Il personal branding non è più un optional per chi cerca lavoro

“Lavoro come dipendente di un’azienda, ho il posto fisso, sono quadro all’interno di una grande industria, sono impiegata amministrativa in un’azienda familiare, ho appena conseguito la laurea in Ingegneria Meccanica.”

Cosa hanno a che fare queste ipotetiche persone con il personal branding?”
In una parola: TUTTO.
O quantomeno tutto il loro futuro professionale per la piega che sta prendendo il mercato del lavoro e la ricerca di personale.


Ok, la posizione intransigente non piace nemmeno a me ma questo articolo vuole portarvi a riflettere su qualcosa che fino ad oggi è sempre stata appannaggio di aziende, liberi professionisti, guru e influencer: il self marketing e la comunicazione di sé a scopo carriera.
Quindi vado giù un po’ diretta consapevole che, proprio perché sto parlando con e di persone e non di una nuova linea di assorbenti, ogni situazione ha le proprie particolarità e non c’è una ricetta che si può spalmare su tutti in modo uniforme come la nutella sul pane.


L’assunto di base è il seguente: per crescere professionalmente (dentro la propria azienda o attraverso il passaggio per realtà differenti) ma anche per ricollocarsi dopo un momento di inattività o di difficoltà, è indispensabile comprendere e sviluppare il proprio brand personale. 
Secondo assunto: il personal branding vi aiuterà più di un bilancio delle competenze a comprendere la vostra identità professionale con il valore aggiunto di comunicarla all’esterno.


MA ANDIAMO CON ORDINE: COS’È IL PERSONAL BRANDING?

Partiamo dal buon Wikipedia:
Il personal branding è l’attività con cui prima si consapevolizza e poi si struttura il proprio brand ovvero la propria marca personale.
È un processo attraverso cui una persona definisce i punti di forza (conoscenze, competenze, stile, carattere, abilità, ecc.) che la contraddistinguono in modo univoco, creando un proprio marchio personale, che comunica poi nel modo che reputa più efficace.

Scandellari dichiara:
Il Personal Branding consiste nella comprensione e valorizzazione delle capacità e qualità personali, attraverso un’adeguata comunicazione ad un pubblico interessato

Gioia Gottini è più concreta:
Il personal branding è l’unione tra la tua personalità e il problema che risolvi.   

Danzi è più strutturato e ne parla in un recente articolo:
Il personal branding è una vera e propria costruzione della propria identità ai fini di una maggiore efficacia comunicativa della professionalità, su canali fino a ieri sconosciuti o poco battuti; è la trasposizione della propria immagine professionale sui social network (LinkedIn in primis, ma senza escludere Facebook e Twitter) e, nel caso di coloro con maggiori capacità di comunicazione, su piattaforme editoriali (Medium) e blog personali, necessaria per un manager, indispensabile laddove la libera professione diventasse un’alternativa concreta.                                                              

Ma la definizione che io preferisco è quella diretta ed essenziale di Luigi Centenaro:
Il tuo Personal Brand è la ragione per cui un cliente, un datore di lavoro o un partner ti sceglie.
Fare Personal Branding significa gestire in maniera strategica la propria immagine professionale.

Ricapitolando e cercando di semplificare:

  • il tuo brand è la tua reputazione professionale
  • la reputazione è ciò che gli altri pensano e dicono di te quando tu non ci sei (quindi non è necessariamente ciò che dici tu),
  • il tuo personal brand è fatto di ciò che sai, di ciò che sai fare e della tua impronta personale (chi sei tu, quali valori ti sostengono, quale approccio ti guida…),
  • il personal branding è tutto ciò che fai per comprendere, definire e comunicare la tua reputazione professionale. È ciò che fai perché quello che pensano gli altri assomigli il più possibile a ciò che vuoi che pensino di te (fortuna che avevo promesso di semplificare).

È chiaro quindi che:

  1. ognuno di noi ha un brand, che lo voglia o meno,
  2. la scelta è se agire consapevolmente per farne uno strumento di sviluppo professionale o continuare a scrivere CV in formato europeo e richiedere il bilancio delle competenze.

