SE NON IMPARIAMO QUALCOSA VANIFICHIAMO TUTTO: lista (non esaustiva) dei cambiamenti che dobbiamo portare con noi nel post coronavirus

Il virus è un colpo di vento per equilibristi incerti. (cit.)

Non è mia ma mi è piaciuta molto, è un’immagine potente e sintetica: siamo tutti equilibristi, talvolta addirittura funamboli, alla ricerca di un equilibrio che va ogni giorno negoziato con le condizioni esterne e con le variabili che non sono sotto il nostro controllo.

Avanziamo un passo dopo l’altro, chi più e chi meno sicuro ma di fronte al virus siamo tutti più incerti perché il nemico è invisibile, infido e va a colpire direttamente la nostra salute e indirettamente tutta la nostra vita, le abitudini, la libertà, il lavoro, le emozioni, la fiducia e la sicurezza.
Nessun ripostiglio del nostro quotidiano è esente dalla mira di un cecchino invisibile o dai provvedimenti necessari a isolarlo.
Siamo messi in crisi.

A differenza però dal 2008/2009 dove, banalizzo per esigenze di sintesi, le speculazioni di una parte hanno provocato l’implosione dell’intero sistema economico con ripercussioni su tutti, e ha generato un profondo senso di sfiducia generale e una percezione di “non possibilità”, oggi quello che sento è un forte sentimento di coesione, un movimento – che se non è di tutti è di molti – verso l’oltre-coronavirus e la fiducia/volontà di uscire da questo momento più solidi e più uniti.

E con tutto il rispetto per un momento che di bello a prima vista non ha niente, oggi voglio parlare delle cose belle che stiamo imparando “grazie” all’emergenza coronavirus e che spero, porteremo con noi anche dopo, altrimenti tutto questo si rivelerà uno sforzo vano e noi saremo dei perfetti imbecilli.

Perché non possiamo gridare allo smart working e poi continuare a ritenere il mondo virtuale meno reale del mondo fisico, o concedere l’home working pur di non fermare il lavoro e poi riprendere un atteggiamento di sospetto e di controllo dell’operato dei nostri collaboratori “che sai, a casa poi fanno anche la lavatrice… e io non li pago per stendere il bucato”.

Stiamo tutti crescendo in questo periodo e sta crescendo anche la capacità di sfruttare la tecnologia per trovare non solo efficienza produttiva ma anche contatto, vicinanza, relazione.
È la mia battaglia: sensibilizzare le persone ad un uso più umano del mondo digitale e finalmente, quando l’acqua tocca il culo come si dice qui o quando il coronavirus entra negli uffici e bussa alla porta di casa, in molti iniziano a capirlo.

Quindi, fedele al mio ottimismo che niente ha da spartire con il pensiero positivo bensì più con la voglia di procedere, con un sorriso che non vuole mostrarsi cieco alla sofferenza – fisica e non – di molti e con le dita che corrono sui tasti, provo a lanciare lo sguardo – insieme al cuore – oltre l’ostacolo per visualizzare come saremo in un futuro che spero sarà il più prossimo possibile.

Ecco le conquiste che vedo a portata di mano (e non sono le sole).

RICONOSCIMENTO (E RICONOSCENZA) DELLE COMPETENZE ALTRUI

Che da quando c’è Google tutti sono in grado di diagnosticare malattie, risolvere contenziosi ed erigersi a esperta o esperto di qualsiasi cosa. O di contestare sempre e comunque il lavoro degli altri.
In questo momento, nonostante la nostra tendenza alla contestazione sia più resiliente dell’abitudine a recarsi in ufficio, iniziamo a capire quanto sia più utile attenersi alle indicazioni, riconoscendo le competenze altrui e partecipando – uniti nella distanza – a creare un fronte comune. Scegliere di “agire per” anziché “agire contro” significa anche fidarsi delle capacità di chi ne sa più di noi (medici in primis).
Non come pecore ma come persone responsabili e critiche prima di tutto verso se stesse: se non so taccio e rispetto il lavoro altrui.
E questo vale anche a favore delle campagne contro “ho un cuggggino che lo sa fare”.

INTELLIGENZA (ED EMPATIA) DIGITALE

C’è ancora chi considera le relazioni virtuali un surrogato falso – e falsato – di quanto si può costruire vis à vis, nel mondo reale fatto di carne, rughe per quel che mi riguarda e quella ciccia che il lavoro da casa sta dispensando un po’ a tutti.

