Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

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La foto su Linkedin: a cosa serve e come sceglierla (secondo me)

In questi giorni fioccano  post pieni di buoni propositi per l’anno nuovo, ci muoviamo tra canditi, bollicine e consigli utili alla carriera, ci rimpinziamo di zuccheri per autoconvincerci che l’anno a venire sarà meraviglioso.
Lo sarà di certo.
Auguri a tutti.

Espletate le formalità natalizie veniamo al sodo: oggi provo a dirvi la mia sulla foto di profilo di linkedin. Lo faccio dopo che un mio post, replicato su facebook, ha alzato un piccolo polverone, con tanto di invito a farmi i cazzi miei.
Quindi scrivo a mio rischio e pericolo ma anche contando sul fatto che a Natale siamo tutti più buoni.

A COSA SERVE LA FOTO SU UN PROFILO SOCIAL?

Partiamo dai fondamentali: a cosa serve sta benedetta immagine di profilo?
Me lo sono chiesta. Mi sono anche lasciata provocare da chi sostiene che, scegliendo di mettere una foto in cui si vede che fa sport, comunicherà meglio alcune sue soft skill e quindi con quella foto, in cui magari non si vede la faccia ma emergono le sue qualità atletiche, sta di fatto promuovendosi professionalmente come persona attiva, dinamica, grintosa e capace di affrontare la fatica.
E chi è appassionato di scacchi, allora?

No, non mi ha convinta questo ragionamento.
Non mi ha convinta perché ritengo che, fin dal brodo primordiale dei social network, la foto sia stata pensata per aiutare le persone a riconoscersi.
Lo so, è davvero banale ma credo che anche Facebook all’inizio avesse pensato al profilo come a una sorta di “carta d’identità digitale” e che la foto aiutasse le persone a connettersi, per il semplice motivo che, a volte, nome e cognome, non bastano.
Ora sfido chiunque ad andare in anagrafe per rinnovare la carta d’identità e presentare una foto in tuta da sci e maschera sul viso.

Certo, poi Facebook sull’uso di foto e immagini è diventato maestro e oggi è il profilo dove possiamo -se vogliamo- esibire tutte le cose che ci piacciono e che fanno di noi dei fighi da paura. Facebook e non solo Facebook.

LINKEDIN PERO’ È DIVERSO

Linkedin non è Facebook.
Lo vedo ripetere spesso, come a dire che qui, su Linkedin, siamo gente seria, professionisti, persone che lavorano (o che aspirano a lavorare).
Poca fuffa qua, tutta sostanza.

La penso più o meno così anch’io. Ritengo che Linkedin sia ancora un social network di natura professionale.
Credo che i contenuti vadano selezionati e che il profilo personale debba essere curato in modo diverso da quello di altri social (e questo vale per ogni singolo SN).
Non è questione di meglio o peggio, è solo diverso.

La foto del profilo Linkedin deve innanzitutto far vedere chi siamo, mostrare la faccia insomma.

Il profilo è ricco di campi da compilare, se siamo sportivi o appassionati di scacchi, c’è modo di dirlo. Se aiutiamo le vecchine ad attraversare la strada o se ci buttiamo col parapendio possiamo scriverlo.

E QUINDI, ALLA FIN FINE

Nessuno ci obbliga a essere su linkedin, se si decide di creare un account, avrebbe senso usarlo al meglio, cercando di interpretare il contesto. Che, per quanto riguarda Linkedin, è un contesto professionale.

Pensare alla foto quindi come a quello strumento che permette di dare un volto al profilo, per creare un contatto più “umano” all’interno di un luogo virtuale e per permettere, nel mondo reale, di riconoscersi reciprocamente.

Io la penso così.
Non discuto su bianco&nero, di profilo o frontale, seria o sorridente, con qualche richiamo al lavoro o meno.
Sto sul semplice e dico che la foto ha l’obiettivo di rendervi riconoscibili come persone e di dare un volto al professionista che siete -e che VOI AVETE SCELTO di pubblicare-.
Peraltro siamo in un momento in cui, farsi fare una foto adeguata, anche con il telefonino, non è poi una grande impresa.

Anche perché credetemi, nessuno vi attribuirà punti in più per una foto ardita o ammiccante, è più facile però che ne perdiate incidentalmente qualcuno per colpa di una foto sbagliata -o mancante-.

E ora, scatenate l’inferno.
Oppure tornate al panettone che stavate mangiando.

Buona continuazione di feste e buon 2018 a tutti.

Freelancecamp 2017: l’evento che fa bene a tutti

Il Freelancecamp è un evento organizzato da freelance, per freelance e non.
Esatto, nessuno se la tira: il Freelancecamp è aperto a tutti.

E soprattutto è un evento poco autoreferenziale che genera dubbi e riflessioni, oltre che un’occasione di formazione reciproca e di grande contaminazione (parola abusata, lo so, ma questo è!).

