Tira fuori la testa dal tu lavoro per fare meglio il tuo lavoro

: Ora ti spiego perché partecipo a eventi che nulla hanno a che fare con il mio lavoro e perché ritengo che sia una cosa decisamente intelligente ma soprattutto strategica per il mio lavoro.
E potrebbe esserlo anche per il tuo!

Questa è la big picture del post (grazie Annamaria, grazie!), a cui aggiungo che in questo post mi rivolgo un po’ più ai freelance e ai liberi professionisti, ma sono convinta che possa essere una lettura utile anche per manager e imprenditori.

Sabato ho partecipato al FreelanceDay2016. Ho partecipato e ho anche fatto da relatrice.

Il giorno prima ero a un convegno di psicologi, lì ho solo ascoltato. A settembre ero al Freelacecamp, vi partecipo dalla prima edizione. A maggio ho partecipato a un corso di Grafica per non grafici, lo scorso inverno invece due corsi sulla scrittura e uno di blogging tra poche settimane. E poi ci sono gli articoli che scrivo sul blog, i post sui social e la collaborazione (volontaria) con C+B.

Io lo so, qualcuno mi guarda e pensa “lei in fondo fa tutto questo per divertirsi, perché è una “gialla” piuttosto egocentrica!” (quella dei colori te la spiego sul blog).

Certo che mi diverto, è spesso piacevole, incontro persone, rivedo amici, mi faccio nuovi amici, come si suol dire: allargo il network. E mangio sempre cose buone!

Ma mi sbatto pure, costruisco gli interventi, rubo tempo fatturabile e diversi dopo-cena per prepararmi, investo i miei weekend, pago per i corsi, rinuncio a stare con la mia famiglia, mi prendo regolarmente il raffreddore in treno, evito corsi ed altri eventi nel mondo food (una delle mie passioni da sempre) e via dicendo…

Perché? Per lavoro! PER MIGLIORARE IL MIO LAVORO (con la piacevole conseguenza che ne guadagna anche la mia vita personale!)

E perché non ti fai un bel master in Risorse Umane o un corso specialistico in Recruiting?

Te lo spiego subito: ho 38 anni, mi occupo di ricerca, selezione e formazione del personale da ormai 15. Questo non mi rende la massima esperta in materia ma non sono più una ragazzina che deve apprendere un mestiere, credo sia arrivato il momento di allargare più che approfondire. Anche perchè, il futuro di chi si mette in proprio si costruisce giorno dopo giorno in assenza di certezze se non quella che non puoi mai mollare, che non puoi mai dare niente per scontato (es. “saperne di comunicazione non mi servirà mai perchè io intervisto persone!” BALLE!!).

Sono anche convinta che in questo momento storico per lavorare bene servono 3 cose:

  • ottime competenze specialistiche, perché è questo che chiede il mercato: chi paga vuole ottenere il meglio, e non è stracciando i prezzi che ci si rende più credibili professionalmente, questo mi pare chiaro e lo diamo per assodato;
  • adeguate competenze trasversali: se non sai comunicare, negoziare, stendere un contratto, promuovere la tua attività, reclutare collaboratori, lavorare insieme agli altri, scrivere in modo efficace, ecc… alla lunga avrai qualche difficoltà. O più semplicemente, potresti trovarti impreparato di fronte a eventuali difficoltà così come davanti a nuove opportunità (e non so quale delle due sia peggio!). Ma forse la cosa peggiore è che le difficoltà arrivano, anche se non fai niente per cercarle, mentre le opportunità no, quelle aspettano buone buone che le si vada a cercare, sono furbe loro! 😉
  • la capacità di farsi contaminare e di mettersi sempre in discussione: ragionare out of the box, uscire dal guscio anche quando pensi che il tuo sia un ottimo guscio, e provare a confrontarsi con mondi che non ti appartengono, che non hanno niente a che fare con il tuo lavoro e che, proprio per questo, sono in grado di arricchirlo. Io non posso cambiare gli occhi con cui guardo il mio lavoro da 15 anni e rischio di non vederne i limiti ma nemmeno le possibilità di evoluzione: è più facile (ed è più piacevole) che lo facciano occhi diversi dai miei.

