Vuoi crescere sul lavoro? Trova un buon mentore e…

Ieri è uscita una mia intervista sul blog di Valentina Crociani, ripercorre un po’ della mia storia professionale.
A rileggerla mi ha fatto uno strano effetto: ne è passata di acqua sotto i ponti!

Valentina mi ha chiesto di dare un consiglio a chi vorrebbe intraprendere la mia stessa professione di recruiter.
Vi copio la risposta:

“I preconcetti in questo lavoro non aiutano, neanche quelli veri! Le persone ti stupiranno sempre.
Inoltre, se incontri un buon mentore non mollarlo: io sono stata fortunata, ho trovato chi ha creduto in me e mi ha aiutata a crescere, dalla gavetta fino a qui. Il più bel regalo che ti può fare il mondo del lavoro è quello di farti incontrare qualcuno così. Quando lo si trova bisogna fidarsi e imparare quanto più possibile.”

LASCIATI STUPIRE E AVRAI BELLE SORPRESE

Il tema delle persone che ti stupiscono si spiega da solo (e l’esperienza poi ti insegna tutto quello che non riesci nemmeno a immaginare). E quindi no, nessun pregiudizio perché alla fin fine in questo mestiere è davvero importante riuscire ad accogliere, a capire, a cambiare opinione, a non farsi condizionare (troppo) dai pregiudizi e provare a mettersi nei panni altrui.
Che non significa non imparare dal passato e non avere dei paletti con cui interpretare il comportamento delle persone, in fondo siamo chiamati a fare un po’ anche questo, vuol dire però mantenere sempre un atteggiamento aperto e concedere il beneficio del dubbio.
E poi verificare!
Provare ad andare oltre a cosa faremmo noi, ragionare con la testa del candidato (entro i limiti del buon senso, ça va sans dire).
E no, non va sempre bene, ma quando succede ne vale la pena!

UN MENTORE È PER SEMPRE

Il tema del mentore mi sta ancora più a cuore: io sono fortunata, anzi di più!
Andrea Pozzan mi ha assunta come segretaria e mi ha fatta crescere con pazienza e fiducia.
Parecchio di entrambe.
Sono 15 anni esatti che ho fatto quel colloquio con lui.
Dovevo ancora laurearmi e non avevo idea di cosa si occupasse uno studio di ricerca e selezione del personale, lo ammetto.
Ricordo benissimo il tempo che dedicava a spiegarmi gli incarichi che seguiva, mi raccontava degli incontri in azienda, mi introduceva alle varie funzioni aziendali, mi illustrava i ruoli, i rapporti gerarchici, l’organizzazione delle società che seguiva, le dinamiche produttive, i processi decisionali, la valutazione di un CV e poi anche quella delle persone a colloquio.
Mi ha condiviso il suo mondo e per me è stato entrare in universo sconosciuto.
Io in fondo ero solo la segretaria e a quel tempo le mie ambizioni non erano votate al lavoro.
Lui mi ha trasmesso anche l’”amore” per questo lavoro, anzi, più in generale mi ha dimostrato il valore di impegnarsi con il desiderio di svolgere al meglio il proprio compito e di farlo per le persone (aziende e candidati), non solo per lo stipendio fine mese intendo.
Per me, figlia di uno statale per cui il lavoro era (ed è) un male necessario, è stata una vera rivelazione.
Mi ha anche rimproverata, mi ha ripresa, mi ha corretta, mi ha messa alla prova, mi ha forzata e mi ha permesso di volare da sola.
Ha rischiato insomma, alla grande.
Io l’ho seguito, l’ho osservato, l’ho ascoltato, mi sono fidata, non ho mai pensato che non avesse più niente da insegnarmi.
Neanche quando ho lasciato il suo studio per andare a lavorare in azienda.
Nemmeno adesso che lavoriamo di nuovo insieme e io sono una libera professionista con 15 anni di esperienza alle spalle.

La mia fortuna più grande è stata incontrarlo.
Il mio merito più grande invece capire che avevo davanti una persona in grado di insegnarmi tanto.

In questo lavoro, che non c’è nessun master in grado di formarti davvero alla pratica, trovare chi ti permette di fare un buon apprendistato è fondamentale.
Pena fare tanta, tanta fatica (e tantissimi stage!).
In questo e in tanti altri lavori: se trovi un buon mentore non fartelo scappare e impara più che puoi. Più dei libri le persone fanno la differenza nel percorso professionale di ciascuno.

