Consulenze sospese per maternità

Ebbene sì, chiudo per maternità.
Siamo agli sgoccioli, non voglio fissare impegni e doverli posticipare perchè il/la pargolo/a decide di anticipare l’entrata (o meglio l’uscita) in scena.

Nei mesi di MARZO, APRILE E MAGGIO le revisioni del CV e le consulenze Insights Discovery saranno sospese.

Farò il possibile per pubblicare qualche post ma avrete pazienza se saranno un po’ radi.

(Soc)chiudo i battenti per un po’ e vi auguro buona continuazione! 🙂

Stacca, e affila la lama (a prescindere dal dove la userai)

Inizio con una storiella (non mia)…

Due taglialegna lavoravano nello stesso bosco.
I tronchi degli alberi erano davvero enormi, forti e solidi.
I due boscaioli utilizzavano le loro seghe con la stessa abilità ma con una tecnica differente:

  • il primo tagliava i tronchi con una perseveranza incredibile, senza mai fermarsi in tutta la giornata,
  • l’altro invece ogni tanto si fermava per riposarsi.

Verso sera, il primo taglialegna era riuscito a tagliare in tutto 10 alberi.
Aveva lavorato con impegno, era esausto e ormai non gli rimanevano forze per tagliare neanche un albero in più.
Il secondo invece continuava a lavorare  e gli mancava solo un albero per raggiungere i 100.
Entrambi avevano iniziato nello stesso momento e i tronchi da tagliare erano tutti delle stesse caratteristiche.
Un po’ incredulo il primo taglialegna si avvicinò all’altro e gli chiese:
“Non capisco! Come hai fatto a tagliare così tanti alberi se ti sei fermato molto più di me?”
E l’altro rispose:
“Caro amico, mi hai osservato bene. É vero, mi sono fermato ogni ora però non ti sei accorto che durante ogni pausa ne ho approfittato per affilare la lama della mia sega”.

ABBIAMO AFFILATO LA LAMA

Giovedì scorso il nostro team si è preso un’intera giornata per “affilare la lama della sega”. Ce ne siamo andati in un agriturismo ben isolato, Il Maggiociondolo (consigliatissimo peraltro), ci siamo sconnessi con la quotidianità e abbiamo ripreso in mano del materiale elaborato due anni fa, per valutare il percorso fatto.
In quell’occasione avevamo definito valori, obiettivi, strategie, possibili ostacoli alla crescita del nostro modello organizzativo e del business stesso.
Avevamo costruito la sega insomma.

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Giovedì scorso ci siamo confrontati a fondo, come gruppo e come singoli.
Utilizzando metodologie impegnative ma efficaci.
Abbiamo mangiato bene, cucinando noi.
Abbiamo bevuto anche meglio (lavoriamo molto nel settore vitivinicolo, non potemmo mai essere astemi).
Abbiamo iniziato a prospettare il futuro, con la libertà che caratterizza da sempre il nostro ecosistema lavorativo (siamo tutti liberi professionisti, liberi di fatto!).
A fine giornata siamo ripartiti un po’ stanchi, scombussolati ma più uniti e motivati di quando eravamo arrivati.collage-competenze-in-rete

SUL PERDER TEMPO…

Qualcuno potrebbe dire che abbiamo perso tempo: una giornata fatturabile volata via, a dirla nel nostro gergo.
Ma non è così.
Non si perde tempo quando la sosta serve a centrare e condivide valori, obiettivi, strategie e ambizioni.
Il rischio, facendo il contrario, è di sbagliare strada, cannare la strategia, mancare il bersaglio o peggio ancora, essere così stanchi da non aver più voglia di andare avanti.
Questo sì che sarebbe perder tempo!

Vale nella vita di ciascuno, a prescindere dalla sfera professionale.
Fermarsi e fare il punto, ma anche prendersi cura di se stessi: non come a capodanno che si fa un approssimativo bilancio degli ultimi 12 mesi, si stila una lista di buoni propositi che resterà incompiuta e ci si abbuffa di lenticchie e panettone!aqhqkwqf7bzylqaaaviuyjriclpqceur7v71qxvi-5uwpqdlggqvkdrfbaw4segdbxqjkc2u4fatpy6ajzdm9nkozclipvs6fix0pr2atevnn4lyalufgf2iz6htxra0sb2cywxbhlkbit38_kpepjxuadn8rykifrhjq6xmiprott3t-8nlmkl0cqdda4gvj-cpgppw
Parlo di quei momenti sacri e spesso non pianificati che ci servono a trovare il senso di quello che facciamo o a interpretare il cambiamento che stiamo attraversando.
Talvolta proprio quando meditiamo di cambiare lavoro, ma non necessariamente.