Perchè nessuno di chi partecipa è certo che resterà libero professionista per tutta la vita: la maggior parte ha già lavorato in azienda, qualcuno è un ex imprenditore, qualcun altro è dipendente e non ha intenzione di lasciare il posto fisso, qualcuno ambisce alla libertà, qualcuno la teme, qualcuno è stanco, qualcuno non vuole arrendersi… e ciascuno ha ragione!

Non è mancanza di identità, è che quando lavori per conto tuo impari a non escludere niente, impari che il cambiamento è la vera costante, impari a essere meno assolutista e a metterti ogni anno in discussione, impari che non è solo lavoro ma che non può nemmeno essere solo il lavoro.

Al freelancecamp i temi che vengono trattati sono tanti e diversi: dal benessere alla vendita, dal rapporto con le aziende al public speaking.

Io non voglio convincere nessuno a partecipare alla prossima edizione, non ce n’è bisogno, che tanto l’evento va ogni anno in sold out: 250 biglietti bruciati in pochissime ore. Quest’anno addirittura in due date: Roma e Marina Romea.

Sono però convinta che i contenuti di questo evento siano utili anche a chi lavora in azienda: impiegati/e, manager, imprenditori, figli di imprenditori, startupper…
Sono convinta che le distinzioni tra professionista dipendente e professionista in proprio andrebbero sfumate, non dico a livello fiscale (magari!), ma a livello concettuale sì.
Che in fondo il dipendente è un professionista con un solo cliente e qualche garanzia in più… ma forse neanche troppe.
Perché sono anche convinta che l’unica garanzia su cui possiamo contare, che siamo dipendenti o freelance, è quella di fare molto, molto bene il nostro lavoro.
E nel fare molto bene il nostro lavoro c’è dentro anche il nostro benessere: che a produrre risultati eccellenti lasciandoci fegato, matrimonio, sensi di colpa, ipertensione e notti insonni, non sono sicura che abbiamo fatto davvero un buon lavoro.

E quindi in questo post condivido con tutti, a prescindere dalla forma contrattuale con cui si lavora, alcuni dei contenuti che ritengo utili:

In primisi, per allacciarmi a quanto appena scritto, l’intervento di Emanuele Tamponi sul burnout, è il primo che segnalo perché ho maturato la convinzione che alla base di qualsiasi prestazione debba esserci la consapevolezza dei propri limiti e del proprio benessere psico-emotivo. Guardatelo qui e riflettete.

Utilissimo, per chi lavora in azienda e non, lo speech di Cristiano Ferrari: vi dice come fare slide efficaci. Io per prima dovrei rivedere tutte le mie, lo ammetto. Se avete voglia di migliorare con pochi suggerimenti ma molto mirati guardate qui.

Dicevo… il public speaking, Tatiana Cazzaro ne è maestra e chi lavora, da solo o in azienda, dovrebbe dedicare un po’ di tempo ed energie per imparare a comunicare meglio, perché anche i colleghi di una riunione rappresentano una platea. Ascoltate i suoi suggerimenti qui.

Imperdibile Enrico Marchetto: se lavorate in ambito comunicazione e marketing o se siete imprenditori e volete usare i social per fare promozione, dovete ascoltare uno dei più preparati in tema di advertising su Facebook. E poi fa molto ridere, eccolo a voi.

Avete il dubbio se passare alla libera professione o meno?
Nessuno può dirvi cosa è giusto fare, nemmeno i partecipanti al Freelacecamp. Anzi, alla fine i dubbi restano e le riflessioni non sono mai abbastanza. In questo panel parlano Francesca Marano, Mariachiara Montera, Gianluca Diegoli e Alessandra Farabegoli: scoprirete quelli che sono i dubbi più irrisolti e le risposte meno scontate sul tema del “freelance sì o freelance no?”. Cliccate qui.

Saper dire di no! Vale per noi freelance ma anche per chi lavora come dipendente: saper dire di no significa esercitare l’atteggiamento assertivo e in ultima istanza, significa anche stare e lavorare meglio. Marinella Della Colletta ne ha parlato bene e secondo me va sentita, qua.

E per chi vuole fare entrambe le cose? Freelance e dipendente: du gust is mejo che uan. Forse… Francesca Manicardi ha provato e qui racconta com’è stato.

Infine non posso non citare Biljana Prijic. Lei, che per una grande azienda lavora e che di azienda ha parlato. Attraverso una metafora però.
Vi avviso: il suo è uno speech per pochi, dovete lucidare neuroni prima di ascoltarla, quindi se siete in bagno a fare cacca, lasciate stare! Per chi se la sente invece, la trovate qua.

Questi sono, secondo me, gli interventi che più di tutti, possono adattarsi sia a chi lavora in proprio, sia a chi lavora in azienda.
Oddio, a dire il vero ho parlato pure io… già, sulla relazione che va creata in qualsiasi tipo di vendita, sui bisogni impliciti dei clienti e sui pericoli che si corrono quando si vende. Forse potrebbe servirvi anche se di lavoro non fate i commerciali, in fondo in azienda si parla di clienti interni, giusto?! Vabbè, se vi va mi potete vedere qua.

