Una sana dipendenza dal lavoro è possibile?

In questi giorni ho riflettuto sulle mie “dipendenze”.
Non l’ho ammessa subito ma mi sono resa conto pensandoci, che il lavoro è una di questa.
Ora chiariamo subito una cosa: io sono felice quando arriva il venerdì, mi piace se le feste comandate creano dei ponti, sono contenta di andare in ferie e quando la domenica vado in montagna non controllo la mail (anzi, metto il cellulare in modalità aereo per qualche ora).
E ribadisco anche un altro concetto fondamentale: non lavoro per la gloria e nemmeno per la pace nel mondo, lavoro per portare a casa la pagnotta, il salame e possibilmente pure il dessert.

Eppure non potrei fare a meno di lavorare.
Non solo perchè come madre a tempo pieno non mi ci vedo proprio, ma perchè sono convinta che quello che imparo lavorando, quello che mi porto a casa sul piano personale, umano e professionale (ovviamente) non è “reperibile” in altri contesti.

Passioni ne ho, forse anche troppe.
E mi arricchiscono.
Persone ne conosco.
Sono uno stimolo continuo.
Ma nel lavoro mi metto in gioco in modo diverso, chiamando in causa ciò che sono e ciò che mi piace fare, ma anche ciò che posso diventare, le cose che non amo fare (ma che devo e devo fare bene) e aspetti di me non conosco e che non conoscerei se non fossi obbligata a farlo.
Quando vado in montagna ci vado con persone con cui condivido questo amore, anzi di più: scelgo gli amici che vanno in montagna con il mio stesso stile, perchè è un piacere e non sono disponibile a troppi compromessi quando faccio una cosa che mi piace.
Nel lavoro non funziona sempre così, scelgo fino a un certo punto e non posso seguire sempre e solo il mio punto di vista.

E non voglio cadere nel banale del tipo:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita
(Confucio)

Io ho scelto e amo il mio lavoro ma la sera sono stanca e non mi diverto quando devo stare al computer dopo cena.

Mi dissocio anche da questa:

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità.
(Thomas Jefferson)

Un po’ perchè la tranquillità mi dà noia, un po’ perché mai limiterei le fonti della mia felicità al solo lavoro, non scherziamo dai!?!

Io sono invece una sostenitrice del buon Aristotele:

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

E tempo libero è inteso in senso ampio.
Resto anche fermamente convinta che

Il lavoro (può) nobilita(re) l’uomo.
(Charles Darwin rivisitato)

E soprattutto che

La cosa più importante di tutta la vita è la scelta di un lavoro, ed è affidata al caso.
(Blaise Pascal)

Questa è la cosa che mi dispiace di più.
Vedere che in molti considerano ancora il lavoro un “male necessario” e dedicano pochissima attenzione a fare (o almeno tentare) delle scelte oculate, a conoscersi per capire a cosa sono più portati, a studiare (per quanto possibile) in vista di una professione più qualificante.
So bene che non è scontato e nemmeno facile.
Credo però che sia opportuno dedicare sempre più tempo e spazio durante il percorso scolastico ed educativo a veicolare un concetto di lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti.
E dobbiamo farlo noi genitori in primis, la scuola subito dopo.
Io sono cresciuta con un padre dipendente pubblico e una mamma un po’ casalinga e un po’ signora delle pulizie: se non avessi conosciuto il mio primo datore di lavoro dubito che avrei mai sviluppato un vero coinvolgimento per il lavoro.
E mi sarei persa tante belle cose.

Non ho una dipendenza dal lavoro, ma dal tipo di stimoli e di opportunità (non solo professionali) che mi offre, quello sì.
Io le ho trovate lì.
Non escludo che si possano reperire altrove, credo però che sia uno spreco continuare a riporre la vita lavorativa dentro la casella delle “cose che devo fare ma senza sarei decisamente più felice!”
È proprio vero?

Mio papà, a due anni dalla pensione probabilmente sì.
Ma se hai tra i 20 e i 50’anni io ho qualche dubbio.

Poi c’è anche chi pensa che…

Il lavoro è il rifugio di quelli che non hanno nient’altro di meglio da fare.
(Oscar Wilde)

Ma la maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere e di “avere di meglio da fare”, quindi tanto vale viverla il meglio che si può questa necessità.
Senza moralismi o buonismi, è un puro dato di fatto!

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Stacca, e affila la lama (a prescindere dal dove la userai)

Inizio con una storiella (non mia)…

Due taglialegna lavoravano nello stesso bosco.
I tronchi degli alberi erano davvero enormi, forti e solidi.
I due boscaioli utilizzavano le loro seghe con la stessa abilità ma con una tecnica differente:

  • il primo tagliava i tronchi con una perseveranza incredibile, senza mai fermarsi in tutta la giornata,
  • l’altro invece ogni tanto si fermava per riposarsi.

Verso sera, il primo taglialegna era riuscito a tagliare in tutto 10 alberi.
Aveva lavorato con impegno, era esausto e ormai non gli rimanevano forze per tagliare neanche un albero in più.
Il secondo invece continuava a lavorare  e gli mancava solo un albero per raggiungere i 100.
Entrambi avevano iniziato nello stesso momento e i tronchi da tagliare erano tutti delle stesse caratteristiche.
Un po’ incredulo il primo taglialegna si avvicinò all’altro e gli chiese:
“Non capisco! Come hai fatto a tagliare così tanti alberi se ti sei fermato molto più di me?”
E l’altro rispose:
“Caro amico, mi hai osservato bene. É vero, mi sono fermato ogni ora però non ti sei accorto che durante ogni pausa ne ho approfittato per affilare la lama della mia sega”.

ABBIAMO AFFILATO LA LAMA

Giovedì scorso il nostro team si è preso un’intera giornata per “affilare la lama della sega”. Ce ne siamo andati in un agriturismo ben isolato, Il Maggiociondolo (consigliatissimo peraltro), ci siamo sconnessi con la quotidianità e abbiamo ripreso in mano del materiale elaborato due anni fa, per valutare il percorso fatto.
In quell’occasione avevamo definito valori, obiettivi, strategie, possibili ostacoli alla crescita del nostro modello organizzativo e del business stesso.
Avevamo costruito la sega insomma.