E ora togliamoci anche il dubbio che vedo comparire nella vostra testa: no, il Personal Branding NON È fare o farsi pubblicità e no, non è vero che lavora solo chi sa raccontarla meglio.
Senza competenze, hard e soft, non c’è personal branding che valga.
Ma a parità di competenze chi sa fare personal branding ha sicuramente più possibilità di ottenere un lavoro.

PERCHÈ E A COSA TI SERVE IL PERSONAL BRANDING?

Il personal branding trova casa soprattutto nell’estensione digitale di ciascuno di noi: i social network, il blog, le piattaforme on line all’interno delle quali decidiamo di registrarci e inserire contenuti.
Ma anche nella mail di presentazione che accompagna il CV, nel CV stesso, nei sistemi di application di molte società di recruiting o delle aziende stesse.
Ovunque andiamo a inserire del testo che parla di noi contribuisce a trasmettere la nostra credibilità professionale (presente o potenziale) e, a momento debito, influenza la scelta di chi è chiamato a valutarci per una possibile collaborazione/assunzione.

È determinante?
Non lo sappiamo a priori, ma possiamo essere certi che contribuisce.

A cosa?
Alla percezione che avranno di noi le persone che entreranno in contatto con i “nostri” contenuti e con i nostri account social. A quella che io chiamo “l’esperienza che fanno di noi le persone prima ancora di incontrarci”.

E ora vorrei fare un passo oltre e azzardarmi a dire che il Personal Branding è un meraviglioso percorso di orientamento professionale
Riprendo quanto affermato da Osvaldo Danzi nell’articolo citato poco fa, che peraltro sposo con entusiasmo: il personal branding oggi rappresenta la modalità attiva e propositiva di vivere il mercato del lavoro e quindi anche la ricerca di un lavoro. E per come avviene, il processo di messa a punto del brand include anche un processo di orientamento professionale.
Chiamiamolo orientamento professionale 4.0 se vogliamo: qualcosa che non ha niente a che fare con il mero bilancio delle competenze e le attività di outplacement ma che permette di:

  • analizzare in profondità le proprie motivazioni e le ambizioni,
  • di confrontarle con ciò che si sa fare e con il modo con cui si desidera essere percepiti,
  • di trovare il proprio modo personale e autentico di comunicarle all’esterno.

So che questo terzo punto è quello che per molti rappresenta lo scoglio più alto: esporsi, promuoversi, fare marketing di sé.
Vendersi.
Che brutta roba…
Su questo non voglio addentrarmi adesso perché mi riservo di fare l’antipatica in un altro post ma vi lascio solo una considerazione prima di passare a dirvi come iniziare a fare Personal Branding: si sta sviluppando in modo prepotente il social recruiting. Significa che le opportunità di lavoro viaggiano sempre di più sui social network e che aziende, recruiting e professionisti utilizzano queste piattaforme per cercare nuovi collaboratori e partner.
Possiamo decidere di adottare un approccio romantico e vecchio stampo e affidarci solo al CV, magari il più bel e ben scritto CV del mondo. Ma se poi lo affidiamo a un piccione viaggiatore anziché agli strumenti con cui la maggior parte delle persone cerca e trova lavoro oggi, l’unica cosa in cui potremo sperare è in una grande botta di culo. 
Essere (sui) social non è più un’optional (vi concedo di snobbare Facebook ma LinkedIn non può mancarvi) ed essere sui social non significa aprire un account e lasciarlo là come se fosse una pianta grassa.
Se poi davvero troverete un modo per farvi notare al di fuori di questi canali fatelo, se mai mi arrivasse davvero un piccione viaggiatore io incontrerò chi me l’ha inviato senza alcuna esitazione. Ma realisticamente oggi è più facile che mi arrivi un drone, e la poesia è già andata a farsi benedire, a questo punto meglio LinkedIn.