E quindi ecco perché io partecipo a eventi e corsi che APPARENTEMENTE non c’entrano niente con il mio lavoro:

  • perché imparo cose che mi permettono di lavorare meglio come recruiter, come consulente e come libera professionista e che mi aiutano nello sviluppo del progetto professionale a cui collaboro, Competenze in Rete
  • perché a volte torno a casa con soluzioni insperate e inaspettate a problemi su cui mi arrovellavo da tempo
  • perché sviluppo il mio network, conosco professionisti in gamba e trovo potenziali collaboratori per nuovi progetti di lavoro
  • perché costruisco e arricchisco la mia reputazione professionale, che come dice Enrica Crivello: è un’attività importante, faticosa e non delegabile!
  • perché curo e allargo la mia rete di amicizie, AMICI veri, mica conoscenti, e se non è un guadagno questo non so come altro chiamarlo
  • perché non voglio continuare a fare colloqui di selezione per i prossimi 30 anni, non solo quelli quantomeno! ma non succederà mai niente di diverso se continuerò ogni giorno lavorativo a tenere la testa bassa sulle ricerche e ad andar per monti nei weekend.
  • e anche perché voglio essere un po’ felice ogni giorno, non solo alla fine. Gustarmi il viaggio e arricchirlo di situazioni piacevoli.

FREELANCECAMP 2016, QUELLO CHE NON VI SIETE NECESSARIAMENTE PERSI

In questo post troverete contenuti multimediali ad alto impatto emotivo e professionale, io ve lo dico subito così decidete subito se proseguire l’avventura o andare a prendere l’aperitivo.

Lo scorso weekend ho partecipato come ogni anno ai tre giorni del Freelancecamp, se non sapete cos’è guardate qui.
Questo post non vuole convincervi a partecipare, non ce n’è bisogno, facciamo il tutto esaurito a ogni edizione, se però se vi interessa conoscere la data del 2017 sbirciate di qua.

Oggi qui voglio farvi un regalo, perchè dal freelancecamp si torna sempre un po’ più buoni e perchè c’è speranza anche per chi non c’è stato.
Ma prima concedetemi due brevi riflessioni (sintetiche, lo giuro).
Qualcuno mi ha fatto una domanda prima che io partissi, il concetto era più o meno questo:

perchè ti interessa questo evento così distante dal tuo mondo lavorativo? un evento al quale partecipi fin dalla prima edizione ha ancora qualcosa da dirti o ci vai per bere mojito in spiaggia insieme a bella gente?

Allora, andiamo con ordine: al mojito e alla belle gente non si dice mai di no. E questo vorrei che fosse messo per iscritto anche se il mojito a me non piace.
Professionalmente invece io mi porto sempre a casa qualcosa di valore per il mio lavoro, sia per i contenuti che caratterizzano l’evento, sia per le relazioni che instauro.
Ma la cosa davvero preziosa che mi offre questo camp dove lo ammetto, in tanti si occupano di digital-qualcosa, è la possibilità di “uscire dal tubo”, di toccare un altro pezzo di mondo professionale, di farmi stupire da chi si organizza in modo diverso dal mio, di scoprire professionalità nuove (e pure qualche app interessante) e di respirare altro.
Di andare oltre.
OLTRE, questa è la parola: siamo così abituati a ciò che conosciamo e che viviamo che abbiamo smesso di esplorare.
Al freelanccamp io esploro e mi lascio coinvolgere da linguaggi e modalità nuove, che di aziendale hanno poco ma che brillano e si distinguono per il livello di professionalità.
Uscire dal tubo è un consiglio che mi sento di dare a tutti: utili i convegni e la formazione di settore, ma resterete stupiti da quanto potrete apprendere guardando oltre.