E comunque, a dirla tutta, vi consiglio di guardarli tutti, gli speech: li trovate qui.
Invece, per capire lo spirito di questi due giorni, che fuggono sempre troppo veloci, vi invio alla galleria fotografica, e già lo so… vi verrà voglia di esserci l’anno prossimo.
Che dire: provateci e chissà, forse sarete fortunati, forse…

Il lavoro dentro ai confini del lavoro.

Mi sono vantata per molto tempo della mia capacità di non staccare mai la testa dal lavoro.
In primis:

“Perché io amo il mio lavoro!!”

poi perché

“Non credo nella divisione netta tra vita e lavoro, il lavoro è parte integrante della mia vita, abbasso i confini!”

anche perché

“Quando sono in vacanza mi vengono delle buone idee!”

e ancora perché

“Sono una freelance, semplicemente io non posso andare in vacanza!

SONO BALLE (e scusate il francesismo)!

Tutte quante.
A partire dall’ultima!

I freelance non sono mica persone votate al martirio lavorativo, anche se il fisco italiano un po’ lo vorrebbe.
E se non imparo a staccare la spina, prima o poi anch’io mi brucio, nonostante ami davvero il mio lavoro.

Ma vale anche per chi è dipendente e tiene così tanto al proprio mestiere da portarselo a casa e, nei casi più estremi, in vacanza (o magari non ci tiene ma in qualche modo si sente obbligato) .

Perché poi capita che sta roba, di portarsi a casa le cose da fare, venga citata orgogliosamente a colloquio, per fare bella figura: il celodurismo dello staccanovista spacca nel nord est!!

Epperò io ho cambiato idea.
E ho capito che se non si è capaci di alzare la testa dal fare-fare-fare e non si inizia a distinguere quella che è vita lavorativa, dalla vita famigliare, da quella privata (lo spazio per sé ben descritto in Terzo Tempo) e da quella sociale… beh allora c’è qualcosa di cui preoccuparsi seriamente.
Della salute per cominciare.

Ma anche della propria competenza organizzativa, della propria efficienza, della capacità di far fronte al lavoro dentro i tempi e gli spazi del lavoro e non in cucina quando si prepara la cena o in palestra quando ci si dedica all’allora fu una tartaruga..
E non significa non fare straordinari o non poter trovare ispirazioni in contesti diversi dall’ufficio, ma riuscire a vivere ogni ambito con l’attenzione che merita, trovando anche del tempo per ricaricare le batterie.

“Ehhhh la fai facile tu, ma se i colleghi lavorano 12 ore e anche da casa io mi devo adattare” (questo me lo diceva sempre il mio compagno, che adesso ha cambiato lavoro, non ha un pc portatile e io per questo motivo amo la sua datrice di lavoro!)

“Ehhhh parli bene tu, ma non sai cosa devo fare per tenermi il lavoro che ho”

“Ehhhh sembra semplice, ma l’azienda in cui lavoro io è troppo disorganizzata”

“Ehhhh belle parole ma c’è la crisi” (questa va sempre!!!!)

“Ehhhh ma c’è la crisi e i datori di lavoro hanno il coltello dalla parte del manico” (questa è la versione sindacalizzata della precedente)

“Ehhhh, ma…” non si dice

Perché va bene tutto, però alla base di ogni risposta c’è un errore.
Lo stesso errore che faccio io quando dico che non posso ammalarmi, che non posso andare in maternità, che non posso non lavorare dopo cena, che non posso staccare la testa perché sono imprenditrice di me stessa.

L’errore è spostare i motivi di qualsiasi cosa che non ci piace
fuori di noi, anziché dentro, e in questo modo non fare niente per cambiare la situazione.

Mi spiego facile: sono io che devo modificare il mio approccio e concedermi una cosa essenziale per il mio lavoro.
Questa cosa si chiama RIPOSO!
Non posso aspettare che il sistema fiscale italiano migliori e renda la mia situazione più sostenibile e più compatibile con le vacanze… (che poi sarebbe un’attesa del tipo Aspettando Godot)
E vale per me ma vale per chiunque si lascia, più o meno spontaneamente, coinvolgere molto dal lavoro.

E invece bisogna fermarsi.
Bisogna mettere dei confini! (non avrei mai pensato di dirlo eppure…)
Ogni giorno, a una certa ora.
Ogni anno, per più di una settimana, almeno 2 di fila senza pensare al lavoro!

E bisogna riposarsi, fare cose che piacciono ma anche non fare niente e mettere corpo e mente nelle condizioni di rigenerarsi.