Non provoco sul concetto di autenticità perché mi pare banale dire che anche al bar siamo pur sempre un po’ filtrati, lo siamo in un colloquio di lavoro in presenza, quando andiamo a prendere l’aperitivo o in ufficio quando interpretiamo il nostro ruolo. Tutti, chi più e chi meno.
Riserviamo la parte più autentica di noi solo ai nostri cari, che ne farebbero peraltro volentieri a meno.

Detto questo, mai come adesso le persone stanno sperimentando come la tecnologia non sostenga solo la produzione ma anche le relazioni (e non solo quelle professionali): social network, tools di video conferenza e messaggistica ci aiutano a trovare quel contatto – e conforto – che oggi dobbiamo limitare o smorzare del tutto.

Chiaro, se questo è funzionale solo a provare il gusto di un aperitivo su Skype non abbiamo capito niente.
Se pensiamo che basti scriversi su LinkedIn per volerci bene non abbiamo di nuovo capito niente.
Se adottiamo la regola che “digito ergo sum” ancora non abbiamo capito niente e Gabriele dice bene quando afferma “meno rumore forzato e più silenzio meditato” (Gabriele è anche autore dell’apertura di questo articolo).
Ma se riusciamo a integrare i mondi – virtuale e fisico – e i modi in un processo unico e amalgamato di cura della relazione, allora forse saremo in grado di far fare un passetto oltre alla nostra intelligenza emotiva che non va in auto-distruzione davanti a uno schermo.
Se poi capiamo che il business arriva dopo e per merito (dopo le relazioni e per merito delle relazioni), ma arriva, allora abbiamo fatto bingo.

E comunque io non vedo l’ora, passata l’emergenza, di vedere giovani che limonano ad ogni angolo, persone che camminano mano nella mano, un incremento delle nascite (effetti della reclusione) e gente che riscopre il bello di abbracciarsi, oltre che di fare colazione insieme come abbiamo fatto in venti stamattina.

L’UPGRADE DELLE COMPETENZE DIGITALI

C’è chi smanetta da sempre e chi davanti a skype mi va nel pallone…
C’è mio papà che partecipa alle riunioni Scout in video conferenza e imprenditori che faticano ma poi ti concedono un appuntamento a distanza.
Mamme che scaricano – e così scoprono – skype per permettere ai figli di incontrare i loro compagni di classe.
Giovani che studiano da casa.
Fioriscono come primule a marzo i webinar e le persone si interessano improvvisamente alla formazione on line.
Le aziende spingono i processi di digital trasformation e chi lavora impara a collaborare a distanza usando applicazioni e strumenti nuovi.
In alcuni casi addirittura l’efficienza aumenta, a scapito dei caffè alla macchinetta che restano, a mio avviso, un momento irrinunciabile del processo lavorativo.

Insomma, c’è un avvicinamento spintaneo alla tecnologia anche per chi è abituato a fare le cose diversamente e che non può che arricchirci e renderci persone, prima ancora che professionisti, più capaci e ricchi di risorse.
E serviva il coronavirus? Forse sì perché siamo pigri e, a parte gli addetti ai lavori e i curiosi, i social estroversi e pochi altri, tutti resistiamo al dover imparare uno strumento nuovo o a esporci fuori dal nostro recinto di sicurezza.

Non dobbiamo buttare via le macchine del caffè, anzi. Ma diventare più agili, flessibili e reattivi verso qualcosa che ci aiuta a lavorare e non solo.

DELEGA E RESPONSABLIZZAZIONE

È un effetto positivo dello smart working: maggiore delega e responsabilizzazione. Non perché il lavoro agile annulli le gerarchie ma perché ci rende tutti ancora più responsabili in prima persona di quanto stiamo facendo. Talvolta ci porta a prendere decisioni in modo più autonomo e comunque a decidere di restare incollati al pc nonostante le lenzuola siano asciutte e vadano ritirate.

Io mi aspetto che questo atteggiamento ci accompagni anche tra qualche settimana e si integri nella vita professionale di tutti, a beneficio di un miglior equilibrio tra vita personale e vita lavorativa (che poi la vita è una sola) e a vantaggio di quel movimento che vede le persone al centro.