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Giovedì scorso ci siamo confrontati a fondo, come gruppo e come singoli.
Utilizzando metodologie impegnative ma efficaci.
Abbiamo mangiato bene, cucinando noi.
Abbiamo bevuto anche meglio (lavoriamo molto nel settore vitivinicolo, non potemmo mai essere astemi).
Abbiamo iniziato a prospettare il futuro, con la libertà che caratterizza da sempre il nostro ecosistema lavorativo (siamo tutti liberi professionisti, liberi di fatto!).
A fine giornata siamo ripartiti un po’ stanchi, scombussolati ma più uniti e motivati di quando eravamo arrivati.collage-competenze-in-rete

SUL PERDER TEMPO…

Qualcuno potrebbe dire che abbiamo perso tempo: una giornata fatturabile volata via, a dirla nel nostro gergo.
Ma non è così.
Non si perde tempo quando la sosta serve a centrare e condivide valori, obiettivi, strategie e ambizioni.
Il rischio, facendo il contrario, è di sbagliare strada, cannare la strategia, mancare il bersaglio o peggio ancora, essere così stanchi da non aver più voglia di andare avanti.
Questo sì che sarebbe perder tempo!

Vale nella vita di ciascuno, a prescindere dalla sfera professionale.
Fermarsi e fare il punto, ma anche prendersi cura di se stessi: non come a capodanno che si fa un approssimativo bilancio degli ultimi 12 mesi, si stila una lista di buoni propositi che resterà incompiuta e ci si abbuffa di lenticchie e panettone!aqhqkwqf7bzylqaaaviuyjriclpqceur7v71qxvi-5uwpqdlggqvkdrfbaw4segdbxqjkc2u4fatpy6ajzdm9nkozclipvs6fix0pr2atevnn4lyalufgf2iz6htxra0sb2cywxbhlkbit38_kpepjxuadn8rykifrhjq6xmiprott3t-8nlmkl0cqdda4gvj-cpgppw
Parlo di quei momenti sacri e spesso non pianificati che ci servono a trovare il senso di quello che facciamo o a interpretare il cambiamento che stiamo attraversando.
Talvolta proprio quando meditiamo di cambiare lavoro, ma non necessariamente.

Nel lavoro, all’interno delle aziende è la stessa cosa.
Il modus operandi tipicamente veneto “lavora a testa bassa e avanti sempre” ha funzionato (più o meno) per un po’. In tempi in cui l’economia e il mercato accoglievano questo approccio con i paraocchi.
Oggi (per fortuna) non funziona più.
Non serve stare a testa bassa e basta.
Lavorare e far lavorare i propri collaboratori spremendoli al massimo non porterà le aziende “fuori della crisi”.
L’impegno serve ma non è sufficiente.
Affilare la motivazione, questa è la prima regola.
Sì lo so, sembrano parole scontate, l’ABC della buona gestione manageriale giusto?
Ma in quanti dirigenti/imprenditori lo fanno davvero?

E in fondo, a ben guardare, quante persone lo fanno per se stesse, per la propria vita privata?

Tu lo fai? Ti fermi per affilare la lama?

Vuoi crescere sul lavoro? Trova un buon mentore e…

Ieri è uscita una mia intervista sul blog di Valentina Crociani, ripercorre un po’ della mia storia professionale.
A rileggerla mi ha fatto uno strano effetto: ne è passata di acqua sotto i ponti!

Valentina mi ha chiesto di dare un consiglio a chi vorrebbe intraprendere la mia stessa professione di recruiter.
Vi copio la risposta:

“I preconcetti in questo lavoro non aiutano, neanche quelli veri! Le persone ti stupiranno sempre.
Inoltre, se incontri un buon mentore non mollarlo: io sono stata fortunata, ho trovato chi ha creduto in me e mi ha aiutata a crescere, dalla gavetta fino a qui. Il più bel regalo che ti può fare il mondo del lavoro è quello di farti incontrare qualcuno così. Quando lo si trova bisogna fidarsi e imparare quanto più possibile.”

LASCIATI STUPIRE E AVRAI BELLE SORPRESE

Il tema delle persone che ti stupiscono si spiega da solo (e l’esperienza poi ti insegna tutto quello che non riesci nemmeno a immaginare). E quindi no, nessun pregiudizio perché alla fin fine in questo mestiere è davvero importante riuscire ad accogliere, a capire, a cambiare opinione, a non farsi condizionare (troppo) dai pregiudizi e provare a mettersi nei panni altrui.
Che non significa non imparare dal passato e non avere dei paletti con cui interpretare il comportamento delle persone, in fondo siamo chiamati a fare un po’ anche questo, vuol dire però mantenere sempre un atteggiamento aperto e concedere il beneficio del dubbio.
E poi verificare!
Provare ad andare oltre a cosa faremmo noi, ragionare con la testa del candidato (entro i limiti del buon senso, ça va sans dire).
E no, non va sempre bene, ma quando succede ne vale la pena!

UN MENTORE È PER SEMPRE

Il tema del mentore mi sta ancora più a cuore: io sono fortunata, anzi di più!
Andrea Pozzan mi ha assunta come segretaria e mi ha fatta crescere con pazienza e fiducia.
Parecchio di entrambe.
Sono 15 anni esatti che ho fatto quel colloquio con lui.
Dovevo ancora laurearmi e non avevo idea di cosa si occupasse uno studio di ricerca e selezione del personale, lo ammetto.
Ricordo benissimo il tempo che dedicava a spiegarmi gli incarichi che seguiva, mi raccontava degli incontri in azienda, mi introduceva alle varie funzioni aziendali, mi illustrava i ruoli, i rapporti gerarchici, l’organizzazione delle società che seguiva, le dinamiche produttive, i processi decisionali, la valutazione di un CV e poi anche quella delle persone a colloquio.
Mi ha condiviso il suo mondo e per me è stato entrare in universo sconosciuto.
Io in fondo ero solo la segretaria e a quel tempo le mie ambizioni non erano votate al lavoro.
Lui mi ha trasmesso anche l’”amore” per questo lavoro, anzi, più in generale mi ha dimostrato il valore di impegnarsi con il desiderio di svolgere al meglio il proprio compito e di farlo per le persone (aziende e candidati), non solo per lo stipendio fine mese intendo.
Per me, figlia di uno statale per cui il lavoro era (ed è) un male necessario, è stata una vera rivelazione.
Mi ha anche rimproverata, mi ha ripresa, mi ha corretta, mi ha messa alla prova, mi ha forzata e mi ha permesso di volare da sola.
Ha rischiato insomma, alla grande.
Io l’ho seguito, l’ho osservato, l’ho ascoltato, mi sono fidata, non ho mai pensato che non avesse più niente da insegnarmi.
Neanche quando ho lasciato il suo studio per andare a lavorare in azienda.
Nemmeno adesso che lavoriamo di nuovo insieme e io sono una libera professionista con 15 anni di esperienza alle spalle.