Riassumendo, fare personal branding vi aiuterà a chiarire e mettere a fuoco la vostra strategia professionale (anche chi lavora come dipendente ne ha una, anche chi dice di non avere ambizioni ne ha una) e a farvi scegliere da un potenziale datore di lavoro. E oggi non è più in discussione l’importanza di usare i canali digitali per intercettare opportunità di lavoro e per essere intercettati dai recruiter/aziende ma usare i social è qualcosa di diverso da essere sui social.

Come iniziare a fare Personal Branding

E veniamo alla messa a terra di ‘sto pippone incredibile: come si fa?
Prima di fare Personal Branding bisogna mettere definire il brand.
Perché non si parte mai a fare qualcosa, neanche un piatto di pasta al pomodoro, prima di aver fatto un’analisi e messa a punto di ciò che serve, ciò che si ha a disposizione, ciò che manca e degli obiettivi che si vogliono raggiungere: ho la pasta? ho il sale? quanta pasta mi serve? il pomodoro c’é? per quante persone devo farne? ho una pentola abbastanza capiente? so come si cucina la pasta?

Quindi l’analisi e la definizione del brand sono il primo passo.
Se vi interessa approfondire o anche sperimentare vi consiglio di usare:

Tutto fa branding di Gioia Gottini è un ebook molto semplice e pieno di esercizi pratici che possono fare tutti.
Il Personal Model Canvas tradotto e aggiornato da Luigi Centenaro è uno strumento un po’ più evoluto ma meraviglioso per ragionare su di sé (da soli o accompagnati da qualcuno che lo sa usare).
Personal Branding del sopra citato Luigi è un’altra pietra miliare che vi consiglio di leggere.
Infine potete trovate fior fiore di consulenti pronti a darvi una mano, me inclusa. Ma su questo punto fate bene attenzione e scegliete la persona che sentite più in linea con il vostro modo di essere e diffidate da chi vi assicura che troverete lavoro immediatamente dopo aver chiuso la consulenza.

Definito il brand si comincia con il Personal Branding, ovvero con l’attività di marketing vera e propria.
Gli strumenti a vostra disposizione sono:

  • il CV, che è ancora un mezzo importante nella ricerca di un lavoro e nella comunicazione di sé e quindi bando ai modelli pre-compilati (se non esplicitamente richiesto) e un po’ di olio di gomito per scrivere qualcosa che sia distintivo, identitario e rilevante per chi legge;
  • la lettera di accompagnamento, che spesso è la mail: vi pregio di inviarvi il mio CV è un po’ superato, non trovate?
  • il profilo LinkedIn, che dev’essere aggiornato (siamo tutti bravi a compilarlo quando cerchiamo lavoro ma quando l’abbiamo cambiato chi si ricorda più di inserire la nuova esperienza professionale?), deve contenere una foto come LinkedIn comanda (la faccia Dio del ciel, la vostra faccia!), deve contenere un’headline e un riepilogo ragionato e accattivante, e poi a ritroso le esperienze professionali;
  • tutti gli altri social: non è obbligatorio che parliate del vostro lavoro su Facebook o che postiate le foto della vostra scrivania su Instagram. Ma la vostra immagine pubblica (e relativa reputazione) si compone di tutti i pezzetti che di voi spargete sul web. Di conseguenza la coerenza e il buon senso dovrebbero guidarvi nella pubblicazione di contenuti che non dicono esplicitamente come lavorate ma mostrano che tipo di persona siete;
  • i contenuti: e qui tocchiamo l’ennesimo tasto dolente. I contenuti sono vostri amici, i contenuti sono buoni, i contenuti vi sapranno ricompensare. Dico davvero. E non abbiate paura a esporvi perché ora vi svelo un segreto: all’inizio, e per un bel po’ di tempo, la maggior parte dei vostri contenuti passerà inosservata. Avrete così il tempo di migliorarvi cammin facendo e di correggere il tiro gradualmente acquisendo quella dimestichezza che nessun manuale e nessun consulente può darvi, ovvero facendo pratica. Iniziate commentando o riproponendo i contenuti di qualcun altro, interagendo insomma, e via via sperimentate cercando il vostro tono di voce e il vostro ritmo. Su questo punto tornerò con un post ad hoc, promesso. Per oggi vi consiglio di iniziare a seguire Max Furia e il suo LinkedIn Content Strategy: lo trovate su LinkedIn, su Facebook, in podcast e con le note vocali Telegram. Fidatevi, vi aiuterà.
  • il network: non serve avere 23.000 contatti ma con 356 non andate lontano. Però attenzione: sparare inviti a tutta la rubrica è sconsigliato. Consigliatissimo invece usare quel pulsantino che vi permette di scrivere due parole, prima o dopo aver ricevuto il contatto perché di vero contatto si possa parlare. Personalizzare è la segreto per essere notati.
  • per chi ha voglia di osare poi ci sono i blog, Medium (una piattaforma editoriale dove si possono pubblicare articoli), forum e gruppi tematici, gli articoli di LinkedIn (Pulse) e poi ancora i canali video, le canali telegram, i podcast ma qui siamo già alla cintura nera del Personal Branding e per ora possiamo lasciarla ai guru e agli influencer perché non è tanto la somma degli strumenti che userete ma la credibilità che riuscirete a trasmettere e la consapevolezza con cui andrete a proporvi.