Nel lavoro, all’interno delle aziende è la stessa cosa.
Il modus operandi tipicamente veneto “lavora a testa bassa e avanti sempre” ha funzionato (più o meno) per un po’. In tempi in cui l’economia e il mercato accoglievano questo approccio con i paraocchi.
Oggi (per fortuna) non funziona più.
Non serve stare a testa bassa e basta.
Lavorare e far lavorare i propri collaboratori spremendoli al massimo non porterà le aziende “fuori della crisi”.
L’impegno serve ma non è sufficiente.
Affilare la motivazione, questa è la prima regola.
Sì lo so, sembrano parole scontate, l’ABC della buona gestione manageriale giusto?
Ma in quanti dirigenti/imprenditori lo fanno davvero?

E in fondo, a ben guardare, quante persone lo fanno per se stesse, per la propria vita privata?

Tu lo fai? Ti fermi per affilare la lama?

Vuoi crescere sul lavoro? Trova un buon mentore e…

Ieri è uscita una mia intervista sul blog di Valentina Crociani, ripercorre un po’ della mia storia professionale.
A rileggerla mi ha fatto uno strano effetto: ne è passata di acqua sotto i ponti!

Valentina mi ha chiesto di dare un consiglio a chi vorrebbe intraprendere la mia stessa professione di recruiter.
Vi copio la risposta:

“I preconcetti in questo lavoro non aiutano, neanche quelli veri! Le persone ti stupiranno sempre.
Inoltre, se incontri un buon mentore non mollarlo: io sono stata fortunata, ho trovato chi ha creduto in me e mi ha aiutata a crescere, dalla gavetta fino a qui. Il più bel regalo che ti può fare il mondo del lavoro è quello di farti incontrare qualcuno così. Quando lo si trova bisogna fidarsi e imparare quanto più possibile.”

LASCIATI STUPIRE E AVRAI BELLE SORPRESE

Il tema delle persone che ti stupiscono si spiega da solo (e l’esperienza poi ti insegna tutto quello che non riesci nemmeno a immaginare). E quindi no, nessun pregiudizio perché alla fin fine in questo mestiere è davvero importante riuscire ad accogliere, a capire, a cambiare opinione, a non farsi condizionare (troppo) dai pregiudizi e provare a mettersi nei panni altrui.
Che non significa non imparare dal passato e non avere dei paletti con cui interpretare il comportamento delle persone, in fondo siamo chiamati a fare un po’ anche questo, vuol dire però mantenere sempre un atteggiamento aperto e concedere il beneficio del dubbio.
E poi verificare!
Provare ad andare oltre a cosa faremmo noi, ragionare con la testa del candidato (entro i limiti del buon senso, ça va sans dire).
E no, non va sempre bene, ma quando succede ne vale la pena!

UN MENTORE È PER SEMPRE

Il tema del mentore mi sta ancora più a cuore: io sono fortunata, anzi di più!
Andrea Pozzan mi ha assunta come segretaria e mi ha fatta crescere con pazienza e fiducia.
Parecchio di entrambe.
Sono 15 anni esatti che ho fatto quel colloquio con lui.
Dovevo ancora laurearmi e non avevo idea di cosa si occupasse uno studio di ricerca e selezione del personale, lo ammetto.
Ricordo benissimo il tempo che dedicava a spiegarmi gli incarichi che seguiva, mi raccontava degli incontri in azienda, mi introduceva alle varie funzioni aziendali, mi illustrava i ruoli, i rapporti gerarchici, l’organizzazione delle società che seguiva, le dinamiche produttive, i processi decisionali, la valutazione di un CV e poi anche quella delle persone a colloquio.
Mi ha condiviso il suo mondo e per me è stato entrare in universo sconosciuto.
Io in fondo ero solo la segretaria e a quel tempo le mie ambizioni non erano votate al lavoro.
Lui mi ha trasmesso anche l’”amore” per questo lavoro, anzi, più in generale mi ha dimostrato il valore di impegnarsi con il desiderio di svolgere al meglio il proprio compito e di farlo per le persone (aziende e candidati), non solo per lo stipendio fine mese intendo.
Per me, figlia di uno statale per cui il lavoro era (ed è) un male necessario, è stata una vera rivelazione.
Mi ha anche rimproverata, mi ha ripresa, mi ha corretta, mi ha messa alla prova, mi ha forzata e mi ha permesso di volare da sola.
Ha rischiato insomma, alla grande.
Io l’ho seguito, l’ho osservato, l’ho ascoltato, mi sono fidata, non ho mai pensato che non avesse più niente da insegnarmi.
Neanche quando ho lasciato il suo studio per andare a lavorare in azienda.
Nemmeno adesso che lavoriamo di nuovo insieme e io sono una libera professionista con 15 anni di esperienza alle spalle.