La mia fortuna più grande è stata incontrarlo.
Il mio merito più grande invece capire che avevo davanti una persona in grado di insegnarmi tanto.

In questo lavoro, che non c’è nessun master in grado di formarti davvero alla pratica, trovare chi ti permette di fare un buon apprendistato è fondamentale.
Pena fare tanta, tanta fatica (e tantissimi stage!).
In questo e in tanti altri lavori: se trovi un buon mentore non fartelo scappare e impara più che puoi. Più dei libri le persone fanno la differenza nel percorso professionale di ciascuno.

E ricorda che un mentore è una cosa diversa da un leader: è fondamentale questa differenza!

L’APPRENDISTATO NON FINISCE MAI

Io non sarò mai un mentore.
Non ne ho le qualità personali, pazienza ed empatia le esaurisce mio figlio e ho una inclinazione naturale al lavoro in autonomia.
Lo so e non mi sforzo di essere diversa da quella che sono anche se mi impegno per diventare sempre più collaborativa.

Però ho imparato a imparare.
Ho imparato a scovare gli insegnamenti ovunque.
So di essere brava nel mio lavoro e di aver raggiunto una certa seniority, ma una parte di me si considera in continuo apprendistato.
Non solo quando affronto progetti nuovi come ora che collaboro con Annamaria Anelli e ho trovato in lei un’altra splendida insegnante di professionalità, ma anche quando svolgo il mio lavoro quotidiano e mi confronto con Sofia, che è contrattualmente un’apprendista o seguo un incarico a quattro mani con Cristina, o domando un consiglio ad Alice. Quando vado in azienda e incontro manager e imprenditori, quando parlo con le persone a colloquio…
Facendo attenzione si scoprono insegnamenti sparsi qua e là sul nostro cammino come le briciole di Polliccino.
A volte non li vediamo perchè cerchiamo l’ufficialità, rincorriamo l’attestato, il titolo, il master… che va benissimo, ci mancherebbe. Formarsi è ESSENZIALE.
Pensare di formarsi solo in alcune fasi della propria vita e solo attraverso alcuni specifici canali è un errore.
Come lo è pensare che basti la seniority a renderci dei buoni formatori, tutor o mentori.

L’apprendistato non finisce mai.
Servono:
1- la fortuna di incontrare (e riconoscere) persone competenti e diverse da noi,
2- la disponibilità a cambiare punto di vista,
3- il coraggio di uscire dall’area di confort,
4- nessuna vergogna di sbagliare o chiedere

Tira fuori la testa dal tu lavoro per fare meglio il tuo lavoro

: Ora ti spiego perché partecipo a eventi che nulla hanno a che fare con il mio lavoro e perché ritengo che sia una cosa decisamente intelligente ma soprattutto strategica per il mio lavoro.
E potrebbe esserlo anche per il tuo!

Questa è la big picture del post (grazie Annamaria, grazie!), a cui aggiungo che in questo post mi rivolgo un po’ più ai freelance e ai liberi professionisti, ma sono convinta che possa essere una lettura utile anche per manager e imprenditori.

Sabato ho partecipato al FreelanceDay2016. Ho partecipato e ho anche fatto da relatrice.

Il giorno prima ero a un convegno di psicologi, lì ho solo ascoltato. A settembre ero al Freelacecamp, vi partecipo dalla prima edizione. A maggio ho partecipato a un corso di Grafica per non grafici, lo scorso inverno invece due corsi sulla scrittura e uno di blogging tra poche settimane. E poi ci sono gli articoli che scrivo sul blog, i post sui social e la collaborazione (volontaria) con C+B.

Io lo so, qualcuno mi guarda e pensa “lei in fondo fa tutto questo per divertirsi, perché è una “gialla” piuttosto egocentrica!” (quella dei colori te la spiego sul blog).

Certo che mi diverto, è spesso piacevole, incontro persone, rivedo amici, mi faccio nuovi amici, come si suol dire: allargo il network. E mangio sempre cose buone!

Ma mi sbatto pure, costruisco gli interventi, rubo tempo fatturabile e diversi dopo-cena per prepararmi, investo i miei weekend, pago per i corsi, rinuncio a stare con la mia famiglia, mi prendo regolarmente il raffreddore in treno, evito corsi ed altri eventi nel mondo food (una delle mie passioni da sempre) e via dicendo…

Perché? Per lavoro! PER MIGLIORARE IL MIO LAVORO (con la piacevole conseguenza che ne guadagna anche la mia vita personale!)

E perché non ti fai un bel master in Risorse Umane o un corso specialistico in Recruiting?

Te lo spiego subito: ho 38 anni, mi occupo di ricerca, selezione e formazione del personale da ormai 15. Questo non mi rende la massima esperta in materia ma non sono più una ragazzina che deve apprendere un mestiere, credo sia arrivato il momento di allargare più che approfondire. Anche perchè, il futuro di chi si mette in proprio si costruisce giorno dopo giorno in assenza di certezze se non quella che non puoi mai mollare, che non puoi mai dare niente per scontato (es. “saperne di comunicazione non mi servirà mai perchè io intervisto persone!” BALLE!!).

Sono anche convinta che in questo momento storico per lavorare bene servono 3 cose:

  • ottime competenze specialistiche, perché è questo che chiede il mercato: chi paga vuole ottenere il meglio, e non è stracciando i prezzi che ci si rende più credibili professionalmente, questo mi pare chiaro e lo diamo per assodato;
  • adeguate competenze trasversali: se non sai comunicare, negoziare, stendere un contratto, promuovere la tua attività, reclutare collaboratori, lavorare insieme agli altri, scrivere in modo efficace, ecc… alla lunga avrai qualche difficoltà. O più semplicemente, potresti trovarti impreparato di fronte a eventuali difficoltà così come davanti a nuove opportunità (e non so quale delle due sia peggio!). Ma forse la cosa peggiore è che le difficoltà arrivano, anche se non fai niente per cercarle, mentre le opportunità no, quelle aspettano buone buone che le si vada a cercare, sono furbe loro! 😉
  • la capacità di farsi contaminare e di mettersi sempre in discussione: ragionare out of the box, uscire dal guscio anche quando pensi che il tuo sia un ottimo guscio, e provare a confrontarsi con mondi che non ti appartengono, che non hanno niente a che fare con il tuo lavoro e che, proprio per questo, sono in grado di arricchirlo. Io non posso cambiare gli occhi con cui guardo il mio lavoro da 15 anni e rischio di non vederne i limiti ma nemmeno le possibilità di evoluzione: è più facile (ed è più piacevole) che lo facciano occhi diversi dai miei.

