenza per chi cerca lavoro e l’Employer Branding

La scorsa settimana ho partecipato a due eventi legati al mondo del lavoro: la conferenza stampa dedicata al lancio in Italia di un nuovo portale per la ricerca di lavoro, GLASSDOOR e un convegno sull’employer branding.
In questo articolo vi racconto cos’è Glassdoor e come può aiutarci nella ricerca di un posto e di un datore di lavoro da amare e vi riporto alcune considerazioni che ho fatto rispetto al nostro sistema lavoro e all’evoluzione che è chiamato a fare. E che ci riguarda anche come singoli.

GLASSDOOR E IL SENTIRE DI CHI LAVORA

Glassdoor è uno dei più grandi siti a livello globale per la ricerca di lavoro e per la selezione di personale.

“La nostra missione è aiutare le persone in tutto il mondo a trovare il lavoro e l’azienda che amano.”

Lo fa puntando sulla trasparenza che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) il posto di lavoro.
Cosa significa?
Significa che su Glassdoor le aziende pubblicano inserzioni e promuovono il proprio employer branding e voi potrete inserire una recensione rispetto a politiche retributive, organizzazione, gestione interna, politiche di crescita, clima aziendale e altri insight delle società in cui avete lavorato.
Volendo banalizzare: è il Tripadvisor del mercato del lavoro.
Ne consegue che, così come quando si cerca un ristorante si valutano le recensioni di chi c’è già stato, in modo simile le persone su Glassdoor possono informarsi meglio sulle opportunità e sulle aziende per cui si candidano.
Che ne dite? Vi sconfinfera questa idea?

Nell’ambito del suo lancio in Italia avvenuto il 26 settembre 2019, Glassdoor ha condotto una ricerca online tra oltre 750 persone occupate e in cerca di lavoro nel mercato italiano e alcuni dei dati emersi sono questi:

  • L’85% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che la realtà lavorativa tende a differire rispetto alle aspettative generate in fase di colloquio: insomma, a colloquio si erano fatte un’idea dell’azienda che poi non si è dimostrata tale.
  • Il 77% delle persone in cerca di lavoro e degli occupati dichiara di trovare utile leggere le recensioni dei dipendenti attuali o precedenti di un’azienda quando deve decidere dove andare a lavorare.
  • Il 86% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che trovare la giusta cultura aziendale è più importante che guadagnare di più.
  • Il 63% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti, in riferimento al lavoro attuale o al più recente, afferma di non aver negoziato il proprio stipendio e di aver accettato il salario offerto nella proposta d’impiego.

Alla fine di questa lettura le mie considerazioni sono state queste:

  • la cultura del lavoro in Italia ha bisogno di evolvere perché è ancora legata a un concetto di “padrone vs lavoratore” dove il datore di lavoro esercita un potere quasi malvagio sui propri collaboratori; dove il lavoro è un male necessario a cui bisogna prestarsi (o prostrarsi); dove in un processo di selezione a valutare pare essere solo l’azienda (che ha il cosiddetto coltello dalla parte del manico).
  • le funzioni HR e le società di mediazione (recruiter e head hunter) dovrebbero essere i primi attori chiamati in causa per ristabilire il giusto equilibrio all’interno del processo di recruiting. Dipingere una realtà che non esiste o omettere informazioni rilevanti ai candidati non è una strategia lungimirante nel medio-lungo termine, sembra banale da dire ma il sondaggio ci fa capire che così banale non è.
  • sempre parlando alle HR il tema dell’Employer Branding si fa pressante non solo per reclutare giovani talenti, ma ne parlo tra poco.
  • chi cerca lavoro deve smettere di sentirsi vittima di un sistema brutto e cattivo e iniziare a diventare fautore della sua stessa crescita e carriera. La capacità negoziale di chi cerca lavoro è direttamente e strettamente collegata a ciò che ha da offrire a chi lo vuole assumere.
    Quindi:
    • Abbiate molto da offrire.
    • Prendete coscienza che siete parte in gioco di un processo di valutazione in cui dovete fare domande, raccogliere informazioni, analizzare le prospettive e, a monte, chiedervi e fare chiarezza su ciò che volete.