Quindi riposatevi, mi raccomando (disse la recruiter che ha appena mandato un sms a una candidata in vacanza per avere conferma su un appuntamento di settembre!).
E non venite a colloquio a dirmi che siete più bravi perché non staccate mai la testa dal lavoro e perché ve lo portate anche in bagno: mi chiederò seriamente se siete pazzi, autolesionisti o semplicemente incapaci di organizzarvi!

BUONE VACANZE A TUTTI!! 🙂

Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…

La risposta è dentro di te… epperò se non la tiri fuori è un casino

Per scrivere questo post prendo spunto da questa immagine…

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Ok, è vero, la domanda su pregi e difetti potrebbe suonare banale e pure un po’ demodé ma signori e signore vi svelo una cosa: è proprio quando bisogna parlare di sé (in modo contestualizzato e non banale) che la maggior parte dei candidati/e va letteralmente in palla.

Che io chieda pregi o difetti, che io chieda punti forti e lati di miglioramento, valore aggiunto e ambiti di sviluppo, potenzialità e criticità, che io mi appelli alle metafore o all’identificazione con animali-piante-cose, il risultato non cambia: se l’argomento di conversazione si sposta dal “cosa faccio” al “come sono” il colloquio rallenta e l’esposizione si fa più difficoltosa, l’arrossimento accellera, il balbettio esplode e lo smarrimento si palesa. Qualcuno inventa, qualcuno striscia le unghie sugli specchi, qualcun altro visualizza i rimproveri del partner (ma si guarda bene dal dichiararli) e qualcuno capitombola “che domanda difficile…” o ancora peggio “certo che possiedo dei difetti, è che adesso non mi vengono in mente”.

C’è chi crede di salvarsi dicendo “non sono io a dover parlare di me, lo dovrebbero fare gli altri!”
Scusate ma anche questa è una risposta che, come direbbe mio figlio, “non vale!!”
Perché se a un colloquio di lavoro non riuscite a parlare di voi oltre a ciò che sapete e/o volete fare, beh è un problema.

  • È un problema perché per fortuna, oggi sempre di più si assumono persone, non si comprano competenze.
  • È un problema perché se non si sa parlare di se stessi, cioè della persona che si dovrebbe conoscere meglio visto che è l’unica con cui si è convissuto senza pause di riflessione da quando si è stati concepiti, qualche dubbio potrebbe sorgere anche su tutto il resto.
  • È un problema perché se anche fosse solo una questione di vocabolario o di introversione, ci sarà sempre qualcuno che quel vocabolario ce l’ha o alla più porca ha tanta faccia tosta (e non sto dicendo che è giusto ma è pur sempre la realtà).

Quindi togliamo di mezzo anche la scusa dell’introversione, che essere introversi non significa non conoscersi, anzi, forse gli introversi hanno maggior consapevolezza delle proprie peculiarità rispetto agli estroversi.
Eppure da entrambi i lati della barricata ho visto la stessa difficoltà a raccontarsi.

No, per parlare in modo convincente di sé “bastano” attenzione e osservazione, il coraggio di chiedere feedback e la cura necessaria a mettere a punto un discorso autentico e coerente.

ATTENZIONE E OSSERVAZIONE

Quando vi si chiede di parlare di voi non si vuole indagare come siete quando fate giardinaggio o come preferite piegare i calzini.
Si cerca di capire quali sono le caratteristiche che incidono in modo significativo sul vostro comportamento nel luogo di lavoro. Quindi innanzitutto circoscriviamo il campo: parliamo della sfera professionale.
Inoltre parliamo di comportamenti, non stiamo facendo psicologia spicciola e manco psicoanalisi spinta, l’inconscio e le interpretazioni oniriche li lasciamo agli addetti ai lavori, ok?
Quindi come fare?
Osservatevi come farebbe un osservatore esterno: che tipo di persona vedete?

Estroversa o introversa?
Razionale o emotiva?

Che tipo di comportamenti mette in campo? questi comportamenti che indole evidenziano.
Fate questo esercizio e fatelo per iscritto, obbligatorio.
Descrivete lo stile del vostro essere al lavoro partendo dalle due distinzioni che vi ho appena dato, se non vi viene l’aggettivo scrivete i comportamenti e poi in un secondo momento traducete il comportamento in una caratteristica.

CHIEDERE FEEDBACK

Non è completamente sbagliato pensare che gli altri sappiano e vedano di noi cose che noi non riusciamo a scorgere (ce lo insegna bene anche la finestra di Johari).
Il punto è che dobbiamo avere il coraggio di farcele dire queste cose: andare da chi lavora con noi e chiedere, “senti, ma tu come mi vedi??” alla Quelo e via.
E sperare che l’altro/a sia onesto e crudelmente schietto. Chiedere, domandare, anche a quelle persone con cui a volte ci scontriamo, per avere il punto di vista di chi è magari molto diverso da noi.
Per cui a un colloquio non vale rispondere “dovrebbero essere gli altri a raccontare le mie caratteristiche”, bisognerebbe dire invece “i feedback che mi ho raccolto in questi anni sono:….”

