Il personal branding non è più un optional per chi cerca lavoro

“Lavoro come dipendente di un’azienda, ho il posto fisso, sono quadro all’interno di una grande industria, sono impiegata amministrativa in un’azienda familiare, ho appena conseguito la laurea in Ingegneria Meccanica.”

Cosa hanno a che fare queste ipotetiche persone con il personal branding?”
In una parola: TUTTO.
O quantomeno tutto il loro futuro professionale per la piega che sta prendendo il mercato del lavoro e la ricerca di personale.


Ok, la posizione intransigente non piace nemmeno a me ma questo articolo vuole portarvi a riflettere su qualcosa che fino ad oggi è sempre stata appannaggio di aziende, liberi professionisti, guru e influencer: il self marketing e la comunicazione di sé a scopo carriera.
Quindi vado giù un po’ diretta consapevole che, proprio perché sto parlando con e di persone e non di una nuova linea di assorbenti, ogni situazione ha le proprie particolarità e non c’è una ricetta che si può spalmare su tutti in modo uniforme come la nutella sul pane.


L’assunto di base è il seguente: per crescere professionalmente (dentro la propria azienda o attraverso il passaggio per realtà differenti) ma anche per ricollocarsi dopo un momento di inattività o di difficoltà, è indispensabile comprendere e sviluppare il proprio brand personale. 
Secondo assunto: il personal branding vi aiuterà più di un bilancio delle competenze a comprendere la vostra identità professionale con il valore aggiunto di comunicarla all’esterno.


MA ANDIAMO CON ORDINE: COS’È IL PERSONAL BRANDING?

Partiamo dal buon Wikipedia:
Il personal branding è l’attività con cui prima si consapevolizza e poi si struttura il proprio brand ovvero la propria marca personale.
È un processo attraverso cui una persona definisce i punti di forza (conoscenze, competenze, stile, carattere, abilità, ecc.) che la contraddistinguono in modo univoco, creando un proprio marchio personale, che comunica poi nel modo che reputa più efficace.

Scandellari dichiara:
Il Personal Branding consiste nella comprensione e valorizzazione delle capacità e qualità personali, attraverso un’adeguata comunicazione ad un pubblico interessato

Gioia Gottini è più concreta:
Il personal branding è l’unione tra la tua personalità e il problema che risolvi.   

Danzi è più strutturato e ne parla in un recente articolo:
Il personal branding è una vera e propria costruzione della propria identità ai fini di una maggiore efficacia comunicativa della professionalità, su canali fino a ieri sconosciuti o poco battuti; è la trasposizione della propria immagine professionale sui social network (LinkedIn in primis, ma senza escludere Facebook e Twitter) e, nel caso di coloro con maggiori capacità di comunicazione, su piattaforme editoriali (Medium) e blog personali, necessaria per un manager, indispensabile laddove la libera professione diventasse un’alternativa concreta.                                                              

Ma la definizione che io preferisco è quella diretta ed essenziale di Luigi Centenaro:
Il tuo Personal Brand è la ragione per cui un cliente, un datore di lavoro o un partner ti sceglie.
Fare Personal Branding significa gestire in maniera strategica la propria immagine professionale.

Ricapitolando e cercando di semplificare:

  • il tuo brand è la tua reputazione professionale
  • la reputazione è ciò che gli altri pensano e dicono di te quando tu non ci sei (quindi non è necessariamente ciò che dici tu),
  • il tuo personal brand è fatto di ciò che sai, di ciò che sai fare e della tua impronta personale (chi sei tu, quali valori ti sostengono, quale approccio ti guida…),
  • il personal branding è tutto ciò che fai per comprendere, definire e comunicare la tua reputazione professionale. È ciò che fai perché quello che pensano gli altri assomigli il più possibile a ciò che vuoi che pensino di te (fortuna che avevo promesso di semplificare).

È chiaro quindi che:

  1. ognuno di noi ha un brand, che lo voglia o meno,
  2. la scelta è se agire consapevolmente per farne uno strumento di sviluppo professionale o continuare a scrivere CV in formato europeo e richiedere il bilancio delle competenze.

