Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…

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Soft skill e hard skill: essere bravi, non buoni

Soft skill e hard skill, in questo post troverai riflessioni sparse e conclusioni disordinate sulle competenze morbide e su quelle dure.

“Impara l’arte e mettila da parte!”

L’arte non è la capacità comunicativa, la competenza relazionali o il multitasking.
L’arte non è nemmeno la capacità tecnica tout court.
È arte, a mio avviso e intesa in ambito professionale, quando una certa cosa (mansione, ruolo, ecc…) la fai in modo eccellente e l’eccellenza è fatta di hard e di soft skill.
E la buona volontà è solo il preludio di una cosa fatta a regola d’arte.

SOFT SKILL È COOL

In questi ultimi anni di crisi e post-crisi c’è stata la rivalsa delle competenze soft, che tanto soft non sono se la maggior parte di chi seleziona il personale (me inclusa) afferma che, a parità di competenze dure, è sulla base di quelle morbide che viene scelta la persona da assumere.
Vengono dette anche competenze trasversali e qualcuno afferma che non si possano insegnare/imparare, che fanno parte del corredo genetico di ciascuno.
Mi sembra ovvio che se fosse vero saremmo messi male.
La buona pasta di una persona è una cosa ma non è tutto lì: le soft skill sono competenze che si possono e si devono acquisire e che vanno allenate ogni giorno.

Le soft skill sono un insieme tra qualità personali, predisposizioni e competenze acquisite (e acquisibili) che in un passato recente venivano assoggettate alla buona volontà, all’impegno e a una buona educazione cattolica.
Gli errori concettuali erano due, secondo me:

  1. pensare che una buona persona fosse automaticamente un bravo professionista: perchè in fondo si impegna e ha tanta buona volontà…
  2. ritenere che saper fare qualcosa, avere padronanza della tecnica, supplisse a eventuali carenze personali: perché non importa se non va d’accordo con i colleghi, è così bravo in quello che fa…

Ma torniamo a bomba, le soft skill sono state per lungo tempo sottovalutate quando non addirittura ignorate o, nella migliore delle ipotesi, confuse con la frequenza settimanale alla santa messa.

Poi all’improvviso ci siamo svegliati e ci siamo accorti che la moda cambiava: negli anni 70 andavano i jeans a zampa e la buona volontà, negli anni 80 c’erano le spalline e con un diploma accedevi all’apprendistato (quello vero), negli anni 90 il jeans era a vita alta e bisognava imparare a collaborare, oggi è tornato in voga il body (per le donne ehhh) e se non hai almeno 20 soft skill in borsa non sei nessuno.

Il problema però resta, perché anche se ti spalmi di soft skill dalla testa ai piedi come fosse Nutella, questo non ti trasformerà magicamente nell’impiegato, manager, tecnico, venditore, ecc… dell’anno, super-ricercato da tutti gli head hunter dell’interspazio.

NON DIMENTICARE LE HARD SKILL

Non perdere mai di vista le hard skill.
Perché va bene tutto ma il mestiere va imparato, e pure bene, e il mestiere è fatto anche di abilità manuali, conoscenze specifiche di settore, competenze tecniche, capacità logico/numeriche ecc…

Ed è vero che tutto si impara ma c’è un tempo per ogni cosa.
E l’arte richiede applicazione e dedizione.
Avere uno zaino pieno di soft skill non è sufficiente, e attenzione, conoscerne il nome e saperle snocciolare a colloquio non equivale a possederle .
Non lo è soprattutto se lavori da almeno 5/7 anni.
Mi spiego meglio con un esempio un po’ generico: se ti proponi come Tecnico Progettista R&D, con una seniority di più di 5 anni e fatichi a usare un CAD, non serve che punti sulle tue qualità collaborative e organizzative per farti assumere, piuttosto torna a studiare la progettazione. È un paradosso ma non così distante dalla realtà, credimi.

Verrà (forse e non per tutti) il momento in cui le soft skill diventeranno hard skill, succederà quando diventerai manager e/o dirigente.
Quando, forte delle tue competenze specialistiche che ti rendono (il più) esperto su una determinata disciplina, dovrai mettere in campo le soft skill per diventare un punto di riferimento verso i tuoi collaboratori.
A parità di capacità specialistiche infatti, il buon manger è colui che sa sfruttare al meglio le capacità trasversali per coordinare, gestire, motivare, guidare e vedere oltre.

Concludendo:

  • sapere, saper fare e saper essere sono un tutt’uno su cui è necessario lavorare sempre, in ogni stadio della propria vita professionale: all’inizio quando le hard skill sono “deboli”, al centro quando è necessario specializzarsi e far diventare il mestiere arte, all’apice quando le soft skill diventano la base su cui impostare il proprio ruolo di gestore/leader/direttore
  • la buona pasta di una persona non ne fa in automatico un buon professionista: la buona pasta è solo un buon punto di partenza
  • la buona pasta di una persona non rappresenta le sue soft skill, nemmeno l’indole è sinonimo di soft skill: le soft skill sono competenze che vanno acquisite e sviluppate, e non è mica facile
  • le soft skill non ti regalano l’accesso automatico al mondo del lavoro: non è come coi bollini del supermercato che poi vinci il tostapane
  • non perdere di vista le hard skill, punta all’eccellenza, impara l’arte! e poi impara ancora e ancora e ancora
  • essere buoni non significa essere automaticamente bravi, proprio no!
  • la bravura, intesa come capacità di svolgere bene il proprio ruolo all’interno di un contesto organizzativo e relazionale, oggi non è un optional per chi vuole lavorare e crescere

La risposta è dentro di te… epperò se non la tiri fuori è un casino

Per scrivere questo post prendo spunto da questa immagine…

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Ok, è vero, la domanda su pregi e difetti potrebbe suonare banale e pure un po’ demodé ma signori e signore vi svelo una cosa: è proprio quando bisogna parlare di sé (in modo contestualizzato e non banale) che la maggior parte dei candidati/e va letteralmente in palla.

Che io chieda pregi o difetti, che io chieda punti forti e lati di miglioramento, valore aggiunto e ambiti di sviluppo, potenzialità e criticità, che io mi appelli alle metafore o all’identificazione con animali-piante-cose, il risultato non cambia: se l’argomento di conversazione si sposta dal “cosa faccio” al “come sono” il colloquio rallenta e l’esposizione si fa più difficoltosa, l’arrossimento accellera, il balbettio esplode e lo smarrimento si palesa. Qualcuno inventa, qualcuno striscia le unghie sugli specchi, qualcun altro visualizza i rimproveri del partner (ma si guarda bene dal dichiararli) e qualcuno capitombola “che domanda difficile…” o ancora peggio “certo che possiedo dei difetti, è che adesso non mi vengono in mente”.