CREARE IL RACCONTO

Ora chiariamo un punto: non voglio parlare per forza di storytelling, che altrimenti pare serva creare una campagna marketing per cercare lavoro, ma suvvia, un po’ di impegno a raccontarsi è obbligatorio.
Se snocciolate un elenco di caratteristiche come fosse la lista della spesa o peggio, se cercate di mettere insieme qualità e frasi fatte pensando così di pronunciare ciò che l’altro vuole sentirsi dire, fallirete! Garantito al limone.
Parlare di sé non significa dire esattamente ciò che l’altro si aspetta di sentire ma dimostrare di avere buona consapevolezza delle proprie caratteristiche e dell’indole che anima i propri comportamenti.
Significa accettare e riconoscere che determinazione, grinta, pragmatismo e ambizione si accompagnano generalmente anche a bisogno di controllo, a potenziale aggressività, a possibile fretta nel fare cose.
Grintosi e pazienti insomma ne ho conosciuti pochi, qualcuno ce n’è ma sono eccezioni, così come analitici e reattivi.
Quando vi raccontate quindi siate autentici e coerenti, non abbiate paura di svelare le carte e fatelo in modo intelligente (normale non significa niente, cosa vuol dire “sono normale!”??).
Mettete in luce i vostri pregi argomentandoli e rendendoli un valore aggiunto rispetto al ruolo per il quale vi siete candidati. Riconoscete con altrettanta trasparenza le aree di miglioramento, quelle vere però: testardo/a e sensibile non sono dei difetti, dai.

Quindi ok, siamo tutti stanchi del “mi dica 3 pregi e 3 difetti”, noi recruiters per primi, che ci piacerebbe alzare un po’ il livello dei colloqui e toccare temi più di sostanza.
Ma resta il fatto che su questa benedetta domanda molti ancora inciampano maldestramente.
In realtà la risposta c’è, è dentro di voi, e non è sbagliata.
Ha solo bisogno che troviate le parole giuste per farla uscire.quelo-peace

Auguri senza compiti per casa (e c’è pure il regalo)

L’ho scritto qualche mese fa che il capodanno di chi lavora è ad Agosto più che a Dicembre, ne parlavo proprio qui.
Però siamo a fine anno e io mi prendo un paio di settimane di vacanza (solo dal blog a dire il vero, ma va ben così), quindi oggi ne approfitto per farvi i miei auguri.
Nessun scontato bilancio e nemmeno volatili buoni propositi.

Non ho idea di cosa mi aspetta nel 2017, chi di noi ce l’ha?
Mi sto gustando gli ultimi raggi di un anno difficile (per me) che si chiude con un tramonto mozzafiato e promette un’alba infuocata. E questo è già tanto. Il resto poi lo si costruisce giorno per giorno.

Vorrei anche farvi un regalo, e visto che sarebbe complicato spedire biscotti a tutti, ho pensato di segnalarvi e condividere 4 + 1 delle mie fonti di lettura, riflessione e ispirazione, e poi un po’ di musica, che la vita va danzata (si sente che sono in atmosfera natalizia e un po’ scialla vero? a gennaio torno sul pezzo, promesso).
In ogni caso spero vi faccia piacere, altrimenti è lo stesso, fa piacere a me 😉
Ecco a voi:

Efficacemente è un blog di sviluppo personale con una newsletter molto provocatoria e stimolante che vi dà il buongiorno ogni lunedì mattina.

Il blog di Enrica Crivello (e la sua newsletter) è una fonte di ispirazione e riflessione a cui non rinuncerei mai: post brevi e spudoratamente utili sul marketing!

Su C+B ci scrivo ma lo seguo a prescindere, è un blog dedicato alle donne in proprio eppure credo che molti maschietti lo seguano di nascosto, e fanno bene!

Nuovoeutile lo conoscete vero? Sì lo so, è fantastico. Considerazioni ad ampio spettro interessanti a prescindere da cosa fai nella vita.

Col lavoro non c’entra niente ma i post di Tiasmo sono imperdibili, anche solo per sorridere (io rido di gusto) o per capire come scrive una che scrive bene (a mio parere naturalmente)!

E adesso una canzone.
No, non Oh happy day (che ho scoperto essere un brano pasquale).
Vi lascio questa…

Auguri a tutti, ci si riscrive a gennaio.

Una sana dipendenza dal lavoro è possibile?

In questi giorni ho riflettuto sulle mie “dipendenze”.
Non l’ho ammessa subito ma mi sono resa conto pensandoci, che il lavoro è una di questa.
Ora chiariamo subito una cosa: io sono felice quando arriva il venerdì, mi piace se le feste comandate creano dei ponti, sono contenta di andare in ferie e quando la domenica vado in montagna non controllo la mail (anzi, metto il cellulare in modalità aereo per qualche ora).
E ribadisco anche un altro concetto fondamentale: non lavoro per la gloria e nemmeno per la pace nel mondo, lavoro per portare a casa la pagnotta, il salame e possibilmente pure il dessert.