Alla fine di queste considerazioni che non vogliono limitarsi a provocare ma fungere da stimolo per pensare a cosa cambiare del proprio atteggiamento per ottenere risultati differenti e per migliorare il mondo del lavoro, la mia opinione rispetto a una piattaforma come Glassdoor è ambivalente.

È certo che, nelle intenzioni, questo strumento risponderebbe a un bel po’ di quei mal di pancia descritti prima rendendo possibile a chi cerca lavoro la raccolta di informazioni necessarie a ponderare con attenzione una scelta (o a influenzarla…).

La mia domanda è: siamo in grado di usare una piattaforma di questo tipo con responsabilità e rispetto per la sua funzione? Sapremo davvero valorizzare l’opportunità di trasparenza che ci offre?
O diventerà per le aziende una vetrina dove farsi belle e per i dipendenti l’opportunità per sparare a zero in incognito contro un datore di lavoro con cui non ci si è trovati bene?

EMPLOYER BRANDING, CHE NON È LO SMART WORKING E NON È LA PUBBLICITA’

A proposito di Employer Branding (ovvero la reputazione che un’azienda ha come luogo di lavoro), vi riporto alcuni concetti che ho fatto miei ascoltando manager delle RU e del MKTG che hanno capito che fare Employer Branding non significa (solo) fare comunicazione per attrarre talenti.
Non significa nemmeno far sfoggio dei benefit previsti, mettere a punto slogan accattivanti, concedere lo smart working e il maggiordomo aziendale, aprire la palestra e il nido interno.

L’Employer Branding si basa sulla COERENZA tra quanto l’azienda promette o comunica e ciò che i giovani (e non solo loro) trovano, dopo essere stati assunti.

L’Employer Branding inoltre non deve essere la strategia per pescare i giovani di potenziale, non è insomma uno strumento a disposizione solo del cosidetto talent acquisition. Che poi, come diceva giustamente l’HR Manager di Carel Spa: i talenti non esistono e le aziende dovrebbero prendersi la responsabilità di formare e far crescere le persone che meglio rispondono al contesto aziendale, che meglio vi si adattano, e smettere di cercare il candidato perfetto.
L’obiettivo dell’Employer Branding quindi non è di creare un’immagine attrattiva per chi è fuori dall’azienda, anzi, in primis dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro di chi già lavora in azienda. In questo modo saranno i dipendenti stessi i primi testimoni e garanti del brand aziendale (magari proprio usando Glassdoor).


Insomma, alla fine dell’evento è risultato chiaro che per chi cerca lavoro, giovani e meno giovani, ciò che conta sono le persone con cui si lavora, la cultura aziendale (che porta con sé anche i valori) e la visione.

Persone, cultura e visione fanno la differenza, generano fiducia ed engagement.

COSA POSSIAMO FARE NOI?

Nel nostro paese il sistema lavoro da una parte tutela i diritti e dall’altra ingessa la mobilità di chi lavora. È inoltre un sistema dove il datore di lavoro è visto spesso come il “nemico” da cui guardarsi le spalle o peggio ancora da fregare.
Allo stesso modo l’impresa ogni giorno è chiamata a scendere a patti con vincoli e norme che ne limitano la libertà di azione e la flessibilità di fronte al mutare delle condizioni del mercato.
Niente di peggio come l’atteggiamento negativo che si genera da queste percezioni per affrontare un cambiamento volto a creare un clima di collaborazione e fiducia, di onestà e crescita.
Io credo che le aziende, e con loro le società di intermediazione, abbiano una responsabilità privilegiata nel muovere il primo passo verso un’evoluzione culturale.

Come?
La trasparenza e una comunicazione più diretta e autentica sono il primo passo a cui sto pensando.
Ma sono sicura che ci sia molto altro da fare fin da subito senza necessariamente dover aprire una palestra interna.

Però tocca anche a noi, ognuno è chiamato a fare la propria parte. Non è un appello populista ma l’unica cosa che possiamo fare diversa dal lamentarci e dal criticare: contribuire ogni giorno per un mondo del lavoro meritocratico agendo a nostra volta la trasparenza e la fiducia, mantenendoci sempre attivi sul mercato del lavoro, usando oggettività quando su Glassdoor andremo a scrivere la nostra recensione, confrontandoci in modo autentico all’interno di un iter di selezione e contribuendo con il nostro lavoro alla crescita delle società in cui operiamo, diventando noi stessi parte attiva dell’attività di Employer Branding aziendale.