ACCETTAZIONE DELLA NOSTRA FUNAMBOLICA INCERTEZZA E GIOCO DI SQUADRA

È così, nessuno può ripararsi da quanto sta accadendo e i super eroi non solo non esistono ma neanche servono.
Più utile rendersi conto che non possiamo controllare tutto, anche a dispetto dei compiti fatti bene qualcosa può andare storto o semplicemente intervenire e cambiare le regole del gioco.

Siamo vulnerabili, e lo siamo tutti, nessuno escluso.
Non si combatte la vulnerabilità, si allena la capacità di reagire.
E di fare comunità.
Di collaborare, di agire con generosità e partecipazione.
Che il male più pericoloso è l’individualismo.

Aumentano iniziative e richiami a un agire insieme, iniziative a favore di chi è isolato, collaborazioni inedite, grande generosità e comprensione. Proprio adesso che l’indicazione numero 1 è “state distanti” improvvisamente emerge un senso di comunità nuovo.
C’è solo questo?
No, sono sicura che non sia tutto baci a distanza e mani virtuali che porgono aiuti reali, ma ci stiamo comunque unendo come paese e come persone e questo non può che rafforzarci e spero, diventare contaminante più del virus.

PER QUELLO CHE MI RIGUARDA

Quello che voglio mettere in zaino è tutto questo ma anche cose molto più piccole e più semplici che però si affacciano nuove:

  • un ritrovato piacere nel vivere la casa, io che l’ufficio è come la connessione wi-fi: indispensabile,
  • l’utilizzo dopo anni di astinenza della pasta madre: ebbene sì, sto impastando,
  • la pratica quotidiana della mindfulness, non abbandonata non depennata in fondo alla loista delle cose da fare,
  • una conciliazione nuova tra attività professionali e attività domestiche e un senso di integrità che mi piace.

Nuove parole per chi cerca lavoro, nuove orecchie per chi assume: è tempo di cambiare

“Ho fallito in passato e oggi devo rimettermi in gioco ma come faccio a spiegarlo?”
“Sono stata fuori dal mondo del lavoro per crescere i miei figli e ora non so come rientrare, ho paura che nessuno capirebbe la mia scelta”
“Ho capito che il mio lavoro non mi soddisfa e ora voglio cambiare strada ma non so come scrivere il mio CV”
“Cerco da tempo di cambiare lavoro ma è come se fossi trasparente sul mercato, temo che il mio profilo sia banale”
” Il mio percorso professionale non è lineare e non so come raccontarlo in modo convincente a chi mi deve assumere”


Potrei andare avanti a lungo, sono frasi che ci toccano perché una o l’altra pizzicano il nostro vissuto o quello di qualcuno che conosciamo.
Spesso non è facile trovare le parole giuste per trasmettere tutto quello che abbiamo dentro e tutto quello che possiamo dare ma soprattutto per spiegare scelte e accadimenti che “macchiano” il nostro percorso professionale o accademico.


Dall’altra parte abbiamo chi (mi includo perché sono frutto della cultura, del mercato e della società in cui sono professionalmente cresciuta):

“Non lavora da 5 anni, non posso presentarla in azienda”
“Non ha il titolo di studio richiesto”
“Ha cambiato lavoro troppo spesso, forse qualcosa non va”
“Ha accettato un downgrade importante, avrà avuto dei problemi?”
“A questa età sarà difficile ricominciare…”

Il mix tra “non so come dirlo” e “non voglio/posso ascoltare” ha un esito abbastanza scontato. 

NESSUN BUONISMO

Questo non è un articolo che vuole strappare lacrime o like e nemmeno mira far sciogliere i cuori dei recruiter o delle aziende che assumono.
Questo è un post che parla di competenze e di cambiamento (il più difficile, quello culturale).

Dobbiamo sviluppare nuove competenze e dobbiamo farlo tutti: chi offre e chi cerca lavoro perché solo così potremo intaccare schemi antichi e far evolvere il mercato e la cultura del lavoro.

Chi non si impegnerà in questa direzione (quella della comunicazione e del cambiamento) sarà penalizzato, senza dubbio e senza giustificazioni.
Chi continuerà a compilare – magari pure male – il CV in formato europeo, chi non farà lo sforzo di rendersi presentabile e desiderabile, chi pubblicherà inserzioni che non spiegano il ruolo e non fanno intendere niente dell’azienda/funzione/settore, i recruiter che non instaureranno un rapporto di trasparente collaborazione con chi cerca lavoro, chi selezionerà utilizzando i soliti vecchi stereotipi: nessuno di loro potrà trovare uno spazio di rilevanza nel mondo del lavoro.
Perché comunicare bene non è più una competenza accessoria, non è più la collana sopra un bel vestito ma è il vestito stesso. Il tuo vestito (sia tu una persona che cerca lavoro, un recruiter o l’HR di un’azienda).

