Colloquio di lavoro: quali domande devi fare tu?

Sei a un colloquio di lavoro, sei già di fronte all’azienda per la quale ti sei candidata o candidato.
Hai risposto a tutte le domande con competenza, trasparenza e il giusto mix tra sintesi e dettaglio.
Hai affrontato senza troppi imbarazzi anche le domande che riguardano te come persona, gli interessi, le tue qualità.
E poi arriva la domanda che ti spiazza accompagnata da un sorriso e da un punto interrogativo che alla fine non si capisce se è quello dell’azienda o il tuo: “Lei ha qualche domanda da farci?”

Resti immobile un secondo, poi fai scorrere lo sguardo nella stanza, cerchi un appiglio, qualsiasi cosa ti permetta di fare una domanda sensata che non riguardi gli orari di lavoro, la mensa e le vacanze.
Alla fine glissi con un:
“No, grazie, è stato tutto già molto chiaro. Magari la prossima volta”.

Capisci che hai perso un’occasione e ti chiedi se ci sarà questa prossima volta.


Ti è mai capitato?
Potrebbe capitarti (di nuovo).

Perché succede a tutti prima o poi. Succede di non essere pronti a passare dalla parte di chi valuta.
Che anche tu debba decidere se l’opportunità ti interessa è chiaro ma se sei lì è assodato che il settore dell’azienda ti interessi e quindi spesso ciò che ti serve è la descrizione del ruolo (mansioni, attività, obiettivi da raggiungere) per avere il quadro completo. Che altro c’è da sapere?


In realtà molto ma dipende da cosa stai cercando.
Se è “un nuovo lavoro” immagino che conoscere ruolo e settore possa essere quasi sufficiente.
Se invece quello che cerchi è un nuovo lavoro che rispetti alcune condizioni, che ti permetta di crescere, che sia in un’azienda sana, che ti consenta di fare formazione, che ti appaghi dal punto di vista delle relazioni ect… beh allora il discorso cambia.

In questo post ti aiuto a rispondere alla domanda di quando tocca a te fare le domande.
Senza che tu venga scambiato per la Santa Inquisizione, ovvio.

PREMESSA

Giusto o sbagliato che sia, in un processo di selezione (soprattutto nelle fasi iniziali) è l’azienda che di solito pone più domande e si sente nella posizione di chi valuta.
Lo fa perché sta considerando più candidati/e e ha bisogno di scremare.
Quando la rosa si stringe allora è concesso più spazio alle persone finaliste che sono invitate a chiarire ogni loro dubbio, inclusi gli orari di lavoro e la gestione delle ferie se rappresentano elementi importanti nel loro processo di valutazione.
Questo non significa però che anche al primo incontro non ti venga data la possibilità di chiedere.
Anzi, a volte non è un semplice gesto di cortesia e disponibilità, talvolta è un ulteriore passaggio di valutazione.
Quindi prepararsi anche a questo è fondamentale.

PARTI DAI TUOI OBIETTIVI

Non puoi fare alcuna domanda sensata se non hai chiaro cosa stai cercando: se non sai cosa per te è importante, cosa è essenziale e cosa è superfluo (ovvero bene se c’è ma non è indispensabile).
È per questo che il primo passo è un’attenta valutazione di ciò che conta per te.

Ecco come puoi fare: in un foglio scrivi a braccio tutte le cose che vorresti trovare in una nuova azienda, da ciò che è essenziale per farti accettare una proposta a ciò che invece rappresenterebbe un valore aggiunto, da aspetti legati al ruolo a quelli logistici, da contenuti di valore a quelli di ambizione.
Tutto, senza freni e senza limiti.
Di seguito le aree che ti suggerisco di indagare relativamente a ciò che vuoi:

  • i valori (i tuoi e quindi quelli che ritieni importante trovare)
  • aspetti tecnici (contratto, tipo di responsabilità, gerarchia, strumenti di lavoro, organizzazione attuale della funzione, processi e procedure interne, com’è legata la tua ipotetica funzione con le altre, policy interne, il codice etico se c’è…)
  • la formazione (come viene gestita)
  • progetti/attività di employer branding e on-boarding
  • le possibili prospettive di crescita (specifiche e generiche: è un’azienda che prevede dei passaggi interni verticali o orizzontali)
  • aspetti logistici (viaggi, trasferte, smart working, flessibilità in ingresso…)

Ora prendi questa super lista e crea 3 sotto liste:

  1. gli aspetti indispensabili (in mancanza dei quali tu non potresti in nessun caso accettare una proposta)
  2. gli aspetti importanti (quelli che rappresentano per te un motivo per cui scegliere una proposta anziché un’altra)
  3. gli aspetti di incentivo (quelli che rappresentano un valore aggiunto che non sposta la tua scelta ma che potrebbero in qualche modo gratificarti)

Aver chiarito il primo e il secondo punto ti permetterà di avere bene in mente la mappa con cui porre eventuali domande e gli ambiti precisi su cui puntare il riflettore quando dovrai fare le tue valutazioni, ambiti decisivi per aiutarti a decidere.
Senza questo primo lavoro di auto-analisi ti assicuro che sarà difficile porre le domande giuste, e le domande giuste per te sono quelle che toccano i punti 1 e 2.

Un ulteriore blocco di domande potrebbe riguardare l’azienda, non proprio delle questioni da porre ma aspetti su cui ti consiglio di indagare:

  • passato, presente e futuro dell’azienda (la storia, il posizionamento attuale e la direzione in cui si sta muovendo)
  • cosa, come, perché: cosa fa l’azienda, come lo fa e soprattutto PERCHÈ
  • il motivo per cui si sta cercando una persona in quel ruolo (è una sostituzione? quanto è rimasta la persona prima? è un ruolo nuovo? nato da quale esigenza/obiettivo?)

Attenzione: alcune di queste domande potrebbero essere fatte al recruiter se c’è.

COME SI FANNO  LE DOMANDE A COLLOQUIO

Ora che hai capito cosa indagare, non tanto per fare bella figura ma per fare anche tu una scelta ponderata e consapevole, passo a darti alcune indicazioni per porre le tue questioni in modo adeguato e coerente con il contesto.
Sono consigli, non regole incise sulla pietra e sono generali, vanno poi applicate al singolo caso:

  • opta per le domande aperte, che diano modo all’azienda di argomentare e quindi non risolvibili con un sì, un no o con una risposta secca. Es. invece di chiedere “in azienda fate formazione?” preferisci qualcosa del tipo “mi racconta di come viene gestita la formazione all’interno di questa azienda? cosa avete fatto nel passato?”
  • preferisci le domande specifiche ed evita quelle troppo generiche, paradossalmente è quando si tocca un tema specifico che la risposta richiede di essere articolata, restare troppo in superficie al contrario permette di glissare più facilmente Es. non “l’azienda è meritocratica?” ma “ci sono stati casi di crescita che hanno portato qualcuno a raggiungere ruoli apicali o a cambiare funzione? me li racconta?”
  • se riesci punta a conoscere i fatti: più che “com’è l’azienda” dovrebbe interessarti capire “cosa ha fatto l’azienda”. Chiedi esempi, fatti, azioni, attività, progetti (un po’ come ti ho già indicato negli esempi precedenti). Come per le persone sono fatti che contano.

Da un punto di vista della sequenza delle domande:

  • all’inizio di un processo come già detto avrai meno spazio, concentrati quindi sugli aspetti per te fondanti, quelli afferenti al punto 1
  • solo nei passaggi successivi approfondisci anche il punto 2 ed esplora il punto 3
  • ricordati che ci sono delle informazioni che puoi trovare navigando sul web: tutto quello che è accessibile in altri modi in linea di massima non va indagato a colloquio (ti consiglio anzi di raccogliere informazioni ancora prima del primo colloquio, arrivare preparati è cosa buona e giusta).

Sul COME fare le domande per non apparire inquisitori una buona tecnica è informarsi sul proprio tempo a disposizione: è possibile che dopo di te ci siano altre persone in attesa per il proprio colloquio e capire il tempo residuo per non sforare e per non costringere l’azienda a dare risposte striminzite è una prima attenzione da non sottovalutare.

Se le domande che devi fare sono poche (2 o 3) e coerenti tra loro ti suggerisco di farle tutte insieme per dare all’azienda la possibilità di strutturare una risposta più ampia.

Non usare le risposte che ti vengono fornite per dare la tua visione delle cose o per generare altre 7 domande a cascata, attieniti il più possibile ai punti che avevi in testa e chiedi un approfondimento solo se pensi di non aver compreso la risposta.

Questo è tutto quello che ti serve per arrivare preparato alla fase delle domande, una fase che ti permetterà di raccogliere informazioni ma anche di comunicare interesse, motivazione, consapevolezza e maturità professionale.
Alcune domande di tipo tecnico, inerenti la funzione, potrebbero aiutarti a trasmettere una competenza che nella prima parte dell’incontro non avevi sottolineato o che non era emersa, perché:

È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte.
(Pierre-Marc-Gaston de Lévis)

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Glassdoor, la trasparenza per chi cerca lavoro e l’Employer Branding

La scorsa settimana ho partecipato a due eventi legati al mondo del lavoro: la conferenza stampa dedicata al lancio in Italia di un nuovo portale per la ricerca di lavoro, GLASSDOOR e un convegno sull’employer branding.
In questo articolo vi racconto cos’è Glassdoor e come può aiutarci nella ricerca di un posto e di un datore di lavoro da amare e vi riporto alcune considerazioni che ho fatto rispetto al nostro sistema lavoro e all’evoluzione che è chiamato a fare. E che ci riguarda anche come singoli.