Per oggi mi fermo qui.
Sarei felice se vi fosse venuta voglia di andare a rivedere i vostri testi su LinkedIn e se si fosse accesa la lampadina del personal branding ovvero della cura della vostra reputazione professionale.
Per trovare lavoro, per cambiare lavoro, per crescere all’interno dell’azienda in cui state già lavorando.
Insomma, per diventare dei professionisti più completi.

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CERCARE LAVORO SIGNIFICA FARE MARKETING DI SÈ, CON GARBO

Offerta e domanda di lavoro.
Qualcuno pensa che la domanda sia quella dei candidati che cercano lavoro, non a caso si dice “presentare domanda di lavoro”.

In realtà la domanda è quella del mercato e l’offerta è di chi propone la propria professionalità.
Insomma chi paga chiede e chi vende offre.
Funziona così anche per noi e per ciò che acquistiamo ogni giorno.

E come chi offre è chiamato a promuovere ciò che desidera vendere allo stesso modo chi cerca lavoro è chiamato a comunicare se stesso in modo credibile ed efficace.

Non banalizziamo, non è più questione di vendersi (o svendersi): questo post non parla di pubblicità e non invita nessuno a considerarsi un oggetto o peggio una merce da esibire.
Lo so che il mercato del lavoro ha delle dinamiche tali per cui ogni tanto succede proprio questo e la sensazione è tutt’altro che positiva. A volte il problema non è comunicarsi ma trovare dignità svolgendo una delle attività che più mettono a prova l’autostima, il senso di sé e il proprio equilibrio personale: la ricerca di lavoro appunto.
Ma visto che non possiamo cambiare ciò che è, quello che possiamo fare è impegnarci ogni giorno per migliorare la realtà, ciascuno per ciò che gli compete e che rientra nel proprio raggio di azione.
E quindi io oggi voglio stimolare una riflessione sull’importanza di fare marketing di sé e di comunicarsi in modo consapevole e intenzionale.

IN PASSATO ERA LA PUBBLICITÀ

“Per un lungo periodo di tempo, per un’impresa commerciale il modo più efficiente di realizzare un cambiamento era comprare annunci pubblicitari. (…)
Per gran parte della mia vita il marketing equivaleva alla pubblicità.
Poi non è stato più così.
Ciò significa che dovrete diventare esperti di marketing.
Ciò significa capire ciò che vedono gli altri. Creare attesa. (…) Significa realizzare il difficile compito di diventare orientati al mercato e lavorare con (la vostra parte di) quel mercato.”