E ricorda che un mentore è una cosa diversa da un leader: è fondamentale questa differenza!

L’APPRENDISTATO NON FINISCE MAI

Io non sarò mai un mentore.
Non ne ho le qualità personali, pazienza ed empatia le esaurisce mio figlio e ho una inclinazione naturale al lavoro in autonomia.
Lo so e non mi sforzo di essere diversa da quella che sono anche se mi impegno per diventare sempre più collaborativa.

Però ho imparato a imparare.
Ho imparato a scovare gli insegnamenti ovunque.
So di essere brava nel mio lavoro e di aver raggiunto una certa seniority, ma una parte di me si considera in continuo apprendistato.
Non solo quando affronto progetti nuovi come ora che collaboro con Annamaria Anelli e ho trovato in lei un’altra splendida insegnante di professionalità, ma anche quando svolgo il mio lavoro quotidiano e mi confronto con Sofia, che è contrattualmente un’apprendista o seguo un incarico a quattro mani con Cristina, o domando un consiglio ad Alice. Quando vado in azienda e incontro manager e imprenditori, quando parlo con le persone a colloquio…
Facendo attenzione si scoprono insegnamenti sparsi qua e là sul nostro cammino come le briciole di Polliccino.
A volte non li vediamo perchè cerchiamo l’ufficialità, rincorriamo l’attestato, il titolo, il master… che va benissimo, ci mancherebbe. Formarsi è ESSENZIALE.
Pensare di formarsi solo in alcune fasi della propria vita e solo attraverso alcuni specifici canali è un errore.
Come lo è pensare che basti la seniority a renderci dei buoni formatori, tutor o mentori.

L’apprendistato non finisce mai.
Servono:
1- la fortuna di incontrare (e riconoscere) persone competenti e diverse da noi,
2- la disponibilità a cambiare punto di vista,
3- il coraggio di uscire dall’area di confort,
4- nessuna vergogna di sbagliare o chiedere

Colleghi, la nota acida che porta equilibrio e la storia di un cuore che non si appende

Nel lavoro ci sono momenti sì e ci sono momenti no.
Questo per me è un momento no!

O quantomeno è un momento davvero faticoso.
Sarà che sono stanca (ancora 3 settimane prima delle ferie), sarà che il mercato si sta muovendo in modo strano, sarà che a volte non riesco a dire di no anche se bisognerebbe dire di no, sarà che tanti progettisti meccanici non hanno voglia di cambiare lavoro e gli altri non hanno le competenze specifiche che cercano i miei clienti, sarà che probabilmente c’ho pure Saturno contro… insomma sarà quel che sarà ma quando il lavoro non gira come vorrei, io non sono più la persona simpatica e sorridente che (spero) immaginate, nemmeno quando sono a casa che cucino o fuori a farmi una corsa.

Non ce la faccio proprio a staccare la spina. Non chiudo i pensieri chiudendo la porta dell’ufficio. ON-OFF per me non funziona, sono più o meno stabilmente in ON.

Un mio cliente diceva “Roberta, ho bisogno di persone che, quando la mattina entrando in ufficio appendono il cappotto, non appendano anche il cuore per ripigliarselo la sera quando escono.”

Mi è sempre piaciuta tanto questa cosa del cuore appeso insieme allo spolverino (vanno ancora gli spolverini o è un retaggio della mia veneranda età?).
Io il cuore cerco di tenermelo sempre appresso.
Forse anche per questo sono stanca, forse anche per questo ci sto davvero male quando le cose non vanno. Il distacco insomma non mi appartiene.

E sbaglio! Perchè un po’ di sano distacco non guasta mai. È come l’acidità in cucina: non si può preparare un piatto che non contenga almeno una nota acida, mancherebbe di equilibrio.
Equilibrio, questo sconosciuto!

Fortuna che ci sono loro.

Qualsiasi sia il motivo del mio malcontento, sul lavoro io sono fortunata perchè ci sono loro: sono i miei colleghi (e vabbè che siamo tutto liberi professionisti ma il concetto vale uguale visto che COLLABORIAMO nel senso più puro e alto del termine).
Ci rifletto spesso in questi giorni in cui tirare la carretta è davvero più difficile del solito, (aggiungiamoci un pessimo impianto dell’aria condizionata in ufficio che mi ha mandata all’ospedale con una sinusite + bronchite da ippopotamo), insomma se non ci fossero loro io sarei in grandissima difficoltà.
E invece ci sono.
Dalla A di Alice alla S di Sofia passando per altre lettere dell’alfabeto.