Ripeto e chiudo: non so se siamo pronti all’arrivo di uno strumento così democratico come Glassdoor ma mi piace pensare che un portale come questo possa aiutarci a diventarlo. E mi piace pensare che l’employer branding non sia un’attività appannaggio delle aziende che possono dotarsi di benefit invidiabili ma il modo con cui la Direzione/proprietà, l’HR e la Comunicazione uniscono idee, sensibilità, competenze e risorse per rendere l’azienda un luogo migliore, il migliore possibile.

Nuove parole per chi cerca lavoro, nuove orecchie per chi assume: è tempo di cambiare

“Ho fallito in passato e oggi devo rimettermi in gioco ma come faccio a spiegarlo?”
“Sono stata fuori dal mondo del lavoro per crescere i miei figli e ora non so come rientrare, ho paura che nessuno capirebbe la mia scelta”
“Ho capito che il mio lavoro non mi soddisfa e ora voglio cambiare strada ma non so come scrivere il mio CV”
“Cerco da tempo di cambiare lavoro ma è come se fossi trasparente sul mercato, temo che il mio profilo sia banale”
” Il mio percorso professionale non è lineare e non so come raccontarlo in modo convincente a chi mi deve assumere”


Potrei andare avanti a lungo, sono frasi che ci toccano perché una o l’altra pizzicano il nostro vissuto o quello di qualcuno che conosciamo.
Spesso non è facile trovare le parole giuste per trasmettere tutto quello che abbiamo dentro e tutto quello che possiamo dare ma soprattutto per spiegare scelte e accadimenti che “macchiano” il nostro percorso professionale o accademico.


Dall’altra parte abbiamo chi (mi includo perché sono frutto della cultura, del mercato e della società in cui sono professionalmente cresciuta):

“Non lavora da 5 anni, non posso presentarla in azienda”
“Non ha il titolo di studio richiesto”
“Ha cambiato lavoro troppo spesso, forse qualcosa non va”
“Ha accettato un downgrade importante, avrà avuto dei problemi?”
“A questa età sarà difficile ricominciare…”

Il mix tra “non so come dirlo” e “non voglio/posso ascoltare” ha un esito abbastanza scontato. 

NESSUN BUONISMO

Questo non è un articolo che vuole strappare lacrime o like e nemmeno mira far sciogliere i cuori dei recruiter o delle aziende che assumono.
Questo è un post che parla di competenze e di cambiamento (il più difficile, quello culturale).

Dobbiamo sviluppare nuove competenze e dobbiamo farlo tutti: chi offre e chi cerca lavoro perché solo così potremo intaccare schemi antichi e far evolvere il mercato e la cultura del lavoro.

Chi non si impegnerà in questa direzione (quella della comunicazione e del cambiamento) sarà penalizzato, senza dubbio e senza giustificazioni.
Chi continuerà a compilare – magari pure male – il CV in formato europeo, chi non farà lo sforzo di rendersi presentabile e desiderabile, chi pubblicherà inserzioni che non spiegano il ruolo e non fanno intendere niente dell’azienda/funzione/settore, i recruiter che non instaureranno un rapporto di trasparente collaborazione con chi cerca lavoro, chi selezionerà utilizzando i soliti vecchi stereotipi: nessuno di loro potrà trovare uno spazio di rilevanza nel mondo del lavoro.
Perché comunicare bene non è più una competenza accessoria, non è più la collana sopra un bel vestito ma è il vestito stesso. Il tuo vestito (sia tu una persona che cerca lavoro, un recruiter o l’HR di un’azienda).

Faccio subito un inciso: non credo che la buona comunicazione sia la panacea di tutti i mali, di certo non chiuderà il buco nell’ozono (non da sola intendo). Prima e accanto a qualsiasi buona comunicazione ci vuole qualcosa da comunicare: la sostanza è imprescindibile.
Le competenze per chi cerca lavoro sono necessarie, a ognuno per il proprio livello di esperienza. Quindi no, non si trova lavoro imparando a comunicare e non trova lavoro solo chi sa farlo. La comunicazione serve a veicolare un contenuto, un valore: se quel contenuto manca si chiama fuffa e non è cosa di cui trattiamo qui.