Seth Godin è una delle persone più significative sul panorama del marketing e in poche righe trasmette moltissimo del cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni.
La pubblicità ha ceduto il passo a una concezione più evoluta di marketing e comunicazione. Ma anche più rispettosa di chi acquista e più vicina ai bisogni del mercato, più capace di ascoltare, guardare, ispirare e migliorare la realtà.
Oggi i venditori spudorati e aggressivi non piacciono più a nessuno, ciascuno di noi vuole sentirsi protagonista dell’acquisto che fa, oppure desidera sentirsi coccolato e un po’ sedotto, ci aspettiamo il famoso “valore aggiunto” di un servizio che va oltre le aspettative, vogliamo l’effetto wow e siamo pronti a criticare aspramente su Tripadvisor se la cameriera di un tal ristorante non ci ha sorriso porgendoci il piatto.

  • Perché è il servizio che fa la differenza oggigiorno,
  • perché con un gesto di gentilezza conquisti e fidelizzi il cliente, che ci vuole in fondo?
  • perché diciamolo, il prodotto è anche buono ma l’esperienza di acquisto non è per niente curata, basterebbe così poco…

Tutti bravi a criticare, tutti bravi a vedere la pagliuzza e alla trave chi ci pensa?

CHE ESPERIENZA DI ACQUISTO OFFRIAMO NOI?

In passato era il CV, le segnalazioni dirette (networking per qualcuno e paraculaggine per altri), il passaparola o la botta di fortuna.
In passato era un mercato più vivace e anche più immaturo.
Poi la crisi: una bastonata sui denti che non si è ancora cicatrizzata.
Nel frattempo le regole del gioco sono cambiate.
Siamo cambiati noi come consumatori ed è cambiato il mercato del lavoro.
Ma hanno mutato forma anche le modalità con cui affrontarlo o starci dentro.

Il CV non è morto, ma il CV non è l’unico strumento.
La paraculaggine non morirà mai ma il networking ha assunto una valenza nuova, impegnativa da coltivare ma preziosissima.
Le botte di fortuna rientrano in quel concetto di flow per cui se lavori bene, se non ti dai per vinto e se ci credi fino in fondo la provvidenza se ne accorgerà (qui sto banalizzando un concetto ben più profondo e in cui credo molto ma ne parlerò in un altro momento).

Dall’altra parte le aziende non si permettono più di sbagliare nella scelta dei collaboratori, succede ma molto meno rispetto al passato.
E le aziende sono persone: persone in grado di valutare, di cercare, di selezionare avendo ben chiaro che le competenze tecniche, il saper fare, le hard skill sono indispensabili ma non sufficienti.

OGGI COME OGGI

Non voglio sembrare il vecchio in fila alla posta che commenta con il vicino di bolletta che il mondo è cambiato e che si stava meglio quando si stava peggio.
È che il mercato del lavoro è davvero cambiato, si è fatto più selettivo e più accorto. Così come siamo selettivi e accorti noi che anche per mangiare una pizza andiamo su Internet, spulciamo le recensioni, chiamiamo l’amico, chiediamo consigli su Facebook e siamo pronti a sparare a zero se l’esperienza non ci aggrada.

In questo nuovo mondo il marketing e la comunicazione anche personali hanno assunto caratteristiche nuove, a mio avviso molto più nobili e preziose rispetto al passato.
Come professionisti siamo chiamati a riconoscere questo cambiamento e a decidere le nostre azioni in modo consapevole. 

Consapevolmente scegliamo di scrivere un CV di 4 pagine, di aprire un account LinkedIn e usarlo solo per pubblicare il nostro CV di 4 pagine o per inveire contro un mondo del lavoro che non ci vede, scegliamo di rendere difficile un colloquio rifiutando di prenderci un permesso, di comunicarci in modo poco credibile o con poca convinzione perché è il lavoro che parla per noi e via dicendo.

Oppure – con altrettanta consapevolezza – possiamo fare attenzione all’esperienza che offriamo di noi a chi ci incontra – come persone e come professionisti – curando e veicolando con intenzione un messaggio, rendendoci testimoni credibili di quanto raccontiamo e di quanto esigiamo.
Con consapevolezza agiamo per farci trovare, per competere, per comunicare con garbo ciò che sappiamo di meritare e di poter offrire. 