GLASSDOOR E IL SENTIRE DI CHI LAVORA

Glassdoor è uno dei più grandi siti a livello globale per la ricerca di lavoro e per la selezione di personale.

“La nostra missione è aiutare le persone in tutto il mondo a trovare il lavoro e l’azienda che amano.”

Lo fa puntando sulla trasparenza che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) il posto di lavoro.
Cosa significa?
Significa che su Glassdoor le aziende pubblicano inserzioni e promuovono il proprio employer branding e voi potrete inserire una recensione rispetto a politiche retributive, organizzazione, gestione interna, politiche di crescita, clima aziendale e altri insight delle società in cui avete lavorato.
Volendo banalizzare: è il Tripadvisor del mercato del lavoro.
Ne consegue che, così come quando si cerca un ristorante si valutano le recensioni di chi c’è già stato, in modo simile le persone su Glassdoor possono informarsi meglio sulle opportunità e sulle aziende per cui si candidano.
Che ne dite? Vi sconfinfera questa idea?

Nell’ambito del suo lancio in Italia avvenuto il 26 settembre 2019, Glassdoor ha condotto una ricerca online tra oltre 750 persone occupate e in cerca di lavoro nel mercato italiano e alcuni dei dati emersi sono questi:

  • L’85% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che la realtà lavorativa tende a differire rispetto alle aspettative generate in fase di colloquio: insomma, a colloquio si erano fatte un’idea dell’azienda che poi non si è dimostrata tale.
  • Il 77% delle persone in cerca di lavoro e degli occupati dichiara di trovare utile leggere le recensioni dei dipendenti attuali o precedenti di un’azienda quando deve decidere dove andare a lavorare.
  • Il 86% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che trovare la giusta cultura aziendale è più importante che guadagnare di più.
  • Il 63% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti, in riferimento al lavoro attuale o al più recente, afferma di non aver negoziato il proprio stipendio e di aver accettato il salario offerto nella proposta d’impiego.

Alla fine di questa lettura le mie considerazioni sono state queste:

  • la cultura del lavoro in Italia ha bisogno di evolvere perché è ancora legata a un concetto di “padrone vs lavoratore” dove il datore di lavoro esercita un potere quasi malvagio sui propri collaboratori; dove il lavoro è un male necessario a cui bisogna prestarsi (o prostrarsi); dove in un processo di selezione a valutare pare essere solo l’azienda (che ha il cosiddetto coltello dalla parte del manico).
  • le funzioni HR e le società di mediazione (recruiter e head hunter) dovrebbero essere i primi attori chiamati in causa per ristabilire il giusto equilibrio all’interno del processo di recruiting. Dipingere una realtà che non esiste o omettere informazioni rilevanti ai candidati non è una strategia lungimirante nel medio-lungo termine, sembra banale da dire ma il sondaggio ci fa capire che così banale non è.
  • sempre parlando alle HR il tema dell’Employer Branding si fa pressante non solo per reclutare giovani talenti, ma ne parlo tra poco.
  • chi cerca lavoro deve smettere di sentirsi vittima di un sistema brutto e cattivo e iniziare a diventare fautore della sua stessa crescita e carriera. La capacità negoziale di chi cerca lavoro è direttamente e strettamente collegata a ciò che ha da offrire a chi lo vuole assumere.
    Quindi:
    • Abbiate molto da offrire.
    • Prendete coscienza che siete parte in gioco di un processo di valutazione in cui dovete fare domande, raccogliere informazioni, analizzare le prospettive e, a monte, chiedervi e fare chiarezza su ciò che volete.

Alla fine di queste considerazioni che non vogliono limitarsi a provocare ma fungere da stimolo per pensare a cosa cambiare del proprio atteggiamento per ottenere risultati differenti e per migliorare il mondo del lavoro, la mia opinione rispetto a una piattaforma come Glassdoor è ambivalente.

È certo che, nelle intenzioni, questo strumento risponderebbe a un bel po’ di quei mal di pancia descritti prima rendendo possibile a chi cerca lavoro la raccolta di informazioni necessarie a ponderare con attenzione una scelta (o a influenzarla…).

La mia domanda è: siamo in grado di usare una piattaforma di questo tipo con responsabilità e rispetto per la sua funzione? Sapremo davvero valorizzare l’opportunità di trasparenza che ci offre?
O diventerà per le aziende una vetrina dove farsi belle e per i dipendenti l’opportunità per sparare a zero in incognito contro un datore di lavoro con cui non ci si è trovati bene?

EMPLOYER BRANDING, CHE NON È LO SMART WORKING E NON È LA PUBBLICITA’

A proposito di Employer Branding (ovvero la reputazione che un’azienda ha come luogo di lavoro), vi riporto alcuni concetti che ho fatto miei ascoltando manager delle RU e del MKTG che hanno capito che fare Employer Branding non significa (solo) fare comunicazione per attrarre talenti.
Non significa nemmeno far sfoggio dei benefit previsti, mettere a punto slogan accattivanti, concedere lo smart working e il maggiordomo aziendale, aprire la palestra e il nido interno.

L’Employer Branding si basa sulla COERENZA tra quanto l’azienda promette o comunica e ciò che i giovani (e non solo loro) trovano, dopo essere stati assunti.

L’Employer Branding inoltre non deve essere la strategia per pescare i giovani di potenziale, non è insomma uno strumento a disposizione solo del cosidetto talent acquisition. Che poi, come diceva giustamente l’HR Manager di Carel Spa: i talenti non esistono e le aziende dovrebbero prendersi la responsabilità di formare e far crescere le persone che meglio rispondono al contesto aziendale, che meglio vi si adattano, e smettere di cercare il candidato perfetto.
L’obiettivo dell’Employer Branding quindi non è di creare un’immagine attrattiva per chi è fuori dall’azienda, anzi, in primis dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro di chi già lavora in azienda. In questo modo saranno i dipendenti stessi i primi testimoni e garanti del brand aziendale (magari proprio usando Glassdoor).


Insomma, alla fine dell’evento è risultato chiaro che per chi cerca lavoro, giovani e meno giovani, ciò che conta sono le persone con cui si lavora, la cultura aziendale (che porta con sé anche i valori) e la visione.

Persone, cultura e visione fanno la differenza, generano fiducia ed engagement.

COSA POSSIAMO FARE NOI?

Nel nostro paese il sistema lavoro da una parte tutela i diritti e dall’altra ingessa la mobilità di chi lavora. È inoltre un sistema dove il datore di lavoro è visto spesso come il “nemico” da cui guardarsi le spalle o peggio ancora da fregare.
Allo stesso modo l’impresa ogni giorno è chiamata a scendere a patti con vincoli e norme che ne limitano la libertà di azione e la flessibilità di fronte al mutare delle condizioni del mercato.
Niente di peggio come l’atteggiamento negativo che si genera da queste percezioni per affrontare un cambiamento volto a creare un clima di collaborazione e fiducia, di onestà e crescita.
Io credo che le aziende, e con loro le società di intermediazione, abbiano una responsabilità privilegiata nel muovere il primo passo verso un’evoluzione culturale.

Come?
La trasparenza e una comunicazione più diretta e autentica sono il primo passo a cui sto pensando.
Ma sono sicura che ci sia molto altro da fare fin da subito senza necessariamente dover aprire una palestra interna.

Però tocca anche a noi, ognuno è chiamato a fare la propria parte. Non è un appello populista ma l’unica cosa che possiamo fare diversa dal lamentarci e dal criticare: contribuire ogni giorno per un mondo del lavoro meritocratico agendo a nostra volta la trasparenza e la fiducia, mantenendoci sempre attivi sul mercato del lavoro, usando oggettività quando su Glassdoor andremo a scrivere la nostra recensione, confrontandoci in modo autentico all’interno di un iter di selezione e contribuendo con il nostro lavoro alla crescita delle società in cui operiamo, diventando noi stessi parte attiva dell’attività di Employer Branding aziendale.


Ripeto e chiudo: non so se siamo pronti all’arrivo di uno strumento così democratico come Glassdoor ma mi piace pensare che un portale come questo possa aiutarci a diventarlo. E mi piace pensare che l’employer branding non sia un’attività appannaggio delle aziende che possono dotarsi di benefit invidiabili ma il modo con cui la Direzione/proprietà, l’HR e la Comunicazione uniscono idee, sensibilità, competenze e risorse per rendere l’azienda un luogo migliore, il migliore possibile.

Il personal branding non è più un optional per chi cerca lavoro

“Lavoro come dipendente di un’azienda, ho il posto fisso, sono quadro all’interno di una grande industria, sono impiegata amministrativa in un’azienda familiare, ho appena conseguito la laurea in Ingegneria Meccanica.”

Cosa hanno a che fare queste ipotetiche persone con il personal branding?”
In una parola: TUTTO.
O quantomeno tutto il loro futuro professionale per la piega che sta prendendo il mercato del lavoro e la ricerca di personale.


Ok, la posizione intransigente non piace nemmeno a me ma questo articolo vuole portarvi a riflettere su qualcosa che fino ad oggi è sempre stata appannaggio di aziende, liberi professionisti, guru e influencer: il self marketing e la comunicazione di sé a scopo carriera.
Quindi vado giù un po’ diretta consapevole che, proprio perché sto parlando con e di persone e non di una nuova linea di assorbenti, ogni situazione ha le proprie particolarità e non c’è una ricetta che si può spalmare su tutti in modo uniforme come la nutella sul pane.