C’è chi crede di salvarsi dicendo “non sono io a dover parlare di me, lo dovrebbero fare gli altri!”
Scusate ma anche questa è una risposta che, come direbbe mio figlio, “non vale!!”
Perché se a un colloquio di lavoro non riuscite a parlare di voi oltre a ciò che sapete e/o volete fare, beh è un problema.

  • È un problema perché per fortuna, oggi sempre di più si assumono persone, non si comprano competenze.
  • È un problema perché se non si sa parlare di se stessi, cioè della persona che si dovrebbe conoscere meglio visto che è l’unica con cui si è convissuto senza pause di riflessione da quando si è stati concepiti, qualche dubbio potrebbe sorgere anche su tutto il resto.
  • È un problema perché se anche fosse solo una questione di vocabolario o di introversione, ci sarà sempre qualcuno che quel vocabolario ce l’ha o alla più porca ha tanta faccia tosta (e non sto dicendo che è giusto ma è pur sempre la realtà).

Quindi togliamo di mezzo anche la scusa dell’introversione, che essere introversi non significa non conoscersi, anzi, forse gli introversi hanno maggior consapevolezza delle proprie peculiarità rispetto agli estroversi.
Eppure da entrambi i lati della barricata ho visto la stessa difficoltà a raccontarsi.

No, per parlare in modo convincente di sé “bastano” attenzione e osservazione, il coraggio di chiedere feedback e la cura necessaria a mettere a punto un discorso autentico e coerente.

ATTENZIONE E OSSERVAZIONE

Quando vi si chiede di parlare di voi non si vuole indagare come siete quando fate giardinaggio o come preferite piegare i calzini.
Si cerca di capire quali sono le caratteristiche che incidono in modo significativo sul vostro comportamento nel luogo di lavoro. Quindi innanzitutto circoscriviamo il campo: parliamo della sfera professionale.
Inoltre parliamo di comportamenti, non stiamo facendo psicologia spicciola e manco psicoanalisi spinta, l’inconscio e le interpretazioni oniriche li lasciamo agli addetti ai lavori, ok?
Quindi come fare?
Osservatevi come farebbe un osservatore esterno: che tipo di persona vedete?

Estroversa o introversa?
Razionale o emotiva?

Che tipo di comportamenti mette in campo? questi comportamenti che indole evidenziano.
Fate questo esercizio e fatelo per iscritto, obbligatorio.
Descrivete lo stile del vostro essere al lavoro partendo dalle due distinzioni che vi ho appena dato, se non vi viene l’aggettivo scrivete i comportamenti e poi in un secondo momento traducete il comportamento in una caratteristica.

CHIEDERE FEEDBACK

Non è completamente sbagliato pensare che gli altri sappiano e vedano di noi cose che noi non riusciamo a scorgere (ce lo insegna bene anche la finestra di Johari).
Il punto è che dobbiamo avere il coraggio di farcele dire queste cose: andare da chi lavora con noi e chiedere, “senti, ma tu come mi vedi??” alla Quelo e via.
E sperare che l’altro/a sia onesto e crudelmente schietto. Chiedere, domandare, anche a quelle persone con cui a volte ci scontriamo, per avere il punto di vista di chi è magari molto diverso da noi.
Per cui a un colloquio non vale rispondere “dovrebbero essere gli altri a raccontare le mie caratteristiche”, bisognerebbe dire invece “i feedback che mi ho raccolto in questi anni sono:….”

CREARE IL RACCONTO

Ora chiariamo un punto: non voglio parlare per forza di storytelling, che altrimenti pare serva creare una campagna marketing per cercare lavoro, ma suvvia, un po’ di impegno a raccontarsi è obbligatorio.
Se snocciolate un elenco di caratteristiche come fosse la lista della spesa o peggio, se cercate di mettere insieme qualità e frasi fatte pensando così di pronunciare ciò che l’altro vuole sentirsi dire, fallirete! Garantito al limone.
Parlare di sé non significa dire esattamente ciò che l’altro si aspetta di sentire ma dimostrare di avere buona consapevolezza delle proprie caratteristiche e dell’indole che anima i propri comportamenti.
Significa accettare e riconoscere che determinazione, grinta, pragmatismo e ambizione si accompagnano generalmente anche a bisogno di controllo, a potenziale aggressività, a possibile fretta nel fare cose.
Grintosi e pazienti insomma ne ho conosciuti pochi, qualcuno ce n’è ma sono eccezioni, così come analitici e reattivi.
Quando vi raccontate quindi siate autentici e coerenti, non abbiate paura di svelare le carte e fatelo in modo intelligente (normale non significa niente, cosa vuol dire “sono normale!”??).
Mettete in luce i vostri pregi argomentandoli e rendendoli un valore aggiunto rispetto al ruolo per il quale vi siete candidati. Riconoscete con altrettanta trasparenza le aree di miglioramento, quelle vere però: testardo/a e sensibile non sono dei difetti, dai.

Quindi ok, siamo tutti stanchi del “mi dica 3 pregi e 3 difetti”, noi recruiters per primi, che ci piacerebbe alzare un po’ il livello dei colloqui e toccare temi più di sostanza.
Ma resta il fatto che su questa benedetta domanda molti ancora inciampano maldestramente.
In realtà la risposta c’è, è dentro di voi, e non è sbagliata.
Ha solo bisogno che troviate le parole giuste per farla uscire.quelo-peace

Curriculese vs semplicità: i CV che funzionano secondo l’esperto

Qualche giorno fa ho partecipato in streaming a PLAY COPY un evento sul copywriting, in streaming.

Si parlava di scrittura e si è trattato anche del CV.
Lo ha fatto benissimo Leonardo Luccone* affermando innanzitutto che il curriculese (e ormai dobbiamo accettare che esiste questa nuova forma linguistica) è una delle più rappresentative espressioni dell’antilingua Calviniana. La usiamo con più o meno consapevolezza per uniformarci, difenderci, venderci e un po’ anche per nasconderci nonostante lo scopo del CV sia l’esatto opposto.
Calvino parla di antilingua in questo famoso scritto di cui vi riporto un passo fondamentale:

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Quanta antilingua c’è nei nostri CV?
Io ne incrocio molta ogni giorno. Probabilmente non ne sono esente, non mi voglio assolvere solo perchè sono aldilà del tavolo.

L’antilingua è, per Luccone, quella forma di scrittura che rende i curricula:
didascalici,
vaghi,
frammentari,
edulcorati,
ridondanti,
retorici,
complicati,
artificiali,
uniformati.

