Laureandi, attenzione a queste due insidie

Scrivo questo post di getto perchè voglio mettere allo scoperto due insidie travestite da principesse che minano il percorso professionale di molti laureandi/laureati.

Si tratta di due pericoli dall’aspetto completamente differente, direi quasi opposti tra loro, ma ugualmente traditori.

Vado subito al dunque:

INSIDIA 1: NON HO MAI LAVORATO DURANTE L’UNIVERSITA’ PERCHÈ I MIEI GENITORI MI HANNO DETTO DI CONCENTRARMI SUGLI STUDI E DI NON PENSARE AD ALTRO.

Voi vi siete sentiti davvero fortunati e vi siete goduti uno dei più bei periodi della vostra vita fino a quando…
Fino a quando il mondo del lavoro, che vi assicuro non assomiglia per niente a un campus universitario, non vi stenderà al primo round perchè i vostri guantoni saranno gonfi solo di teoria ma sul ring, la teoria spesso e volentieri non basta. E vi dico di più: dopo aver festeggiato a dovere i successi scolastici (perchè se avete pensato solo a studiare io mi auguro che voi siate usciti con il massimo dei voti!), più di qualcuno di voi non avrà la più pallida idea di COSA VUOLE FARE perchè non si è mai sperimentato in un contesto professionale.
Non fraintendetemi, non vi sto dicendo che durante l’università dovete cercare e iniziare il lavoro che vorrete fare dopo la laurea, vi suggerisco di confrontarvi con l’esperienza lavorativa in generale, anche se completamente diversa dalle vostre ambizioni di carriera. Vi servirà a conoscere meglio voi stessi e vi preparerà al dopo.
Sfruttate questi anni in cui potete organizzarvi con maggiore libertà per inserire nel vostro piano studi anche un po’ di attività sul campo. Certo, ci sono gli stage direte voi, ma se lavorerete per mantenervi gli studi vi assicuro che la cosa avrà un sapore e un valore tutto diverso.
Dovrete cercarvelo quel lavoro, conciliarlo con gli impegni accademici, cambiarlo all’occorrenza, ecc…
Lavorare come cameriere, come hostess nelle fiere, come  aiuto parrucchiera o anche come lavapiatti vi permetterà di imparare tanto su di voi e su “come funzionate”, su come affrontate le situazioni, su quali compiti vi risultano più naturali di altri, ecc… , vi permetterà di sperimentare alcune dinamiche comuni a qualsiasi ruolo professionale e non vi farà trovare completamente spaesati quando, ancora odoranti di alloro, vi accingerete a muovere i primi passi della vostra carriera.

ps: se ne avrete la possibilità metteteci dentro anche un’esperienza all’estero (ve lo dice una che non l’ha fatta e si è tanto pentita).

ps2: se siete genitori e state leggendo questo post non sognatevi mai di fare un regalo di questo tipo ai vostri figli, non è un vero aiuto!

ps3: se per lavorare come cameriere nei weekend impiegherete 15 anni a laurearvi c’è qualche problema.

INSIDIA 2:
OPZIONE A) HO TROVATO UN LAVORO A TEMPO PIENO CHE MI PIACE TANTO, CONCLUDERO’ (forse) L’UNIVERSITA’ CON CALMA
OPZIONE B): HO TROVATO UN LAVORO A TEMPO PIENO CHE MI PIACE TANTO QUINDI RINUNCIO AGLI STUDI MAGISTRALI CHE AVEVO PIANIFICATO

Vi svelo un segreto: pochissimi, ma davvero pochissimi di quelli che mi raccontano che finiranno l’università lavorando a tempo pieno, poi lo fanno per davvero.
E quei pochissimi fanno una fatica immensa, ma davvero stratosferica.
Vi svelo un altro segreto: tantissime delle persone che non finiscono l’università o che non completano il percorso formativo per favorire il lavoro, dopo qualche anno si mangiano ben più che le unghie per non aver ottenuto quel titolo.
Perchè non è sempre vero che è solo un pezzo di carta. 
Il valore che viene attribuito a una laurea rispetto a un diploma, a una magistrale rispetto a una triennale, in alcuni ambiti, per certi percorsi e per alcune posizioni manageriali è davvero un’altra roba. Roba che l’esperienza sul campo non sempre riesce a sopperire.
È una grande fortuna oggi come oggi trovare un buon lavoro e una buona azienda ma io vi invito a pensare in prospettiva: guardate lontano, spingetevi oltre l’orizzonte perchè è là che vi servirà la vostra laurea, la vostra formazione.
E sì, si può fare tutto nella vita, anche lavorare 10 ore al giorno e prendere due lauree: ma è complicato, dovrete essere pronti a dei grandi sacrifici.
Ammiro profondamente le persone che ci riescono, ma sono rare.