L’assunto di base è il seguente: per crescere professionalmente (dentro la propria azienda o attraverso il passaggio per realtà differenti) ma anche per ricollocarsi dopo un momento di inattività o di difficoltà, è indispensabile comprendere e sviluppare il proprio brand personale. 
Secondo assunto: il personal branding vi aiuterà più di un bilancio delle competenze a comprendere la vostra identità professionale con il valore aggiunto di comunicarla all’esterno.


MA ANDIAMO CON ORDINE: COS’È IL PERSONAL BRANDING?

Partiamo dal buon Wikipedia:
Il personal branding è l’attività con cui prima si consapevolizza e poi si struttura il proprio brand ovvero la propria marca personale.
È un processo attraverso cui una persona definisce i punti di forza (conoscenze, competenze, stile, carattere, abilità, ecc.) che la contraddistinguono in modo univoco, creando un proprio marchio personale, che comunica poi nel modo che reputa più efficace.

Scandellari dichiara:
Il Personal Branding consiste nella comprensione e valorizzazione delle capacità e qualità personali, attraverso un’adeguata comunicazione ad un pubblico interessato

Gioia Gottini è più concreta:
Il personal branding è l’unione tra la tua personalità e il problema che risolvi.   

Danzi è più strutturato e ne parla in un recente articolo:
Il personal branding è una vera e propria costruzione della propria identità ai fini di una maggiore efficacia comunicativa della professionalità, su canali fino a ieri sconosciuti o poco battuti; è la trasposizione della propria immagine professionale sui social network (LinkedIn in primis, ma senza escludere Facebook e Twitter) e, nel caso di coloro con maggiori capacità di comunicazione, su piattaforme editoriali (Medium) e blog personali, necessaria per un manager, indispensabile laddove la libera professione diventasse un’alternativa concreta.                                                              

Ma la definizione che io preferisco è quella diretta ed essenziale di Luigi Centenaro:
Il tuo Personal Brand è la ragione per cui un cliente, un datore di lavoro o un partner ti sceglie.
Fare Personal Branding significa gestire in maniera strategica la propria immagine professionale.

Ricapitolando e cercando di semplificare:

  • il tuo brand è la tua reputazione professionale
  • la reputazione è ciò che gli altri pensano e dicono di te quando tu non ci sei (quindi non è necessariamente ciò che dici tu),
  • il tuo personal brand è fatto di ciò che sai, di ciò che sai fare e della tua impronta personale (chi sei tu, quali valori ti sostengono, quale approccio ti guida…),
  • il personal branding è tutto ciò che fai per comprendere, definire e comunicare la tua reputazione professionale. È ciò che fai perché quello che pensano gli altri assomigli il più possibile a ciò che vuoi che pensino di te (fortuna che avevo promesso di semplificare).

È chiaro quindi che:

  1. ognuno di noi ha un brand, che lo voglia o meno,
  2. la scelta è se agire consapevolmente per farne uno strumento di sviluppo professionale o continuare a scrivere CV in formato europeo e richiedere il bilancio delle competenze.

E ora togliamoci anche il dubbio che vedo comparire nella vostra testa: no, il Personal Branding NON È fare o farsi pubblicità e no, non è vero che lavora solo chi sa raccontarla meglio.
Senza competenze, hard e soft, non c’è personal branding che valga.
Ma a parità di competenze chi sa fare personal branding ha sicuramente più possibilità di ottenere un lavoro.

PERCHÈ E A COSA TI SERVE IL PERSONAL BRANDING?

Il personal branding trova casa soprattutto nell’estensione digitale di ciascuno di noi: i social network, il blog, le piattaforme on line all’interno delle quali decidiamo di registrarci e inserire contenuti.
Ma anche nella mail di presentazione che accompagna il CV, nel CV stesso, nei sistemi di application di molte società di recruiting o delle aziende stesse.
Ovunque andiamo a inserire del testo che parla di noi contribuisce a trasmettere la nostra credibilità professionale (presente o potenziale) e, a momento debito, influenza la scelta di chi è chiamato a valutarci per una possibile collaborazione/assunzione.

È determinante?
Non lo sappiamo a priori, ma possiamo essere certi che contribuisce.

A cosa?
Alla percezione che avranno di noi le persone che entreranno in contatto con i “nostri” contenuti e con i nostri account social. A quella che io chiamo “l’esperienza che fanno di noi le persone prima ancora di incontrarci”.

E ora vorrei fare un passo oltre e azzardarmi a dire che il Personal Branding è un meraviglioso percorso di orientamento professionale
Riprendo quanto affermato da Osvaldo Danzi nell’articolo citato poco fa, che peraltro sposo con entusiasmo: il personal branding oggi rappresenta la modalità attiva e propositiva di vivere il mercato del lavoro e quindi anche la ricerca di un lavoro. E per come avviene, il processo di messa a punto del brand include anche un processo di orientamento professionale.
Chiamiamolo orientamento professionale 4.0 se vogliamo: qualcosa che non ha niente a che fare con il mero bilancio delle competenze e le attività di outplacement ma che permette di:

  • analizzare in profondità le proprie motivazioni e le ambizioni,
  • di confrontarle con ciò che si sa fare e con il modo con cui si desidera essere percepiti,
  • di trovare il proprio modo personale e autentico di comunicarle all’esterno.

So che questo terzo punto è quello che per molti rappresenta lo scoglio più alto: esporsi, promuoversi, fare marketing di sé.
Vendersi.
Che brutta roba…
Su questo non voglio addentrarmi adesso perché mi riservo di fare l’antipatica in un altro post ma vi lascio solo una considerazione prima di passare a dirvi come iniziare a fare Personal Branding: si sta sviluppando in modo prepotente il social recruiting. Significa che le opportunità di lavoro viaggiano sempre di più sui social network e che aziende, recruiting e professionisti utilizzano queste piattaforme per cercare nuovi collaboratori e partner.
Possiamo decidere di adottare un approccio romantico e vecchio stampo e affidarci solo al CV, magari il più bel e ben scritto CV del mondo. Ma se poi lo affidiamo a un piccione viaggiatore anziché agli strumenti con cui la maggior parte delle persone cerca e trova lavoro oggi, l’unica cosa in cui potremo sperare è in una grande botta di culo. 
Essere (sui) social non è più un’optional (vi concedo di snobbare Facebook ma LinkedIn non può mancarvi) ed essere sui social non significa aprire un account e lasciarlo là come se fosse una pianta grassa.
Se poi davvero troverete un modo per farvi notare al di fuori di questi canali fatelo, se mai mi arrivasse davvero un piccione viaggiatore io incontrerò chi me l’ha inviato senza alcuna esitazione. Ma realisticamente oggi è più facile che mi arrivi un drone, e la poesia è già andata a farsi benedire, a questo punto meglio LinkedIn.

Riassumendo, fare personal branding vi aiuterà a chiarire e mettere a fuoco la vostra strategia professionale (anche chi lavora come dipendente ne ha una, anche chi dice di non avere ambizioni ne ha una) e a farvi scegliere da un potenziale datore di lavoro. E oggi non è più in discussione l’importanza di usare i canali digitali per intercettare opportunità di lavoro e per essere intercettati dai recruiter/aziende ma usare i social è qualcosa di diverso da essere sui social.

Come iniziare a fare Personal Branding

E veniamo alla messa a terra di ‘sto pippone incredibile: come si fa?
Prima di fare Personal Branding bisogna mettere definire il brand.
Perché non si parte mai a fare qualcosa, neanche un piatto di pasta al pomodoro, prima di aver fatto un’analisi e messa a punto di ciò che serve, ciò che si ha a disposizione, ciò che manca e degli obiettivi che si vogliono raggiungere: ho la pasta? ho il sale? quanta pasta mi serve? il pomodoro c’é? per quante persone devo farne? ho una pentola abbastanza capiente? so come si cucina la pasta?

Quindi l’analisi e la definizione del brand sono il primo passo.
Se vi interessa approfondire o anche sperimentare vi consiglio di usare:

Tutto fa branding di Gioia Gottini è un ebook molto semplice e pieno di esercizi pratici che possono fare tutti.
Il Personal Model Canvas tradotto e aggiornato da Luigi Centenaro è uno strumento un po’ più evoluto ma meraviglioso per ragionare su di sé (da soli o accompagnati da qualcuno che lo sa usare).
Personal Branding del sopra citato Luigi è un’altra pietra miliare che vi consiglio di leggere.
Infine potete trovate fior fiore di consulenti pronti a darvi una mano, me inclusa. Ma su questo punto fate bene attenzione e scegliete la persona che sentite più in linea con il vostro modo di essere e diffidate da chi vi assicura che troverete lavoro immediatamente dopo aver chiuso la consulenza.