Questo è il pericolo che si corre quando si compila un CV.
Già dire COMPILARE anzichè SCRIVERE fa intendere un’azione meccanica e standardizzata che poco ha di personale/izzato.
E non serve un esperto di scrittura o di comunicazione per valutare quanti degli aggettivi elencati qui sopra possono applicarsi al proprio CV, ognuno può fare un auto-esame in modo abbastanza obiettivo se si impegna.

Luccone ribadisce quindi un concetto fondamentale: l’originalità di un curriculum non passa dalla quantità di grafica, animazione, glitter con cui si farcisce e si abbellisce il documento. L’originalità (e l’efficacia) passa attraverso un buon uso delle parole e delle frasi, passa attraverso l’intenzione di dire qualcosa e non di fare un patchwork più o meno colorato di competenze, conoscenze, esperienze, desideri.
E ancora più a monte, aggiungo io, un buon CV inizia da una buona consapevolezza di sè.
Se a questo aggiungete anche un’attenzione a chi leggerà il CV, al destinatario, allora sarà più facile fare bingo.

COSA SUGGERISCE L’ESPERTO?

Luccone suggerisce di SFOLTIRE il proprio profilo. E sfoltire non significa creare un elenco cronologico di ruoli e passaggi aziendali che poco o nulla dicono di chi scrive, sfoltire significa semplificare eliminando la ridondanza e trovando un proprio tono di voce.
La semplicità è elegante, dice Luccone ed è un punto di arrivo (significa anche che non è facile ma che lì bisogna puntare!).
Semplice vuol dire accessibile a tutti e chiaro, significa frasi corte e dirette, significa abolire qualsiasi arzigogolatura per lasciare spazio a contenuti che spiegano chi siamo, cosa sappiamo fare, cosa ci interessa e cosa possiamo mettere a disposizione di chi dovrebbe valutare la nostra collaborazione.

L’intervento di Luccone ha raccolto grande consenso, qui sotto potete vedere alcuni tweet di persone che, come me, hanno trovato utile il suo speech e si sono unite in una grande ola.

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*nota biografica: Leonardo G. Luccone ha tradotto e curato diversi volumi di scrittori angloamericani tra cui John Cheever, Alexander Trocchi, F. Scott Fitzgerald, Sarah Shun-lien Bynum e Esther Freud. Ha ideato e curato le collane Greenwich e Gog per l’editore Nutrimenti. Dirige lo studio editoriale e agenzia letteraria Oblique. Da settembre 2012 a ottobre 2014 è stato direttore editoriale della casa editrice 66thand2nd. I suoi articoli e le sue traduzioni sono stati pubblicati sul /Corriere della Sera/, /Il Foglio/, /Satisfiction/, /Il Calendario del Popolo/.

Una regola (semplice) per migliorare qualsiasi CV

Chiunque può migliorare il proprio CV senza una consulenza a pagamento, è piuttosto semplice e adesso vi spiego come si fa.

Partiamo da due semplici principi.

Principio n. 1:
Il Curriculum è scritto (o meglio andrebbe scritto) per chi lo legge: deve parlare di voi ma non è destinato a voi (o al vostro ego).

È con questo semplice criterio che chiunque può prendere il proprio CV e migliorarlo.
Migliore non significa con i lustrini, traboccante di grafica, su supporto edibile, drammaticamente originale, e chi più ne ha più ne metta.
Migliore significa efficace.
Capace cioè di raggiungere gli obiettivi per cui nasce.

Principio n. 2
Il CV serve a farvi ottenere un colloquio.

Non ha l’obiettivo di farvi trovare lavoro, non deve dire tutto di voi, non serve a convincere che siete senza dubbio la persona giusta.
Il CV serve a creare curiosità e interesse.
Deve fornire una prima buona impressione, professionale e personale di voi e deve far venire voglia a chi lo legge di conoscervi.
Il CV sta a voi come il trailer sta al film.
Non può essere esaustivo, non può spoilerare il finale, ma deve convincere il pubblico (anzi un segmento ben preciso di pubblico) ad andare al cinema.

Quindi il CV va pensato (e ripensato più o meno ogni volta che lo inviate) in funzione di chi lo leggerà. Per far colpo su di lui/lei.

Dovrà adattarsi nella forma, nel contenuto e nel linguaggio al destinatario.
Domandatevi sempre, prima di inviare il vostro CV, a chi lo state mandando: è un addetto ai lavori (nel senso che conosce il vostro mestiere nei suoi aspetti più tecnici) o è una società di recruiters? è il responsabile del personale o il responsabile di funzione con cui dovrete eventualmente collaborare? o magari si tratta del/la titolare dell’azienda…?

È probabile che nessuno vi dia questa informazione con assoluta precisione ma spesso basta riflettere, leggere bene l’inserzione, consultare il sito dell’azienda, raccogliere informazioni su linkedin… se si ragiona (e si indaga un po’) si sbaglia di poco.
E con questo dato è possibile adattare il CV, renderlo più discorsivo, tecnico, esplicativo o sintetico a seconda del caso.
Non sto parlando solo di personalizzare l’intestazione (che sarebbe già un bel passo avanti per i molti che ancora inviano il CV indiscriminatamente a tutti gli head hunters della provincia in ccn o chi inoltra paro paro la mail usata per XXX spa a YYY srl), ma non siete voi che state leggendo, lo so bene che non fareste mai e poi mai un errore così banale 😉
No, parlo di fare un po’ di fatica vera e di contestualizzare ogni volta la vostra candidatura modificando il CV (o predisponendone a monte versioni differenti) e personalizzando il messaggio mail.

Usando il linguaggio di chi vi leggerà, rispondendo ai suoi possibili dubbi, sottolineando quello che potrebbe apparirgli più utile e interessante, evidenziando gli aspetti peculiari che rendono la vostra una candidatura idonea, anzi desiderata e diversa dalle altre.

Questo aumenta l’efficacia del vostro CV molto più che kg e kg di grafica.
Le parole, l’attenzione, la capacità di fornire un servizio e un valore aggiunto, in questo caso aiutare chi legge a capire chi siete e cosa fate per fargli fare meno fatica possibile, vi aiuterà a ottenere un colloquio.
Una volta a colloquio, ve la dovrete giocare davvero, e ognuno di voi è ben più del suo CV (si spera).

Quindi a chi mi chiede come migliorare il proprio CV io rispondo così: mettiti dalla parte di chi legge e sii onesto nel rispondere alla domanda “quello che leggo mi è utile, mi convince e mi fa venir voglia di conoscere chi l’ha scritto?”