E ora togliamoci anche il dubbio che vedo comparire nella vostra testa: no, il Personal Branding NON È fare o farsi pubblicità e no, non è vero che lavora solo chi sa raccontarla meglio.
Senza competenze, hard e soft, non c’è personal branding che valga.
Ma a parità di competenze chi sa fare personal branding ha sicuramente più possibilità di ottenere un lavoro.

PERCHÈ E A COSA TI SERVE IL PERSONAL BRANDING?

Il personal branding trova casa soprattutto nell’estensione digitale di ciascuno di noi: i social network, il blog, le piattaforme on line all’interno delle quali decidiamo di registrarci e inserire contenuti.
Ma anche nella mail di presentazione che accompagna il CV, nel CV stesso, nei sistemi di application di molte società di recruiting o delle aziende stesse.
Ovunque andiamo a inserire del testo che parla di noi contribuisce a trasmettere la nostra credibilità professionale (presente o potenziale) e, a momento debito, influenza la scelta di chi è chiamato a valutarci per una possibile collaborazione/assunzione.

È determinante?
Non lo sappiamo a priori, ma possiamo essere certi che contribuisce.

A cosa?
Alla percezione che avranno di noi le persone che entreranno in contatto con i “nostri” contenuti e con i nostri account social. A quella che io chiamo “l’esperienza che fanno di noi le persone prima ancora di incontrarci”.

E ora vorrei fare un passo oltre e azzardarmi a dire che il Personal Branding è un meraviglioso percorso di orientamento professionale
Riprendo quanto affermato da Osvaldo Danzi nell’articolo citato poco fa, che peraltro sposo con entusiasmo: il personal branding oggi rappresenta la modalità attiva e propositiva di vivere il mercato del lavoro e quindi anche la ricerca di un lavoro. E per come avviene, il processo di messa a punto del brand include anche un processo di orientamento professionale.
Chiamiamolo orientamento professionale 4.0 se vogliamo: qualcosa che non ha niente a che fare con il mero bilancio delle competenze e le attività di outplacement ma che permette di:

  • analizzare in profondità le proprie motivazioni e le ambizioni,
  • di confrontarle con ciò che si sa fare e con il modo con cui si desidera essere percepiti,
  • di trovare il proprio modo personale e autentico di comunicarle all’esterno.

So che questo terzo punto è quello che per molti rappresenta lo scoglio più alto: esporsi, promuoversi, fare marketing di sé.
Vendersi.
Che brutta roba…
Su questo non voglio addentrarmi adesso perché mi riservo di fare l’antipatica in un altro post ma vi lascio solo una considerazione prima di passare a dirvi come iniziare a fare Personal Branding: si sta sviluppando in modo prepotente il social recruiting. Significa che le opportunità di lavoro viaggiano sempre di più sui social network e che aziende, recruiting e professionisti utilizzano queste piattaforme per cercare nuovi collaboratori e partner.
Possiamo decidere di adottare un approccio romantico e vecchio stampo e affidarci solo al CV, magari il più bel e ben scritto CV del mondo. Ma se poi lo affidiamo a un piccione viaggiatore anziché agli strumenti con cui la maggior parte delle persone cerca e trova lavoro oggi, l’unica cosa in cui potremo sperare è in una grande botta di culo. 
Essere (sui) social non è più un’optional (vi concedo di snobbare Facebook ma LinkedIn non può mancarvi) ed essere sui social non significa aprire un account e lasciarlo là come se fosse una pianta grassa.
Se poi davvero troverete un modo per farvi notare al di fuori di questi canali fatelo, se mai mi arrivasse davvero un piccione viaggiatore io incontrerò chi me l’ha inviato senza alcuna esitazione. Ma realisticamente oggi è più facile che mi arrivi un drone, e la poesia è già andata a farsi benedire, a questo punto meglio LinkedIn.