Definito il brand si comincia con il Personal Branding, ovvero con l’attività di marketing vera e propria.
Gli strumenti a vostra disposizione sono:

  • il CV, che è ancora un mezzo importante nella ricerca di un lavoro e nella comunicazione di sé e quindi bando ai modelli pre-compilati (se non esplicitamente richiesto) e un po’ di olio di gomito per scrivere qualcosa che sia distintivo, identitario e rilevante per chi legge;
  • la lettera di accompagnamento, che spesso è la mail: vi pregio di inviarvi il mio CV è un po’ superato, non trovate?
  • il profilo LinkedIn, che dev’essere aggiornato (siamo tutti bravi a compilarlo quando cerchiamo lavoro ma quando l’abbiamo cambiato chi si ricorda più di inserire la nuova esperienza professionale?), deve contenere una foto come LinkedIn comanda (la faccia Dio del ciel, la vostra faccia!), deve contenere un’headline e un riepilogo ragionato e accattivante, e poi a ritroso le esperienze professionali;
  • tutti gli altri social: non è obbligatorio che parliate del vostro lavoro su Facebook o che postiate le foto della vostra scrivania su Instagram. Ma la vostra immagine pubblica (e relativa reputazione) si compone di tutti i pezzetti che di voi spargete sul web. Di conseguenza la coerenza e il buon senso dovrebbero guidarvi nella pubblicazione di contenuti che non dicono esplicitamente come lavorate ma mostrano che tipo di persona siete;
  • i contenuti: e qui tocchiamo l’ennesimo tasto dolente. I contenuti sono vostri amici, i contenuti sono buoni, i contenuti vi sapranno ricompensare. Dico davvero. E non abbiate paura a esporvi perché ora vi svelo un segreto: all’inizio, e per un bel po’ di tempo, la maggior parte dei vostri contenuti passerà inosservata. Avrete così il tempo di migliorarvi cammin facendo e di correggere il tiro gradualmente acquisendo quella dimestichezza che nessun manuale e nessun consulente può darvi, ovvero facendo pratica. Iniziate commentando o riproponendo i contenuti di qualcun altro, interagendo insomma, e via via sperimentate cercando il vostro tono di voce e il vostro ritmo. Su questo punto tornerò con un post ad hoc, promesso. Per oggi vi consiglio di iniziare a seguire Max Furia e il suo LinkedIn Content Strategy: lo trovate su LinkedIn, su Facebook, in podcast e con le note vocali Telegram. Fidatevi, vi aiuterà.
  • il network: non serve avere 23.000 contatti ma con 356 non andate lontano. Però attenzione: sparare inviti a tutta la rubrica è sconsigliato. Consigliatissimo invece usare quel pulsantino che vi permette di scrivere due parole, prima o dopo aver ricevuto il contatto perché di vero contatto si possa parlare. Personalizzare è la segreto per essere notati.
  • per chi ha voglia di osare poi ci sono i blog, Medium (una piattaforma editoriale dove si possono pubblicare articoli), forum e gruppi tematici, gli articoli di LinkedIn (Pulse) e poi ancora i canali video, le canali telegram, i podcast ma qui siamo già alla cintura nera del Personal Branding e per ora possiamo lasciarla ai guru e agli influencer perché non è tanto la somma degli strumenti che userete ma la credibilità che riuscirete a trasmettere e la consapevolezza con cui andrete a proporvi.

Per oggi mi fermo qui.
Sarei felice se vi fosse venuta voglia di andare a rivedere i vostri testi su LinkedIn e se si fosse accesa la lampadina del personal branding ovvero della cura della vostra reputazione professionale.
Per trovare lavoro, per cambiare lavoro, per crescere all’interno dell’azienda in cui state già lavorando.
Insomma, per diventare dei professionisti più completi.

Il momento migliore per cercare un nuovo lavoro è adesso

Incontro ogni giorno persone che vogliono cambiare lavoro e ho notato due atteggiamenti che, a mio avviso, rendono più complicata e poco efficace questa attività.


QUANDO SARO’ PRONTO

Lo so che siamo tutti in ferie e che “inizio a cercare a settembre”. Il mio dubbio però è che procrastinare sia una delle cose che ci riesce meglio, in estate come con la neve.
E quindi succede che:

  • a settembre o a gennaio
  • quando avrò sistemato il CV
  • appena avrò scritto una bella lettera di presentazione
  • appena passa questo periodo che non mi lascia tempo nemmeno per respirare
  • alla chiusura di questo progetto
  • quando non ne potrò davvero più
  • dopo aver fatto un percorso di coaching
  • quando non avrò più saturno contro

Nessuna di queste affermazioni è sbagliata. Ha senso cercare lavoro preparati, rilassati, consapevoli di sé, con le idee chiare, riposati, quando il mercato è vivo e i pianeti ben allineati.
Però credetemi, questa congiunzione astrale è difficilissima: quando il mercato è attivo noi siamo oberati di lavoro, quando il CV è pronto noi abbiamo un progetto che non possiamo mollare, quando abbiamo la giusta consapevolezza di noi e di quanto valiamo ci manca il CV.
E Saturno è uno stronzo, non si schioda mai!

ENTRARE E USCIRE DAL MERCATO DEL LAVORO

Il secondo atteggiamento che ostacola una serena ed efficace ricerca di lavoro è la tendenza ad attivarsi solo quando stiamo molto male nel posto in cui siamo, o quando un lavoro non l’abbiamo e quindi il livello di frustrazione  è ancora più alto.
È normale: se sto bene nel mio posto di lavoro, se sono coinvolto, se credo in ciò che faccio e nell’azienda per cui lavoro non c’è motivo per cercare altro. E questo atteggiamento è sacrosanto.
Nessuna azienda peraltro vorrebbe assumere collaboratori che tengono sempre le antenne alzate, pronti a intercettare una nuova opportunità.

E però anche questa è una forma di procrastinazione.

Infine ammettiamolo, cercare lavoro non è un’attività piacevole: psicologicamente ed emotivamente per i più rappresenta uno stress e l’evidenza di un malessere che non si può più ignorare.
Comporta qualcosa che non ci piace fare: chiedere e dover convincere di quanto valiamo.
Comporta metterci in competizione, lasciare che qualcuno ci valuti, ci confronti con altri, ci definisca, ci metta delle etichette, ci dia un giudizio.
Ci dica di no.
La percezione che abbiamo di noi stessi si trova a fare i conti con il parere altrui (le aziende, gli HR e quei cazzoni dei recruiter) e a qualcuno potrebbe succedere di sentir vacillare le proprie certezze più intime.

No dico, ma chi ce lo fa fare? Solo se strettamente necessario, come il dentista, la ceretta e la colonscopia.

E NON È FINITA QUI

Affacciarsi al mercato del lavoro ogni tot anni e quando diventa necessario e vitale cambiare, non è solo emotivamente difficile, rischia di renderci incapaci e arrugginiti ogni volta che dobbiamo affrontare una selezione.
Quello che succede a perdere il contatto con il mercato è questo:

  • non siamo aggiornati sulle evoluzioni del nostro ruolo, su come viene percepito, su come si posiziona fuori dalla nostra azienda
  • perdiamo di vista le aziende e le loro evoluzioni
  • non manteniamo aggiornato il CV e ci scordiamo di come si fa (banale ma vero)
  • smettiamo di fare colloqui e perdiamo l’abitudine a parlare di noi (e poi succede che quando ci chiamano per un’opportunità meravigliosa semplicemente non risultiamo convincenti e scivoliamo sulle domande più banali)
  • accettiamo il primo lavoro che arriva perché siamo così stressati e frustrati che ogni cosa nuova va bene (e lì si salvi chi può)
  • non accettiamo nessuna opportunità e prolunghiamo in eterno la ricerca perché improvvisamente non siamo più sicuri di niente e il male conosciuto è comunque più rassicurante del nuovo sconosciuto (succede anche questo),
  • affrontiamo la ricerca di lavoro con un tono energetico negativo o particolarmente basso che a colloquio diventa un boomerang pericolosissimo
  • perdiamo il contatto con i canali attraverso cui si cerca lavoro
  • non siamo in grado di negoziare in modo efficace una proposta economica

RESTIAMO DENTRO AL MERCATO, SEMPRE

I freelance non cercano lavoro, i freelance fanno attività commerciale. E sono – un po’ più – abituati a vivere il mercato, a intercettare opportunità, a presentarsi.
Pensare alla ricerca di lavoro come a un’attività commerciale è un primo cambio di prospettiva che vi suggerisco.
Gli altri miei consigli sono questi:

  • usate LinkedIn per mantenervi sempre aggiornati sul vostro settore, sulle evoluzioni del mercato, sui canali e le modalità di ricerca, etc.
  • curate la ricerca passiva di lavoro: quella per cui è il lavoro che cerca voi (di nuovo LinkedIn aiuta, se usato bene)
  • applicate ogni tanto e non negatevi la possibilità di un colloquio: non significa tradire la vostra azienda o inviare candidature ad minchiam bensì fare un bel regalo alla vostra professionalità. Mettere fuori la testa è l’unico modo per costruire una consapevolezza sé che non sia solo frutto dell’autopercezione.
  • non procrastinate: ad agosto non si inviano candidature spontanee (quelle non finalizzate ad alcuna selezione) ma si possono monitorare le inserzioni e magari rispondere quando tutti gli altri sono al mare a curare l’abbronzatura e ad accumulare ciccia
  • curate il network e le relazioni, sempre e comunque, on line e off line: non in modo opportunistico ma per evitare quella spiacevole sensazione di solitudine che ci assale quando si cerca lavoro 
  • prendetevi il tempo di lavorare su voi stessi quando avete la serenità per farlo: coaching, counseling, assessment sono momenti di crescita personale che non dovrebbero essere relegati a quando l’acqua tocca il culo
  • investite sulla vostra formazione, se non lo fa l’azienda fatelo voi secondo le vostre possibilità economiche: è la vostra impiegabilità che ne beneficerà
  • iniziate adesso perché in questo preciso momento c’è già qualcosa che potete fare!

Buon agosto.

CERCARE LAVORO SIGNIFICA FARE MARKETING DI SÈ, CON GARBO

Offerta e domanda di lavoro.
Qualcuno pensa che la domanda sia quella dei candidati che cercano lavoro, non a caso si dice “presentare domanda di lavoro”.