E quindi ecco perché io partecipo a eventi e corsi che APPARENTEMENTE non c’entrano niente con il mio lavoro:

  • perché imparo cose che mi permettono di lavorare meglio come recruiter, come consulente e come libera professionista e che mi aiutano nello sviluppo del progetto professionale a cui collaboro, Competenze in Rete
  • perché a volte torno a casa con soluzioni insperate e inaspettate a problemi su cui mi arrovellavo da tempo
  • perché sviluppo il mio network, conosco professionisti in gamba e trovo potenziali collaboratori per nuovi progetti di lavoro
  • perché costruisco e arricchisco la mia reputazione professionale, che come dice Enrica Crivello: è un’attività importante, faticosa e non delegabile!
  • perché curo e allargo la mia rete di amicizie, AMICI veri, mica conoscenti, e se non è un guadagno questo non so come altro chiamarlo
  • perché non voglio continuare a fare colloqui di selezione per i prossimi 30 anni, non solo quelli quantomeno! ma non succederà mai niente di diverso se continuerò ogni giorno lavorativo a tenere la testa bassa sulle ricerche e ad andar per monti nei weekend.
  • e anche perché voglio essere un po’ felice ogni giorno, non solo alla fine. Gustarmi il viaggio e arricchirlo di situazioni piacevoli.

Scrivere mail, costruire relazioni… un libro che aiuta a farsi scegliere

La scorsa estate ho letto alcuni libri utili per lavorare meglio, erano 4 e di 3 ne parlai in questo post.
Lasciai in sospeso il quarto libro, volevo dedicargli uno spazio tutto suo perchè secondo me a differenza degli altri che forse si rivolgevano a un target specifico di persone, questo DEVI LEGGERLO QUALSIASI COSA/LAVORO TU FACCIA.

Il libro l’ha scritto la mia guru della scrittura per lavoro, Annamaria Anelli, e s’intitola SCRIVERE MAIL, COSTRUIRE RELAZIONI – tecniche per non finire nel cestino, edito Zandegù.

Penserai che questo ebook parli solo di email, in realtà questa lettura ti farà cambiare il modo in cui ti approccerai a qualsiasi comunicazione scritta e probabilmente ti farà nascere il desiderio di approfondire.

Annamaria afferma:

Secondo me le parole possono cambiare il mondo e quelle scritte ancora di più. Credo che non esistano parole vuote o neutre, tutto dipende da come le usiamo. Da ogni singola parola che usi passa come sei tu.
Da ogni singola parola che usi passa cosa pensi degli altri.
Da ogni singola parola che usi dipende il successo o meno di una relazione (di lavoro, di amicizia, di amore).

Se questo non ti ha ancora convinto a leggere il libro allora prosegui in questo post, che ti spiego meglio a chi si rivolge (anche a te!).

Annamaria nel libro è molto chiara, il libro ti sarà utile se:

  • sei un freelance con l’esigenza di procacciarti nuovi clienti dando importanza alle parole che usi;
  • sei un dipendente e vuoi migliorare l’efficacia di ciò che scrivi;
  • hai dei collaboratori e vuoi metter mano alla comunicazione scritta, sia interna al gruppo, sia verso il cliente;
  • sei un’azienda con l’intenzione di usare le risposte che dai ai clienti insoddisfatti non solo come mezzo per riconquistare la loro fiducia, ma anche per trasformarli in fan che non ti lasceranno mai più e continueranno a comprare da te.”

Io aggiungo, leggi questo ebook se desideri:

  • rendere più incisive le mail che invii per proporre la tua candidatura a un’azienda
  • trasformare la mail da strumento di lavoro ad alleato delle tue relazioni professionali (e non)
  • imparare a diventare più efficiente nelle comunicazioni scritte
  • scoprire i più importanti e comuni errori che si è soliti fare scrivendo e liberarsene per sempre!

E aggiungo anche altre considerazioni, da recruiter:

  • Ci sono volte in cui vorrei chiudere la mail ancora prima di aprile il CV in allegato! Mi succede davanti ai cosidetti muri di parole, o quando la persona che mi scrive non mi scrive niente, manco la firma, oppure al contrario quando chi si candida riassume con esagerati dettagli la sua esperienza nel testo della mail senza riuscire a farmi capire perchè dovrei incontrarlo/a, o quando ancora trovo intestazioni errate, copia-incollate da mail destinate ad altri, e potrei proseguire a lungo…
  • Capita invece che io instauri una relazione positiva con alcuni candidati/e già prima di conoscerci di persona, attraverso uno scambio di mail positivo e piacevole.
  • Oppure al contrario: una buona la partenza ma poi la relazione via email pre-colloquio mi scoraggia a proseguire la conoscenza.

Credo che tu abbia capito quanto importante sia utilizzare bene le parole scritte, che proprio in quanto scritte sono soggette a interpretazione da parte di chi legge. E spesso non si sa chi c’è dall’altra parte, ha senso rischiare? Secondo me no!