La mia fortuna più grande è stata incontrarlo.
Il mio merito più grande invece capire che avevo davanti una persona in grado di insegnarmi tanto.

In questo lavoro, che non c’è nessun master in grado di formarti davvero alla pratica, trovare chi ti permette di fare un buon apprendistato è fondamentale.
Pena fare tanta, tanta fatica (e tantissimi stage!).
In questo e in tanti altri lavori: se trovi un buon mentore non fartelo scappare e impara più che puoi. Più dei libri le persone fanno la differenza nel percorso professionale di ciascuno.

E ricorda che un mentore è una cosa diversa da un leader: è fondamentale questa differenza!

L’APPRENDISTATO NON FINISCE MAI

Io non sarò mai un mentore.
Non ne ho le qualità personali, pazienza ed empatia le esaurisce mio figlio e ho una inclinazione naturale al lavoro in autonomia.
Lo so e non mi sforzo di essere diversa da quella che sono anche se mi impegno per diventare sempre più collaborativa.

Però ho imparato a imparare.
Ho imparato a scovare gli insegnamenti ovunque.
So di essere brava nel mio lavoro e di aver raggiunto una certa seniority, ma una parte di me si considera in continuo apprendistato.
Non solo quando affronto progetti nuovi come ora che collaboro con Annamaria Anelli e ho trovato in lei un’altra splendida insegnante di professionalità, ma anche quando svolgo il mio lavoro quotidiano e mi confronto con Sofia, che è contrattualmente un’apprendista o seguo un incarico a quattro mani con Cristina, o domando un consiglio ad Alice. Quando vado in azienda e incontro manager e imprenditori, quando parlo con le persone a colloquio…
Facendo attenzione si scoprono insegnamenti sparsi qua e là sul nostro cammino come le briciole di Polliccino.
A volte non li vediamo perchè cerchiamo l’ufficialità, rincorriamo l’attestato, il titolo, il master… che va benissimo, ci mancherebbe. Formarsi è ESSENZIALE.
Pensare di formarsi solo in alcune fasi della propria vita e solo attraverso alcuni specifici canali è un errore.
Come lo è pensare che basti la seniority a renderci dei buoni formatori, tutor o mentori.

L’apprendistato non finisce mai.
Servono:
1- la fortuna di incontrare (e riconoscere) persone competenti e diverse da noi,
2- la disponibilità a cambiare punto di vista,
3- il coraggio di uscire dall’area di confort,
4- nessuna vergogna di sbagliare o chiedere

FREELANCECAMP 2016, QUELLO CHE NON VI SIETE NECESSARIAMENTE PERSI

In questo post troverete contenuti multimediali ad alto impatto emotivo e professionale, io ve lo dico subito così decidete subito se proseguire l’avventura o andare a prendere l’aperitivo.

Lo scorso weekend ho partecipato come ogni anno ai tre giorni del Freelancecamp, se non sapete cos’è guardate qui.
Questo post non vuole convincervi a partecipare, non ce n’è bisogno, facciamo il tutto esaurito a ogni edizione, se però se vi interessa conoscere la data del 2017 sbirciate di qua.

Oggi qui voglio farvi un regalo, perchè dal freelancecamp si torna sempre un po’ più buoni e perchè c’è speranza anche per chi non c’è stato.
Ma prima concedetemi due brevi riflessioni (sintetiche, lo giuro).
Qualcuno mi ha fatto una domanda prima che io partissi, il concetto era più o meno questo:

perchè ti interessa questo evento così distante dal tuo mondo lavorativo? un evento al quale partecipi fin dalla prima edizione ha ancora qualcosa da dirti o ci vai per bere mojito in spiaggia insieme a bella gente?