In bocca al lupo a tutti.

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Colleghi, la nota acida che porta equilibrio e la storia di un cuore che non si appende

Nel lavoro ci sono momenti sì e ci sono momenti no.
Questo per me è un momento no!

O quantomeno è un momento davvero faticoso.
Sarà che sono stanca (ancora 3 settimane prima delle ferie), sarà che il mercato si sta muovendo in modo strano, sarà che a volte non riesco a dire di no anche se bisognerebbe dire di no, sarà che tanti progettisti meccanici non hanno voglia di cambiare lavoro e gli altri non hanno le competenze specifiche che cercano i miei clienti, sarà che probabilmente c’ho pure Saturno contro… insomma sarà quel che sarà ma quando il lavoro non gira come vorrei, io non sono più la persona simpatica e sorridente che (spero) immaginate, nemmeno quando sono a casa che cucino o fuori a farmi una corsa.

Non ce la faccio proprio a staccare la spina. Non chiudo i pensieri chiudendo la porta dell’ufficio. ON-OFF per me non funziona, sono più o meno stabilmente in ON.

Un mio cliente diceva “Roberta, ho bisogno di persone che, quando la mattina entrando in ufficio appendono il cappotto, non appendano anche il cuore per ripigliarselo la sera quando escono.”

Mi è sempre piaciuta tanto questa cosa del cuore appeso insieme allo spolverino (vanno ancora gli spolverini o è un retaggio della mia veneranda età?).
Io il cuore cerco di tenermelo sempre appresso.
Forse anche per questo sono stanca, forse anche per questo ci sto davvero male quando le cose non vanno. Il distacco insomma non mi appartiene.

E sbaglio! Perchè un po’ di sano distacco non guasta mai. È come l’acidità in cucina: non si può preparare un piatto che non contenga almeno una nota acida, mancherebbe di equilibrio.
Equilibrio, questo sconosciuto!

Fortuna che ci sono loro.

Qualsiasi sia il motivo del mio malcontento, sul lavoro io sono fortunata perchè ci sono loro: sono i miei colleghi (e vabbè che siamo tutto liberi professionisti ma il concetto vale uguale visto che COLLABORIAMO nel senso più puro e alto del termine).
Ci rifletto spesso in questi giorni in cui tirare la carretta è davvero più difficile del solito, (aggiungiamoci un pessimo impianto dell’aria condizionata in ufficio che mi ha mandata all’ospedale con una sinusite + bronchite da ippopotamo), insomma se non ci fossero loro io sarei in grandissima difficoltà.
E invece ci sono.
Dalla A di Alice alla S di Sofia passando per altre lettere dell’alfabeto.

E allora è più facile, sfogarsi ma anche confrontarsi, e trovare insieme un modo diverso di affrontare le situazioni, sia sul pratico che sull’emotivo.

Se c’è una cosa che ha sempre determinato il mio benessere sul lavoro è la componente umana. E oggi più di quando va tutto bene, ne apprezzo il valore che la moneta non può compensare.

Per i razionali (i rossi e i blu secondo Insights Discovery) questo fattore pesa meno.
Per noi che occupiamo la mezza ruota dal lato feeling invece, “con chi lavoriamo” ha più o meno lo stesso peso del “cosa facciamo”.
È così.
Ed è importante saperlo. In anticipo intendo.
Che se capiti nel contesto sbagliato potrai anche aver raggiunto il ruolo a cui tanto ambivi ma non lo vorrai più dopo pochi mesi. E verrai da me o da qualsiasi altro recruiter a dire che “Non è tanto il lavoro ma l’ambiente a demotivarmi, è per questo che cerco qualcos’altro. Un contesto migliore, più collaborativo!”.
E io ti crederò, perchè lo so che è così (io ho lasciato il posto fisso per questo motivo!). Ti crederò fintanto che non mi darai pacco per accettare la controfferta della tua azienda naturalmente (ma non tu, non tu che stai leggendo vero questo post???).