Eppure non potrei fare a meno di lavorare.
Non solo perchè come madre a tempo pieno non mi ci vedo proprio, ma perchè sono convinta che quello che imparo lavorando, quello che mi porto a casa sul piano personale, umano e professionale (ovviamente) non è “reperibile” in altri contesti.

Passioni ne ho, forse anche troppe.
E mi arricchiscono.
Persone ne conosco.
Sono uno stimolo continuo.
Ma nel lavoro mi metto in gioco in modo diverso, chiamando in causa ciò che sono e ciò che mi piace fare, ma anche ciò che posso diventare, le cose che non amo fare (ma che devo e devo fare bene) e aspetti di me non conosco e che non conoscerei se non fossi obbligata a farlo.
Quando vado in montagna ci vado con persone con cui condivido questo amore, anzi di più: scelgo gli amici che vanno in montagna con il mio stesso stile, perchè è un piacere e non sono disponibile a troppi compromessi quando faccio una cosa che mi piace.
Nel lavoro non funziona sempre così, scelgo fino a un certo punto e non posso seguire sempre e solo il mio punto di vista.

E non voglio cadere nel banale del tipo:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita
(Confucio)

Io ho scelto e amo il mio lavoro ma la sera sono stanca e non mi diverto quando devo stare al computer dopo cena.

Mi dissocio anche da questa:

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità.
(Thomas Jefferson)

Un po’ perchè la tranquillità mi dà noia, un po’ perché mai limiterei le fonti della mia felicità al solo lavoro, non scherziamo dai!?!

Io sono invece una sostenitrice del buon Aristotele:

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

E tempo libero è inteso in senso ampio.
Resto anche fermamente convinta che

Il lavoro (può) nobilita(re) l’uomo.
(Charles Darwin rivisitato)

E soprattutto che

La cosa più importante di tutta la vita è la scelta di un lavoro, ed è affidata al caso.
(Blaise Pascal)

Questa è la cosa che mi dispiace di più.
Vedere che in molti considerano ancora il lavoro un “male necessario” e dedicano pochissima attenzione a fare (o almeno tentare) delle scelte oculate, a conoscersi per capire a cosa sono più portati, a studiare (per quanto possibile) in vista di una professione più qualificante.
So bene che non è scontato e nemmeno facile.
Credo però che sia opportuno dedicare sempre più tempo e spazio durante il percorso scolastico ed educativo a veicolare un concetto di lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti.
E dobbiamo farlo noi genitori in primis, la scuola subito dopo.
Io sono cresciuta con un padre dipendente pubblico e una mamma un po’ casalinga e un po’ signora delle pulizie: se non avessi conosciuto il mio primo datore di lavoro dubito che avrei mai sviluppato un vero coinvolgimento per il lavoro.
E mi sarei persa tante belle cose.

Non ho una dipendenza dal lavoro, ma dal tipo di stimoli e di opportunità (non solo professionali) che mi offre, quello sì.
Io le ho trovate lì.
Non escludo che si possano reperire altrove, credo però che sia uno spreco continuare a riporre la vita lavorativa dentro la casella delle “cose che devo fare ma senza sarei decisamente più felice!”
È proprio vero?

Mio papà, a due anni dalla pensione probabilmente sì.
Ma se hai tra i 20 e i 50’anni io ho qualche dubbio.

Poi c’è anche chi pensa che…

Il lavoro è il rifugio di quelli che non hanno nient’altro di meglio da fare.
(Oscar Wilde)

Ma la maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere e di “avere di meglio da fare”, quindi tanto vale viverla il meglio che si può questa necessità.
Senza moralismi o buonismi, è un puro dato di fatto!

Stacca, e affila la lama (a prescindere dal dove la userai)

Inizio con una storiella (non mia)…

Due taglialegna lavoravano nello stesso bosco.
I tronchi degli alberi erano davvero enormi, forti e solidi.
I due boscaioli utilizzavano le loro seghe con la stessa abilità ma con una tecnica differente:

  • il primo tagliava i tronchi con una perseveranza incredibile, senza mai fermarsi in tutta la giornata,
  • l’altro invece ogni tanto si fermava per riposarsi.

Verso sera, il primo taglialegna era riuscito a tagliare in tutto 10 alberi.
Aveva lavorato con impegno, era esausto e ormai non gli rimanevano forze per tagliare neanche un albero in più.
Il secondo invece continuava a lavorare  e gli mancava solo un albero per raggiungere i 100.
Entrambi avevano iniziato nello stesso momento e i tronchi da tagliare erano tutti delle stesse caratteristiche.
Un po’ incredulo il primo taglialegna si avvicinò all’altro e gli chiese:
“Non capisco! Come hai fatto a tagliare così tanti alberi se ti sei fermato molto più di me?”
E l’altro rispose:
“Caro amico, mi hai osservato bene. É vero, mi sono fermato ogni ora però non ti sei accorto che durante ogni pausa ne ho approfittato per affilare la lama della mia sega”.