E sì, lo confesso, sono presente fin dalla prima edizione, quella del 2012.
Ma mi stupisco ancora.
Quest’anno a stupirmi è stato il vedere che i freelance stanno crescendo.
Stanno diventando grandi.
Non in termini di capacità tecniche o di atteggiamento professionale, ma nel modo in cui guardano al proprio futuro lavorativo, ai nuovi orizzonti che si stanno ponendo.
Finalmente, per la prima volta dal 2012, quest’anno è emerso forte il desiderio di creare un ponte professionale tra freelance e aziende.
Non ci si accontenta più di lavorare per il negozio dell’amico, per la start-up del cugino, per l’albergo del paese… oggi i freelance guardano (anche) alle aziende, pure a quelle grandi e strutturate, sapendo di avere qualcosa di utile da mettere in campo.
E non mancano le organizzazioni che iniziano a considerare i freelance una risorsa preziosa e strategica.
Quindi sì, questo evento mi stupisce ancora, mi appassiona e mi insegna tanto.

Ora, siccome spero di aver creato un po’ di curiosità, ho selezionato alcuni speech che secondo me dovreste guardare, che siate o meno freelance.

Le mail le scriviamo tutti vero? Annamaria Anelli (la mia, e non solo mia, guru di scrittura professionale) ci spiega quali sono le parole che non dovremmo mai usare e come correggere quelle formule che indispongono chi ci legge.

Nic Bonora va guardato sulla fiducia per la simpatia e poi perchè ci parla di un tema caro a molti: il fallimento. Qualsiasi lavoro facciamo l’argomento è condivisibile, ma raccontato così non l’avete mai sentito.

Se vuoi lavorare con l’azienda lavori con le regole dell’azienda caro freelance, Francesco Fullone da buon imprenditore ha portato il punto di vista dell’altra parte della barricata. Oro colato.

Francesca Manicardi invece è una traduttrice e insegnante di lingua, splendida a dare indicazioni di fonetica e di pronuncia inglese, ha appassionato anche me che con l’inglese ci litigo parecchio.

Osvaldo Danzi, è un grande professionista del recruiting e della formazione, a fare la presuntuosa direi che è un collega. E il suo intervento è stato tra quelli che ho apprezzato di più, così come mi ha fatto tanto piacere conoscerlo (adesso devo solo convincerlo a dire curricula).

Il project management (o quantomeno alcuni strumenti del PM) spiegato in semplice da Nadia Panato ha conquistato tutti, perchè a volte basta solo un po’ di metodo, non serve scaricare mille app per tenere sotto controllo quello che si fa. E misurare, mi raccomando!

E infine, state valutando di diventare freelance? non perdetevi l’intervento di Elisa Marras di ACTA in Rete, ha spiegato il nuovo regime agevolato, e vi assicuro che dipana non pochi dubbi.

Questa è solo una piccola selezione del tanto che ho ascoltato. Tutte le foto ufficiali le trovate su flickr.
Se vi interessa nel mio blog personale trovate invece quelli che io reputo gli interventi utili a prescindere, quelli che apprezzano anche le persone che non fanno un lavoro retribuito, li trovate qui.

Vita da recruiter, cioè vi spiego perchè amo quello che faccio

Il mio non è un lavoro strano, insomma, mia nonna ha capito subito quando le ho spiegato cosa faccio.
Io cerco e seleziono persone per aziende che devono assumere dei professionisti e che, per vari motivi, preferiscono che sia io, in quanto recruiter di Competenze in Rete, a occuparmi di questa attività.

Eppure, ho spesso la sensazione che non ci sia chiarezza su quel che facciamo noi selezionatori, sul nostro ruolo dentro al processo di selezione e anche sul perchè ci piaccia tanto fare ciò che facciamo.
Non lo capiscono le aziende quando mi apostrofano con il classico “hai mica sottomano un …(= inserire nome del ruolo ricercato)” e nemmeno i candidati che mi scrivono chiedendo di “trovargli qualcosa”.

E allora ecco il post che chiarisce ogni dubbio (e vi dice anche come la vivo io visto che questo blog è appena partito e magari un po’ di intro potrebbe starci bene).

Sintetizzando i recruiters (cioè chi si occupa di ricerca e selezione del personale, per chi come mia mamma non ama le parole straniere) svolgono il ruolo di intermediari tra chi offre lavoro, le aziende tipicamente, e chi lo cerca (o ne cerca uno nuovo), i/le candidati/e.

In mezzo, tra offerta e domanda, ci siamo noi.
Ed esprimiamo meglio il nostro valore quanto più difficile e rara è la professionalità da ricercare (un bel giro di parole per dire che siamo dei gran fighi!).