Partite da lì e avrete già un bel da fare per migliorare il vostro CV.

Se poi volete fare le cose davvero per bene:

  • ricordatevi di personalizzare anche la mail di presentazione, che è il trailer del trailer,
  • inviate il CV in pdf, non in word,
  • leggetelo più e più volte per togliere gli errori di grammatica,
  • ricordatevi che la punteggiatura non è un optional,
  • evitate i muri di parole,
  • togliete tutte le informazioni superflue.

E ricordatevi che un CV non è perfetto quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere! (a seconda però di chi lo dovrà leggere).

Il CV efficace lo ha inventato Leonardo Da Vinci: copiate!

Quel gran secchione di Leonardo Da Vinci tra le varie cose è fautore pure del CV efficace.

Quel CV cioè che non descrive ogni singola esperienza lavorativa (quello che hai fatto in passato) ma che mette in evidenza le capacità maturate (ciò che potrai fare presso chi ti assumerà).
Un CV non autoreferenziale ma concreto, pragmatico e rivolto ai bisogni e ai problemi di chi legge.
La lettera è indirizzata al Duca Ludovico Sforza detto Il Moro in occasione del trasferimento dello stesso Leonardo a Milano e pare  proprio una moderna domanda di assunzione.
Eccola tradotta in Italiano corrente:

Avendo constatato che tutti quelli che affermano di essere inventori di strumenti bellici innovativi in realtà non hanno creato niente di nuovo, rivelerò a Vostra Eccellenza i miei segreti in questo campo, e li metterò in pratica quando sarà necessario. Le cose che sono in grado di fare sono elencate, anche se brevemente, qui di seguito (ma sono capace di fare molto di più, a seconda delle esigenze):

  1. Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; e ponti da usare in battaglia, in grado di resistere al fuoco, facili da montare e smontare; e so come bruciare quelli dei nemici.
  2. In caso di assedio, so come eliminare l’acqua dei fossati e so creare macchine d’assedio adatte a questo scopo.
  3. Se, sempre in caso di assedio, la fortezza fosse inattaccabile dalle normali bombarde, sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente.
  4. Ho ideato bombarde molto maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta, in modo da creare spavento e confusione nel nemico.
  5. Sono in grado di ideare e creare, in modo poco rumoroso, percorsi sotterranei per raggiungere un determinato luogo, anche passando al di sotto di fossati e fiumi.
  6. Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie, che avanzeranno facilmente e senza ostacoli.
  7. Se c’è bisogno costruirò bombarde, mortai e passavolanti [per lanciare sassi e ‘proiettili’] belli e funzionali, rielaborati in modo nuovo.
  8. Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste [macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’] e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo; costruirò, in base alla situazione, infiniti mezzi di offesa e difesa.
  9. In caso di battaglia sul mare, conosco efficaci strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che sanno resistere a ogni tipo di attacco.
  10. In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza.

Se le cose che ho promesso di fare sembrano impossibili e irrealizzabili, sono disposto a fornirne una sperimentazione in qualunque luogo voglia Vostra Eccellenza, a cui umilmente mi raccomando.

Cosa fa Leonardo?
Per prima cosa sintetizza le sue competenze in un elenco numerato, così facendo facilita l’organizzazione dei contenuti e la lettura da parte di chi riceve la missiva.
Inoltre, e ancora più importante, contestualizza la lettera citando soprattutto le sue competenze in ambito bellico.
Lui, che era prima di tutto un artista e pure pacifista, scrive un CV promuovendo una gamma ben specifica di abilità, quelle che ritiene possano servire al Duca.
Delle sue qualità di artista ne accenna solo al decimo punto, senza forzare la mano.

Da Vinci docet quindi, il CV moderno l’ha inventato lui, e non ha niente a che fare con il formato europeo.

È invece un CV lean, contestualizzato, funzionale, che punta dritto all’obiettivo facendo leva sui bisogni di chi dovrebbe ingaggiarlo.

Funziona così anche oggi: chi assume lo fa perché ha un problema e sceglie la persona che ritiene possa risolverlo nel migliore dei modi.
Quando scrivete un CV chiedetevi sempre: che problemi ha il mio interlocutore? In che modo io posso contribuire a risolverli?
E poi scrivete di questo!
Tutto il resto che vi verrà voglia di inserire nel CV potrebbe essere inutile, pensateci bene prima di occupare spazio con parole e informazioni che non portano valore aggiunto.
E strutturate il testo perché sia immediato e fluido, gli elenchi puntati sono i vostri migliori alleati.

Il CV: che formato scelgo? Europass, classico o creativo?

La scorsa settimana è uscito un mio post sul portale C+B, ho parlato del Curriculum e ho cercato di dirimere una questione sempre un po’ discussa e mai completamente chiara.

QUAL È IL FORMATO IDEALE DI UN BUON CV?

Europeo, creativo, super-grafico, per competenze, cronologico, resumé, alternativo e chi più ne ha più ne metta.
Su C+B ho parlato a chi lavora in proprio, qui invece allargo la visuale e mi rivolgo anche a te che lavori come dipendente e ti stai ponendo questa domanda.

RAGIONIAMO UN PO’…

Io non ho la verità in tasca, o meglio credo che NON CI SIA UNA SOLA verità.
Ci sono degli elementi da valutare.

Elementi per i quali il tanto bistrattato formato europeo (che oggi è evoluto a Europass) potrebbe rivelarsi la scelta più opportuna, in alcuni casa l’unica possibile (ad. esempio se come me lavori per istituzioni o su progetti finanziati dove viene richiesto questo e solo questo tipo di documento).
In altri casi invece un CV cronologico classico e senza alcun elemento di originalità grafica produce qualche perplessità in chi lo legge (es. se è il CV è quello di un grafico creativo).

Quali sono quindi gli elementi da valutare prima di scegliere che formato adottare?

  • a cosa mi serve il CV, ad assolvere a un obbligo o a comunicare e convincere chi legge ad incontrarmi?
  • quanto tempo ho a disposizione? devo elaborare un documento velocemente o sto preparando qualcosa di curato e personalizzato?
  • a chi è destinato? chi è il mio interlocutore tipico? un ente/istituzione, la funzione marketing di un’azienda, la funzione HR, una società di recruiting?
  • che lavoro faccio? lavoro in amministrazione, sono un avvocato, sono un creativo, mi occupo di comunicazione digitale, sono un area manager, lavoro in ufficio tecnico…
  • che livello di seniority ho e in quale settore opero? è significativo spiegare ogni singolo passaggio della mia carriera o posso puntare alla descrizione delle mie competenze attuali sotto forma di resumé?