ABBIAMO AFFILATO LA LAMA

Giovedì scorso il nostro team si è preso un’intera giornata per “affilare la lama della sega”. Ce ne siamo andati in un agriturismo ben isolato, Il Maggiociondolo (consigliatissimo peraltro), ci siamo sconnessi con la quotidianità e abbiamo ripreso in mano del materiale elaborato due anni fa, per valutare il percorso fatto.
In quell’occasione avevamo definito valori, obiettivi, strategie, possibili ostacoli alla crescita del nostro modello organizzativo e del business stesso.
Avevamo costruito la sega insomma.

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Giovedì scorso ci siamo confrontati a fondo, come gruppo e come singoli.
Utilizzando metodologie impegnative ma efficaci.
Abbiamo mangiato bene, cucinando noi.
Abbiamo bevuto anche meglio (lavoriamo molto nel settore vitivinicolo, non potemmo mai essere astemi).
Abbiamo iniziato a prospettare il futuro, con la libertà che caratterizza da sempre il nostro ecosistema lavorativo (siamo tutti liberi professionisti, liberi di fatto!).
A fine giornata siamo ripartiti un po’ stanchi, scombussolati ma più uniti e motivati di quando eravamo arrivati.collage-competenze-in-rete

SUL PERDER TEMPO…

Qualcuno potrebbe dire che abbiamo perso tempo: una giornata fatturabile volata via, a dirla nel nostro gergo.
Ma non è così.
Non si perde tempo quando la sosta serve a centrare e condivide valori, obiettivi, strategie e ambizioni.
Il rischio, facendo il contrario, è di sbagliare strada, cannare la strategia, mancare il bersaglio o peggio ancora, essere così stanchi da non aver più voglia di andare avanti.
Questo sì che sarebbe perder tempo!

Vale nella vita di ciascuno, a prescindere dalla sfera professionale.
Fermarsi e fare il punto, ma anche prendersi cura di se stessi: non come a capodanno che si fa un approssimativo bilancio degli ultimi 12 mesi, si stila una lista di buoni propositi che resterà incompiuta e ci si abbuffa di lenticchie e panettone!aqhqkwqf7bzylqaaaviuyjriclpqceur7v71qxvi-5uwpqdlggqvkdrfbaw4segdbxqjkc2u4fatpy6ajzdm9nkozclipvs6fix0pr2atevnn4lyalufgf2iz6htxra0sb2cywxbhlkbit38_kpepjxuadn8rykifrhjq6xmiprott3t-8nlmkl0cqdda4gvj-cpgppw
Parlo di quei momenti sacri e spesso non pianificati che ci servono a trovare il senso di quello che facciamo o a interpretare il cambiamento che stiamo attraversando.
Talvolta proprio quando meditiamo di cambiare lavoro, ma non necessariamente.

Nel lavoro, all’interno delle aziende è la stessa cosa.
Il modus operandi tipicamente veneto “lavora a testa bassa e avanti sempre” ha funzionato (più o meno) per un po’. In tempi in cui l’economia e il mercato accoglievano questo approccio con i paraocchi.
Oggi (per fortuna) non funziona più.
Non serve stare a testa bassa e basta.
Lavorare e far lavorare i propri collaboratori spremendoli al massimo non porterà le aziende “fuori della crisi”.
L’impegno serve ma non è sufficiente.
Affilare la motivazione, questa è la prima regola.
Sì lo so, sembrano parole scontate, l’ABC della buona gestione manageriale giusto?
Ma in quanti dirigenti/imprenditori lo fanno davvero?

E in fondo, a ben guardare, quante persone lo fanno per se stesse, per la propria vita privata?

Tu lo fai? Ti fermi per affilare la lama?

Vuoi crescere sul lavoro? Trova un buon mentore e…

Ieri è uscita una mia intervista sul blog di Valentina Crociani, ripercorre un po’ della mia storia professionale.
A rileggerla mi ha fatto uno strano effetto: ne è passata di acqua sotto i ponti!

Valentina mi ha chiesto di dare un consiglio a chi vorrebbe intraprendere la mia stessa professione di recruiter.
Vi copio la risposta:

“I preconcetti in questo lavoro non aiutano, neanche quelli veri! Le persone ti stupiranno sempre.
Inoltre, se incontri un buon mentore non mollarlo: io sono stata fortunata, ho trovato chi ha creduto in me e mi ha aiutata a crescere, dalla gavetta fino a qui. Il più bel regalo che ti può fare il mondo del lavoro è quello di farti incontrare qualcuno così. Quando lo si trova bisogna fidarsi e imparare quanto più possibile.”