Allora, andiamo con ordine: al mojito e alla belle gente non si dice mai di no. E questo vorrei che fosse messo per iscritto anche se il mojito a me non piace.
Professionalmente invece io mi porto sempre a casa qualcosa di valore per il mio lavoro, sia per i contenuti che caratterizzano l’evento, sia per le relazioni che instauro.
Ma la cosa davvero preziosa che mi offre questo camp dove lo ammetto, in tanti si occupano di digital-qualcosa, è la possibilità di “uscire dal tubo”, di toccare un altro pezzo di mondo professionale, di farmi stupire da chi si organizza in modo diverso dal mio, di scoprire professionalità nuove (e pure qualche app interessante) e di respirare altro.
Di andare oltre.
OLTRE, questa è la parola: siamo così abituati a ciò che conosciamo e che viviamo che abbiamo smesso di esplorare.
Al freelanccamp io esploro e mi lascio coinvolgere da linguaggi e modalità nuove, che di aziendale hanno poco ma che brillano e si distinguono per il livello di professionalità.
Uscire dal tubo è un consiglio che mi sento di dare a tutti: utili i convegni e la formazione di settore, ma resterete stupiti da quanto potrete apprendere guardando oltre.

E sì, lo confesso, sono presente fin dalla prima edizione, quella del 2012.
Ma mi stupisco ancora.
Quest’anno a stupirmi è stato il vedere che i freelance stanno crescendo.
Stanno diventando grandi.
Non in termini di capacità tecniche o di atteggiamento professionale, ma nel modo in cui guardano al proprio futuro lavorativo, ai nuovi orizzonti che si stanno ponendo.
Finalmente, per la prima volta dal 2012, quest’anno è emerso forte il desiderio di creare un ponte professionale tra freelance e aziende.
Non ci si accontenta più di lavorare per il negozio dell’amico, per la start-up del cugino, per l’albergo del paese… oggi i freelance guardano (anche) alle aziende, pure a quelle grandi e strutturate, sapendo di avere qualcosa di utile da mettere in campo.
E non mancano le organizzazioni che iniziano a considerare i freelance una risorsa preziosa e strategica.
Quindi sì, questo evento mi stupisce ancora, mi appassiona e mi insegna tanto.

Ora, siccome spero di aver creato un po’ di curiosità, ho selezionato alcuni speech che secondo me dovreste guardare, che siate o meno freelance.

Le mail le scriviamo tutti vero? Annamaria Anelli (la mia, e non solo mia, guru di scrittura professionale) ci spiega quali sono le parole che non dovremmo mai usare e come correggere quelle formule che indispongono chi ci legge.

Nic Bonora va guardato sulla fiducia per la simpatia e poi perchè ci parla di un tema caro a molti: il fallimento. Qualsiasi lavoro facciamo l’argomento è condivisibile, ma raccontato così non l’avete mai sentito.

Se vuoi lavorare con l’azienda lavori con le regole dell’azienda caro freelance, Francesco Fullone da buon imprenditore ha portato il punto di vista dell’altra parte della barricata. Oro colato.

Francesca Manicardi invece è una traduttrice e insegnante di lingua, splendida a dare indicazioni di fonetica e di pronuncia inglese, ha appassionato anche me che con l’inglese ci litigo parecchio.

Osvaldo Danzi, è un grande professionista del recruiting e della formazione, a fare la presuntuosa direi che è un collega. E il suo intervento è stato tra quelli che ho apprezzato di più, così come mi ha fatto tanto piacere conoscerlo (adesso devo solo convincerlo a dire curricula).

Il project management (o quantomeno alcuni strumenti del PM) spiegato in semplice da Nadia Panato ha conquistato tutti, perchè a volte basta solo un po’ di metodo, non serve scaricare mille app per tenere sotto controllo quello che si fa. E misurare, mi raccomando!

E infine, state valutando di diventare freelance? non perdetevi l’intervento di Elisa Marras di ACTA in Rete, ha spiegato il nuovo regime agevolato, e vi assicuro che dipana non pochi dubbi.

Questa è solo una piccola selezione del tanto che ho ascoltato. Tutte le foto ufficiali le trovate su flickr.
Se vi interessa nel mio blog personale trovate invece quelli che io reputo gli interventi utili a prescindere, quelli che apprezzano anche le persone che non fanno un lavoro retribuito, li trovate qui.