IL CLIENTE DEL RECRUITER È SEMPRE E SOLO L’AZIENDA

Questo è un fondamentale: troviamo persone per le aziende, non cerchiamo lavoro ai candidati. 

Però, e qui viene il bello del mio lavoro, è una conseguenza diretta del mio fare che alcuni dei candidati che incontro ogni giorni trovino un nuovo lavoro. Di solito migliore del precedente.
Questo contenuto di utilità e di gratuità è uno dei fattori che mi porta ad amare tanto quello che faccio: è qualcosa di prezioso per le persone!

E no, non lavoro gratis, ci mancherebbe altro: l’azienda che cerca professionisti paga la mia attività, per i candidati invece il servizio è gratuito, ed è un gran bel servizio quando viene fatto bene e quando il candidato stesso capisce che il recruiter può essere un ottimo alleato (non una persona da sommergere di mail e messaggi ehhh).

Facile? No, come la maggior parte dei lavori.
Non è facile anche perché, nonostante tante persone siano in costante esplorazione del mercato del lavoto, non è mai scontato trovare quella giusta per quello specifico ruolo, in quella specifica azienda.
E quindi passo molto del mio tempo alla ricerca di un incastro, a mezza via tra magia e calcolo: un incastro fatto di competenze, potenzialità, attitudini, caratteristiche personali, aspirazioni, mercato, budget (= stipendio), contesto di inserimento, prospettive di sviluppo, geografia e qualche altra variabile a seconda della selezione. E quindi…

IL RECRUITER VIENE PAGATO DALL’AZIENDA
ma l’osso duro sono (spesso) i candidati

Perchè quando tutto fila liscio, quando l’azienda individua la persona da assumere (e già questo è un bel risultato), può capitare che io debba girarmi dall’altra parte e “convincere” il/la candidato/a ad accettare la proposta.

Chi pensa che i candidati siano “merce di facile reperibilità” (perchè c’è la crisi) si sbaglia di grosso.
I candidati, oggi più di una volta, valutano un’opportunità tanto quanto l’azienda valuta loro: pesano e soppesano ogni cosa e poi, a loro volta, scelgono.

Io quindi (e chiunque fa il mio lavoro) mi trovo a lavorare parecchio su entrambi i fronti, perché non posso mai dare per assodata la motivazione di chi cerca lavoro (o dice di farlo) e perché sono a chiamata a comprendere le aspirazioni dei singoli e a farmi garante delle opportunità che propongo. O anche, più banalmente, perché non sono la sola a cercare determinate professionalità: faccio i conti con la concorrenza e i candidati che valutano più offerte contemporaneamente non sono più così rari (anche se c’è la crisi).

Risulterò ripetitiva ma è anche per questo che mi piace fare la recruiter.
Perché si lavora con le persone e dalle persone non sai mai cosa aspettarti, tipo che:

  • Serafino muta idea dopo aver parlato con la moglie,
  • che l’azienda impiega così tanto tempo a decidere da perdere alla fine il candidato giusto,
  • che Pippa rinuncia a un nuovo lavoro perché si è mollata con il fidanzato,
  • che Tizio non desidera un impiego che lo faccia crescere troppo,
  • che il cliente improvvisamente cambi i criteri di ricerca costringendomi a ricominciare tutto,
  • che Gelsomina ritira la sua candidatura per non far torto al suo titolare,
  • che Caio avanza pretese economiche sproporzionate, e via dicendo…

E io sto lì, a cercare di capire, senza giudicare (a volte qualche espressione colorita, lo ammetto mi sfugge), per trovare sempre e comunque la migliore soluzione con un occhio al cliente e un altro ai candidati.
Sto lì, non giudico ma mi stupisco (a volte parecchio).

Lo stupore è congenito al fatto che la mia materia di lavoro non è l’acciaio, la creta, la stoffa e nemmeno la terra (che pure è viva): solo l’uomo (e la donna) sanno regalarti sorprese (delusioni a volte e spesso gioie) di tale portata.
E credo che amerò questo lavoro fintanto che non mi stancherò di meravigliarmi. Speriamo mai!