Inoltre sappi che il libro oltre che utile è piacevolissimo da leggere, non solo perchè Annamaria conosce le regole e i trucchi del mestiere ma perchè lei è una maestra della relazione prima che della scrittura, è una persona straordinaria oltre che una grande professionista (per questo io consiglio molto anche i suoi corsi di scrittura e no, questo non è un post sponsorizzato, scrivo solo quello che penso e quello che ho testato personalmente).
Infine chiudo con un ultimo estratto dal libro, la sintesi di ciò che vi troverai dentro.
Dalle parole di Annamaria:
1. Fuffa free: ti metto in guardia dall’usare paroloni altisonanti, formule vuote e termini buro- cratici.
2. Consigli per scrivere chiaro: ricapitolo alcuni consigli per scrivere in maniera semplice, chiara e precisa.
Pausa riscritture 1: un po’ di «prima e dopo la cura» per capire quanto lavoro c’è sotto.
 (cioè esempi pratici e concreti perchè oltre alla teoria c’è anche la pratica – questo è un inciso di Roberta)
3. Consigli per scrivere in maniera visiva: ti chiedo di progettare l’email anche dal punto di vista visivo; offri a chi ti legge percorsi di lettura, suggerimenti, ancoraggi.
4. Saluti e baci: ti spingo a scrivere l’inizio e la fine delle email con tutta la cura che puoi.
5. Dire no che sembrano sì: ti chiedo di allenarti per diventare consapevole che alcune parole rimangono sullo stomaco di chi le legge (o le ascolta).
6. Disinnescare il conflitto: ti supplico di ridurre l’uso degli avverbi modali, che sono quelli che terminano in –mente.
7. Email di presentazione: ti do alcuni consigli su come scrivere una email per presentare te, la tua attività o un tuo prodotto (più un approfondimento sulla presentazione del proprio CV).
8. Risposte in canna: ti suggerisco di prepararti delle risposte standard da mandare ai clienti quando, ad esempio, devi dire un no, o anche solo in risposta alle email che ricevi durante le vacanze.
9. Preventivi senza risposta e consulenze travestite: ti chiedo di usare il telefono, se il
preventivo che hai mandato non riceve risposta, e di parlare chiaro a chi ti chiede una consulenza tra- vestendola da consiglio veloce.
Un po’ di motivazione (alla riscrittura): ti spiego che scrivere è, prima di tutto, imparare a riscrivere. Cose noiose, lunghe e contorte.
Pausa riscritture 2: un po’ di «prima e dopo la cura» per capire quanto lavoro c’è sotto. Conclusioni: le affido a Roberto Benigni e, credimi, ne vale la pena.

E IO SOTTOSCRIVO, NE VALE LA PENA!!

FREELANCECAMP 2016, QUELLO CHE NON VI SIETE NECESSARIAMENTE PERSI

In questo post troverete contenuti multimediali ad alto impatto emotivo e professionale, io ve lo dico subito così decidete subito se proseguire l’avventura o andare a prendere l’aperitivo.

Lo scorso weekend ho partecipato come ogni anno ai tre giorni del Freelancecamp, se non sapete cos’è guardate qui.
Questo post non vuole convincervi a partecipare, non ce n’è bisogno, facciamo il tutto esaurito a ogni edizione, se però se vi interessa conoscere la data del 2017 sbirciate di qua.

Oggi qui voglio farvi un regalo, perchè dal freelancecamp si torna sempre un po’ più buoni e perchè c’è speranza anche per chi non c’è stato.
Ma prima concedetemi due brevi riflessioni (sintetiche, lo giuro).
Qualcuno mi ha fatto una domanda prima che io partissi, il concetto era più o meno questo:

perchè ti interessa questo evento così distante dal tuo mondo lavorativo? un evento al quale partecipi fin dalla prima edizione ha ancora qualcosa da dirti o ci vai per bere mojito in spiaggia insieme a bella gente?

Allora, andiamo con ordine: al mojito e alla belle gente non si dice mai di no. E questo vorrei che fosse messo per iscritto anche se il mojito a me non piace.
Professionalmente invece io mi porto sempre a casa qualcosa di valore per il mio lavoro, sia per i contenuti che caratterizzano l’evento, sia per le relazioni che instauro.
Ma la cosa davvero preziosa che mi offre questo camp dove lo ammetto, in tanti si occupano di digital-qualcosa, è la possibilità di “uscire dal tubo”, di toccare un altro pezzo di mondo professionale, di farmi stupire da chi si organizza in modo diverso dal mio, di scoprire professionalità nuove (e pure qualche app interessante) e di respirare altro.
Di andare oltre.
OLTRE, questa è la parola: siamo così abituati a ciò che conosciamo e che viviamo che abbiamo smesso di esplorare.
Al freelanccamp io esploro e mi lascio coinvolgere da linguaggi e modalità nuove, che di aziendale hanno poco ma che brillano e si distinguono per il livello di professionalità.
Uscire dal tubo è un consiglio che mi sento di dare a tutti: utili i convegni e la formazione di settore, ma resterete stupiti da quanto potrete apprendere guardando oltre.

E sì, lo confesso, sono presente fin dalla prima edizione, quella del 2012.
Ma mi stupisco ancora.
Quest’anno a stupirmi è stato il vedere che i freelance stanno crescendo.
Stanno diventando grandi.
Non in termini di capacità tecniche o di atteggiamento professionale, ma nel modo in cui guardano al proprio futuro lavorativo, ai nuovi orizzonti che si stanno ponendo.
Finalmente, per la prima volta dal 2012, quest’anno è emerso forte il desiderio di creare un ponte professionale tra freelance e aziende.
Non ci si accontenta più di lavorare per il negozio dell’amico, per la start-up del cugino, per l’albergo del paese… oggi i freelance guardano (anche) alle aziende, pure a quelle grandi e strutturate, sapendo di avere qualcosa di utile da mettere in campo.
E non mancano le organizzazioni che iniziano a considerare i freelance una risorsa preziosa e strategica.
Quindi sì, questo evento mi stupisce ancora, mi appassiona e mi insegna tanto.

Ora, siccome spero di aver creato un po’ di curiosità, ho selezionato alcuni speech che secondo me dovreste guardare, che siate o meno freelance.

Le mail le scriviamo tutti vero? Annamaria Anelli (la mia, e non solo mia, guru di scrittura professionale) ci spiega quali sono le parole che non dovremmo mai usare e come correggere quelle formule che indispongono chi ci legge.

Nic Bonora va guardato sulla fiducia per la simpatia e poi perchè ci parla di un tema caro a molti: il fallimento. Qualsiasi lavoro facciamo l’argomento è condivisibile, ma raccontato così non l’avete mai sentito.

Se vuoi lavorare con l’azienda lavori con le regole dell’azienda caro freelance, Francesco Fullone da buon imprenditore ha portato il punto di vista dell’altra parte della barricata. Oro colato.

Francesca Manicardi invece è una traduttrice e insegnante di lingua, splendida a dare indicazioni di fonetica e di pronuncia inglese, ha appassionato anche me che con l’inglese ci litigo parecchio.

Osvaldo Danzi, è un grande professionista del recruiting e della formazione, a fare la presuntuosa direi che è un collega. E il suo intervento è stato tra quelli che ho apprezzato di più, così come mi ha fatto tanto piacere conoscerlo (adesso devo solo convincerlo a dire curricula).

Il project management (o quantomeno alcuni strumenti del PM) spiegato in semplice da Nadia Panato ha conquistato tutti, perchè a volte basta solo un po’ di metodo, non serve scaricare mille app per tenere sotto controllo quello che si fa. E misurare, mi raccomando!

