Freelancecamp 2018: il mio concetto di contaminazione e speech da non perdere

Quella appena chiusa è stata la settima edizione del Freelancecamp, un evento che seguo dalla primissima puntata e che ha contribuito in modo decisivo al mio passaggio alla libera professione, quando ancora il mio posto fisso era più che garantito e la mia retribuzione non era affatto male.

FREELANCECAMP: PER CHI NON ERA ATTENTO

Cos’è il Freelancecamp? Un evento dedicato a Freelance (e non) per confrontarsi e crescere, anno dopo anno, insieme.
Per fare rete, per scambiare vissuti, per far girare conoscenze, per condividere esperienze, per fare domande e provare a cercare risposte.
Ma anche per sentire la sabbia sotto i piedi, il sole sulla pelle e il rumore del mare nelle orecchie.
Perché una cosa va riconosciuto alla categoria dei freelance: se lavoro dev’essere, almeno che ci si diverta! E ci siamo divertiti, lo capite già solo guardando qui.

Per me è un momento di ricarica delle energie (mentali ed emotive), Tatiana Cazzaro lo definisce la power bank del freelance, e le dò ragione. Ma non mi stancherò mai di dirlo: questo evento è aperto a tutti e tutti trovano spunti interessanti per il proprio lavoro. Quindi non siate timidi e ricordatevi che ci sono due nuove date, una a Lecce e una a Roma.

PERCHÈ VENIRE AL FREELANCECAMP

Io non mi stancherò mai di dirlo che per riempire il pozzo della nostra vita, è fondamentale uscire dal tubo e immergersi in contesti diversi da quelli abitudinari. Qualcuno la chiama contaminazione.
A  me sa da malattia, Wikipedia dice: Contatto fisico o morale perturbatore dell’equilibrio igienico o dei valori tradizionali o individuali; corruzione.
E però è proprio quella cosa lì se, sempre guardando a Wikipedia, intendiamo: Artificio consistente nella fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria.

Lasciate stare l’opera letteraria, che nella metafora sarebbe il vostro lavoro (o la vostra vita). Il concetto è un altro: l’artificio è qualcosa di non vero, è un trucco. Ma funzionale a qualcosa.
Il Freelancecamp non è il mondo reale: noi liberi professionisti non viviamo in spiaggia, non beviamo mojito ogni giorno, non passiamo il tempo a fornicare sui social network e non cazzeggiamo di giorno lavorando di notte.
La maggior parte di noi si fa un culo tanto, come la maggior parte della gente che lavora, a prescindere da ruolo, contratto e posizione.
Però il Freelancecamp ti offre -in un contesto artificiale- la possibilità reale di costruire relazioni reali e di imparare cose reali. Ti aiuta a fare scelte reali, ti insegna a usare strumenti reali, ti provoca su temi reali e ti offre l’opportunità di scoprire modi -e mondi- di lavorare diversi, ma reali.

Il Freelancecamp è sì, una bellissima contaminazione che potete vivere al livello che preferite: scegliete voi quanto andare a fondo. Vi porterete a casa qualcosa in ogni caso e sarà qualcosa di diverso da quello che vi aspettavate, ma sarà reale e arricchente.
Alla peggio due giorni di relax, un po’ di sabbia attaccata ai piedi e la pelle scaldata dal sole, più reale di così?

LISTA DEGLI SPEECH CHE VI SARANNO UTILI

Ora invece vi elenco gli speech che ho amato di più e parto da Nadia Panato con Piccoli spazi di felicità: se lavorate in proprio, magari da casa, i suoi consigli saranno utilissimi. Sfruttare lo spazio ma non solo, avere consapevolezza di ciò che aumenta o ostacola la produttività, Nadia spiega questo e chiunque può prendere spunto, per migliorare anche solo la propria scrivania e lavorare meglio.

È tra le mie preferite, sempre e comunque, perché quando l’ascolto sento la voce dell’esperienza e della professionalità: Daniela Scapoli non è una freelance alle prime armi, lei è una professionista capace e solida, che ti spiega come si lavora quando hai il cliente fisso (da non intendersi come cliente unico, ma come quel cliente con cui hai un rapporto continuativo e prolungato). Ma ascoltandola si possono estrapolare suggerimenti validi a prescindere e utili anche a chi lavora in azienda e si interfaccia ogni giorno con i clienti interni.

Negoziare è un’arte? Non lo so, ma di sicuro serve a vivere per chi, ogni giorno, deve vendere e vendersi. Luca Sartoni è stato cristallino e spietato nel parlarne, e ha regalato provocazioni che portano più la voce dell’imprenditore che quella del libero professionista. Io mi sono trovata in molte cose d’accordo con lui, ascoltatelo, lui va a braccio, non usa slide e nemmeno mezzi termini, non fa giri di parole e stressa dei concetti che però sono da riflettere, partendo dal “dovete sempre costare troppo”.

Fattura elettronica: chi ne sa davvero qualcosa? Non so voi ma io ero molto confusa e ho trovato utilissimo lo speech di Carlotta Cabiati che ha portato un po’ di luce nel buio vischioso di un sistema fiscale che non ci piace mica tanto, nemmeno quando si attiva per combattere l’evasione, ma tant’è. Per chi è interessato, cliccare qui.

Per chi parla in pubblico e usa il microfono, imperdibili i consigli di Deborah Ugolini. Lei lo dice chiaro e tondo: non è sempre colpa del fonico se non vi si sente. Peraltro, avendo parlato per prima, ha messo paura a tutti quelli che sono venuti dopo di lei e improvvisamente il microfono è diventato un oggetto sacro e temuto, ricevitore di voce e sputacchi, dalla forma equivocabile, che però serve a una e una sola cosa, e quindi va usato bene. Qui vi spiega come.

Decarola è tornato dopo anni di latitanza e rivederlo mi ha fatto sentire più giovane, più a casa e più felice di esserci. Lui è così, fa gli speech defaticanti (significa che si ride) e ciononostante riesce a dire cose intelligenti. Gli strumenti e le app che ha suggerito potrebbero migliorare la vostra vita lavorativa e i vostri acquisti su amazon. Però io ve lo dico, ho un debole per Decarola e condividerei il suo intervento anche avesse spiegato come si sbuccia una banana o come ci si allaccia le scarpe.

Mi fermo qua, ma vi linko al canale youtube del freelancecamp per vedere tutti gli speech.

E io?
Io ho parlato di Linkedin, trovate le mie slide qui.
Mi riservo però approfondimenti sul tema in un post a parte.

 

 

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Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.