Rispondi a ogni domanda, l’esito finale non può essere incerto! Capirai da solo/a quando è opportuno “ripiegare” su un dignitoso Europass (e per favore evita il vecchio modello europeo o, se proprio vuoi usarlo, usalo bene, non è mica necessario inserire le competenze artistiche se queste si limitano ad aver cantato nel coro della parrocchia e ricordati di eliminare le istruzioni di compilazione nella colonna di sinistra, mi raccomando) e quando invece vale la pena di creare qualcosa ad hoc. Quando serve creatività e quando invece è più opportuno mantenere uno stile sobrio (ma non piatto ehh… poi vediamo cosa significa).

EUROPASS, QUANDO?

Abbiamo capito quindi quando usare l’Europass:

  • quando bisogna e quando abbiamo fretta principalmente,
  • quando ricopriamo un ruolo aziendale che non ha importanti contenuti di creatività,
  • quando ci spaventa molto l’idea di “inventare” qualcosa e abbiamo il dubbio che non riusciremo a gestire i futuri aggiornamenti del documento,
  • quando dobbiamo comunicare solo ed esclusivamente la nostra storia professionale e le competenze maturate, con evidenza ai diversi passaggi cronologici.

Quindi no, non è una scelta sbagliata, basti sapere che si tratta di un’opzione molto standard e standardizzata: nessuna eccitazione particolare quando scaricherai il CV compilato, te lo dico, ma avrai un prodotto dignitoso, ben formattato e adeguato al suo scopo. Se pensi che ti serva questo è giustissimo usare questo formato.

PERSONALIZZATO: CREATIVO O CLASSICO?

Se invece scegli il CV personalizzato si apre un nuovo dubbio: quanto devo lavorare di grafica, paiette e lustrini? Dovrò forse ingaggiare un grafico per renderlo attraente?

No! Prima di partire per la tangente fermiamoci e di nuovo ragioniamo. Non è sempre necessario elaborare qualcosa di articolato, super-creativo, trabordante grafica e interattivo.
Perchè se posso darti un consiglio solo sarebbe questo: scegli un formato che ti risulti agevole, maneggevole e semplice da aggiornare in futuro e punta ai contenuti (chiarezza, completezza, sintesi, capacità comunicativa), e ricordati che:

l’originalità più sfidante (e potenzialmente efficace) è quella che affidi alle parole, non tanto alla grafica!

È inutile quindi perdere le serate a elaborare un CV con le paillettes e dover imprecare ogni volta che dovrai modificarlo perchè si sformatta a ogni piccola variazione di testo (ehh già, un CV andrebbe personalizzato quasi a ogni invio, lo sai vero??).

Quindi un formato classico, pulito, sobrio ma personalizzato, con l’uso di due colori (il nero e un altro colore), con una grafica basilare, una mappa visiva* ben definita e un testo curato e personalizzato che comunichi il tuo lavoro ma anche un po’ te come persona e ciò che stai cercando/offrendo, è davvero la scelta migliore.

*per mappa visiva intendo un’efficace distribuzione dei contenuti, che agevoli la lettura del documento da parte di chi lo riceve. Si realizza usando bene gli spazi, paragrafi, box, linee di separazione, link, bold.

LE PAILLETTES NON POSSONO MANCARE SE…

Se invece il tuo mondo è quello della grafica e della creatività io mi aspetto che il tuo CV sia in parte anche una “dimostrazione” delle tue competenze: parte della tua credibilità professionale deve manifestarsi proprio lì. Sfrutta quest’opportunità: tu hai una possibilità in più rispetto a tanti altri, quella di far vedere le tue competenze.
Solo alcune attenzioni:

  • ricordati che gli elementi grafici e i simboli non compaiono in una ricerca testuale, quindi evita di affidare al disegno parole o concetti chiave,
  • pensa al tuo interlocutore: parla la tua lingua? è dentro al tuo mondo? se sì puoi osare un po’ di più, in caso contrario fai attenzione: il rischio è di non essere capito, quindi preoccupati sempre che la forma e i contenuti grafici del tuo CV non interferiscano con la sua comprensione/lettura.

Queste sono alcune riflessioni che mi sono sentita di condividere, come vedi non ci sono regole incise sulla pietra che ti permettono di scegliere IL formato giusto una volta per tutte.
Non funzionerebbe. Più opportuno avere a disposizione diversi modelli e scegliere quello più adeguato a seconda del contesto/obiettivo.

UN REGALO FINALE

Chiudo con un regalo: se cerchi dei template creativi o quantomeno diversi da quelli di word ma non hai dimestichezza con la grafica ti suggerisco di usare CANVA. È un programma di impaginazione gratuito (basta registrarsi) che propone diversi modelli pre-compilati, tra quelli proposti ci sono anche molti spunti per il resumé dai quali puoi elaborare un buon curriculum grafico. Provare per credere.

Foto di Vítor Santos

La mail che accompagna il CV: mini-guida alla scrittura efficace

Differenziati e incuriosiscimi!

Questo è quello che ti invito a fare quando decidi di scrivere a me e a qualsiasi altra persona, recuirter o manager, a cui invii il tuo Curriculum.
Hai a disposizione più possibilità per attirare la mia attenzione ancora prima che con i contenuti specifici del CV, su cui, lo sappiamo bene, si può giocare solo fino a un certo punto.

Puoi usare:

  1. l’oggetto della mail
  2. il messaggio dentro la mail
  3. la tua presentazione, in forma di lettera a parte o di sintesi che si inserisce tra i dati anagrafici e tutto il resto (io consiglio questa seconda scelta quando si invia il CV in Italia)
  4. la forma grafica del CV
  5. la forma fisica del CV (questo non è per tutti ma c’è comunque buon margine di fantasia)

IL MESSAGGIO DELLA MAIL: A COSA SERVE?

Ora, senza voler andare in cerca di cose difficili e poco maneggevoli come i programmi di grafica, concentriamoci sul punto 2 “il (benedetto) messaggio della mail”.
Che ci mettiamo nella mail che accompagna il Curriculum?
Intanto chiariamo bene una cosa: quello che scrivo nella mail non è il riassunto del CV!
È un messaggio che ha l’obiettivo di trasmettermi e spiegarmi le motivazioni che ti spingono a candidarti a una certa selezione e le competenze (hard e soft) distintive che puoi mettere in campo.
In caso di candidatura spontanea (ovvero non specifica su una ricerca di personale), lo scopo di questo messaggio è convincermi che potrebbe valere comunque la pena di incontrarti.
A ogni modo, il messaggio avrà fatto bene il suo dovere se io:

  • aprirò e leggerò con curiosità il tuo CV dall’inizio alla fine
  • mi ricorderò di te “a lungo” anche senza averti conosciuto/a di persona
  • mi verrà voglia di conoscerti a prescindere dal fatto che ci sia una selezione su cui confrontarci

IL MESSAGGIO DELLA MAIL: COSA e COME NON SCRIVERE!