E infine, state valutando di diventare freelance? non perdetevi l’intervento di Elisa Marras di ACTA in Rete, ha spiegato il nuovo regime agevolato, e vi assicuro che dipana non pochi dubbi.

Questa è solo una piccola selezione del tanto che ho ascoltato. Tutte le foto ufficiali le trovate su flickr.
Se vi interessa nel mio blog personale trovate invece quelli che io reputo gli interventi utili a prescindere, quelli che apprezzano anche le persone che non fanno un lavoro retribuito, li trovate qui.

Laureandi, attenzione a queste due insidie

Scrivo questo post di getto perchè voglio mettere allo scoperto due insidie travestite da principesse che minano il percorso professionale di molti laureandi/laureati.

Si tratta di due pericoli dall’aspetto completamente differente, direi quasi opposti tra loro, ma ugualmente traditori.

Vado subito al dunque:

INSIDIA 1: NON HO MAI LAVORATO DURANTE L’UNIVERSITA’ PERCHÈ I MIEI GENITORI MI HANNO DETTO DI CONCENTRARMI SUGLI STUDI E DI NON PENSARE AD ALTRO.

Voi vi siete sentiti davvero fortunati e vi siete goduti uno dei più bei periodi della vostra vita fino a quando…
Fino a quando il mondo del lavoro, che vi assicuro non assomiglia per niente a un campus universitario, non vi stenderà al primo round perchè i vostri guantoni saranno gonfi solo di teoria ma sul ring, la teoria spesso e volentieri non basta. E vi dico di più: dopo aver festeggiato a dovere i successi scolastici (perchè se avete pensato solo a studiare io mi auguro che voi siate usciti con il massimo dei voti!), più di qualcuno di voi non avrà la più pallida idea di COSA VUOLE FARE perchè non si è mai sperimentato in un contesto professionale.
Non fraintendetemi, non vi sto dicendo che durante l’università dovete cercare e iniziare il lavoro che vorrete fare dopo la laurea, vi suggerisco di confrontarvi con l’esperienza lavorativa in generale, anche se completamente diversa dalle vostre ambizioni di carriera. Vi servirà a conoscere meglio voi stessi e vi preparerà al dopo.
Sfruttate questi anni in cui potete organizzarvi con maggiore libertà per inserire nel vostro piano studi anche un po’ di attività sul campo. Certo, ci sono gli stage direte voi, ma se lavorerete per mantenervi gli studi vi assicuro che la cosa avrà un sapore e un valore tutto diverso.
Dovrete cercarvelo quel lavoro, conciliarlo con gli impegni accademici, cambiarlo all’occorrenza, ecc…
Lavorare come cameriere, come hostess nelle fiere, come  aiuto parrucchiera o anche come lavapiatti vi permetterà di imparare tanto su di voi e su “come funzionate”, su come affrontate le situazioni, su quali compiti vi risultano più naturali di altri, ecc… , vi permetterà di sperimentare alcune dinamiche comuni a qualsiasi ruolo professionale e non vi farà trovare completamente spaesati quando, ancora odoranti di alloro, vi accingerete a muovere i primi passi della vostra carriera.

ps: se ne avrete la possibilità metteteci dentro anche un’esperienza all’estero (ve lo dice una che non l’ha fatta e si è tanto pentita).

ps2: se siete genitori e state leggendo questo post non sognatevi mai di fare un regalo di questo tipo ai vostri figli, non è un vero aiuto!

ps3: se per lavorare come cameriere nei weekend impiegherete 15 anni a laurearvi c’è qualche problema.

INSIDIA 2:
OPZIONE A) HO TROVATO UN LAVORO A TEMPO PIENO CHE MI PIACE TANTO, CONCLUDERO’ (forse) L’UNIVERSITA’ CON CALMA
OPZIONE B): HO TROVATO UN LAVORO A TEMPO PIENO CHE MI PIACE TANTO QUINDI RINUNCIO AGLI STUDI MAGISTRALI CHE AVEVO PIANIFICATO

Vi svelo un segreto: pochissimi, ma davvero pochissimi di quelli che mi raccontano che finiranno l’università lavorando a tempo pieno, poi lo fanno per davvero.
E quei pochissimi fanno una fatica immensa, ma davvero stratosferica.
Vi svelo un altro segreto: tantissime delle persone che non finiscono l’università o che non completano il percorso formativo per favorire il lavoro, dopo qualche anno si mangiano ben più che le unghie per non aver ottenuto quel titolo.
Perchè non è sempre vero che è solo un pezzo di carta. 
Il valore che viene attribuito a una laurea rispetto a un diploma, a una magistrale rispetto a una triennale, in alcuni ambiti, per certi percorsi e per alcune posizioni manageriali è davvero un’altra roba. Roba che l’esperienza sul campo non sempre riesce a sopperire.
È una grande fortuna oggi come oggi trovare un buon lavoro e una buona azienda ma io vi invito a pensare in prospettiva: guardate lontano, spingetevi oltre l’orizzonte perchè è là che vi servirà la vostra laurea, la vostra formazione.
E sì, si può fare tutto nella vita, anche lavorare 10 ore al giorno e prendere due lauree: ma è complicato, dovrete essere pronti a dei grandi sacrifici.
Ammiro profondamente le persone che ci riescono, ma sono rare.

In bocca al lupo a tutti.

Colleghi, la nota acida che porta equilibrio e la storia di un cuore che non si appende

Nel lavoro ci sono momenti sì e ci sono momenti no.
Questo per me è un momento no!

O quantomeno è un momento davvero faticoso.
Sarà che sono stanca (ancora 3 settimane prima delle ferie), sarà che il mercato si sta muovendo in modo strano, sarà che a volte non riesco a dire di no anche se bisognerebbe dire di no, sarà che tanti progettisti meccanici non hanno voglia di cambiare lavoro e gli altri non hanno le competenze specifiche che cercano i miei clienti, sarà che probabilmente c’ho pure Saturno contro… insomma sarà quel che sarà ma quando il lavoro non gira come vorrei, io non sono più la persona simpatica e sorridente che (spero) immaginate, nemmeno quando sono a casa che cucino o fuori a farmi una corsa.

Non ce la faccio proprio a staccare la spina. Non chiudo i pensieri chiudendo la porta dell’ufficio. ON-OFF per me non funziona, sono più o meno stabilmente in ON.

Un mio cliente diceva “Roberta, ho bisogno di persone che, quando la mattina entrando in ufficio appendono il cappotto, non appendano anche il cuore per ripigliarselo la sera quando escono.”