La festa del sasso: cioè un’organizzazione fondata sulle predisposizioni

Che bello sarebbe se al lavoro ciascuno di noi fosse chiamato a usare le proprie predisposizioni. Non parlo solo di capacità tecniche ma di inclinazioni, di comportamenti preferiti, in modo spontaneo, secondo il proprio stile personale.


Per lavoro seguo oltre ai progetti di ricerca e selezione, anche attività di assessment (analisi), il cui obiettivo è quello di capire come e se funzionano le persone tra loro e rispetto al ruolo che ricoprono all’interno dell’azienda: se riescono, all’interno dei compiti loro affidati, a esprimere le loro inclinazioni, a mettere a frutto predisposizioni e attitudini secondo un incastro che valorizza competenze hard e attitudini personali. E come si relazionano con gli altri.
Le sorprese non mancano mai e nemmeno le soddisfazioni, quando riusciamo, con l’aiuto spesso di Insights Discovery, a modificare le situazioni critiche con grande soddisfazione di chi ci ha commissionato l’incarico ma soprattutto dei collaboratori che ne hanno preso parte.

La festa del Sasso si svolge da 13 anni durante la Sagra di Lumignano (ridente località del basso vicentino, sede di una delle più belle e importanti falesie di arrampicata d’Italia).
La festa del Sasso nasce in seno a un gruppo di amanti della montagna e dell’arrampicata per far divertire i bambini.

C’è un sasso, piuttosto imponente, ci sono imbraghi e caschetti per bimbi dai 3 ai 70 anni, c’è la spina della birra e un’affettatrice a servizio dei panini, ci sono le caramelle per i giovani arrampicatori che salgono le vie allestite sul Sasso, ci sono l’altalena e la teleferica, c’è la sabbia per i piccolini, c’è il sole (lo prenotiamo ogni anno!).
E ci siamo noi. Quelli del Sasso. Un gruppo di amici e volontari che organizzano e si auto-organizzano.
Quest’anno è stato un vero successo: sole, divertimento, frotte di bimbi e di genitori (e tra i due i primi vincono sempre 5 a 1 per simpatia e collaborazione), un coordinamento impeccabile nell’amatorialità di 25 persone circa che non si risparmiano.IL SASSO

Ci osservavo.
Siamo tutti molto diversi. E insieme funzioniamo. Ma funzioniamo davvero bene!
Secondo un misterioso ecosistema che si rinnova di anno in anno. È un incastro, un po’ pianificato ma anche molto spontaneo che si fonda sul riconoscimento e sull’accoglienza delle predisposizioni di ciascuno. Con rispetto e libertà.

Per un momento ci ho pensati come una piccola azienda, una temporary business per così dire, anche se di business non abbiamo niente.

Ho osservato i ruoli di ciascuno, siamo intercambiabili ma l’indole porta ciascuno al proprio posto:

  • Silvia è una logistica e un’ottima coordinatrice. Lei gioca perché tutto funzioni al meglio preparando il terreno, gestendo l’organizzazione pre-festa (autorizzazioni, assicurazioni, tabelle di marcia, ecc…). Tanta pazienza e meticolosità nella cura dei dettagli. Durante la festa non si ferma in nessuna postazione, è a servizio di tutti perché tutto funzioni nel migliore dei modi: il problem solving è la sua arte. In un gruppo vi assicuro, è essenziale avere una Silvia, basta solo non abusarne.
  • Mary e Lidia sono alla spina della birra: c’è chi preferisce avere un banco tra sé e gli altri e forzare queste persone su un compito diverso sarebbe controproducente. Non si tratta solo di non conoscere le manovre per far arrampicare i bambini, è una scelta di ruolo e di posizionamento. Chi vuole una birra sa che sarà accompagnata sempre da grande cortesia e da un paio di sorrisi niente male e il gruppo è sereno che la cassa è ben presidiata e che i conti torneranno perfettamente a fine giornata. Riconoscerere e valorizzare l’istanza introversa delle persone non è cosa scontata, ma porta i suoi frutti.
  • Barbara e Isa motivano il gruppo e si occupano di PR (che servono sempre). Loro fanno seguono di tutto durante questi due giorni: dall’attività sui social a quella sull’affettatrice, lavorano per la festa ma soprattutto per il benessere del gruppo. C’è un fattore importante in tutti i team che funzionano bene: è dato da chi riesce a tener sempre alto il morale di tutti. La Barbara e la Isa insomma.
  • Io, Ste, Fra, Fiocca, Michele, Fabio, Marika e qualcun altro siamo il multitasking. Ci alterniamo senza sosta: imbraghiamo i provetti scalatori, facciamo sicura (cioè manovriamo le corde per farli arrampicare), spingiamo l’altalena, prepariamo i tavoloni quando dobbiamo mangiare. Anche nelle organizzazioni sono utili quelle risorse che mettono in campo grande energia, dinamismo e apertura al cambiamento. Non bisogna aspettarsi la cura del dettaglio, la costanza su attività ripetitive, la precisione a ogni costo, no, ma far leva sulla flessibilità e sull’entusiasmo.
  • Marco e Marta sono quelli pazienti: riescono a presidiare le fila di bambini e sanno gestire i genitori (perchè tutto sommato i pargoli sono molto meno esigenti degli adulti), si assicurano di recuperare il materiale da chi ha fatto il proprio giro per permettere a tutti di divertirsi. Sono gentili ma anche molto rigorosi: sono all’inizio della catena del divertimento e mettono le basi perché tutto fili liscio. Sono di quelle persone che, se pur flessibili, quando trovano il loro compito lo presidiano con attenzione e cura dall’inizio alla fine. Li motiva cogliere l’utilità del proprio contributo.
  • A Matteo e Luca piace gestire la carrucola, è l’attrazione più “tecnologica”, c’è dell’ingegneria da presidiare. Peraltro la postazione è leggermente decentrata rispetto alla folla, a loro piace così e ai bambini piacciono loro, che li fanno volare. Precisi, responsabili, attenti alla qualità: standard elevati e cura dei dettagli. Una buona squadra non può mancare di questa istanza per essere equilibrata.
  • Enrico e (l’altro) Matteo danno man forte a chi fa sicura accorrendo in aiuto ai bambini che per qualsiasi motivo non riescono a salire o a scendere. Sono tra i più esperti e danno nozioni di arrampicata direttamente in parete. Sono i veterani della festa, dei veri capisaldi. Hanno lavorato per allestire tutto e sanno muoversi su ogni postazione con grande competenza. Decisi, veloci, istintivi, dei leaders naturalmente eletti. In qualsiasi gruppo servono: abbassano il livello di ansia.
  • E poi c’è il presidente, un altro Matteo ancora. Che non importa in quale postazione sia o se non ci sia addirittura: lui è il nostro presidente. Conosciuto e soprattutto riconosciuto da tutti.

Non ho citato tutti, lo so e non me ne vogliano gli assenti, mi premeva far capire quale tipo di meccanismo naturale ci tiene insieme e ci fa lavorare così bene che in 13 anni non si è verificato mai alcun incidente.
Ci ritroviamo ogni anno con grande entusiasmo, ogni anno accogliamo persone nuove che si integrano seguendo il flusso: quello delle proprie predisposizioni, siamo gialli, rossi, verdi e blu (secondo il modello Insights Discovery).

Sarebbe bello che nelle organizzazioni tutto filasse allo stesso modo ma quello è un mondo più complesso, lo so bene, con peculiarità, obiettivi e tempi totalmente differenti.
Eppure… sempre di persone si tratta, e le persone funzionano più o meno così.

 

Vita da recruiter, cioè vi spiego perchè amo quello che faccio

Il mio non è un lavoro strano, insomma, mia nonna ha capito subito quando le ho spiegato cosa faccio.
Io cerco e seleziono persone per aziende che devono assumere dei professionisti e che, per vari motivi, preferiscono che sia io, in quanto recruiter di Competenze in Rete, a occuparmi di questa attività.

Eppure, ho spesso la sensazione che non ci sia chiarezza su quel che facciamo noi selezionatori, sul nostro ruolo dentro al processo di selezione e anche sul perchè ci piaccia tanto fare ciò che facciamo.
Non lo capiscono le aziende quando mi apostrofano con il classico “hai mica sottomano un …(= inserire nome del ruolo ricercato)” e nemmeno i candidati che mi scrivono chiedendo di “trovargli qualcosa”.

E allora ecco il post che chiarisce ogni dubbio (e vi dice anche come la vivo io visto che questo blog è appena partito e magari un po’ di intro potrebbe starci bene).

Sintetizzando i recruiters (cioè chi si occupa di ricerca e selezione del personale, per chi come mia mamma non ama le parole straniere) svolgono il ruolo di intermediari tra chi offre lavoro, le aziende tipicamente, e chi lo cerca (o ne cerca uno nuovo), i/le candidati/e.