Sarò brutale, nel corpo della mail:

  • non scrivere un bignami (che poi non è mai un bignami) delle tue esperienze professionali. Quelle le leggerò sul CV se sarai così bravo/a da farmi venir voglia di leggerlo.
  • non lamentarti del mercato del lavoro e delle continue ingiustizie a cui sei incappato/a
  • non creare un muro di parole che scoraggia la lettura anche della persona più tollerante e accogliente, (usa bene lo spazio, non dilungarti, crea dei paragrafi).
  • non lasciarlo in bianco (sì, c’è chi lo fa)
  • non liquidarmi con un banale e impersonale In allegato Le invio il mio CV per la posizione in oggetto
  • non tentare di metterti al mio posto. Eccoti un esempio di vita vera:
    Buongiorno, le scrivo per candidarmi alla posizione di Responsabile XYZ che ho trovato sul vostro sito.
    Quando ho letto l’inserzione mi sono trovato descritto, sembrava si parlasse proprio di me e ho quindi capito di essere la persona giusta per questa selezione. Le mie esperienze (segue logorroica esposizione delle esperienze professionali) mi rendono il candidato ideale a questo ruolo. Attendo una convocazione per un colloquio. Cordiali saluti.
  • non dirmi cose ovvie e inutili. Un altro esempio dall’archivio:
    Gentilissima dott.ssa Zantedeschi, desidero con la presente sottoporre alla Sua attenzione il mio curriculum vitae. Ho maturato esperienze di lavoro in team e capacità di lavorare per obiettivi nell’ambito di aziende importanti e strutturate nelle quali ho avuto modo di esprimermi e farmi apprezzare in particolare per doti di comunicazione, riservatezza, discrezione, sensibilità, organizzazione, cura dei particolari e versatilità. Alla ricerca di nuovi stimoli e mossa dal desiderio di rimettermi in gioco in ambito professionale, sarei molto lieta poter avere un colloquio conoscitivo con Lei. 

Rileggi ancora una volta il messaggio qui sopra e dimmi cosa fa questa persona di lavoro.
Esatto, hai centrato il problema: non si capisce!
A parte lo stile di scrittura un pelino arcaico e formale, quello che manca è la sostanza.
C’è un potpurri di cose belle e buone ma senza un contesto di riferimento.

PER DIFFERENZIARSI BASTA UNO E UN SOLO MOTIVO, TROVALO e poi scrivilo bene!
(e adesso ti spiego come)

Il messaggio della mail è un messaggio promozionale, deve portarmi a fare qualcosa (call to action) ad es. aprire il CV (e sì, io li apro tutti in ogni caso ma a volte il messaggio della mail è un grandissimo deterrente) o deve attivare una serie di pregiudizi positivi secondo i quali io aprirò il tuo CV già un po’ convinta che tu sia una persona da incontrare!

Come si fa?
Con parole chiare e dirette, pochi giri di parole, pochi virtuosismi letterali e un corretto uso del grassetto e della formattazione.
Queste parole nascono dalle risposte ad alcune semplici domande:

  • perchè mi candido a questa posizione?
  • cosa potrebbe differenziarmi da altri/e candidati/e?
  • cosa voglio che venga letto del mio CV? (1 sola cosa, la più importante)
  • perchè questa persona dovrebbe incontrarmi?
  • che valore aggiunto posso portare in un nuovo contesto lavorativo?
  • perchè voglio lavorare per questa azienda? (nel caso si scriva direttamente a un’azienda)

Rispondi per iscritto a tutte queste domande e poi rileggile.
Seleziona poi quella che secondo te (o secondo qualcuno di cui ti fidi) ha il messaggio più forte, più diverso, più accattivante, più convincente e, sulla base di quella risposta, elabora un buon testo della mail ricordandoti che non deve superare le 10-12 righe e che deve dire cosa fai nella vita.

AD ESEMPIO… (lo faccio io per mostrarti come potrebbe essere)

perchè mi candido a questa posizione?
Lavorare nel controllo di gestione è il mio obiettivo, mi sono appassionata di questa materia alla specialistica di Economia Aziendale: è stato un colpo di fulmine che ha portato chiarezza in ogni mia successiva scelta lavorativa e formativa.
Mi candido perchè intravedo in questa opportunità il modo di fare un bel passo avanti nel mio percorso lavorativo e nell’acquisizione di nuove competenze manageriali in un contesto internazionale (finalmente).
È il mio treno e non voglio perderlo, o quantomeno vorrei potermi mettere in corsa per prenderlo. 😉
È per questo che spero in un colloquio conoscitivo, poi starà a me giocarmi tutto.

cosa potrebbe differenziarmi da altri/e candidati/e?
Non è certo la laurea in ingegneria meccatronica a rendermi il candidato ideale lo so, forse nemmeno la conoscenza approfondita dei più importanti CAD 3D (Solidworks, SolidEdge, Inventor e ProE), potrebbe giocare a mio favore l’aver progettato in completa autonomia macchine automatiche nel settore del packaging e una precedente esperienza come project manager all’interno di un’azienda del settore automotive (uno tra i più esigenti in circolazione).
Ma se anche questo non dovesse bastare credo di potermi giocare un B2 in tedesco, la conoscenza delle principali normative ISO/TS e una riconosciuta capacità di affrontare i problemi con lucidità e pragmatismo. Per tutto il resto rimando a un colloquio conoscitivo!

cosa voglio che venga letto del mio CV? (1 sola cosa, la più importante)
Buongiorno, sul mio CV troverà citate e ben descritte le mie esperienze professionali.
Le anticipo solo che ho lavorato per 7 anni nel settore della gioielleria (lo stesso settore in cui opera l’azienda citata nell’inserzione): conosco quindi tutte le logiche specifiche dell’acquisto di materiali, servizi e lavorazioni di questo mondo specifico e so bene quali sono le principali problematiche (di qualità, tempi e costi) che lo caratterizzano.
Conosco la problematica del “calo di lavorazione”, so verificare i dati del sistema e so quanto sia importante lavorare a stretto contatto con la programmazione produzione.

Tutto il resto è ben descritto nel CV quindi non mi dilungo ma spero di raccontarle a voce anche i motivi che mi spingono a voler cambiare lavoro.