In realtà la domanda è quella del mercato e l’offerta è di chi propone la propria professionalità.
Insomma chi paga chiede e chi vende offre.
Funziona così anche per noi e per ciò che acquistiamo ogni giorno.

E come chi offre è chiamato a promuovere ciò che desidera vendere allo stesso modo chi cerca lavoro è chiamato a comunicare se stesso in modo credibile ed efficace.

Non banalizziamo, non è più questione di vendersi (o svendersi): questo post non parla di pubblicità e non invita nessuno a considerarsi un oggetto o peggio una merce da esibire.
Lo so che il mercato del lavoro ha delle dinamiche tali per cui ogni tanto succede proprio questo e la sensazione è tutt’altro che positiva. A volte il problema non è comunicarsi ma trovare dignità svolgendo una delle attività che più mettono a prova l’autostima, il senso di sé e il proprio equilibrio personale: la ricerca di lavoro appunto.
Ma visto che non possiamo cambiare ciò che è, quello che possiamo fare è impegnarci ogni giorno per migliorare la realtà, ciascuno per ciò che gli compete e che rientra nel proprio raggio di azione.
E quindi io oggi voglio stimolare una riflessione sull’importanza di fare marketing di sé e di comunicarsi in modo consapevole e intenzionale.

IN PASSATO ERA LA PUBBLICITÀ

“Per un lungo periodo di tempo, per un’impresa commerciale il modo più efficiente di realizzare un cambiamento era comprare annunci pubblicitari. (…)
Per gran parte della mia vita il marketing equivaleva alla pubblicità.
Poi non è stato più così.
Ciò significa che dovrete diventare esperti di marketing.
Ciò significa capire ciò che vedono gli altri. Creare attesa. (…) Significa realizzare il difficile compito di diventare orientati al mercato e lavorare con (la vostra parte di) quel mercato.”

Seth Godin è una delle persone più significative sul panorama del marketing e in poche righe trasmette moltissimo del cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni.
La pubblicità ha ceduto il passo a una concezione più evoluta di marketing e comunicazione. Ma anche più rispettosa di chi acquista e più vicina ai bisogni del mercato, più capace di ascoltare, guardare, ispirare e migliorare la realtà.
Oggi i venditori spudorati e aggressivi non piacciono più a nessuno, ciascuno di noi vuole sentirsi protagonista dell’acquisto che fa, oppure desidera sentirsi coccolato e un po’ sedotto, ci aspettiamo il famoso “valore aggiunto” di un servizio che va oltre le aspettative, vogliamo l’effetto wow e siamo pronti a criticare aspramente su Tripadvisor se la cameriera di un tal ristorante non ci ha sorriso porgendoci il piatto.

  • Perché è il servizio che fa la differenza oggigiorno,
  • perché con un gesto di gentilezza conquisti e fidelizzi il cliente, che ci vuole in fondo?
  • perché diciamolo, il prodotto è anche buono ma l’esperienza di acquisto non è per niente curata, basterebbe così poco…

Tutti bravi a criticare, tutti bravi a vedere la pagliuzza e alla trave chi ci pensa?

CHE ESPERIENZA DI ACQUISTO OFFRIAMO NOI?

In passato era il CV, le segnalazioni dirette (networking per qualcuno e paraculaggine per altri), il passaparola o la botta di fortuna.
In passato era un mercato più vivace e anche più immaturo.
Poi la crisi: una bastonata sui denti che non si è ancora cicatrizzata.
Nel frattempo le regole del gioco sono cambiate.
Siamo cambiati noi come consumatori ed è cambiato il mercato del lavoro.
Ma hanno mutato forma anche le modalità con cui affrontarlo o starci dentro.

Il CV non è morto, ma il CV non è l’unico strumento.
La paraculaggine non morirà mai ma il networking ha assunto una valenza nuova, impegnativa da coltivare ma preziosissima.
Le botte di fortuna rientrano in quel concetto di flow per cui se lavori bene, se non ti dai per vinto e se ci credi fino in fondo la provvidenza se ne accorgerà (qui sto banalizzando un concetto ben più profondo e in cui credo molto ma ne parlerò in un altro momento).

Dall’altra parte le aziende non si permettono più di sbagliare nella scelta dei collaboratori, succede ma molto meno rispetto al passato.
E le aziende sono persone: persone in grado di valutare, di cercare, di selezionare avendo ben chiaro che le competenze tecniche, il saper fare, le hard skill sono indispensabili ma non sufficienti.

OGGI COME OGGI

Non voglio sembrare il vecchio in fila alla posta che commenta con il vicino di bolletta che il mondo è cambiato e che si stava meglio quando si stava peggio.
È che il mercato del lavoro è davvero cambiato, si è fatto più selettivo e più accorto. Così come siamo selettivi e accorti noi che anche per mangiare una pizza andiamo su Internet, spulciamo le recensioni, chiamiamo l’amico, chiediamo consigli su Facebook e siamo pronti a sparare a zero se l’esperienza non ci aggrada.

In questo nuovo mondo il marketing e la comunicazione anche personali hanno assunto caratteristiche nuove, a mio avviso molto più nobili e preziose rispetto al passato.
Come professionisti siamo chiamati a riconoscere questo cambiamento e a decidere le nostre azioni in modo consapevole. 

Consapevolmente scegliamo di scrivere un CV di 4 pagine, di aprire un account LinkedIn e usarlo solo per pubblicare il nostro CV di 4 pagine o per inveire contro un mondo del lavoro che non ci vede, scegliamo di rendere difficile un colloquio rifiutando di prenderci un permesso, di comunicarci in modo poco credibile o con poca convinzione perché è il lavoro che parla per noi e via dicendo.

Oppure – con altrettanta consapevolezza – possiamo fare attenzione all’esperienza che offriamo di noi a chi ci incontra – come persone e come professionisti – curando e veicolando con intenzione un messaggio, rendendoci testimoni credibili di quanto raccontiamo e di quanto esigiamo.
Con consapevolezza agiamo per farci trovare, per competere, per comunicare con garbo ciò che sappiamo di meritare e di poter offrire. 

IL MARKETING GARBATO

Il marketing garbato è quello che ascolta, che suggerisce senza imporre, che crea sensazioni positive, che alimenta suggestioni ed emozioni piacevoli.
È quello che entra nella nostra vita e ci si accomoda dentro migliorandola.
È quello che porta con sé cultura, informazione, benessere.
È quello che, sempre di più, passa attraverso le relazioni e le persone (il Cluetrain Manifesto l’aveva annunciato a suo tempo).

Per chi lavora e cerca lavoro cosa significa fare un marketing garbato?
Dopo questo super pippone ecco i miei consigli:

  • le relazioni o networking sono importantissime ma necessitano di quella cura che serve a un seme per crescere, diventare albero e dare poi frutti… tempo, nutrimento costante, attenzione, amore. Ma anche fiducia, ascolto e gratuità;
  • esporsi con gli strumenti giusti: un buon CV, un profilo LinkedIn completo e aggiornato ma anche la cura della propria presentazione a colloquio, che non si può improvvisare nemmeno quando si parla di sé stessi, anzi;
  • sviluppare una buona consapevolezza di sé è funzionale al punto sopra: sapere cosa vi distingue, su quali elementi puntare per emergere evitando di snocciolare una lista di banali caratteristiche (pregi e difetti). La consapevolezza di sé avviene in vari modi inclusi gli strumenti di self assessment come questo (piccolo, spazio, pubblicità): non sto dicendo che bisogna per forza fare un percorso di analisi per trovare l’elemento distintivo da trasmettere;
  • acquisire qualche nozione di comunicazione efficace, anche se il vostro ruolo professionale non lo richiede saper comunicare vi aiuterà moltissimo nella ricerca di un nuovo lavoro;
  • osservare il mercato del lavoro ogni giorno: se si esce dal mercato del lavoro quando si trova impiego e ci si rientra solo quando è il momento di cambiare azienda si farà il triplo della fatica a emergere e ad adattarsi a un sistema per sua natura mutevole, a comunicarsi e a presentarsi in modo efficace. Restare quantomeno alla finestra, magari tenendola un po’ aperta è già una buona scelta;
  • ma se si è audaci e lungimiranti si sceglierà di viverlo questo mercato: intercettare opportunità, trovare modi per raccontare la propria professionalità e sviluppare credibilità (generando contenuti su LinkedIn ad esempio), controllare le inserzioni, monitorare da lontano le aziende da corteggiare ma anche avere una chiara percezione del proprio posizionamento e tenersi sul pezzo;
  • mindset positivo: nessuna concessione al pensiero positivo di Jovanotti ma la certezza che passare il tempo a lamentarsi e a riversare addosso al mondo la propria frustrazione e la rabbia non paga. E questo è il punto più delicato di tutti perché è il più difficile da controllare o da sviluppare. Il mondo del lavoro è ricco di ostacoli e, diciamolo, colmo di ingiustizie. Ma, e mi ricollego a quanto detto inizialmente, non siamo qui per dire cosa è giusto e cosa no bensì per provare a fare dei piccoli cambiamenti ogni giorno con la fiducia che generino nel tempo la rivoluzione.