IL MARKETING GARBATO

Il marketing garbato è quello che ascolta, che suggerisce senza imporre, che crea sensazioni positive, che alimenta suggestioni ed emozioni piacevoli.
È quello che entra nella nostra vita e ci si accomoda dentro migliorandola.
È quello che porta con sé cultura, informazione, benessere.
È quello che, sempre di più, passa attraverso le relazioni e le persone (il Cluetrain Manifesto l’aveva annunciato a suo tempo).

Per chi lavora e cerca lavoro cosa significa fare un marketing garbato?
Dopo questo super pippone ecco i miei consigli:

  • le relazioni o networking sono importantissime ma necessitano di quella cura che serve a un seme per crescere, diventare albero e dare poi frutti… tempo, nutrimento costante, attenzione, amore. Ma anche fiducia, ascolto e gratuità;
  • esporsi con gli strumenti giusti: un buon CV, un profilo LinkedIn completo e aggiornato ma anche la cura della propria presentazione a colloquio, che non si può improvvisare nemmeno quando si parla di sé stessi, anzi;
  • sviluppare una buona consapevolezza di sé è funzionale al punto sopra: sapere cosa vi distingue, su quali elementi puntare per emergere evitando di snocciolare una lista di banali caratteristiche (pregi e difetti). La consapevolezza di sé avviene in vari modi inclusi gli strumenti di self assessment come questo (piccolo, spazio, pubblicità): non sto dicendo che bisogna per forza fare un percorso di analisi per trovare l’elemento distintivo da trasmettere;
  • acquisire qualche nozione di comunicazione efficace, anche se il vostro ruolo professionale non lo richiede saper comunicare vi aiuterà moltissimo nella ricerca di un nuovo lavoro;
  • osservare il mercato del lavoro ogni giorno: se si esce dal mercato del lavoro quando si trova impiego e ci si rientra solo quando è il momento di cambiare azienda si farà il triplo della fatica a emergere e ad adattarsi a un sistema per sua natura mutevole, a comunicarsi e a presentarsi in modo efficace. Restare quantomeno alla finestra, magari tenendola un po’ aperta è già una buona scelta;
  • ma se si è audaci e lungimiranti si sceglierà di viverlo questo mercato: intercettare opportunità, trovare modi per raccontare la propria professionalità e sviluppare credibilità (generando contenuti su LinkedIn ad esempio), controllare le inserzioni, monitorare da lontano le aziende da corteggiare ma anche avere una chiara percezione del proprio posizionamento e tenersi sul pezzo;
  • mindset positivo: nessuna concessione al pensiero positivo di Jovanotti ma la certezza che passare il tempo a lamentarsi e a riversare addosso al mondo la propria frustrazione e la rabbia non paga. E questo è il punto più delicato di tutti perché è il più difficile da controllare o da sviluppare. Il mondo del lavoro è ricco di ostacoli e, diciamolo, colmo di ingiustizie. Ma, e mi ricollego a quanto detto inizialmente, non siamo qui per dire cosa è giusto e cosa no bensì per provare a fare dei piccoli cambiamenti ogni giorno con la fiducia che generino nel tempo la rivoluzione.

CHIUDO CON TRE INCISI

  1. Tutto quello che ho scritto è pensato per chi cerca lavoro ma vale – moltissimo – per chi deve comunicarsi nel proprio ruolo in azienda, dopo un cambio di funzione o dopo una promozione oppure proprio dopo aver cambiato lavoro.
  2. La comunicazione e il marketing di sé non hanno niente a che fare con la pubblicità, con il vendersi o con il creare un’immagine di sé non autentica. Al contrario sono il modo più strategico e convincente attraverso cui valorizzare chi si é e le proprie potenzialità. Per raccontare la persona oltre alle competenze e per acquisire una ulteriore competenza che si rivelerà utilissima anche all’interno del proprio lavoro, qualsiasi esso sia.
  3. Senza competenze tecniche e competenze trasversali, senza professionalità e atteggiamento qualsiasi comunicazione non attecchisce e se lo fa dura poco. Ma senza comunicazione un ottimo professionista potrebbe non intercettare le opportunità che merita.