È un post sentimentale questo, lo so, ma ci tenevo a condividere poche e frammentate riflessioni sull’importanza di avere, vicino a un buon lavoro, anche dei buoni colleghi e in generale un contesto lavorativo umanamente salubre.
Vale per chi lavora come dipendente, che ogni giorno passa 8 ore con persone che non ha scelto (a meno che non siate dirigenti che selezionano i propri collaboratori), vale per i freelance o per i liberi professionisti che spesso corrono il problema opposto: la solitudine.

E chiudo dicendovi che l’armonia, per la mia esperienza, vive nella diversità (questa è la nota acida del piatto): non cercate persone uguali a voi, cercate persone aperte al confronto, capaci di condividere, motivate al lavoro. Se poi questi colleghi guardano il mondo da un altro punto di vista rispetto al vostro tanto meglio! Vi offriranno uno spunto di riflessione in più. Vi aiuteranno a trovare un equilibrio proprio perchè sono diversi da voi. Siate distaccati e capirete che la diversità, soprattutto sul lavoro, è ricchezza.

Suggerimento pratico: è vero che potrebbero anche mentirvi, ma in fase di selezione chiedete com’è l’ambiente di lavoro dell’azienda che state valutando. Chiedete il tasso di turnover oppure, meglio ancora, guardate su Linkedin l’anzianità aziendale delle persone che vi lavorano. Fatevi quindi un’idea sull’eployer brading di quella società prima di scegliere abbagliati da un’offerta luccicante.

Ora chiudo davvero e vi auguro buone ferie.
Ci risentiamo a settembre, che in vacanza non si parla di lavoro. 😉

Jobs act: c’è molto da scoprire

Come funzionano le regole del jobs act?
Cos’è cambiato per le aziende e cos’è cambiato per i lavoratori?

Noi questa mattina abbiamo fatto 3 ore di formazione con Simone Baghin , consulente del lavoro e docente CUOA, per orientarci meglio rispetto al nuovo mondo della contrattualistica del lavoro.
E alla fine della mattinata abbiamo fissato in agenda un altro appuntamento, per altre 3 ore di corso: tanta roba, davvero troppa roba da assimilare in una botta sola!
È un tema vastissimo, talvolta controverso, non completamente chiaro nemmeno agli addetti al lavoro, figuriamoci per noi umanisti, come ci chiama qualcuno.

Non chiedetemi gli appunti.
Devo ancora venire a capo di diversi dubbi e resta materia per chi è abituato la mattina a fare colazione con caffè e legislazione, io sono per la brioche.
Ho capito però che da 44 forme contrattuali siamo passati a 10 possibili modalità con cui si può stipulare un rapporto di collaborazione e che il contratto considerato “standard” è quello a tempo indeterminato, tutte le altre forme sono eccezioni (determinato, collaborazione, outsourcing, apprendistato, ecc…) e hanno dei precisi vincoli.

Ogni forma contrattuale porta con sé una serie di norme, restrizioni, possibilità, limiti, conseguenze (per l’azienda e per il lavoratore) che svelano una legislazione complessa, articolata e temo, poco conosciuta (per l’azienda e per il lavoratore).

Nel nostro ruolo di recruiters siamo chiamati ad accompagnare la selezione fino alla fase di inserimento del candidato in azienda, questo significa che seguiamo spesso anche la fase di definizione della proposta e di contrattazione.
Non siamo dei consulenti del lavoro e non entriamo nel merito della materia specifica, ma avere un’idea di come funzionano macroscopicamente le regole di ingaggio e a cosa è opportuno che il cliente faccia attenzione, magari proprio confrontandosi con uno specialista, è un ciò che ci rende ogni giorno di più dei partner e dei punti di riferimento importanti per i nostri clienti.
La stessa competenza (che ribadisco, non è specialistica) la sfruttiamo verso i candidati, per spiegare loro com’è stata formulata l’offerta e per aiutarli nella fase di valutazione.

Però oggi, alla fine del corso, la mia domanda è stata questa: dove può informarsi un lavoratore rispetto a tutta questa normativa?
Perchè l’azienda ha quasi sempre un consulente più o meno aggiornato e capace (parliamone), ma i candidati?
Eppure la revisione del sistema è stata messa a punto per entrambe le parti e io sono certa che in pochi (io per prima) siano davvero a conoscenza di come funzionano i contratti e delle peculiarità che li caratterizzano.
Nella realtà succede che il più delle volte ci fidiamo, in altri casi riteniamo di non aver scelta, oppure “semplicemente” (e pericolosamente) non ci poniamo alcuna domanda… (e vi assicuro che consulente o meno, spesso non lo fanno neanche le aziende).