In mezzo, tra offerta e domanda, ci siamo noi.
Ed esprimiamo meglio il nostro valore quanto più difficile e rara è la professionalità da ricercare (un bel giro di parole per dire che siamo dei gran fighi!).

IL CLIENTE DEL RECRUITER È SEMPRE E SOLO L’AZIENDA

Questo è un fondamentale: troviamo persone per le aziende, non cerchiamo lavoro ai candidati. 

Però, e qui viene il bello del mio lavoro, è una conseguenza diretta del mio fare che alcuni dei candidati che incontro ogni giorni trovino un nuovo lavoro. Di solito migliore del precedente.
Questo contenuto di utilità e di gratuità è uno dei fattori che mi porta ad amare tanto quello che faccio: è qualcosa di prezioso per le persone!

E no, non lavoro gratis, ci mancherebbe altro: l’azienda che cerca professionisti paga la mia attività, per i candidati invece il servizio è gratuito, ed è un gran bel servizio quando viene fatto bene e quando il candidato stesso capisce che il recruiter può essere un ottimo alleato (non una persona da sommergere di mail e messaggi ehhh).

Facile? No, come la maggior parte dei lavori.
Non è facile anche perché, nonostante tante persone siano in costante esplorazione del mercato del lavoto, non è mai scontato trovare quella giusta per quello specifico ruolo, in quella specifica azienda.
E quindi passo molto del mio tempo alla ricerca di un incastro, a mezza via tra magia e calcolo: un incastro fatto di competenze, potenzialità, attitudini, caratteristiche personali, aspirazioni, mercato, budget (= stipendio), contesto di inserimento, prospettive di sviluppo, geografia e qualche altra variabile a seconda della selezione. E quindi…

IL RECRUITER VIENE PAGATO DALL’AZIENDA
ma l’osso duro sono (spesso) i candidati

Perchè quando tutto fila liscio, quando l’azienda individua la persona da assumere (e già questo è un bel risultato), può capitare che io debba girarmi dall’altra parte e “convincere” il/la candidato/a ad accettare la proposta.

Chi pensa che i candidati siano “merce di facile reperibilità” (perchè c’è la crisi) si sbaglia di grosso.
I candidati, oggi più di una volta, valutano un’opportunità tanto quanto l’azienda valuta loro: pesano e soppesano ogni cosa e poi, a loro volta, scelgono.

Io quindi (e chiunque fa il mio lavoro) mi trovo a lavorare parecchio su entrambi i fronti, perché non posso mai dare per assodata la motivazione di chi cerca lavoro (o dice di farlo) e perché sono a chiamata a comprendere le aspirazioni dei singoli e a farmi garante delle opportunità che propongo. O anche, più banalmente, perché non sono la sola a cercare determinate professionalità: faccio i conti con la concorrenza e i candidati che valutano più offerte contemporaneamente non sono più così rari (anche se c’è la crisi).

Risulterò ripetitiva ma è anche per questo che mi piace fare la recruiter.
Perché si lavora con le persone e dalle persone non sai mai cosa aspettarti, tipo che:

  • Serafino muta idea dopo aver parlato con la moglie,
  • che l’azienda impiega così tanto tempo a decidere da perdere alla fine il candidato giusto,
  • che Pippa rinuncia a un nuovo lavoro perché si è mollata con il fidanzato,
  • che Tizio non desidera un impiego che lo faccia crescere troppo,
  • che il cliente improvvisamente cambi i criteri di ricerca costringendomi a ricominciare tutto,
  • che Gelsomina ritira la sua candidatura per non far torto al suo titolare,
  • che Caio avanza pretese economiche sproporzionate, e via dicendo…

E io sto lì, a cercare di capire, senza giudicare (a volte qualche espressione colorita, lo ammetto mi sfugge), per trovare sempre e comunque la migliore soluzione con un occhio al cliente e un altro ai candidati.
Sto lì, non giudico ma mi stupisco (a volte parecchio).

Lo stupore è congenito al fatto che la mia materia di lavoro non è l’acciaio, la creta, la stoffa e nemmeno la terra (che pure è viva): solo l’uomo (e la donna) sanno regalarti sorprese (delusioni a volte e spesso gioie) di tale portata.
E credo che amerò questo lavoro fintanto che non mi stancherò di meravigliarmi. Speriamo mai!