Allo stesso modo va detto che alcuni stereotipi purtroppo nascono e fioriscono sulla base di comportamenti reali che si sono perpetrati: da parte dei candidati e da parte dei datori di lavori. Le scorrettezza siamo schietti, la troviamo da ambo le parti e chi fa il mio lavoro lo sa perché assiste dalla prima fila ai colpi bassi di una e dell’altra parte.
Il mercato del lavoro quindi non è solo difficile ma è anche sporco perché pieno di rancore, paure, frustrazioni che vi assicuro, sono legittime e sono dei giocatori di ambedue le squadre in gioco.
Il problema è che non possiamo aspettare sempre che siano gli altri a cambiare per primi. 
E oggi il cambiamento che vi suggerisco e che è già alla vostra portata riguarda il trovare le parole giuste e ascoltare con orecchie nuove.


PAROLE NUOVE PER CHI SI COMUNICA

Saper argomentare le proprie scelte, i cambi di rotta, le caratteristiche personali, le ambizioni, i propri valori non è qualcosa che spetta solo a chi è estroverso o a chi ama chiaccherare. 
Scrivere un CV efficace non può essere appannaggio di chi in Italiano aveva 8 e agli altri il formato europeo.
E un profilo LinkedIn mezzo vuoto e lasciato là non serve a niente.
Ma soprattutto è possibile comunicare bene anche decisioni e momenti del proprio percorso che risultano più critiche o delicate da affrontare.
È possibile trasformare quello che a noi sembra un intoppo in un punto di valore.
Senza giustificare, senza omettere, senza inventare.
Senza vergogna.
Trovare le parole si può e non bisogna essere dei copy per farlo.
Certo, servono allenamento e pazienza, talvolta serve un aiuto e un supporto, qualcuno che faccia da guida e tenga in mano la penna, ma prima di tutto serve consapevolezza: essere consapevoli che si può dire anche ciò che non sappiamo spiegare. E desiderare farlo.
Dopo aver maturato la consapevolezza, che porta sempre con sé l’amica volontà, allora si può davvero agire e lavorare su di sé e sulla propria comunicazione.

Come?
Non è necessario pagare un super coach (anche se può essere una delle strade): viviamo dentro a un mondo che gira intorno al marketing e alla comunicazione, o forse siamo noi a orbitarci intorno ma poco cambia perché è sufficiente, per iniziare, osservare e ascoltare, prestare attenzione. E poi leggere, approfondire, aprirsi al dialogo, imparare da chi già lo fa e, come dice un libro meraviglioso, rubare come un’artista.
Ma su questo punto vi rimando alla fine perché ho due suggerimenti molto più pratici da darvi.


ORECCHIE NUOVE PER CHI ASSUME E GESTISCE

Passiamo ora dall’altra parte della barricata, dalla mia parte.
Che lo so bene, quando ricerchiamo un nuovo collaboratore abbiamo una serie di vincoli e requisiti da mettere insieme che manco per trovare il partner siamo così selettivi.
Deve possedere competenze precise e specifiche eccellenti, incarnare qualità personali da premio nobel per la pace, avere un percorso lineare che dimostri fedeltà e abnegazione e, nel caso di donna, non aver certi grilli per la testa, tipo la sopravvivenza della specie umana, e però se non è sposata ci sorge il dubbio che ci sia qualcosa che non va perché sai com’è, le zitelle…
Sì sto estremizzando e ironizzando ma chi scrive, per la legge, è una ragazza madre quindi l’ironia non vuole mancare di rispetto a nessuno.

So che mi sto muovendo sulle uova parlando di questi temi quindi mi limito a una constatazione a un invito: il mondo del recruiting sta cambiando eppure spesso resta ancorato a vecchi pregiudizi e stereotipi che in altri paesi sono già diventati letame per concimare la terra. 
Qui no. 
Non ancora, non ovunque, non per tutti.
Io sono speranzosa.  

Orecchie nuove e nuovi occhi per guardare oltre sono indispensabili a noi che lavoriamo nel mondo delle HR per contribuire a far evolvere la cultura del lavoro nel nostro paese.