Ora intendiamoci, io non sto qui a discutere se sia o meno giusta questa riforma, corretta, equa, migliorativa ecc… dico che è opportuno conoscerla perchè solo in questo modo si conoscono i propri doveri e diritti.

Insomma vi dicevo che ho fatto sta domanda:

dove può informarsi un lavoratore rispetto a tutta questa normativa?

E la risposta “dal sindacato!” non mi ha entusiasmato però è comunque un punto di riferimento, usatelo!
Poi c’è il sito del Ministero del Lavoro, anche qui potete trovare delle informazioni preziose andando un po’ oltre il burocratese. 😉
Inoltre ogni singolo contratto nazionale ha il suo regolamento, googlando potete trovare dei buoni contenuti pubblicati in rete ma nel dubbio ricorrete sempre a uno specialista.
In caso di contenziosi e cause esistono poi gli avvocati del lavoro.
Invece non fidatevi ciecamente di noi recruiter: come dicevo prima non siamo degli specialisti, ci informiamo quel che basta per navigare in un mare che però non è il nostro mare. Idem con patate per quanto riguarda i commercialisti, senza nulla togliere alla categoria.

Insomma informatevi mi raccomando, che siate lavoratori dipendenti o autonomi, full o part time, apprendisti o appartenenti alle liste di mobilità, informatevi, io oggi ho scoperto cose davvero interessanti!

Se lo fate diverso è meglio: quello che non piace ai recruiters

Andiamo oltre.

Andiamo oltre il ritardo non annunciato, l’anticipo che ti coglie impreparato o che addirittura toglie privacy al candidato precedente, l’atteggiamento poco collaborativo di fronte alle domande difficili, il CV mandato in word, il CV sformattato, la ritrosia ad aprirsi, le mail non risposte ecc…
Oggi andiamo oltre.
Perché se ci sono alcune cose poco simpatiche che i candidati (e candidate) fanno in fase di selezione, ce ne sono altre ancora che si trasformano in un muro scoraggiante anche per il più comprensivo e tenace dei selezionatori.

SONO VENUTO/A A COLLOQUIO SOLO PER VEDERE COSA C’È IN GIRO, IN REALTA’ STO BENE DOVE STO

No, non si fa. Il tempo dei recruiters, come quello di tutti, è prezioso. Se rispondete a un’inserzione senza alcun’altra specifica, noi diamo per scontato che quella posizione vi interessi e vi chiamiamo per parlare proprio di quello. Se la vostra è curiosità ditelo: non significa che non fisseremo un colloquio, significa però che non avrà la stessa priorità di quello mirato alla nostra ricerca.
Perché voi lo sapete vero, che noi siamo retribuiti solo quando una selezione si chiude?! Questo ci costringe a mirare bene. Non possiamo permetterci di conoscere persone solo per la curiosità (o il piacere) di conoscere persone (anche se in alcune situazioni lo facciamo).

NON MI HANNO MAI CAPITO, NON HO MAI POTUTO DIMOSTRARE QUANTO VALGO

È un’affermazione che sentiamo spesso. Non è fastidiosa di per sé ma ci fa drizzare le antenne, soprattutto se una persona ha avuto numerose esperienze lavorative (diciamo oltre le 5): se per 5 volte non ti hanno capito e non ti hanno permesso di esprimerti forse il problema non è l’azienda. Forse è il caso di trovare un modo diverso per spiegare questa inquietudine lavorativa e capire se c’è una strada diversa e più adeguata da percorrere.

NON CAMBIO PER I SOLDI MA RIMANGO NELLA MIA AZIENDA PERCHÈ MI HA FATTO UNA CONTROFFERTA ECONOMICA INTERESSANTE

Su questo punto sono sicura si aprirà una discussione infinita.
Posto che siete liberi di fare quello che volete (durante la selezione, durante la trattativa, dopo che avete firmato, durante il periodo di prova, dopo il periodo di prova… in ogni momento il candidato è libero di cambiare idea, alla faccia delle aziende), per noi non è un problema il fatto che voi vogliate cambiare lavoro per prendere più soldi, anzi.
Il problema nasce quando adducete motivi differenti sui quali noi lastrichiamo il vostro percorso nella selezione e poi ci troviamo spiazzati di fronte a una controfferta o a un rifiuto perché “mi aspettavo di più”. I miei consigli sinceri sono due: 1) siate trasparenti, prima di tutto con voi stessi e poi anche con noi 2) fate due conti, sbilanciatevi e diteci il più chiaramente possibile quali sono le vostre aspettative. Vi sembrerà strano ma noi abbiamo tutto l’interesse a fare in modo che vengano accolte oppure siamo in grado di dirvi subito se un’azienda non è nelle condizioni di soddisfarle, e perdiamo meno tempo tutti.