E allora è più facile, sfogarsi ma anche confrontarsi, e trovare insieme un modo diverso di affrontare le situazioni, sia sul pratico che sull’emotivo.

Se c’è una cosa che ha sempre determinato il mio benessere sul lavoro è la componente umana. E oggi più di quando va tutto bene, ne apprezzo il valore che la moneta non può compensare.

Per i razionali (i rossi e i blu secondo Insights Discovery) questo fattore pesa meno.
Per noi che occupiamo la mezza ruota dal lato feeling invece, “con chi lavoriamo” ha più o meno lo stesso peso del “cosa facciamo”.
È così.
Ed è importante saperlo. In anticipo intendo.
Che se capiti nel contesto sbagliato potrai anche aver raggiunto il ruolo a cui tanto ambivi ma non lo vorrai più dopo pochi mesi. E verrai da me o da qualsiasi altro recruiter a dire che “Non è tanto il lavoro ma l’ambiente a demotivarmi, è per questo che cerco qualcos’altro. Un contesto migliore, più collaborativo!”.
E io ti crederò, perchè lo so che è così (io ho lasciato il posto fisso per questo motivo!). Ti crederò fintanto che non mi darai pacco per accettare la controfferta della tua azienda naturalmente (ma non tu, non tu che stai leggendo vero questo post???).

È un post sentimentale questo, lo so, ma ci tenevo a condividere poche e frammentate riflessioni sull’importanza di avere, vicino a un buon lavoro, anche dei buoni colleghi e in generale un contesto lavorativo umanamente salubre.
Vale per chi lavora come dipendente, che ogni giorno passa 8 ore con persone che non ha scelto (a meno che non siate dirigenti che selezionano i propri collaboratori), vale per i freelance o per i liberi professionisti che spesso corrono il problema opposto: la solitudine.

E chiudo dicendovi che l’armonia, per la mia esperienza, vive nella diversità (questa è la nota acida del piatto): non cercate persone uguali a voi, cercate persone aperte al confronto, capaci di condividere, motivate al lavoro. Se poi questi colleghi guardano il mondo da un altro punto di vista rispetto al vostro tanto meglio! Vi offriranno uno spunto di riflessione in più. Vi aiuteranno a trovare un equilibrio proprio perchè sono diversi da voi. Siate distaccati e capirete che la diversità, soprattutto sul lavoro, è ricchezza.

Suggerimento pratico: è vero che potrebbero anche mentirvi, ma in fase di selezione chiedete com’è l’ambiente di lavoro dell’azienda che state valutando. Chiedete il tasso di turnover oppure, meglio ancora, guardate su Linkedin l’anzianità aziendale delle persone che vi lavorano. Fatevi quindi un’idea sull’eployer brading di quella società prima di scegliere abbagliati da un’offerta luccicante.

Ora chiudo davvero e vi auguro buone ferie.
Ci risentiamo a settembre, che in vacanza non si parla di lavoro. 😉

Se lo fate diverso è meglio: quello che non piace ai recruiters

Andiamo oltre.

Andiamo oltre il ritardo non annunciato, l’anticipo che ti coglie impreparato o che addirittura toglie privacy al candidato precedente, l’atteggiamento poco collaborativo di fronte alle domande difficili, il CV mandato in word, il CV sformattato, la ritrosia ad aprirsi, le mail non risposte ecc…
Oggi andiamo oltre.
Perché se ci sono alcune cose poco simpatiche che i candidati (e candidate) fanno in fase di selezione, ce ne sono altre ancora che si trasformano in un muro scoraggiante anche per il più comprensivo e tenace dei selezionatori.

SONO VENUTO/A A COLLOQUIO SOLO PER VEDERE COSA C’È IN GIRO, IN REALTA’ STO BENE DOVE STO

No, non si fa. Il tempo dei recruiters, come quello di tutti, è prezioso. Se rispondete a un’inserzione senza alcun’altra specifica, noi diamo per scontato che quella posizione vi interessi e vi chiamiamo per parlare proprio di quello. Se la vostra è curiosità ditelo: non significa che non fisseremo un colloquio, significa però che non avrà la stessa priorità di quello mirato alla nostra ricerca.
Perché voi lo sapete vero, che noi siamo retribuiti solo quando una selezione si chiude?! Questo ci costringe a mirare bene. Non possiamo permetterci di conoscere persone solo per la curiosità (o il piacere) di conoscere persone (anche se in alcune situazioni lo facciamo).