Non sarà sufficiente ma noi che facciamo questo mestiere siamo i primi a dover muovere il culo. Io quantomeno lo penso.
Il nostro ruolo comporta una responsabilità e il superamento del mero compito da eseguire. E non perché siamo più bravi ma perché abbiamo scelto – spesso lottando – di lavorare con e per le persone.
Perché c’è una cultura del lavoro che mi porta ancora oggi a sentire candidati che cercano di ottenere un’offerta di lavoro solo per andare dal proprio titolare a contrattare una promozione. O aziende che mi chiedono collaboratori che non debbano assentarsi per maternità.
Non è la regola per fortuna ma gli stereotipi sono tanti, milioni di milioni come cantava un antico spot pubblicitario di quando ero bambina.
Io per prima mi sono accorta di dover sfoderare le orecchie e di dover mettere da parte tante convinzioni per aprirmi agli altri.
E non sono diventata più buona nel farlo, solo sto imparando ad ascoltare di più e a pensare prima di parlare, a indossare le scarpe degli altri quantomeno per gestire le relazioni. Perché alla fine, in ogni selezione, ne passa solo uno (quando va bene).
Ascoltare con orecchie nuove significa:

  • valutare senza giudicare,
  • approfondire i “perché” e non solo i “cosa”,
  • lavorare con e per i candidati, non solo per il cliente che ci paga
  • contribuire ogni giorno a intaccare una mentalità vecchia che ritiene il lavoro un male necessario e le persone mera forza lavoro.


COME FARE

La riflessione per questo articolo è nata ascoltando un podcast dedicato a chi cerca lavoro.
Anna Maria Anelli ha realizzato 6 puntate dedicate a chi deve comunicarsi sul lavoro e non sa come spiegare, argomentare, scrivere scelte difficili, situazioni di difficoltà, fallimenti, paure…
Si intitola Le Parole per Farlo e potete ascoltarlo su Storytel, il primo mese di ascolto è gratuito quindi non dovrete spendere un euro per fare vostra questa preziosa raccolta di interviste che vi aiuterà a trovare le parole e a capire come si può comunicare qualcosa che, a prima vista, è più simile a una macchia di sugo sulla camicia bianca che a una cravatta dal nodo perfetto (registrati qui).


Però io consiglio questo ascolto anche a chi fa selezione (da volerli quasi obbligare), a chi assume, a chi cerca e valuta collaboratori perché non basta che i candidati imparino a scegliere le parole giuste se chi legge e ascolta usa criteri vecchi.

Le Parole Per Farlo – Anna Maria Anelli – Storytel

Il podcast di Anna Maria oltre ad aiutarvi vi emozionerà per la forza, il garbo e la profondità con cui tratta tematiche molto delicate e a tratti dolorose ma vive e reali.
Ascoltarla significherà prima o poi immedesimarsi in una delle storie che si susseguono, sentirne il carico emotivo e scoprire che c’è un modo per non escluderle dal proprio racconto professionale.
Le sue interviste vi infonderanno una consapevolezza nuova, quella del “si può!”.
Si può dire. Si può fare. Si può cambiare.
Con le parole.
È un regalo quello che vi farete, garantito al limone.

Piccolo spazio pubblicità: ho aperto un canale Telegram per VOI

Se poi vorrete approfondire più in concreto le tematiche sopracitate io vi suggerisco in modo assolutamente autoreferenziale il mio canale Telegram, fresco fresco di nuova apertura: ho deciso di creare uno spazio dove condividere suggerimenti, stimoli, buone pratiche e indicazioni a chi vuole comunicarsi meglio per e sul lavoro. Un contenitore di note vocali che possono farvi compagni la mattina quando andate al lavoro e che hanno lo scopo di parlare di comunicazione personale (personal branding) ai non addetti ai lavori. Lo trovi qui o cercando Personal HR.

Buon ascolto.

Speed Interview: non è un colloquio come gli altri

La scorsa settimana ho tenuto un intervento all’Università di Vicenza per preparare circa 200 studenti di Ingegneria ad affrontare lo Speed Date, un evento che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni. In poche parole: una stanza, numerose postazioni con i referenti di altrettante aziende, uno stuolo di candidati motivati a farsi conoscere e  una serie di colloqui brevi, spesso informali, scanditi dal suono di una campanella, che permettono alle aziende di incontrare quanti più studenti possibile e ai partecipanti di farsi conoscere a un numero interessante di imprese. Tutto nell’arco di una o due ore al massimo perché ogni incontro dura dai 6 ai 10 minuti al massimo.