Faccio subito un inciso: non credo che la buona comunicazione sia la panacea di tutti i mali, di certo non chiuderà il buco nell’ozono (non da sola intendo). Prima e accanto a qualsiasi buona comunicazione ci vuole qualcosa da comunicare: la sostanza è imprescindibile.
Le competenze per chi cerca lavoro sono necessarie, a ognuno per il proprio livello di esperienza. Quindi no, non si trova lavoro imparando a comunicare e non trova lavoro solo chi sa farlo. La comunicazione serve a veicolare un contenuto, un valore: se quel contenuto manca si chiama fuffa e non è cosa di cui trattiamo qui.

Allo stesso modo va detto che alcuni stereotipi purtroppo nascono e fioriscono sulla base di comportamenti reali che si sono perpetrati: da parte dei candidati e da parte dei datori di lavori. Le scorrettezza siamo schietti, la troviamo da ambo le parti e chi fa il mio lavoro lo sa perché assiste dalla prima fila ai colpi bassi di una e dell’altra parte.
Il mercato del lavoro quindi non è solo difficile ma è anche sporco perché pieno di rancore, paure, frustrazioni che vi assicuro, sono legittime e sono dei giocatori di ambedue le squadre in gioco.
Il problema è che non possiamo aspettare sempre che siano gli altri a cambiare per primi. 
E oggi il cambiamento che vi suggerisco e che è già alla vostra portata riguarda il trovare le parole giuste e ascoltare con orecchie nuove.


PAROLE NUOVE PER CHI SI COMUNICA

Saper argomentare le proprie scelte, i cambi di rotta, le caratteristiche personali, le ambizioni, i propri valori non è qualcosa che spetta solo a chi è estroverso o a chi ama chiaccherare. 
Scrivere un CV efficace non può essere appannaggio di chi in Italiano aveva 8 e agli altri il formato europeo.
E un profilo LinkedIn mezzo vuoto e lasciato là non serve a niente.
Ma soprattutto è possibile comunicare bene anche decisioni e momenti del proprio percorso che risultano più critiche o delicate da affrontare.
È possibile trasformare quello che a noi sembra un intoppo in un punto di valore.
Senza giustificare, senza omettere, senza inventare.
Senza vergogna.
Trovare le parole si può e non bisogna essere dei copy per farlo.
Certo, servono allenamento e pazienza, talvolta serve un aiuto e un supporto, qualcuno che faccia da guida e tenga in mano la penna, ma prima di tutto serve consapevolezza: essere consapevoli che si può dire anche ciò che non sappiamo spiegare. E desiderare farlo.
Dopo aver maturato la consapevolezza, che porta sempre con sé l’amica volontà, allora si può davvero agire e lavorare su di sé e sulla propria comunicazione.

Come?
Non è necessario pagare un super coach (anche se può essere una delle strade): viviamo dentro a un mondo che gira intorno al marketing e alla comunicazione, o forse siamo noi a orbitarci intorno ma poco cambia perché è sufficiente, per iniziare, osservare e ascoltare, prestare attenzione. E poi leggere, approfondire, aprirsi al dialogo, imparare da chi già lo fa e, come dice un libro meraviglioso, rubare come un’artista.
Ma su questo punto vi rimando alla fine perché ho due suggerimenti molto più pratici da darvi.


ORECCHIE NUOVE PER CHI ASSUME E GESTISCE

Passiamo ora dall’altra parte della barricata, dalla mia parte.
Che lo so bene, quando ricerchiamo un nuovo collaboratore abbiamo una serie di vincoli e requisiti da mettere insieme che manco per trovare il partner siamo così selettivi.
Deve possedere competenze precise e specifiche eccellenti, incarnare qualità personali da premio nobel per la pace, avere un percorso lineare che dimostri fedeltà e abnegazione e, nel caso di donna, non aver certi grilli per la testa, tipo la sopravvivenza della specie umana, e però se non è sposata ci sorge il dubbio che ci sia qualcosa che non va perché sai com’è, le zitelle…
Sì sto estremizzando e ironizzando ma chi scrive, per la legge, è una ragazza madre quindi l’ironia non vuole mancare di rispetto a nessuno.