NON MI HANNO MAI CAPITO, NON HO MAI POTUTO DIMOSTRARE QUANTO VALGO

È un’affermazione che sentiamo spesso. Non è fastidiosa di per sé ma ci fa drizzare le antenne, soprattutto se una persona ha avuto numerose esperienze lavorative (diciamo oltre le 5): se per 5 volte non ti hanno capito e non ti hanno permesso di esprimerti forse il problema non è l’azienda. Forse è il caso di trovare un modo diverso per spiegare questa inquietudine lavorativa e capire se c’è una strada diversa e più adeguata da percorrere.

NON CAMBIO PER I SOLDI MA RIMANGO NELLA MIA AZIENDA PERCHÈ MI HA FATTO UNA CONTROFFERTA ECONOMICA INTERESSANTE

Su questo punto sono sicura si aprirà una discussione infinita.
Posto che siete liberi di fare quello che volete (durante la selezione, durante la trattativa, dopo che avete firmato, durante il periodo di prova, dopo il periodo di prova… in ogni momento il candidato è libero di cambiare idea, alla faccia delle aziende), per noi non è un problema il fatto che voi vogliate cambiare lavoro per prendere più soldi, anzi.
Il problema nasce quando adducete motivi differenti sui quali noi lastrichiamo il vostro percorso nella selezione e poi ci troviamo spiazzati di fronte a una controfferta o a un rifiuto perché “mi aspettavo di più”. I miei consigli sinceri sono due: 1) siate trasparenti, prima di tutto con voi stessi e poi anche con noi 2) fate due conti, sbilanciatevi e diteci il più chiaramente possibile quali sono le vostre aspettative. Vi sembrerà strano ma noi abbiamo tutto l’interesse a fare in modo che vengano accolte oppure siamo in grado di dirvi subito se un’azienda non è nelle condizioni di soddisfarle, e perdiamo meno tempo tutti.

COME C’È SCRITTO SUL MIO CURRICULUM, MA L’HA LETTO IL MIO CURRICULUM? L’HO SCRITTO ANCHE SUL MIO CURRICULUM

Sì, vi confermo ufficialmente che se venite contattati per un colloquio significa che, bene o male, il vostro CV è stato letto. Il colloquio è proprio la fase 2 della selezione, quella che va in profondità (= oltre il CV). Ma se la fase 2 ribadisce esclusivamente i contenuti della fase 1, senza neanche la fatica di ripeterli, allora abbiamo sbagliato noi recruiters. E resta il fatto che se anche il CV fosse stato letto poco o male avete l’opportunità di giocarvi un colloquio: fatelo perdindirindina!

NO NIENTE…, NO IO…, NO INSOMMA…

Questa è un’abitudine di natura introversa che porta qualcuno di voi a sminuirsi ancora prima di iniziare a parlare. E c’è sempre sto NO che precede ogni affermazione. No cosa? Cancellate questo modo di iniziare le frasi, eliminate questo intercalare controproducente dal vostro vocabolario. Insieme a “No, niente, sono una persona normale!”

NON POSSO VENIRE A COLLOQUIO QUEL TAL GIORNO A QUELL’ORA PERCHÈ LAVORO A TEMPO PIENO, IO! (è la mia preferita)

Certo, noi invece passiamo la giornata a trastullarci ed è per questo che vi proponiamo un colloquio durante la giornata lavorativa. Ma guarda un po’ che cialtroni che siamo.
Anche in questo caso il come conta più del cosa.
Posto che non possiamo incontrare tutti fuori dell’orario di lavoro, la disponibilità a trovare delle soluzioni c’è per chi sa approcciarsi in modo collaborativo e aperto. Ma se l’insinuazione è quella della frase qui sopra (e vi assicuro che in moltissimi rispondete in questo modo anche usando altre parole) allora anche da parte nostra scatta l’irrigidimento. Il compromesso è frutto di una disponibilità reciproca.

Anche questo post è tratto da episodi (ripetuti) di vita vissuta, non è una polemica ma l’osservazione, congenita al mestiere, di comportamenti umani che sono facili da correggere quando riesci a vederli. Per me è naturale coglierli, per voi candidati/e magari un po’ meno. Spero possa esservi utile 🙂