CHIUDO CON TRE INCISI

  1. Tutto quello che ho scritto è pensato per chi cerca lavoro ma vale – moltissimo – per chi deve comunicarsi nel proprio ruolo in azienda, dopo un cambio di funzione o dopo una promozione oppure proprio dopo aver cambiato lavoro.
  2. La comunicazione e il marketing di sé non hanno niente a che fare con la pubblicità, con il vendersi o con il creare un’immagine di sé non autentica. Al contrario sono il modo più strategico e convincente attraverso cui valorizzare chi si é e le proprie potenzialità. Per raccontare la persona oltre alle competenze e per acquisire una ulteriore competenza che si rivelerà utilissima anche all’interno del proprio lavoro, qualsiasi esso sia.
  3. Senza competenze tecniche e competenze trasversali, senza professionalità e atteggiamento qualsiasi comunicazione non attecchisce e se lo fa dura poco. Ma senza comunicazione un ottimo professionista potrebbe non intercettare le opportunità che merita.

Speed Interview: non è un colloquio come gli altri

La scorsa settimana ho tenuto un intervento all’Università di Vicenza per preparare circa 200 studenti di Ingegneria ad affrontare lo Speed Date, un evento che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni. In poche parole: una stanza, numerose postazioni con i referenti di altrettante aziende, uno stuolo di candidati motivati a farsi conoscere e  una serie di colloqui brevi, spesso informali, scanditi dal suono di una campanella, che permettono alle aziende di incontrare quanti più studenti possibile e ai partecipanti di farsi conoscere a un numero interessante di imprese. Tutto nell’arco di una o due ore al massimo perché ogni incontro dura dai 6 ai 10 minuti al massimo.

Anch’io, con Competenze in Rete o WinePeople, organizzo ogni anno di questi eventi e spesso mi trovo a rappresentare qualche azienda, gestendo gli incontri per conto loro. È stato quindi con piacere e con un po’ di consapevolezza che ho preparato la lezione. Nel mio intervento ho spiegato: prima la differenza che c’è tra un colloquio di lavoro normale (che dura dai 40 ai 60 minuti di norma) e una speed interview e poi ho dato suggerimenti e indicazioni utili a sfruttare al meglio la seconda.

La prima cosa da capire è che durante uno speed date cambia tutto: cambia il contesto, le modalità, gli obiettivi, le finalità e cambia anche il tipo di ascolto da parte di chi ci incontra. Di conseguenza è impensabile che il nostro messaggio rimanga lo stesso, ovvero la narrazione del CV e l’esposizione di cosa sappiamo e/o vogliamo fare.

Obiettivo della speed interview

Innanzitutto chiariamo un concetto fondamentale che poi è anche la prima, drammatica differenza tra un colloquio normale e uno veloce: l’obiettivo delle due interviste è diverso! È assai remota infatti, la possibilità che un incontro di 6/7 minuti vi faccia ottenere un lavoro. E su questo mi sento di essere piuttosto perentoria.
Quindi, mentre un colloquio classico ha l’obiettivo di capire, approfondire, testare, valutare, ecc… in funzione spesso di un inserimento in azienda, un colloquio veloce mira invece a capire se c’è potenziale e sostanza per andare oltre, se ci sono i presupposti per rivedersi in futuro, con calma, per un approfondimento.

Pertanto con che spirito va affrontato? Il vostro obiettivo dovrebbe essere quello di lasciare un segno (e quindi un ricordo) per conquistare l’accesso a un colloquio vero e proprio. Tutto qua (si fa per dire)!

Se questo punto è chiaro tutto il resto viene da sé, anche se so che “tutto il resto” non è in realtà né facile, né scontato. Perché sfido chiunque ad affrontare un tet à tet di pochi minuti, con un possibile (e magari desiderabile) datore di lavoro e riuscire a fare qualcosa di unico e differente per lasciare un segno. Eppure questo dovrebbe essere il vostro obiettivo, e vi assicuro che in molti sbagliano e sprecano la loro opportunità proprio perché affrontano uno speed date come una sequenza di colloqui classici dove raccontarsi velocemente. Niente di più sbagliato!

lanciate un messaggio non iniziate un racconto

Ad affrontare bene una speed interview può aiutarci il modello di comunicazione che adottano le pubblicità e che segue questi step: 
sorprendere: catturare l’attenzione, fare in modo che il destinatario del messaggio si fermi e ascolti (o guardi, legga, ecc…). L’inizio di qualsiasi spot (ben fatto) ha l’obiettivo di agganciare per farci andare oltre e per arrivare al cuore del messaggio;
argomentare: questo è il cuore del messaggio, e di solito ha l’obiettivo di spiegare i vantaggi di ciò che si sta promuovendo e/o di stimolare un bisogno nel possibile acquirente; 
convincere: significa portare chi ascolta o guarda a fare qualcosa (CTA – call to action). Brutalmente la pubblicità di solito vuole che noi compriamo qualcosa e l’obiettivo finale è questo.

Riconoscete lo schema? Spero di sì. 
Ora applicatelo a una speed interview e vedrete che funziona perfettamente.

sorprendere

Il primo passaggio è sorprendere! È necessario in un contesto di, passatemi il termine, batteria. Sono il responsabile HR di un’azienda e in un’ora e mezza vedo circa 12 persone in sequenza, via una e sotto la successiva. Ogni candidato arriva e prova a raccontarmi il suo CV in 6 minuti perché è convinto che la migliore strategia per questi colloqui sia semplicemente la sintesi.
Arriva un candidato che rompe le regole e fa qualcosa di imprevisto.
Secondo voi che probabilità avrà che io mi ricordi di lui? Magari non mi resterà in mente il suo percorso ma mi ricorderò di lui e quando dovrò decidere chi rivedere, è molto probabile che lo penserò senza nemmeno dover andare a cercare il suo CV.

E come si fa a sorprendere? I modi vanno cercati “nel posto dove ci piove dentro” (Cit.). Fate funzionare l’immaginazione. Può aiutarci un gadget da lasciare, oppure un racconto che con il lavoro non c’entra niente, un’idea potrebbe essere quella di preparare un CV di noi tra 10 anni, oppure far parlare un breve filmato e poi argomentarlo negli ultimi due minuti…
Sei minuti sono pochi per raccontarsi e farsi memorizzare ma sono davvero molti per lasciare un segno e diventare memorabili (sì, questa l’ho pompata ma ci credo davvero).

argomentare

Questo è il cuore di ciò che avete da dire. E – lo ripeto – non è il riassunto del vostro CV. A meno che  voi non abbiate competenze più uniche che rare o esperienze sbarluccicose che solo se citate fanno girare la testa a chi vi ascolta, l’argomento più interessante con cui dovete proporvi siete VOI! Voi, sì. Quella persona che ci state insieme da quando siete nati e che alla domanda “mi parli di lei” diventa un perfetto estraneo. “Che domanda difficile, non ci avevo mai pensato!” (qui vorrei inserire una gif con me che cado dalla sedia, immaginatela!)

Ebbene sì, ciò che siete o volete diventare nel lavoro entra in qualche modo nel vostro messaggio ma è impensabile pensare di trasmettere tutto in 6 minuti quindi, dovendo scegliere, privilegiate voi al vostro percorso. E questo vale soprattutto se siete giovani e siete all’inizio della vostra esperienza professionale.

Anche parlando di voi però, attenzione alle banalità. Le banalità sono quelle cose che tutti dicono di sé a un colloquio di lavoro:
“sono motivato e collaborativo, mi piace risolvere problemi, sono flessibile e preciso, ma anche veloce e imparo in fretta” (peccato, per questa posizione cercavo proprio uno scansafatiche individualista e musone, distratto e un po’ duro di comprendonio!!)

Mi sono spiegata?
Preparatevi, anche a parlare di voi stessi evitando di cadere nell’ovvio che non porta alcun valore aggiunto e che quindi non smuove alcun interesse. E se vi serve un momento per fare il punto o un supporto per indagare meglio le vostre caratteristiche, prendetevelo. Perché non c’è niente di peggio che presentarsi a colloquio e non riuscire a trasmettere un’immagine autentica, credibile e consapevole di se stessi. Se siete stuzzicati dall’idea di fare un breve percorso di auto-analisi leggete qui.

L’argomentazione infine deve rispettare il principio della rilevanza. Non è sufficiente parlare di sé dicendo cose autentiche. È indispensabile che ciò che dite sia rilevante per chi ascolta. E qui la cosa si complica un po’ perché non sappiamo cosa sta cercando (se sta cercando davvero qualcosa) chi ci ascolta. Ne parlerò in modo più approfondito in un post a parte, in ogni caso, come regola di principio, mettetevi sempre dalla parte di chi vi ascolta e chiedetevi se quello che volete dire potrebbe interessargli o meno. Se il vostro messaggio porta con sé un valore aggiunto o si limita a descrivere qualcosa/qualcuno. 

convincere

Se avete lavorato bene nei primi due punti il terzo è facile che arrivi in automatico. Se avete sorpreso e agganciato l’interlocutore e se siete riusciti a comunicare in modo autentico concetti rilevanti è molto probabile che sarete ricontattati per un approfondimento. Che poi è il vostro obiettivo. Vi sconsiglio quindi qualsiasi azione push.
Alla fine, la strategia migliore, a mio avviso, passa per un garbato saluto e il rispetto delle regole: se il tempo è scaduto è il momento di tendere la mano e passare oltre. L’unica accortezza che vi consiglio è di non lasciare la postazione senza il biglietto da visita del vostro interlocutore, o almeno nome e cognome. Un contatto discreto su Linkedin a distanza di uno o due giorni servirà da promemoria a chi ha avuto il piacere di passare con voi pochi minuti.

Autentici e trasparenti: quello che bisogna dire in un processo di selezione (e mi rivolgo a tutti!)