COME C’È SCRITTO SUL MIO CURRICULUM, MA L’HA LETTO IL MIO CURRICULUM? L’HO SCRITTO ANCHE SUL MIO CURRICULUM

Sì, vi confermo ufficialmente che se venite contattati per un colloquio significa che, bene o male, il vostro CV è stato letto. Il colloquio è proprio la fase 2 della selezione, quella che va in profondità (= oltre il CV). Ma se la fase 2 ribadisce esclusivamente i contenuti della fase 1, senza neanche la fatica di ripeterli, allora abbiamo sbagliato noi recruiters. E resta il fatto che se anche il CV fosse stato letto poco o male avete l’opportunità di giocarvi un colloquio: fatelo perdindirindina!

NO NIENTE…, NO IO…, NO INSOMMA…

Questa è un’abitudine di natura introversa che porta qualcuno di voi a sminuirsi ancora prima di iniziare a parlare. E c’è sempre sto NO che precede ogni affermazione. No cosa? Cancellate questo modo di iniziare le frasi, eliminate questo intercalare controproducente dal vostro vocabolario. Insieme a “No, niente, sono una persona normale!”

NON POSSO VENIRE A COLLOQUIO QUEL TAL GIORNO A QUELL’ORA PERCHÈ LAVORO A TEMPO PIENO, IO! (è la mia preferita)

Certo, noi invece passiamo la giornata a trastullarci ed è per questo che vi proponiamo un colloquio durante la giornata lavorativa. Ma guarda un po’ che cialtroni che siamo.
Anche in questo caso il come conta più del cosa.
Posto che non possiamo incontrare tutti fuori dell’orario di lavoro, la disponibilità a trovare delle soluzioni c’è per chi sa approcciarsi in modo collaborativo e aperto. Ma se l’insinuazione è quella della frase qui sopra (e vi assicuro che in moltissimi rispondete in questo modo anche usando altre parole) allora anche da parte nostra scatta l’irrigidimento. Il compromesso è frutto di una disponibilità reciproca.

Anche questo post è tratto da episodi (ripetuti) di vita vissuta, non è una polemica ma l’osservazione, congenita al mestiere, di comportamenti umani che sono facili da correggere quando riesci a vederli. Per me è naturale coglierli, per voi candidati/e magari un po’ meno. Spero possa esservi utile 🙂

Il CV di chi è all’inizio

Questo post lo dedico soprattutto a chi deve scrivere un CV affacciandosi per la prima volta sul mondo del lavoro: ai neodiplomati (che siano pure in periodo di esami ormai) e ai neolaureati. Ai NEO insomma.

A chi pensa al CV e automaticamente corruga le sopracciglia, il pensiero gli si stampa in fronte lampeggiando stile insegna del motel: “e mo’ cosa scrivo??”
Ecco, questo post è per voi (ma non solo).

Non intendo fare qui un vademecum del perfetto CV, che peraltro a mio avviso non esiste UN perfetto CV, ma il CV efficace a seconda della circostanza e dei tuoi obiettivi!
Oggi voglio dirvi cosa non deve mancare nel CV di un NEO.

Risponde alla domanda:
COSA PORTI TU IN AZIENDA?