Mi è sempre piaciuta tanto questa cosa del cuore appeso insieme allo spolverino (vanno ancora gli spolverini o è un retaggio della mia veneranda età?).
Io il cuore cerco di tenermelo sempre appresso.
Forse anche per questo sono stanca, forse anche per questo ci sto davvero male quando le cose non vanno. Il distacco insomma non mi appartiene.

E sbaglio! Perchè un po’ di sano distacco non guasta mai. È come l’acidità in cucina: non si può preparare un piatto che non contenga almeno una nota acida, mancherebbe di equilibrio.
Equilibrio, questo sconosciuto!

Fortuna che ci sono loro.

Qualsiasi sia il motivo del mio malcontento, sul lavoro io sono fortunata perchè ci sono loro: sono i miei colleghi (e vabbè che siamo tutto liberi professionisti ma il concetto vale uguale visto che COLLABORIAMO nel senso più puro e alto del termine).
Ci rifletto spesso in questi giorni in cui tirare la carretta è davvero più difficile del solito, (aggiungiamoci un pessimo impianto dell’aria condizionata in ufficio che mi ha mandata all’ospedale con una sinusite + bronchite da ippopotamo), insomma se non ci fossero loro io sarei in grandissima difficoltà.
E invece ci sono.
Dalla A di Alice alla S di Sofia passando per altre lettere dell’alfabeto.

E allora è più facile, sfogarsi ma anche confrontarsi, e trovare insieme un modo diverso di affrontare le situazioni, sia sul pratico che sull’emotivo.

Se c’è una cosa che ha sempre determinato il mio benessere sul lavoro è la componente umana. E oggi più di quando va tutto bene, ne apprezzo il valore che la moneta non può compensare.

Per i razionali (i rossi e i blu secondo Insights Discovery) questo fattore pesa meno.
Per noi che occupiamo la mezza ruota dal lato feeling invece, “con chi lavoriamo” ha più o meno lo stesso peso del “cosa facciamo”.
È così.
Ed è importante saperlo. In anticipo intendo.
Che se capiti nel contesto sbagliato potrai anche aver raggiunto il ruolo a cui tanto ambivi ma non lo vorrai più dopo pochi mesi. E verrai da me o da qualsiasi altro recruiter a dire che “Non è tanto il lavoro ma l’ambiente a demotivarmi, è per questo che cerco qualcos’altro. Un contesto migliore, più collaborativo!”.
E io ti crederò, perchè lo so che è così (io ho lasciato il posto fisso per questo motivo!). Ti crederò fintanto che non mi darai pacco per accettare la controfferta della tua azienda naturalmente (ma non tu, non tu che stai leggendo vero questo post???).

È un post sentimentale questo, lo so, ma ci tenevo a condividere poche e frammentate riflessioni sull’importanza di avere, vicino a un buon lavoro, anche dei buoni colleghi e in generale un contesto lavorativo umanamente salubre.
Vale per chi lavora come dipendente, che ogni giorno passa 8 ore con persone che non ha scelto (a meno che non siate dirigenti che selezionano i propri collaboratori), vale per i freelance o per i liberi professionisti che spesso corrono il problema opposto: la solitudine.

E chiudo dicendovi che l’armonia, per la mia esperienza, vive nella diversità (questa è la nota acida del piatto): non cercate persone uguali a voi, cercate persone aperte al confronto, capaci di condividere, motivate al lavoro. Se poi questi colleghi guardano il mondo da un altro punto di vista rispetto al vostro tanto meglio! Vi offriranno uno spunto di riflessione in più. Vi aiuteranno a trovare un equilibrio proprio perchè sono diversi da voi. Siate distaccati e capirete che la diversità, soprattutto sul lavoro, è ricchezza.

Suggerimento pratico: è vero che potrebbero anche mentirvi, ma in fase di selezione chiedete com’è l’ambiente di lavoro dell’azienda che state valutando. Chiedete il tasso di turnover oppure, meglio ancora, guardate su Linkedin l’anzianità aziendale delle persone che vi lavorano. Fatevi quindi un’idea sull’eployer brading di quella società prima di scegliere abbagliati da un’offerta luccicante.

Ora chiudo davvero e vi auguro buone ferie.
Ci risentiamo a settembre, che in vacanza non si parla di lavoro. 😉

La festa del sasso: cioè un’organizzazione fondata sulle predisposizioni

Che bello sarebbe se al lavoro ciascuno di noi fosse chiamato a usare le proprie predisposizioni. Non parlo solo di capacità tecniche ma di inclinazioni, di comportamenti preferiti, in modo spontaneo, secondo il proprio stile personale.


Per lavoro seguo oltre ai progetti di ricerca e selezione, anche attività di assessment (analisi), il cui obiettivo è quello di capire come e se funzionano le persone tra loro e rispetto al ruolo che ricoprono all’interno dell’azienda: se riescono, all’interno dei compiti loro affidati, a esprimere le loro inclinazioni, a mettere a frutto predisposizioni e attitudini secondo un incastro che valorizza competenze hard e attitudini personali. E come si relazionano con gli altri.
Le sorprese non mancano mai e nemmeno le soddisfazioni, quando riusciamo, con l’aiuto spesso di Insights Discovery, a modificare le situazioni critiche con grande soddisfazione di chi ci ha commissionato l’incarico ma soprattutto dei collaboratori che ne hanno preso parte.

La festa del Sasso si svolge da 13 anni durante la Sagra di Lumignano (ridente località del basso vicentino, sede di una delle più belle e importanti falesie di arrampicata d’Italia).
La festa del Sasso nasce in seno a un gruppo di amanti della montagna e dell’arrampicata per far divertire i bambini.

C’è un sasso, piuttosto imponente, ci sono imbraghi e caschetti per bimbi dai 3 ai 70 anni, c’è la spina della birra e un’affettatrice a servizio dei panini, ci sono le caramelle per i giovani arrampicatori che salgono le vie allestite sul Sasso, ci sono l’altalena e la teleferica, c’è la sabbia per i piccolini, c’è il sole (lo prenotiamo ogni anno!).
E ci siamo noi. Quelli del Sasso. Un gruppo di amici e volontari che organizzano e si auto-organizzano.
Quest’anno è stato un vero successo: sole, divertimento, frotte di bimbi e di genitori (e tra i due i primi vincono sempre 5 a 1 per simpatia e collaborazione), un coordinamento impeccabile nell’amatorialità di 25 persone circa che non si risparmiano.IL SASSO

Ci osservavo.
Siamo tutti molto diversi. E insieme funzioniamo. Ma funzioniamo davvero bene!
Secondo un misterioso ecosistema che si rinnova di anno in anno. È un incastro, un po’ pianificato ma anche molto spontaneo che si fonda sul riconoscimento e sull’accoglienza delle predisposizioni di ciascuno. Con rispetto e libertà.