È risaputo, noi recruiter veniamo spesso accusati di stitichezza rispetto alle informazioni che forniamo ai candidati: le inserzioni non spiegano, a colloquio siamo approssimativi e soprattutto non diamo mai una risposta a chi non viene scelto. Stitici, e pure insensibili. Mi trovo abbastanza allineata con le recriminazioni (possiamo migliorare molto) e credo che uno dei cambiamenti necessari all’interno del processo di selezione sia l’inclusione del candidato quale soggetto attivo, che valuta e sceglie tanto quanto valutano e scelgono le aziende. Perché se è vero che la domanda è quella dell’azienda e ad offrire sono i candidati, è giusto che l’offerta abbia voce in capitolo e sia messa nella condizione di conoscere, scegliere, ponderare. Insomma, le parti in gioco sono due (tre se consideriamo sto povero recruiter) e non è sempre detto che il coltello sia in mano delle aziende. Quantomeno per il tipo di figure che cerco io (progettisti meccanici e compagnia bella, confessate…). Per questo diventa sempre più importante, anzi fondamentale- quello che il recruiter -e l’azienda- comunica al candidato, le informazioni che fornisce non solo relativamente al ruolo e alle mansioni previste ma anche rispetto al contesto, all’organizzazione interna, al tipo di gestione (manageriale o padronale), alla solidità finanziaria, ai valori, al clima, alle prospettive di crescita e via dicendo… E saranno avvantaggiate quelle aziende che sapranno essere allettanti e che sapranno costruire e comunicare il proprio employer branding, anche attraverso i recruiter. L’autenticità -da ambo i lati- è il primo passo di ogni inserimento ben riuscito. E adesso mi rivolgo ai recruiter: convincere un candidato della bontà di una posizione solo per chiudere una ricerca è un boomerang che torna indietro e ti prende di spigolo dietro l’orecchio, avete presente il male? Quindi se l’ambiente è teso diciamolo, se l’azienda ha sofferenze finanziarie diciamolo, se servono spalle larghe o spioventi diciamolo, spieghiamo la realtà e ragioniamo con i candidati per capire insieme se può essere comunque una buona opportunità o se è meglio attendere altro. Questo approccio, utile nell’immediato, si rivela strategico in una prospettiva di collaborazione a lungo termine con professionisti che, è garantito, ci capiterà di incrociare su altri incarichi. Detto questo -lo so, potremo andare avanti a frustrare i recruiter e le aziende ancora a lungo- consideriamo anche l’altra faccia della medaglia e cioè quello che il candidato dovrebbe dire a chi lo sta selezionando. TUTTO!!!  Esatto, tutto perdindirindina. Prendeteci come il vostro avvocato: più cose sappiamo e più facile sarà per noi portare avanti bene la vostra candidatura. Questo post nasce dall’esperienza e dalla frustrazione che nasce quando una serie di informazioni arriva male o emerge troppo tardi. E quindi ora vi elenco le cose che a volte sono costretta ad estorcere e quelle che invece, fatico a intercettare e che spesso decretano il fallimento di una selezione. Partiamo dai basics:
  • il nome dell’azienda in cui lavorate attualmente: sì, c’è ancora qualcuno che sul CV non lo scrive e che a colloquio tentenna… e poi magari ha il profilo completo e in chiaro su Linkedin;
  • inquadramento, stipendio (meglio se a colloquio comunicate la vostra RAL – retribuzione annua lorda), benefit, bonus o premi, fee commerciali, assicurazioni, pacchetto welfare, straordinari, concessioni particolari e tutto quello che concorre a formare il vostro pacchetto retributivo e la vostra serenità finanziaria, incluso quale aumento vi aspettate. Siate non solo trasparenti, ma anche preparati su questo punto, perché ogni rettifica fatta in un secondo momento -e di solito sono rettifiche al rialzo- non è mai ben vista;
E ora passiamo a informazioni più delicate, che vanno “gestite”:
  • i motivi che vi hanno portato a cambiare azienda nel passato, eventuali periodi di pausa, licenziamenti passati o esperienze molto brevi: non è bella la sensazione dover rendere conto a qualcuno delle proprie scelte o di quelle subite, pare di doversi giustificare, ma non è mai questo l’obiettivo di un colloquio, credetemi. Se oscurate qualche passaggio e, nelle fasi successive emerge, il pericolo è che venga oscurata la vostra immagine. Inoltre ricordatevi sempre che finché raccontate voi i fatti, siete voi che gestite l’informazione e che la controllate, tutto quello che invece salta fuori in altro modo, quello che viene “scoperto”, smette di essere nelle vostre mani e a voi non resta altro che giustificarvi: per il fatto in sé e per non averlo raccontato prima.
  • le ambizioni: che non è detto combacino con il ruolo proposto nella selezione in cui siete coinvolti, ma non per questo dovete mentire o glissare. Capita di rendersi conto solo a colloquio che i propri desideri non siano in linea con l’offerta del recruiter e capita che, l’urgenza di cambiare o il desiderio di non deludere o ancora la voglia di accedere al colloquio in azienda, ecc… porti a dissimulare le reali aspirazioni. L’esito non è mai positivo: se anche la selezione dovesse andare bene alla fine vi ritrovereste i prescelti per un lavoro che non soddisferà le vostre ambizioni.
  • se state valutando altre opportunità (o se arrivano altre proposte durante l’iter di una selezione): non dovete dire il nome dell’azienda o i dettagli della proposta ma sarebbe carino che voi comunicaste al recruiter lo stato dell’arte. Mettendolo nella condizione di agire di conseguenza e quindi concordando con lui se accellerare i tempi oppure ammettendo che il vostro interesse è venuto meno. Saperlo a conti fatti non è bello. Su questo punto spenderei pure una metafora, e mi rivolgo ai maschi ma vale pure per le femmine: pensate a quando state corteggiando una donna, non lo sapete ancora se è la donna giusta ma siete in reciproca esplorazione e corteggiamento. Magari fiorisce, magari no… ma se vi buttate sulla prima bionda che passando vi fa l’occhiolino non lo saprete mai. Però non è questo il punto, che magari fate pure bene ad andare con la bionda procace, ci mancherebbe. Il punto è che se siete dei gentiluomini avviserete di certo la corteggiata che il vostro cuore se lo sta portando via qualcun altro. È questione di galanteria, o professionalità a seconda che si stia dentro o fuori della metafora. Che poi non si sa mai il futuro… certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, ma solo se c’è rispetto reciproco.
E infine ricordate di dire:
  • se siete già stati contattati per la stessa posizione da qualche altro head hunter o società di selezione;
  • se avete già avuto in passato contatti o colloqui con l’azienda che vi viene proposta;
Tutte queste informazioni, che vanno oltre l’esposizione del proprio CV,  servono al recruiter per gestire al meglio la selezione, l’eventuale trattativa economica, il vostro possibile inserimento e la definizione delle condizioni di assunzione. Oppure per proporvi qualcosa di diverso e più centrato quando ce ne sarà la possibilità, instaurando un rapporto che non è fine a quella specifica ricerca ma che diventa quasi consulenziale rispetto alla vostra crescita e/o soddisfazione professionale. Questo è quello che succede nel mio mondo ideale, quello in cui noi recruiter non siamo solo un intermediario ma collaboriamo con aziende e candidati per garantire il miglior risultato a entrambi (che poi è anche il nostro miglior risultato, quello che evita il boomerang sulla coppa, come si dice qui). Nel mondo reale però non è tutto scontato, lo so, quindi la mia proposta è: collaboriamo, tutti dico! Facciamo in modo di non considerare l’altra parte solo un fornitore di teste (un mio ex titolare diceva “di culi” ma non l’ho mai trovato un bel dire), una risorsa da piazzare per fatturare, un filtro inutile e incompetente. Puntando all’autenticità e alla trasparenza, da tutti i lati, ne potrebbe nascere una relazione garbata e a tratti piacevole che darà i suoi frutti al momento giusto.

La maternità non è un bollino di qualità

DONNA LAVORATRICE E MAMMA: argomento delicato rispetto al quale qualsiasi cosa si dica è opinabile e attaccabile.

Già parlare di donne e lavoro significa aprire un vaso di Pandora tra opinioni, credenze, convinzioni, pregiudizi e via dicendo.
Io non sono mai stata femminista ma posso affermarlo con la certezza che viene dal lavoro che faccio: essere femmine rispetto al lavoro -anzi, alla carriera- è, nella maggior parte dei casi, uno svantaggio e una questione di compromessi personali.
Compromessi che l’uomo spesso non è costretto a fare. Punto.
Questo non esclude i casi di successo -e tanti cuoricini allegati- ma sono casi di cui si parla proprio perché escono dal funzionamento -haimè- normale delle cose.

Detto questo, so per certo che addentrarsi nel tema della maternità collegata al lavoro è come decidere di saltare sopra un nido di scorpioni, e io salto.
Lo faccio con la cognizione di causa che ti danno due figli maschi e un lavoro al quale vorrei dare più di quello che riesco.

L’assunto è il seguente: essere mamma è un ruolo ma non è un lavoro!

Certo, ti insegna tante cose e ti fa crescere: ti cambia, ti trasforma, a tratti ti sconvolge al punto tale che tiri fuori risorse e capacità che non pensavi di avere e ti senti una figa, ma spesso esce anche il peggio di te, tipo quando vorresti darli indietro e chiedere il rimborso, tipo quando non reggi e ti senti completamente inadeguata, tipo quando li guardi e pensi “hanno preso tutto dal padre, cazzo!”.