E non è semplice scrivere bene questa parte ma cercherò di essere il più chiara possibile.
Seguitemi…

Ok, siete privi di esperienza significativa rispetto a quello che volete fare o per cui vi siete formati, avete all’attivo un paio di stage (forse) e/o una collaborazione interessante ma di breve durata.
Diciamo che la parte HARD del vostro CV è piuttosto scarna e non molto diversa da quella dei vostri compagni di corso che hanno superato i vostri stessi esami.
Cosa fare? Come potete mettere nel CV per differenziarvi? per spiccare? per fare in modo di venir notati?
Forza provate a sparare…

  • Scriviamo cosa stiamo cercando, es. Cerco un’azienda meritocratica, in cui sia riconosciuto il valore e il contributo di ciascun collaboratore, dove poter sviluppare un percorso di crescita, dove imparare cose nuove. Mi interessa trovare un contesto internazionale. Sono alla ricerca di un’impresa in forte crescita, attenta alla formazione, ecc…
    Risposta sbagliata!
  • Scriviamo le nostre motivazioni, es. Sono molto interessato a lavorare nel controllo di gestione, la considero una funzione strategica per un’azienda e mi piacerebbe mettere a frutto i miei studi in questo ambito. Sono motivato a crescere e a imparare, ecc…
    Risposta sbagliata!
  • Scriviamo le nostre caratteristiche personali, es. Sono una persona determinata, tendo a farmi coinvolgere molto dal lavoro e sono portato per il gioco di squadra. Sono aperto ai cambiamenti, dinamico e veloce ad apprendere, ecc…
    Risposta sbagliata!
  • Scriviamo la ricetta originale e supercollaudata della crema catalana (senza buste e bustine)!
    Con me funzionerebbe ma in generale risposta sbagliata!

Cosa allora?

Guardiamo per un momento le prime tre risposte.
No, non sono sbagliate in assoluto, è la forma che va rivista.

È necessario passare da un’impostazione autoreferenziale a una che privilegia il dialogo con chi vi legge.

Nelle tre risposte qui sopra si parla di voi ma non si esplicita cosa potete fare voi che sia utile a chi vi legge, a chi dovrebbe assumervi.

E quindi…
E quindi in un CV dove l’esperienza lavorativa passata non può garantire il futuro, è opportuno ricavare lo spazio per esplicitare il valore aggiunto di scegliere proprio voi.
Voi inteso come tu! Tu che sei diverso dal tuo compagno di banco o di corso.

La domanda che dovete farvi per scrivere questa parte del CV è: cosa posso fare io per te? (te inteso come azienda che assume).

Ecco un esempio:
Sono tenace e caparbio, avermi in squadra significa poter contare su una persona che sa “sporcarsi le mani” e che non ha paura di mettersi in gioco. Assumermi significa acquisire solide conoscenze teoriche e basilari competenze tecniche di progettazione 3D, acquisite durante gli stage. Ma la differenza vera che posso portare in azienda è la mia indole pragmatica, volta alla soluzione dei problemi. Metto a disposizione anche la capacità di fare squadra, la precisione di chi non ama sbagliare, la curiosità di chi ha ancora molto da imparare e la determinazione che mi ha accompagnato durante gli studi di Ingegneria Industriale.

Altro esempio:
Vi metto a disposizione la solarità e la capacità di allacciare relazioni con le persone, che siano clienti o fornitori. Conosco queste lingue straniere, che abbinate alla mia indole socievole mi rendono adatta a un ruolo a contatto con il pubblico. Potrete contare su un buon spirito d’iniziativa e sull’umiltà necessaria a imparare. Posso esservi utile se cercate una persona responsabile, disponibile a viaggiare e a fare formazione e che non teme le novità.

Lo sentite il tono diverso? Come vi suona?
E come potrebbe suonare a chi vi legge?

Ecco, per me nel CV di chi inizia è importante cogliere questo: cosa mi porto a casa se scelgo questa persona?
Ditelo, francamente e con il tono giusto.

PS se però dimenticate i fondamentali come nome, cognome, recapiti, ecc… tutto quello che ho scritto qui sopra non vale un fico secco! 😉

Il CV, e se cambiassimo prospettiva?

Perchè il CV ci sta così antipatico?
Perchè soffriamo ogni volta che dobbiamo mettere a punto, rivedere, riscrivere, rifare il nostro CV?
Io non amo la burocrazia e per quello che mi riguarda elaborare un CV significa spesso rispondere a un’istanza di formalità.
E poi non sono precisa e temo sempre che mi scappi qualcosa.
Ma, non raccontiamocela, il motivo vero che fa sospirare molti di noi quando si trova alle prese con sto benedetto documento è che ci sentiamo giudicati.
Affidiamo a un file la nostra storia professionale, i nostri studi, le nostre capacità ma soprattutto gli affidiamo le nostre ambizioni, i sogni e talvolta i nostri bisogni.
Inviamo con un clik e poi stiamo lì, e speriamo.
Speriamo che chi lo riceve sappia cogliere il detto e il taciuto, quello che c’è e quello che è ancora in potenza, navigando tra le nostre parole, interpretando nel modo giusto, intravedendo quello che siamo davvero e quello che possiamo dare.
E aspettiamo.
Un giudizio, un verdetto.