Riassumendo, fare personal branding vi aiuterà a chiarire e mettere a fuoco la vostra strategia professionale (anche chi lavora come dipendente ne ha una, anche chi dice di non avere ambizioni ne ha una) e a farvi scegliere da un potenziale datore di lavoro. E oggi non è più in discussione l’importanza di usare i canali digitali per intercettare opportunità di lavoro e per essere intercettati dai recruiter/aziende ma usare i social è qualcosa di diverso da essere sui social.

Come iniziare a fare Personal Branding

E veniamo alla messa a terra di ‘sto pippone incredibile: come si fa?
Prima di fare Personal Branding bisogna mettere definire il brand.
Perché non si parte mai a fare qualcosa, neanche un piatto di pasta al pomodoro, prima di aver fatto un’analisi e messa a punto di ciò che serve, ciò che si ha a disposizione, ciò che manca e degli obiettivi che si vogliono raggiungere: ho la pasta? ho il sale? quanta pasta mi serve? il pomodoro c’é? per quante persone devo farne? ho una pentola abbastanza capiente? so come si cucina la pasta?

Quindi l’analisi e la definizione del brand sono il primo passo.
Se vi interessa approfondire o anche sperimentare vi consiglio di usare:

Tutto fa branding di Gioia Gottini è un ebook molto semplice e pieno di esercizi pratici che possono fare tutti.
Il Personal Model Canvas tradotto e aggiornato da Luigi Centenaro è uno strumento un po’ più evoluto ma meraviglioso per ragionare su di sé (da soli o accompagnati da qualcuno che lo sa usare).
Personal Branding del sopra citato Luigi è un’altra pietra miliare che vi consiglio di leggere.
Infine potete trovate fior fiore di consulenti pronti a darvi una mano, me inclusa. Ma su questo punto fate bene attenzione e scegliete la persona che sentite più in linea con il vostro modo di essere e diffidate da chi vi assicura che troverete lavoro immediatamente dopo aver chiuso la consulenza.

Definito il brand si comincia con il Personal Branding, ovvero con l’attività di marketing vera e propria.
Gli strumenti a vostra disposizione sono:

  • il CV, che è ancora un mezzo importante nella ricerca di un lavoro e nella comunicazione di sé e quindi bando ai modelli pre-compilati (se non esplicitamente richiesto) e un po’ di olio di gomito per scrivere qualcosa che sia distintivo, identitario e rilevante per chi legge;
  • la lettera di accompagnamento, che spesso è la mail: vi pregio di inviarvi il mio CV è un po’ superato, non trovate?
  • il profilo LinkedIn, che dev’essere aggiornato (siamo tutti bravi a compilarlo quando cerchiamo lavoro ma quando l’abbiamo cambiato chi si ricorda più di inserire la nuova esperienza professionale?), deve contenere una foto come LinkedIn comanda (la faccia Dio del ciel, la vostra faccia!), deve contenere un’headline e un riepilogo ragionato e accattivante, e poi a ritroso le esperienze professionali;
  • tutti gli altri social: non è obbligatorio che parliate del vostro lavoro su Facebook o che postiate le foto della vostra scrivania su Instagram. Ma la vostra immagine pubblica (e relativa reputazione) si compone di tutti i pezzetti che di voi spargete sul web. Di conseguenza la coerenza e il buon senso dovrebbero guidarvi nella pubblicazione di contenuti che non dicono esplicitamente come lavorate ma mostrano che tipo di persona siete;
  • i contenuti: e qui tocchiamo l’ennesimo tasto dolente. I contenuti sono vostri amici, i contenuti sono buoni, i contenuti vi sapranno ricompensare. Dico davvero. E non abbiate paura a esporvi perché ora vi svelo un segreto: all’inizio, e per un bel po’ di tempo, la maggior parte dei vostri contenuti passerà inosservata. Avrete così il tempo di migliorarvi cammin facendo e di correggere il tiro gradualmente acquisendo quella dimestichezza che nessun manuale e nessun consulente può darvi, ovvero facendo pratica. Iniziate commentando o riproponendo i contenuti di qualcun altro, interagendo insomma, e via via sperimentate cercando il vostro tono di voce e il vostro ritmo. Su questo punto tornerò con un post ad hoc, promesso. Per oggi vi consiglio di iniziare a seguire Max Furia e il suo LinkedIn Content Strategy: lo trovate su LinkedIn, su Facebook, in podcast e con le note vocali Telegram. Fidatevi, vi aiuterà.
  • il network: non serve avere 23.000 contatti ma con 356 non andate lontano. Però attenzione: sparare inviti a tutta la rubrica è sconsigliato. Consigliatissimo invece usare quel pulsantino che vi permette di scrivere due parole, prima o dopo aver ricevuto il contatto perché di vero contatto si possa parlare. Personalizzare è la segreto per essere notati.
  • per chi ha voglia di osare poi ci sono i blog, Medium (una piattaforma editoriale dove si possono pubblicare articoli), forum e gruppi tematici, gli articoli di LinkedIn (Pulse) e poi ancora i canali video, le canali telegram, i podcast ma qui siamo già alla cintura nera del Personal Branding e per ora possiamo lasciarla ai guru e agli influencer perché non è tanto la somma degli strumenti che userete ma la credibilità che riuscirete a trasmettere e la consapevolezza con cui andrete a proporvi.