Per un momento ci ho pensati come una piccola azienda, una temporary business per così dire, anche se di business non abbiamo niente.

Ho osservato i ruoli di ciascuno, siamo intercambiabili ma l’indole porta ciascuno al proprio posto:

  • Silvia è una logistica e un’ottima coordinatrice. Lei gioca perché tutto funzioni al meglio preparando il terreno, gestendo l’organizzazione pre-festa (autorizzazioni, assicurazioni, tabelle di marcia, ecc…). Tanta pazienza e meticolosità nella cura dei dettagli. Durante la festa non si ferma in nessuna postazione, è a servizio di tutti perché tutto funzioni nel migliore dei modi: il problem solving è la sua arte. In un gruppo vi assicuro, è essenziale avere una Silvia, basta solo non abusarne.
  • Mary e Lidia sono alla spina della birra: c’è chi preferisce avere un banco tra sé e gli altri e forzare queste persone su un compito diverso sarebbe controproducente. Non si tratta solo di non conoscere le manovre per far arrampicare i bambini, è una scelta di ruolo e di posizionamento. Chi vuole una birra sa che sarà accompagnata sempre da grande cortesia e da un paio di sorrisi niente male e il gruppo è sereno che la cassa è ben presidiata e che i conti torneranno perfettamente a fine giornata. Riconoscerere e valorizzare l’istanza introversa delle persone non è cosa scontata, ma porta i suoi frutti.
  • Barbara e Isa motivano il gruppo e si occupano di PR (che servono sempre). Loro fanno seguono di tutto durante questi due giorni: dall’attività sui social a quella sull’affettatrice, lavorano per la festa ma soprattutto per il benessere del gruppo. C’è un fattore importante in tutti i team che funzionano bene: è dato da chi riesce a tener sempre alto il morale di tutti. La Barbara e la Isa insomma.
  • Io, Ste, Fra, Fiocca, Michele, Fabio, Marika e qualcun altro siamo il multitasking. Ci alterniamo senza sosta: imbraghiamo i provetti scalatori, facciamo sicura (cioè manovriamo le corde per farli arrampicare), spingiamo l’altalena, prepariamo i tavoloni quando dobbiamo mangiare. Anche nelle organizzazioni sono utili quelle risorse che mettono in campo grande energia, dinamismo e apertura al cambiamento. Non bisogna aspettarsi la cura del dettaglio, la costanza su attività ripetitive, la precisione a ogni costo, no, ma far leva sulla flessibilità e sull’entusiasmo.
  • Marco e Marta sono quelli pazienti: riescono a presidiare le fila di bambini e sanno gestire i genitori (perchè tutto sommato i pargoli sono molto meno esigenti degli adulti), si assicurano di recuperare il materiale da chi ha fatto il proprio giro per permettere a tutti di divertirsi. Sono gentili ma anche molto rigorosi: sono all’inizio della catena del divertimento e mettono le basi perché tutto fili liscio. Sono di quelle persone che, se pur flessibili, quando trovano il loro compito lo presidiano con attenzione e cura dall’inizio alla fine. Li motiva cogliere l’utilità del proprio contributo.
  • A Matteo e Luca piace gestire la carrucola, è l’attrazione più “tecnologica”, c’è dell’ingegneria da presidiare. Peraltro la postazione è leggermente decentrata rispetto alla folla, a loro piace così e ai bambini piacciono loro, che li fanno volare. Precisi, responsabili, attenti alla qualità: standard elevati e cura dei dettagli. Una buona squadra non può mancare di questa istanza per essere equilibrata.
  • Enrico e (l’altro) Matteo danno man forte a chi fa sicura accorrendo in aiuto ai bambini che per qualsiasi motivo non riescono a salire o a scendere. Sono tra i più esperti e danno nozioni di arrampicata direttamente in parete. Sono i veterani della festa, dei veri capisaldi. Hanno lavorato per allestire tutto e sanno muoversi su ogni postazione con grande competenza. Decisi, veloci, istintivi, dei leaders naturalmente eletti. In qualsiasi gruppo servono: abbassano il livello di ansia.
  • E poi c’è il presidente, un altro Matteo ancora. Che non importa in quale postazione sia o se non ci sia addirittura: lui è il nostro presidente. Conosciuto e soprattutto riconosciuto da tutti.

Non ho citato tutti, lo so e non me ne vogliano gli assenti, mi premeva far capire quale tipo di meccanismo naturale ci tiene insieme e ci fa lavorare così bene che in 13 anni non si è verificato mai alcun incidente.
Ci ritroviamo ogni anno con grande entusiasmo, ogni anno accogliamo persone nuove che si integrano seguendo il flusso: quello delle proprie predisposizioni, siamo gialli, rossi, verdi e blu (secondo il modello Insights Discovery).

Sarebbe bello che nelle organizzazioni tutto filasse allo stesso modo ma quello è un mondo più complesso, lo so bene, con peculiarità, obiettivi e tempi totalmente differenti.
Eppure… sempre di persone si tratta, e le persone funzionano più o meno così.

 

La semplicità vince

Un piccolo esercizio di scrittura prendendo spunto (non vogliatemene) da una mail che ricevetti qualche tempo fa. Solo per farvi capire come la semplicità sia più comunicativa e più efficace, sempre e comunque. E per ricordarvi che alla fin fine, dall’altra parte, c’è una persona che legge, una persona come voi: parlate con lei, non con la sua azienda.

Ecco cosa mi scrisse una candidata:

“Buongiorno, vorrei sottoporre alla Vostra attenzione il mio Curriculum Vitae affinché possiate valutare l’interesse ad avere un colloquio con la sottoscritta in merito alla posizione aperta di Contabile.”

Si può dire tutto questo con meno giri di parole e con più carattere, ecco un esempio:

“Buongiorno, le inoltro il mio CV in risposta alla ricerca di una Contabile. Se valuterà le mie competenze adeguate al ruolo, sarò felice di concordare un colloquio.”

Non temete di essere diretti, non cercate la formula complicata da pubblica amministrazione. Scrivete fluido, scrivete SEMPLICE.