Sì, a guardarla così è dura non provare un moto di mal di pancia.

E a guardarla in un altro modo cosa succederebbe?
Cosa accadrebbe se cambiassimo atteggiamento?

Ecco qualche spunto di riflessione che spero possa esserti utile:

  • non pensare che ti stanno giudicando, pensa che verranno valutate le tue competenze (presenti e potenziali se sei in grado di farle intravedere) in funzione a un ruolo specifico (quello per cui ti sei candidato): non è un giudizio tout court su di te, che senso avrebbe? È la comparazione tra un profilo atteso, quello ricercato, e le tue competenze/aspirazioni/conoscenze/esperienze. Sta a te mettere in evidenza le informazioni rilevanti e coerenti.
  • se non verrai contattato significa che
    • le tue competenze non sono adeguate, non lo sono per questa posizione specifica, non in generale (vedi punto sopra)! Dovrai fare in modo di lavorare sulla sostanza del CV quindi, arricchendo in qualche il tuo bagaglio di strumenti professionali;
    • non sei riuscito/a a esprimere bene ciò che conosci e ciò che sai fare, e quindi dovrai rivedere il tuo CV (non è certo la fine del mondo);
  • il CV è uno strumento, un alleato del tuo professional branding: no, non voglio farla più sofisticata di quello che è, ma cambiare prospettiva significa guardare le cose da un altro punto di vista: sei orgoglioso di quello che fai e di quello che sei? pensi di essere una persona in gamba? pensi di meritare di crescere? perfetto, allora scrivilo, e scrivilo bene!
  • cercare lavoro è un’attività commerciale: prova a cambiare la frase, “non cerco lavoro, vendo una professionalità!” Perchè è così: tu stai vendendo qualcosa (competenze), stai cercando un acquirente (l’azienda che ti assumerà). Da che mondo è mondo esiste una cosa che si chiama marketing. Non pensare di esserne esente. Anche se sei timido/a, se vuoi vendere qualcosa dovrai promuoverla, pubblicizzarla, renderla visibile e allettante sul mercato. E più grande è la concorrenza più sarà necessario cercare di differenziarsi. Come? Arricchendo la sostanza del proprio Curriculum da un lato (esperienze, stage, corsi, master e via dicendo) e dall’altro lavorando sulla forma, dedicando tempo, attenzione e cura. Le regole del mercato sono molto basilari e sono piuttosto universali, si applicano anche al mercato del lavoro.

Di atteggiamento ho parlato anche in questo post scritto per C+B un portale dedidato alle donne che lavorano in proprio ma ricco di spunti per tutti, se vuoi approfondire puoi leggermi anche lì.

Buon lavoro 🙂

Il colloquio non è un appuntamento al buio

Anch’io quella volta risposi a un annuncio e feci un colloquio (anzi due), me lo ricordo bene. E non ero pratica della cosa, studiavo ancora e i colloqui precedenti erano stati delle chiaccherate informali in pizzerie, in pasticcerie e in qualche famiglia che cercava una babysitter.
Improvvisamente mi ritrovai a colloquio, uno vero insomma.
Per cercare un lavoro, uno vero, in regola e tutto il resto.
Avevo davanti un recruiter (due in verità), veri tutti e due, che cercavano una segretaria per il loro studio di Ricerca e Selezione del Personale.
E io, che mi stavo laureando per fare l’educatrice dentro quelle comunità e cooperative di disabili che non rispondevano ai miei CV, mi ritrovai a concorrere per un posto come segretaria e a presentarmi in uno studio di cui non avevo mai sentito parlare prima, rispondendo a un annuncio sul Giornale di Vicenza (aspettando la bruschetta di domenica sera per dirvela tutta).

Come succede sempre (almeno a me), meno consapevole sono di ciò che affronto, più sicura vado. E andai. E andò: venni assunta. Dopo 15 anni lavoro ancora con il primo dei 2 recruiter che mi intervistò, è Andrea Pozzan.

Però io non sono la regola (io sono gialla e questo un po’ mi aiutò), ai colloqui invece è importante presentarsi preparati e consapevoli.
Di sé, di quello che si offre e di quello che si cerca.
Ma pure di dove si sta andando a fare l’incontro.