Per oggi mi fermo qui.
Sarei felice se vi fosse venuta voglia di andare a rivedere i vostri testi su LinkedIn e se si fosse accesa la lampadina del personal branding ovvero della cura della vostra reputazione professionale.
Per trovare lavoro, per cambiare lavoro, per crescere all’interno dell’azienda in cui state già lavorando.
Insomma, per diventare dei professionisti più completi.

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Autentici e trasparenti: quello che bisogna dire in un processo di selezione (e mi rivolgo a tutti!)

È risaputo, noi recruiter veniamo spesso accusati di stitichezza rispetto alle informazioni che forniamo ai candidati: le inserzioni non spiegano, a colloquio siamo approssimativi e soprattutto non diamo mai una risposta a chi non viene scelto. Stitici, e pure insensibili. Mi trovo abbastanza allineata con le recriminazioni (possiamo migliorare molto) e credo che uno dei cambiamenti necessari all’interno del processo di selezione sia l’inclusione del candidato quale soggetto attivo, che valuta e sceglie tanto quanto valutano e scelgono le aziende. Perché se è vero che la domanda è quella dell’azienda e ad offrire sono i candidati, è giusto che l’offerta abbia voce in capitolo e sia messa nella condizione di conoscere, scegliere, ponderare. Insomma, le parti in gioco sono due (tre se consideriamo sto povero recruiter) e non è sempre detto che il coltello sia in mano delle aziende. Quantomeno per il tipo di figure che cerco io (progettisti meccanici e compagnia bella, confessate…). Per questo diventa sempre più importante, anzi fondamentale- quello che il recruiter -e l’azienda- comunica al candidato, le informazioni che fornisce non solo relativamente al ruolo e alle mansioni previste ma anche rispetto al contesto, all’organizzazione interna, al tipo di gestione (manageriale o padronale), alla solidità finanziaria, ai valori, al clima, alle prospettive di crescita e via dicendo… E saranno avvantaggiate quelle aziende che sapranno essere allettanti e che sapranno costruire e comunicare il proprio employer branding, anche attraverso i recruiter. L’autenticità -da ambo i lati- è il primo passo di ogni inserimento ben riuscito. E adesso mi rivolgo ai recruiter: convincere un candidato della bontà di una posizione solo per chiudere una ricerca è un boomerang che torna indietro e ti prende di spigolo dietro l’orecchio, avete presente il male? Quindi se l’ambiente è teso diciamolo, se l’azienda ha sofferenze finanziarie diciamolo, se servono spalle larghe o spioventi diciamolo, spieghiamo la realtà e ragioniamo con i candidati per capire insieme se può essere comunque una buona opportunità o se è meglio attendere altro. Questo approccio, utile nell’immediato, si rivela strategico in una prospettiva di collaborazione a lungo termine con professionisti che, è garantito, ci capiterà di incrociare su altri incarichi. Detto questo -lo so, potremo andare avanti a frustrare i recruiter e le aziende ancora a lungo- consideriamo anche l’altra faccia della medaglia e cioè quello che il candidato dovrebbe dire a chi lo sta selezionando. TUTTO!!!  Esatto, tutto perdindirindina. Prendeteci come il vostro avvocato: più cose sappiamo e più facile sarà per noi portare avanti bene la vostra candidatura. Questo post nasce dall’esperienza e dalla frustrazione che nasce quando una serie di informazioni arriva male o emerge troppo tardi. E quindi ora vi elenco le cose che a volte sono costretta ad estorcere e quelle che invece, fatico a intercettare e che spesso decretano il fallimento di una selezione. Partiamo dai basics:
  • il nome dell’azienda in cui lavorate attualmente: sì, c’è ancora qualcuno che sul CV non lo scrive e che a colloquio tentenna… e poi magari ha il profilo completo e in chiaro su Linkedin;
  • inquadramento, stipendio (meglio se a colloquio comunicate la vostra RAL – retribuzione annua lorda), benefit, bonus o premi, fee commerciali, assicurazioni, pacchetto welfare, straordinari, concessioni particolari e tutto quello che concorre a formare il vostro pacchetto retributivo e la vostra serenità finanziaria, incluso quale aumento vi aspettate. Siate non solo trasparenti, ma anche preparati su questo punto, perché ogni rettifica fatta in un secondo momento -e di solito sono rettifiche al rialzo- non è mai ben vista;