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PS: talvolta la cosa che andrebbe messa in bella vista sul corpo della mail potrebbe essere l’iscrizione alle liste di mobilità o eventuali incentivi all’assunzione, l’iscrizione alle categorie protette, un trasferimento già previsto nella zona dove ha sede l’azienda (se si abita distanti) o la possibilità di domicilio in loco ecc…

perchè questa persona dovrebbe incontrarmi?
Le scrivo perchè sto cercando un nuovo lavoro! Banale ma vero. Le anticipo anche che ho controllato il sito e non ho trovato nessuna ricerca attiva che possa rispondere ai miei requisiti e/o ambizioni quindi so bene che non c’è motivo apparente perchè lei debba incontrarmi. Ma io sono fiduciosa e so di essere una buona potenziale candidata.
So che prima o poi qualcosa si muoverà anche per me e io voglio essere pronta, un breve colloquio con lei potrebbe aiutarmi, se ne ha il tempo e la possibilità.
In caso contrario sappia che controllerò regolarmente il vostro portale e mi segnalerò non appena troverò un’inserzione interessante. Quindi al limite l’appuntamento è solo rimandato. 🙂
Glie l’ho detto, sono una persona fiduciosa, e anche determinata!

che valore aggiunto posso portare in un nuovo contesto lavorativo?
La mia esperienza professionale come enologo è breve ma imparare non è mai stato un problema. So che la differenza la fanno le persone, non le conoscenze che oggi sono una merce alla portata di molti.
Quindi metto in gioco la mia determinazione, la mia capacità di lavorare in team (lo testimonia la lunga militanza all’interno dell’associazione Clownterapia Vicenza), la mia formazione specifica in enologia e viticoltura e la passione per questo settore, una passione mista a umiltà perchè ribadisco, ho molto da imparare, ma nessuno dovrà insegnarmi ad amare il mio lavoro.

perchè voglio lavorare per questa azienda?
Buongiorno, le scrivo per candidarmi alla posizione di Assistente Commerciale Export.
Esperienze e competenze sono ben descritte sul CV, faccio questo lavoro da 7 anni.
Quello che invece voglio sottolineare qui è la mia motivazione a lavorare per PINCOPALLO SPA. Vi conosco come un’azienda ricca di valori e di attenzioni per le persone.
Mi sono informata, vi seguo sui canali social e sui media e da tempo aspetto l’opportunità giusta per candidarmi a lavorare con voi.
Operare nel mondo della moda sarebbe già un traguardo importante ma collaborare con voi significa concretizzare un obiettivo che coltivo da anni.

Spero che gli esempi ti siano stati utili.
L’ultimo consiglio che ti dò è cambia: non continuare a scrivere la stessa cosa se vedi che non ottieni risposte. Prova e riprova usando frasi diverse, provando a modificare il tono o la motivazione. Sperimenta e misura i risultati.

(Foto di Neven Krcmarek)

Laureandi, attenzione a queste due insidie

Scrivo questo post di getto perchè voglio mettere allo scoperto due insidie travestite da principesse che minano il percorso professionale di molti laureandi/laureati.

Si tratta di due pericoli dall’aspetto completamente differente, direi quasi opposti tra loro, ma ugualmente traditori.

Vado subito al dunque:

INSIDIA 1: NON HO MAI LAVORATO DURANTE L’UNIVERSITA’ PERCHÈ I MIEI GENITORI MI HANNO DETTO DI CONCENTRARMI SUGLI STUDI E DI NON PENSARE AD ALTRO.

Voi vi siete sentiti davvero fortunati e vi siete goduti uno dei più bei periodi della vostra vita fino a quando…
Fino a quando il mondo del lavoro, che vi assicuro non assomiglia per niente a un campus universitario, non vi stenderà al primo round perchè i vostri guantoni saranno gonfi solo di teoria ma sul ring, la teoria spesso e volentieri non basta. E vi dico di più: dopo aver festeggiato a dovere i successi scolastici (perchè se avete pensato solo a studiare io mi auguro che voi siate usciti con il massimo dei voti!), più di qualcuno di voi non avrà la più pallida idea di COSA VUOLE FARE perchè non si è mai sperimentato in un contesto professionale.
Non fraintendetemi, non vi sto dicendo che durante l’università dovete cercare e iniziare il lavoro che vorrete fare dopo la laurea, vi suggerisco di confrontarvi con l’esperienza lavorativa in generale, anche se completamente diversa dalle vostre ambizioni di carriera. Vi servirà a conoscere meglio voi stessi e vi preparerà al dopo.
Sfruttate questi anni in cui potete organizzarvi con maggiore libertà per inserire nel vostro piano studi anche un po’ di attività sul campo. Certo, ci sono gli stage direte voi, ma se lavorerete per mantenervi gli studi vi assicuro che la cosa avrà un sapore e un valore tutto diverso.
Dovrete cercarvelo quel lavoro, conciliarlo con gli impegni accademici, cambiarlo all’occorrenza, ecc…
Lavorare come cameriere, come hostess nelle fiere, come  aiuto parrucchiera o anche come lavapiatti vi permetterà di imparare tanto su di voi e su “come funzionate”, su come affrontate le situazioni, su quali compiti vi risultano più naturali di altri, ecc… , vi permetterà di sperimentare alcune dinamiche comuni a qualsiasi ruolo professionale e non vi farà trovare completamente spaesati quando, ancora odoranti di alloro, vi accingerete a muovere i primi passi della vostra carriera.

ps: se ne avrete la possibilità metteteci dentro anche un’esperienza all’estero (ve lo dice una che non l’ha fatta e si è tanto pentita).

ps2: se siete genitori e state leggendo questo post non sognatevi mai di fare un regalo di questo tipo ai vostri figli, non è un vero aiuto!

ps3: se per lavorare come cameriere nei weekend impiegherete 15 anni a laurearvi c’è qualche problema.