Anch’io, con Competenze in Rete o WinePeople, organizzo ogni anno di questi eventi e spesso mi trovo a rappresentare qualche azienda, gestendo gli incontri per conto loro. È stato quindi con piacere e con un po’ di consapevolezza che ho preparato la lezione. Nel mio intervento ho spiegato: prima la differenza che c’è tra un colloquio di lavoro normale (che dura dai 40 ai 60 minuti di norma) e una speed interview e poi ho dato suggerimenti e indicazioni utili a sfruttare al meglio la seconda.

La prima cosa da capire è che durante uno speed date cambia tutto: cambia il contesto, le modalità, gli obiettivi, le finalità e cambia anche il tipo di ascolto da parte di chi ci incontra. Di conseguenza è impensabile che il nostro messaggio rimanga lo stesso, ovvero la narrazione del CV e l’esposizione di cosa sappiamo e/o vogliamo fare.

Obiettivo della speed interview

Innanzitutto chiariamo un concetto fondamentale che poi è anche la prima, drammatica differenza tra un colloquio normale e uno veloce: l’obiettivo delle due interviste è diverso! È assai remota infatti, la possibilità che un incontro di 6/7 minuti vi faccia ottenere un lavoro. E su questo mi sento di essere piuttosto perentoria.
Quindi, mentre un colloquio classico ha l’obiettivo di capire, approfondire, testare, valutare, ecc… in funzione spesso di un inserimento in azienda, un colloquio veloce mira invece a capire se c’è potenziale e sostanza per andare oltre, se ci sono i presupposti per rivedersi in futuro, con calma, per un approfondimento.

Pertanto con che spirito va affrontato? Il vostro obiettivo dovrebbe essere quello di lasciare un segno (e quindi un ricordo) per conquistare l’accesso a un colloquio vero e proprio. Tutto qua (si fa per dire)!

Se questo punto è chiaro tutto il resto viene da sé, anche se so che “tutto il resto” non è in realtà né facile, né scontato. Perché sfido chiunque ad affrontare un tet à tet di pochi minuti, con un possibile (e magari desiderabile) datore di lavoro e riuscire a fare qualcosa di unico e differente per lasciare un segno. Eppure questo dovrebbe essere il vostro obiettivo, e vi assicuro che in molti sbagliano e sprecano la loro opportunità proprio perché affrontano uno speed date come una sequenza di colloqui classici dove raccontarsi velocemente. Niente di più sbagliato!

lanciate un messaggio non iniziate un racconto

Ad affrontare bene una speed interview può aiutarci il modello di comunicazione che adottano le pubblicità e che segue questi step: 
sorprendere: catturare l’attenzione, fare in modo che il destinatario del messaggio si fermi e ascolti (o guardi, legga, ecc…). L’inizio di qualsiasi spot (ben fatto) ha l’obiettivo di agganciare per farci andare oltre e per arrivare al cuore del messaggio;
argomentare: questo è il cuore del messaggio, e di solito ha l’obiettivo di spiegare i vantaggi di ciò che si sta promuovendo e/o di stimolare un bisogno nel possibile acquirente; 
convincere: significa portare chi ascolta o guarda a fare qualcosa (CTA – call to action). Brutalmente la pubblicità di solito vuole che noi compriamo qualcosa e l’obiettivo finale è questo.

Riconoscete lo schema? Spero di sì. 
Ora applicatelo a una speed interview e vedrete che funziona perfettamente.

sorprendere

Il primo passaggio è sorprendere! È necessario in un contesto di, passatemi il termine, batteria. Sono il responsabile HR di un’azienda e in un’ora e mezza vedo circa 12 persone in sequenza, via una e sotto la successiva. Ogni candidato arriva e prova a raccontarmi il suo CV in 6 minuti perché è convinto che la migliore strategia per questi colloqui sia semplicemente la sintesi.
Arriva un candidato che rompe le regole e fa qualcosa di imprevisto.
Secondo voi che probabilità avrà che io mi ricordi di lui? Magari non mi resterà in mente il suo percorso ma mi ricorderò di lui e quando dovrò decidere chi rivedere, è molto probabile che lo penserò senza nemmeno dover andare a cercare il suo CV.