E ora passiamo a informazioni più delicate, che vanno “gestite”:
  • i motivi che vi hanno portato a cambiare azienda nel passato, eventuali periodi di pausa, licenziamenti passati o esperienze molto brevi: non è bella la sensazione dover rendere conto a qualcuno delle proprie scelte o di quelle subite, pare di doversi giustificare, ma non è mai questo l’obiettivo di un colloquio, credetemi. Se oscurate qualche passaggio e, nelle fasi successive emerge, il pericolo è che venga oscurata la vostra immagine. Inoltre ricordatevi sempre che finché raccontate voi i fatti, siete voi che gestite l’informazione e che la controllate, tutto quello che invece salta fuori in altro modo, quello che viene “scoperto”, smette di essere nelle vostre mani e a voi non resta altro che giustificarvi: per il fatto in sé e per non averlo raccontato prima.
  • le ambizioni: che non è detto combacino con il ruolo proposto nella selezione in cui siete coinvolti, ma non per questo dovete mentire o glissare. Capita di rendersi conto solo a colloquio che i propri desideri non siano in linea con l’offerta del recruiter e capita che, l’urgenza di cambiare o il desiderio di non deludere o ancora la voglia di accedere al colloquio in azienda, ecc… porti a dissimulare le reali aspirazioni. L’esito non è mai positivo: se anche la selezione dovesse andare bene alla fine vi ritrovereste i prescelti per un lavoro che non soddisferà le vostre ambizioni.
  • se state valutando altre opportunità (o se arrivano altre proposte durante l’iter di una selezione): non dovete dire il nome dell’azienda o i dettagli della proposta ma sarebbe carino che voi comunicaste al recruiter lo stato dell’arte. Mettendolo nella condizione di agire di conseguenza e quindi concordando con lui se accellerare i tempi oppure ammettendo che il vostro interesse è venuto meno. Saperlo a conti fatti non è bello. Su questo punto spenderei pure una metafora, e mi rivolgo ai maschi ma vale pure per le femmine: pensate a quando state corteggiando una donna, non lo sapete ancora se è la donna giusta ma siete in reciproca esplorazione e corteggiamento. Magari fiorisce, magari no… ma se vi buttate sulla prima bionda che passando vi fa l’occhiolino non lo saprete mai. Però non è questo il punto, che magari fate pure bene ad andare con la bionda procace, ci mancherebbe. Il punto è che se siete dei gentiluomini avviserete di certo la corteggiata che il vostro cuore se lo sta portando via qualcun altro. È questione di galanteria, o professionalità a seconda che si stia dentro o fuori della metafora. Che poi non si sa mai il futuro… certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, ma solo se c’è rispetto reciproco.
E infine ricordate di dire:
  • se siete già stati contattati per la stessa posizione da qualche altro head hunter o società di selezione;
  • se avete già avuto in passato contatti o colloqui con l’azienda che vi viene proposta;
Tutte queste informazioni, che vanno oltre l’esposizione del proprio CV,  servono al recruiter per gestire al meglio la selezione, l’eventuale trattativa economica, il vostro possibile inserimento e la definizione delle condizioni di assunzione. Oppure per proporvi qualcosa di diverso e più centrato quando ce ne sarà la possibilità, instaurando un rapporto che non è fine a quella specifica ricerca ma che diventa quasi consulenziale rispetto alla vostra crescita e/o soddisfazione professionale. Questo è quello che succede nel mio mondo ideale, quello in cui noi recruiter non siamo solo un intermediario ma collaboriamo con aziende e candidati per garantire il miglior risultato a entrambi (che poi è anche il nostro miglior risultato, quello che evita il boomerang sulla coppa, come si dice qui). Nel mondo reale però non è tutto scontato, lo so, quindi la mia proposta è: collaboriamo, tutti dico! Facciamo in modo di non considerare l’altra parte solo un fornitore di teste (un mio ex titolare diceva “di culi” ma non l’ho mai trovato un bel dire), una risorsa da piazzare per fatturare, un filtro inutile e incompetente. Puntando all’autenticità e alla trasparenza, da tutti i lati, ne potrebbe nascere una relazione garbata e a tratti piacevole che darà i suoi frutti al momento giusto.