La maternità all’inizio ti shakera i neuroni e sbatte sul tagadà tutti i tuoi ormoni.
Ti sfianca e ti priva del riposo così come ti innalza al ruolo di dea, ma sei pur sempre una dea con le smagliature, la pancia rilassata e le occhiaie!
La maternità è vero, ti costringe a rivedere le priorità, o forse ti insegna a definirle davvero e ti obbliga a considerare i bisogni dei pargoli prima (non sempre per fortuna) dei tuoi, ma non è altruismo e non è nemmeno team working, è un istinto naturale che solo i figli sanno accendere.

La maternità abbinata al lavoro ti costringe a organizzarti, ti impone scelte e quindi sì, potenzialmente impari a decidere senza tergiversare ma il tetris degli impegni non è una competenza da project manager, è sopravvivenza.
E resta il fatto che se sei una donna ansiosa il diventare mamma non ti trasforma in una manager coraggiosa, e se sei una donna nervosa (parlo per esperienza personale) non dormire di notte e gestire i capricci dei bambini non ti rende più paziente e tollerante sul lavoro.

Quello che la maternità ti insegna è a fare la mamma. Punto.

Con le difficoltà e le incertezze del caso, peraltro.
Essere mamma ti insegna a conciliare le cose, ti insegna l’amore assoluto e incondizionato, ti fa capire cosa significa “per sempre” (che non ha niente a che fare con alcuna promessa di matrimonio), ti fa sperimentare la paura vera e la gioia più pura. Ti denuda da una parte e ti mette l’armatura dall’altra.
Ma è funzionale a fare la mamma. Punto.

La maternità non ti rende per forza una professionista più capace o più ricca di soft skill: può farlo, oppure no. Dipende sempre dalla persona, da come sa capitalizzare e trasferire nel lavoro ciò che impara da esperienze personali (non solo dalla maternità).
Citare la maternità nel CV come esperienza professionale mi sembra inadeguato, anche se il messaggio che si vuole dare è positivo.*

E poi trovo triste che noi donne ci discriminiamo da sole: chi non ha figli non è forse in grado di organizzarsi? di decidere, di definire priorità? di farsi un culo a capanna per gli altri?
No! semplicemente non sa cambiare un pannolino pieno di cacca (forse), o non sa che il cous cous sputato per terra da un bimbo che sta imparando a mangiare è difficile da spazzare, o ignora quanto sia snervante raccontare ogni sera la stessa storia di Peppa Pig perché i bambini sono terribilmente abitudinari.

E viceversa: non è detto che chi non ha figli sia più dedita al lavoro solo perché ha più tempo.

Insomma, sulle donne, il lavoro e la maternità/non maternità abbondano i luoghi comuni e scarseggiano le verità assolute.
Esistono invece le donne, ognuna con la propria storia, esperienza, motivazione, ambizione, formazione, attitudine, ricchezza, ecc…
La maternità afferisce alla sfera personale e non è un bollino di qualità, come non lo è il fatto di dedicarsi unicamente alla carriera (che poi, per alcune donne non è manco una scelta).
Punto.

*È ancora peggio discriminare le donne sul lavoro perché potrebbero fare dei figli, questo mi sembra scontato ma lo voglio ribadire a voce alta.

Freelancecamp 2018: il mio concetto di contaminazione e speech da non perdere

Quella appena chiusa è stata la settima edizione del Freelancecamp, un evento che seguo dalla primissima puntata e che ha contribuito in modo decisivo al mio passaggio alla libera professione, quando ancora il mio posto fisso era più che garantito e la mia retribuzione non era affatto male.

FREELANCECAMP: PER CHI NON ERA ATTENTO

Cos’è il Freelancecamp? Un evento dedicato a Freelance (e non) per confrontarsi e crescere, anno dopo anno, insieme.
Per fare rete, per scambiare vissuti, per far girare conoscenze, per condividere esperienze, per fare domande e provare a cercare risposte.
Ma anche per sentire la sabbia sotto i piedi, il sole sulla pelle e il rumore del mare nelle orecchie.
Perché una cosa va riconosciuto alla categoria dei freelance: se lavoro dev’essere, almeno che ci si diverta! E ci siamo divertiti, lo capite già solo guardando qui.

Per me è un momento di ricarica delle energie (mentali ed emotive), Tatiana Cazzaro lo definisce la power bank del freelance, e le dò ragione. Ma non mi stancherò mai di dirlo: questo evento è aperto a tutti e tutti trovano spunti interessanti per il proprio lavoro. Quindi non siate timidi e ricordatevi che ci sono due nuove date, una a Lecce e una a Roma.

PERCHÈ VENIRE AL FREELANCECAMP

Io non mi stancherò mai di dirlo che per riempire il pozzo della nostra vita, è fondamentale uscire dal tubo e immergersi in contesti diversi da quelli abitudinari. Qualcuno la chiama contaminazione.
A  me sa da malattia, Wikipedia dice: Contatto fisico o morale perturbatore dell’equilibrio igienico o dei valori tradizionali o individuali; corruzione.
E però è proprio quella cosa lì se, sempre guardando a Wikipedia, intendiamo: Artificio consistente nella fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria.

Lasciate stare l’opera letteraria, che nella metafora sarebbe il vostro lavoro (o la vostra vita). Il concetto è un altro: l’artificio è qualcosa di non vero, è un trucco. Ma funzionale a qualcosa.
Il Freelancecamp non è il mondo reale: noi liberi professionisti non viviamo in spiaggia, non beviamo mojito ogni giorno, non passiamo il tempo a fornicare sui social network e non cazzeggiamo di giorno lavorando di notte.
La maggior parte di noi si fa un culo tanto, come la maggior parte della gente che lavora, a prescindere da ruolo, contratto e posizione.
Però il Freelancecamp ti offre -in un contesto artificiale- la possibilità reale di costruire relazioni reali e di imparare cose reali. Ti aiuta a fare scelte reali, ti insegna a usare strumenti reali, ti provoca su temi reali e ti offre l’opportunità di scoprire modi -e mondi- di lavorare diversi, ma reali.

Il Freelancecamp è sì, una bellissima contaminazione che potete vivere al livello che preferite: scegliete voi quanto andare a fondo. Vi porterete a casa qualcosa in ogni caso e sarà qualcosa di diverso da quello che vi aspettavate, ma sarà reale e arricchente.
Alla peggio due giorni di relax, un po’ di sabbia attaccata ai piedi e la pelle scaldata dal sole, più reale di così?

LISTA DEGLI SPEECH CHE VI SARANNO UTILI

Ora invece vi elenco gli speech che ho amato di più e parto da Nadia Panato con Piccoli spazi di felicità: se lavorate in proprio, magari da casa, i suoi consigli saranno utilissimi. Sfruttare lo spazio ma non solo, avere consapevolezza di ciò che aumenta o ostacola la produttività, Nadia spiega questo e chiunque può prendere spunto, per migliorare anche solo la propria scrivania e lavorare meglio.

È tra le mie preferite, sempre e comunque, perché quando l’ascolto sento la voce dell’esperienza e della professionalità: Daniela Scapoli non è una freelance alle prime armi, lei è una professionista capace e solida, che ti spiega come si lavora quando hai il cliente fisso (da non intendersi come cliente unico, ma come quel cliente con cui hai un rapporto continuativo e prolungato). Ma ascoltandola si possono estrapolare suggerimenti validi a prescindere e utili anche a chi lavora in azienda e si interfaccia ogni giorno con i clienti interni.

Negoziare è un’arte? Non lo so, ma di sicuro serve a vivere per chi, ogni giorno, deve vendere e vendersi. Luca Sartoni è stato cristallino e spietato nel parlarne, e ha regalato provocazioni che portano più la voce dell’imprenditore che quella del libero professionista. Io mi sono trovata in molte cose d’accordo con lui, ascoltatelo, lui va a braccio, non usa slide e nemmeno mezzi termini, non fa giri di parole e stressa dei concetti che però sono da riflettere, partendo dal “dovete sempre costare troppo”.

Fattura elettronica: chi ne sa davvero qualcosa? Non so voi ma io ero molto confusa e ho trovato utilissimo lo speech di Carlotta Cabiati che ha portato un po’ di luce nel buio vischioso di un sistema fiscale che non ci piace mica tanto, nemmeno quando si attiva per combattere l’evasione, ma tant’è. Per chi è interessato, cliccare qui.

Per chi parla in pubblico e usa il microfono, imperdibili i consigli di Deborah Ugolini. Lei lo dice chiaro e tondo: non è sempre colpa del fonico se non vi si sente. Peraltro, avendo parlato per prima, ha messo paura a tutti quelli che sono venuti dopo di lei e improvvisamente il microfono è diventato un oggetto sacro e temuto, ricevitore di voce e sputacchi, dalla forma equivocabile, che però serve a una e una sola cosa, e quindi va usato bene. Qui vi spiega come.

Decarola è tornato dopo anni di latitanza e rivederlo mi ha fatto sentire più giovane, più a casa e più felice di esserci. Lui è così, fa gli speech defaticanti (significa che si ride) e ciononostante riesce a dire cose intelligenti. Gli strumenti e le app che ha suggerito potrebbero migliorare la vostra vita lavorativa e i vostri acquisti su amazon. Però io ve lo dico, ho un debole per Decarola e condividerei il suo intervento anche avesse spiegato come si sbuccia una banana o come ci si allaccia le scarpe.

Mi fermo qua, ma vi linko al canale youtube del freelancecamp per vedere tutti gli speech.

E io?
Io ho parlato di Linkedin, trovate le mie slide qui.
Mi riservo però approfondimenti sul tema in un post a parte.

 

 

Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