E come si fa a sorprendere? I modi vanno cercati “nel posto dove ci piove dentro” (Cit.). Fate funzionare l’immaginazione. Può aiutarci un gadget da lasciare, oppure un racconto che con il lavoro non c’entra niente, un’idea potrebbe essere quella di preparare un CV di noi tra 10 anni, oppure far parlare un breve filmato e poi argomentarlo negli ultimi due minuti…
Sei minuti sono pochi per raccontarsi e farsi memorizzare ma sono davvero molti per lasciare un segno e diventare memorabili (sì, questa l’ho pompata ma ci credo davvero).

argomentare

Questo è il cuore di ciò che avete da dire. E – lo ripeto – non è il riassunto del vostro CV. A meno che  voi non abbiate competenze più uniche che rare o esperienze sbarluccicose che solo se citate fanno girare la testa a chi vi ascolta, l’argomento più interessante con cui dovete proporvi siete VOI! Voi, sì. Quella persona che ci state insieme da quando siete nati e che alla domanda “mi parli di lei” diventa un perfetto estraneo. “Che domanda difficile, non ci avevo mai pensato!” (qui vorrei inserire una gif con me che cado dalla sedia, immaginatela!)

Ebbene sì, ciò che siete o volete diventare nel lavoro entra in qualche modo nel vostro messaggio ma è impensabile pensare di trasmettere tutto in 6 minuti quindi, dovendo scegliere, privilegiate voi al vostro percorso. E questo vale soprattutto se siete giovani e siete all’inizio della vostra esperienza professionale.

Anche parlando di voi però, attenzione alle banalità. Le banalità sono quelle cose che tutti dicono di sé a un colloquio di lavoro:
“sono motivato e collaborativo, mi piace risolvere problemi, sono flessibile e preciso, ma anche veloce e imparo in fretta” (peccato, per questa posizione cercavo proprio uno scansafatiche individualista e musone, distratto e un po’ duro di comprendonio!!)

Mi sono spiegata?
Preparatevi, anche a parlare di voi stessi evitando di cadere nell’ovvio che non porta alcun valore aggiunto e che quindi non smuove alcun interesse. E se vi serve un momento per fare il punto o un supporto per indagare meglio le vostre caratteristiche, prendetevelo. Perché non c’è niente di peggio che presentarsi a colloquio e non riuscire a trasmettere un’immagine autentica, credibile e consapevole di se stessi. Se siete stuzzicati dall’idea di fare un breve percorso di auto-analisi leggete qui.

L’argomentazione infine deve rispettare il principio della rilevanza. Non è sufficiente parlare di sé dicendo cose autentiche. È indispensabile che ciò che dite sia rilevante per chi ascolta. E qui la cosa si complica un po’ perché non sappiamo cosa sta cercando (se sta cercando davvero qualcosa) chi ci ascolta. Ne parlerò in modo più approfondito in un post a parte, in ogni caso, come regola di principio, mettetevi sempre dalla parte di chi vi ascolta e chiedetevi se quello che volete dire potrebbe interessargli o meno. Se il vostro messaggio porta con sé un valore aggiunto o si limita a descrivere qualcosa/qualcuno. 

convincere

Se avete lavorato bene nei primi due punti il terzo è facile che arrivi in automatico. Se avete sorpreso e agganciato l’interlocutore e se siete riusciti a comunicare in modo autentico concetti rilevanti è molto probabile che sarete ricontattati per un approfondimento. Che poi è il vostro obiettivo. Vi sconsiglio quindi qualsiasi azione push.
Alla fine, la strategia migliore, a mio avviso, passa per un garbato saluto e il rispetto delle regole: se il tempo è scaduto è il momento di tendere la mano e passare oltre. L’unica accortezza che vi consiglio è di non lasciare la postazione senza il biglietto da visita del vostro interlocutore, o almeno nome e cognome. Un contatto discreto su Linkedin a distanza di uno o due giorni servirà da promemoria a chi ha avuto il piacere di passare con voi pochi minuti.