Freelancecamp 2018: il mio concetto di contaminazione e speech da non perdere

Quella appena chiusa è stata la settima edizione del Freelancecamp, un evento che seguo dalla primissima puntata e che ha contribuito in modo decisivo al mio passaggio alla libera professione, quando ancora il mio posto fisso era più che garantito e la mia retribuzione non era affatto male.

FREELANCECAMP: PER CHI NON ERA ATTENTO

Cos’è il Freelancecamp? Un evento dedicato a Freelance (e non) per confrontarsi e crescere, anno dopo anno, insieme.
Per fare rete, per scambiare vissuti, per far girare conoscenze, per condividere esperienze, per fare domande e provare a cercare risposte.
Ma anche per sentire la sabbia sotto i piedi, il sole sulla pelle e il rumore del mare nelle orecchie.
Perché una cosa va riconosciuto alla categoria dei freelance: se lavoro dev’essere, almeno che ci si diverta! E ci siamo divertiti, lo capite già solo guardando qui.

Per me è un momento di ricarica delle energie (mentali ed emotive), Tatiana Cazzaro lo definisce la power bank del freelance, e le dò ragione. Ma non mi stancherò mai di dirlo: questo evento è aperto a tutti e tutti trovano spunti interessanti per il proprio lavoro. Quindi non siate timidi e ricordatevi che ci sono due nuove date, una a Lecce e una a Roma.

PERCHÈ VENIRE AL FREELANCECAMP

Io non mi stancherò mai di dirlo che per riempire il pozzo della nostra vita, è fondamentale uscire dal tubo e immergersi in contesti diversi da quelli abitudinari. Qualcuno la chiama contaminazione.
A  me sa da malattia, Wikipedia dice: Contatto fisico o morale perturbatore dell’equilibrio igienico o dei valori tradizionali o individuali; corruzione.
E però è proprio quella cosa lì se, sempre guardando a Wikipedia, intendiamo: Artificio consistente nella fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria.

Lasciate stare l’opera letteraria, che nella metafora sarebbe il vostro lavoro (o la vostra vita). Il concetto è un altro: l’artificio è qualcosa di non vero, è un trucco. Ma funzionale a qualcosa.
Il Freelancecamp non è il mondo reale: noi liberi professionisti non viviamo in spiaggia, non beviamo mojito ogni giorno, non passiamo il tempo a fornicare sui social network e non cazzeggiamo di giorno lavorando di notte.
La maggior parte di noi si fa un culo tanto, come la maggior parte della gente che lavora, a prescindere da ruolo, contratto e posizione.
Però il Freelancecamp ti offre -in un contesto artificiale- la possibilità reale di costruire relazioni reali e di imparare cose reali. Ti aiuta a fare scelte reali, ti insegna a usare strumenti reali, ti provoca su temi reali e ti offre l’opportunità di scoprire modi -e mondi- di lavorare diversi, ma reali.