So che mi sto muovendo sulle uova parlando di questi temi quindi mi limito a una constatazione a un invito: il mondo del recruiting sta cambiando eppure spesso resta ancorato a vecchi pregiudizi e stereotipi che in altri paesi sono già diventati letame per concimare la terra. 
Qui no. 
Non ancora, non ovunque, non per tutti.
Io sono speranzosa.  

Orecchie nuove e nuovi occhi per guardare oltre sono indispensabili a noi che lavoriamo nel mondo delle HR per contribuire a far evolvere la cultura del lavoro nel nostro paese.

Non sarà sufficiente ma noi che facciamo questo mestiere siamo i primi a dover muovere il culo. Io quantomeno lo penso.
Il nostro ruolo comporta una responsabilità e il superamento del mero compito da eseguire. E non perché siamo più bravi ma perché abbiamo scelto – spesso lottando – di lavorare con e per le persone.
Perché c’è una cultura del lavoro che mi porta ancora oggi a sentire candidati che cercano di ottenere un’offerta di lavoro solo per andare dal proprio titolare a contrattare una promozione. O aziende che mi chiedono collaboratori che non debbano assentarsi per maternità.
Non è la regola per fortuna ma gli stereotipi sono tanti, milioni di milioni come cantava un antico spot pubblicitario di quando ero bambina.
Io per prima mi sono accorta di dover sfoderare le orecchie e di dover mettere da parte tante convinzioni per aprirmi agli altri.
E non sono diventata più buona nel farlo, solo sto imparando ad ascoltare di più e a pensare prima di parlare, a indossare le scarpe degli altri quantomeno per gestire le relazioni. Perché alla fine, in ogni selezione, ne passa solo uno (quando va bene).
Ascoltare con orecchie nuove significa:

  • valutare senza giudicare,
  • approfondire i “perché” e non solo i “cosa”,
  • lavorare con e per i candidati, non solo per il cliente che ci paga
  • contribuire ogni giorno a intaccare una mentalità vecchia che ritiene il lavoro un male necessario e le persone mera forza lavoro.


COME FARE

La riflessione per questo articolo è nata ascoltando un podcast dedicato a chi cerca lavoro.
Anna Maria Anelli ha realizzato 6 puntate dedicate a chi deve comunicarsi sul lavoro e non sa come spiegare, argomentare, scrivere scelte difficili, situazioni di difficoltà, fallimenti, paure…
Si intitola Le Parole per Farlo e potete ascoltarlo su Storytel, il primo mese di ascolto è gratuito quindi non dovrete spendere un euro per fare vostra questa preziosa raccolta di interviste che vi aiuterà a trovare le parole e a capire come si può comunicare qualcosa che, a prima vista, è più simile a una macchia di sugo sulla camicia bianca che a una cravatta dal nodo perfetto (registrati qui).


Però io consiglio questo ascolto anche a chi fa selezione (da volerli quasi obbligare), a chi assume, a chi cerca e valuta collaboratori perché non basta che i candidati imparino a scegliere le parole giuste se chi legge e ascolta usa criteri vecchi.

Le Parole Per Farlo – Anna Maria Anelli – Storytel

Il podcast di Anna Maria oltre ad aiutarvi vi emozionerà per la forza, il garbo e la profondità con cui tratta tematiche molto delicate e a tratti dolorose ma vive e reali.
Ascoltarla significherà prima o poi immedesimarsi in una delle storie che si susseguono, sentirne il carico emotivo e scoprire che c’è un modo per non escluderle dal proprio racconto professionale.
Le sue interviste vi infonderanno una consapevolezza nuova, quella del “si può!”.
Si può dire. Si può fare. Si può cambiare.
Con le parole.
È un regalo quello che vi farete, garantito al limone.

Piccolo spazio pubblicità: ho aperto un canale Telegram per VOI

Se poi vorrete approfondire più in concreto le tematiche sopracitate io vi suggerisco in modo assolutamente autoreferenziale il mio canale Telegram, fresco fresco di nuova apertura: ho deciso di creare uno spazio dove condividere suggerimenti, stimoli, buone pratiche e indicazioni a chi vuole comunicarsi meglio per e sul lavoro. Un contenitore di note vocali che possono farvi compagni la mattina quando andate al lavoro e che hanno lo scopo di parlare di comunicazione personale (personal branding) ai non addetti ai lavori. Lo trovi qui o cercando Personal HR.

Buon ascolto.