INSIDIA 2:
OPZIONE A) HO TROVATO UN LAVORO A TEMPO PIENO CHE MI PIACE TANTO, CONCLUDERO’ (forse) L’UNIVERSITA’ CON CALMA
OPZIONE B): HO TROVATO UN LAVORO A TEMPO PIENO CHE MI PIACE TANTO QUINDI RINUNCIO AGLI STUDI MAGISTRALI CHE AVEVO PIANIFICATO

Vi svelo un segreto: pochissimi, ma davvero pochissimi di quelli che mi raccontano che finiranno l’università lavorando a tempo pieno, poi lo fanno per davvero.
E quei pochissimi fanno una fatica immensa, ma davvero stratosferica.
Vi svelo un altro segreto: tantissime delle persone che non finiscono l’università o che non completano il percorso formativo per favorire il lavoro, dopo qualche anno si mangiano ben più che le unghie per non aver ottenuto quel titolo.
Perchè non è sempre vero che è solo un pezzo di carta. 
Il valore che viene attribuito a una laurea rispetto a un diploma, a una magistrale rispetto a una triennale, in alcuni ambiti, per certi percorsi e per alcune posizioni manageriali è davvero un’altra roba. Roba che l’esperienza sul campo non sempre riesce a sopperire.
È una grande fortuna oggi come oggi trovare un buon lavoro e una buona azienda ma io vi invito a pensare in prospettiva: guardate lontano, spingetevi oltre l’orizzonte perchè è là che vi servirà la vostra laurea, la vostra formazione.
E sì, si può fare tutto nella vita, anche lavorare 10 ore al giorno e prendere due lauree: ma è complicato, dovrete essere pronti a dei grandi sacrifici.
Ammiro profondamente le persone che ci riescono, ma sono rare.

In bocca al lupo a tutti.

Colleghi, la nota acida che porta equilibrio e la storia di un cuore che non si appende

Nel lavoro ci sono momenti sì e ci sono momenti no.
Questo per me è un momento no!

O quantomeno è un momento davvero faticoso.
Sarà che sono stanca (ancora 3 settimane prima delle ferie), sarà che il mercato si sta muovendo in modo strano, sarà che a volte non riesco a dire di no anche se bisognerebbe dire di no, sarà che tanti progettisti meccanici non hanno voglia di cambiare lavoro e gli altri non hanno le competenze specifiche che cercano i miei clienti, sarà che probabilmente c’ho pure Saturno contro… insomma sarà quel che sarà ma quando il lavoro non gira come vorrei, io non sono più la persona simpatica e sorridente che (spero) immaginate, nemmeno quando sono a casa che cucino o fuori a farmi una corsa.

Non ce la faccio proprio a staccare la spina. Non chiudo i pensieri chiudendo la porta dell’ufficio. ON-OFF per me non funziona, sono più o meno stabilmente in ON.

Un mio cliente diceva “Roberta, ho bisogno di persone che, quando la mattina entrando in ufficio appendono il cappotto, non appendano anche il cuore per ripigliarselo la sera quando escono.”

Mi è sempre piaciuta tanto questa cosa del cuore appeso insieme allo spolverino (vanno ancora gli spolverini o è un retaggio della mia veneranda età?).
Io il cuore cerco di tenermelo sempre appresso.
Forse anche per questo sono stanca, forse anche per questo ci sto davvero male quando le cose non vanno. Il distacco insomma non mi appartiene.

E sbaglio! Perchè un po’ di sano distacco non guasta mai. È come l’acidità in cucina: non si può preparare un piatto che non contenga almeno una nota acida, mancherebbe di equilibrio.
Equilibrio, questo sconosciuto!

Fortuna che ci sono loro.

Qualsiasi sia il motivo del mio malcontento, sul lavoro io sono fortunata perchè ci sono loro: sono i miei colleghi (e vabbè che siamo tutto liberi professionisti ma il concetto vale uguale visto che COLLABORIAMO nel senso più puro e alto del termine).
Ci rifletto spesso in questi giorni in cui tirare la carretta è davvero più difficile del solito, (aggiungiamoci un pessimo impianto dell’aria condizionata in ufficio che mi ha mandata all’ospedale con una sinusite + bronchite da ippopotamo), insomma se non ci fossero loro io sarei in grandissima difficoltà.
E invece ci sono.
Dalla A di Alice alla S di Sofia passando per altre lettere dell’alfabeto.

E allora è più facile, sfogarsi ma anche confrontarsi, e trovare insieme un modo diverso di affrontare le situazioni, sia sul pratico che sull’emotivo.

Se c’è una cosa che ha sempre determinato il mio benessere sul lavoro è la componente umana. E oggi più di quando va tutto bene, ne apprezzo il valore che la moneta non può compensare.

Per i razionali (i rossi e i blu secondo Insights Discovery) questo fattore pesa meno.
Per noi che occupiamo la mezza ruota dal lato feeling invece, “con chi lavoriamo” ha più o meno lo stesso peso del “cosa facciamo”.
È così.
Ed è importante saperlo. In anticipo intendo.
Che se capiti nel contesto sbagliato potrai anche aver raggiunto il ruolo a cui tanto ambivi ma non lo vorrai più dopo pochi mesi. E verrai da me o da qualsiasi altro recruiter a dire che “Non è tanto il lavoro ma l’ambiente a demotivarmi, è per questo che cerco qualcos’altro. Un contesto migliore, più collaborativo!”.
E io ti crederò, perchè lo so che è così (io ho lasciato il posto fisso per questo motivo!). Ti crederò fintanto che non mi darai pacco per accettare la controfferta della tua azienda naturalmente (ma non tu, non tu che stai leggendo vero questo post???).

È un post sentimentale questo, lo so, ma ci tenevo a condividere poche e frammentate riflessioni sull’importanza di avere, vicino a un buon lavoro, anche dei buoni colleghi e in generale un contesto lavorativo umanamente salubre.
Vale per chi lavora come dipendente, che ogni giorno passa 8 ore con persone che non ha scelto (a meno che non siate dirigenti che selezionano i propri collaboratori), vale per i freelance o per i liberi professionisti che spesso corrono il problema opposto: la solitudine.

E chiudo dicendovi che l’armonia, per la mia esperienza, vive nella diversità (questa è la nota acida del piatto): non cercate persone uguali a voi, cercate persone aperte al confronto, capaci di condividere, motivate al lavoro. Se poi questi colleghi guardano il mondo da un altro punto di vista rispetto al vostro tanto meglio! Vi offriranno uno spunto di riflessione in più. Vi aiuteranno a trovare un equilibrio proprio perchè sono diversi da voi. Siate distaccati e capirete che la diversità, soprattutto sul lavoro, è ricchezza.

Suggerimento pratico: è vero che potrebbero anche mentirvi, ma in fase di selezione chiedete com’è l’ambiente di lavoro dell’azienda che state valutando. Chiedete il tasso di turnover oppure, meglio ancora, guardate su Linkedin l’anzianità aziendale delle persone che vi lavorano. Fatevi quindi un’idea sull’eployer brading di quella società prima di scegliere abbagliati da un’offerta luccicante.

Ora chiudo davvero e vi auguro buone ferie.
Ci risentiamo a settembre, che in vacanza non si parla di lavoro. 😉