Il Freelancecamp è sì, una bellissima contaminazione che potete vivere al livello che preferite: scegliete voi quanto andare a fondo. Vi porterete a casa qualcosa in ogni caso e sarà qualcosa di diverso da quello che vi aspettavate, ma sarà reale e arricchente.
Alla peggio due giorni di relax, un po’ di sabbia attaccata ai piedi e la pelle scaldata dal sole, più reale di così?

LISTA DEGLI SPEECH CHE VI SARANNO UTILI

Ora invece vi elenco gli speech che ho amato di più e parto da Nadia Panato con Piccoli spazi di felicità: se lavorate in proprio, magari da casa, i suoi consigli saranno utilissimi. Sfruttare lo spazio ma non solo, avere consapevolezza di ciò che aumenta o ostacola la produttività, Nadia spiega questo e chiunque può prendere spunto, per migliorare anche solo la propria scrivania e lavorare meglio.

È tra le mie preferite, sempre e comunque, perché quando l’ascolto sento la voce dell’esperienza e della professionalità: Daniela Scapoli non è una freelance alle prime armi, lei è una professionista capace e solida, che ti spiega come si lavora quando hai il cliente fisso (da non intendersi come cliente unico, ma come quel cliente con cui hai un rapporto continuativo e prolungato). Ma ascoltandola si possono estrapolare suggerimenti validi a prescindere e utili anche a chi lavora in azienda e si interfaccia ogni giorno con i clienti interni.

Negoziare è un’arte? Non lo so, ma di sicuro serve a vivere per chi, ogni giorno, deve vendere e vendersi. Luca Sartoni è stato cristallino e spietato nel parlarne, e ha regalato provocazioni che portano più la voce dell’imprenditore che quella del libero professionista. Io mi sono trovata in molte cose d’accordo con lui, ascoltatelo, lui va a braccio, non usa slide e nemmeno mezzi termini, non fa giri di parole e stressa dei concetti che però sono da riflettere, partendo dal “dovete sempre costare troppo”.

Fattura elettronica: chi ne sa davvero qualcosa? Non so voi ma io ero molto confusa e ho trovato utilissimo lo speech di Carlotta Cabiati che ha portato un po’ di luce nel buio vischioso di un sistema fiscale che non ci piace mica tanto, nemmeno quando si attiva per combattere l’evasione, ma tant’è. Per chi è interessato, cliccare qui.

Per chi parla in pubblico e usa il microfono, imperdibili i consigli di Deborah Ugolini. Lei lo dice chiaro e tondo: non è sempre colpa del fonico se non vi si sente. Peraltro, avendo parlato per prima, ha messo paura a tutti quelli che sono venuti dopo di lei e improvvisamente il microfono è diventato un oggetto sacro e temuto, ricevitore di voce e sputacchi, dalla forma equivocabile, che però serve a una e una sola cosa, e quindi va usato bene. Qui vi spiega come.

Decarola è tornato dopo anni di latitanza e rivederlo mi ha fatto sentire più giovane, più a casa e più felice di esserci. Lui è così, fa gli speech defaticanti (significa che si ride) e ciononostante riesce a dire cose intelligenti. Gli strumenti e le app che ha suggerito potrebbero migliorare la vostra vita lavorativa e i vostri acquisti su amazon. Però io ve lo dico, ho un debole per Decarola e condividerei il suo intervento anche avesse spiegato come si sbuccia una banana o come ci si allaccia le scarpe.

Mi fermo qua, ma vi linko al canale youtube del freelancecamp per vedere tutti gli speech.

E io?
Io ho parlato di Linkedin, trovate le mie slide qui.
Mi riservo però approfondimenti sul tema in un post a parte.

 

 

Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.