NON È UN APPUNTAMENTO AL BUIO
Se avete un indirizzo avete anche un nome: cercate informazioni e arrivate con qualche informazione di base.

Mi stupisco sempre di quei candidati che a inizio colloquio (a volte anche alla fine) mi chiedono spaesati: “cioè voi praticamente siete un’agenzia di lavoro, vero???”
In realtà no. Ma non è questo il problema, è che nella maggior parte dei casi la persona in questione ha risposto a un annuncio e poi è stata convocata. Ha avuto quindi almeno due contatti precedenti all’incontro e non gli è mai venuto in mente di cercare qualche informazione in più?
Fatelo.

SI PARLA DI VOI

E poi su di voi.
Un colloquio di solito è successivo all’invio di un CV. Diamo quindi per scontato che il suddetto CV sia stato letto e valutato.
Il meno è fatto! 
Adesso voi dovete giocare il resto della partita in prima persona.
A colloquio sarete chiamati ad andare oltre quello che avete scritto sul file in pdf (mi raccomando, in pdf) con cui vi siete candidati.
Sarete chiamati a raccontare ma anche ad argomentare.
E le due cose sono differenti.

Raccontate le tappe del vostro percorso (che comunque io trovo anche sul CV) e argomentate perchè avete fatto alcune scelte, cosa vi piace o non vi piace in un determinato lavoro, come gestite i conflitti, quale tipo di crescita professionale state costruendo, in che situazioni date il meglio di voi, che ambiente cercate, ecc… potrei andare avanti a lungo.

Dovrete spiegare, far luce sui dettagli, ricordare episodi significativi, entrare nel merito delle vostre competenze, hard e soft, mostrare il potenziale e, non da ultimo, convincere che siete motivati.
Credetemi, non è una camminata sui carboni ardenti (sappiamo mettervi a vostro agio, lo giuro!) ma non è nemmeno da sottovalutare.

LO SCONTATO CHE INGANNA

Tutti diamo per scontate troppe cose, lo feci anch’io a suo tempo, e sbagliai, di certo sbagliai qualcosa in quel famoso colloquio (se siete curiosi provate a chiedere a Pozzan).
Diamo per scontato di conoscerci e poi non riusciamo a mettere in fila due caratteristiche significative e coerenti tra loro.
Diamo per scontato quello che cerchiamo e poi non sappiamo spiegare le nostre ambizioni.
Diamo per scontato quello che abbiamo fatto in passato e poi non riusciamo a trovare un solo episodio che spieghi il nostro modo di affrontare le criticità.
E quasi a tutti è capitato di dire a colloquio “questa domanda non me l’aspettavo…”
Ma cosa vi aspettate davvero in un colloquio? Ve lo siete mai davvero chiesti? Cioè vi siete mai messi lì a pensare alle possibili domande che vi verranno fatte?
Se il CV è stato letto e ha superato l’esame è evidente che un colloquio ha l’obiettivo di andare oltre, e cosa c’è oltre?

OLTRE CI SIETE VOI!

Quindi è di voi che si parlerà, non del meteo, non della Champion League o dell’estinzione dei Panda, di voi!
E su di voi non possono esistere domande di un recruiter (non dello psicanalista) a cui non sapete rispondere.
Mi raccomando ehhh.

RIASSUMENDO

  • Non improvvisate
  • Informatevi sulla realtà in cui state per sostenere un colloquio (che sia l’azienda o una società di selezione)
  • Pensate alle ipotetiche domande che vi verranno poste andando oltre a ciò che emerge dal CV
  • Scrivete le domande che avete pensato usando questi incipit: perchè, come, in quale modo, per quale motivo, in quali casi, immagini questa situazione, mi faccia un esempio di questa cosa…
  • Preparatevi in anticipo le risposte alle domande che ritenete vi possano mettere più in difficoltà
  • Non dite mai “Non mi aspettavo questa domanda!”

PS questo post vale per tutti ma soprattutto per le persone un po’ più introverse (verdi e blu secondo il modello Insights Discovery). Gli estroversi mal che vada improvvisano e in qualche modo reagiscono (diciamo che sono più predisposti a).
Gli introversi invece potrebbero non riuscire ad essere efficaci se presi in contropiede, è per questo che è opportuno prepararsi prima.