LASCIATI STUPIRE E AVRAI BELLE SORPRESE

Il tema delle persone che ti stupiscono si spiega da solo (e l’esperienza poi ti insegna tutto quello che non riesci nemmeno a immaginare). E quindi no, nessun pregiudizio perché alla fin fine in questo mestiere è davvero importante riuscire ad accogliere, a capire, a cambiare opinione, a non farsi condizionare (troppo) dai pregiudizi e provare a mettersi nei panni altrui.
Che non significa non imparare dal passato e non avere dei paletti con cui interpretare il comportamento delle persone, in fondo siamo chiamati a fare un po’ anche questo, vuol dire però mantenere sempre un atteggiamento aperto e concedere il beneficio del dubbio.
E poi verificare!
Provare ad andare oltre a cosa faremmo noi, ragionare con la testa del candidato (entro i limiti del buon senso, ça va sans dire).
E no, non va sempre bene, ma quando succede ne vale la pena!

UN MENTORE È PER SEMPRE

Il tema del mentore mi sta ancora più a cuore: io sono fortunata, anzi di più!
Andrea Pozzan mi ha assunta come segretaria e mi ha fatta crescere con pazienza e fiducia.
Parecchio di entrambe.
Sono 15 anni esatti che ho fatto quel colloquio con lui.
Dovevo ancora laurearmi e non avevo idea di cosa si occupasse uno studio di ricerca e selezione del personale, lo ammetto.
Ricordo benissimo il tempo che dedicava a spiegarmi gli incarichi che seguiva, mi raccontava degli incontri in azienda, mi introduceva alle varie funzioni aziendali, mi illustrava i ruoli, i rapporti gerarchici, l’organizzazione delle società che seguiva, le dinamiche produttive, i processi decisionali, la valutazione di un CV e poi anche quella delle persone a colloquio.
Mi ha condiviso il suo mondo e per me è stato entrare in universo sconosciuto.
Io in fondo ero solo la segretaria e a quel tempo le mie ambizioni non erano votate al lavoro.
Lui mi ha trasmesso anche l’”amore” per questo lavoro, anzi, più in generale mi ha dimostrato il valore di impegnarsi con il desiderio di svolgere al meglio il proprio compito e di farlo per le persone (aziende e candidati), non solo per lo stipendio fine mese intendo.
Per me, figlia di uno statale per cui il lavoro era (ed è) un male necessario, è stata una vera rivelazione.
Mi ha anche rimproverata, mi ha ripresa, mi ha corretta, mi ha messa alla prova, mi ha forzata e mi ha permesso di volare da sola.
Ha rischiato insomma, alla grande.
Io l’ho seguito, l’ho osservato, l’ho ascoltato, mi sono fidata, non ho mai pensato che non avesse più niente da insegnarmi.
Neanche quando ho lasciato il suo studio per andare a lavorare in azienda.
Nemmeno adesso che lavoriamo di nuovo insieme e io sono una libera professionista con 15 anni di esperienza alle spalle.

La mia fortuna più grande è stata incontrarlo.
Il mio merito più grande invece capire che avevo davanti una persona in grado di insegnarmi tanto.

In questo lavoro, che non c’è nessun master in grado di formarti davvero alla pratica, trovare chi ti permette di fare un buon apprendistato è fondamentale.
Pena fare tanta, tanta fatica (e tantissimi stage!).
In questo e in tanti altri lavori: se trovi un buon mentore non fartelo scappare e impara più che puoi. Più dei libri le persone fanno la differenza nel percorso professionale di ciascuno.

E ricorda che un mentore è una cosa diversa da un leader: è fondamentale questa differenza!

L’APPRENDISTATO NON FINISCE MAI

Io non sarò mai un mentore.
Non ne ho le qualità personali, pazienza ed empatia le esaurisce mio figlio e ho una inclinazione naturale al lavoro in autonomia.
Lo so e non mi sforzo di essere diversa da quella che sono anche se mi impegno per diventare sempre più collaborativa.

Però ho imparato a imparare.
Ho imparato a scovare gli insegnamenti ovunque.
So di essere brava nel mio lavoro e di aver raggiunto una certa seniority, ma una parte di me si considera in continuo apprendistato.
Non solo quando affronto progetti nuovi come ora che collaboro con Annamaria Anelli e ho trovato in lei un’altra splendida insegnante di professionalità, ma anche quando svolgo il mio lavoro quotidiano e mi confronto con Sofia, che è contrattualmente un’apprendista o seguo un incarico a quattro mani con Cristina, o domando un consiglio ad Alice. Quando vado in azienda e incontro manager e imprenditori, quando parlo con le persone a colloquio…
Facendo attenzione si scoprono insegnamenti sparsi qua e là sul nostro cammino come le briciole di Polliccino.
A volte non li vediamo perchè cerchiamo l’ufficialità, rincorriamo l’attestato, il titolo, il master… che va benissimo, ci mancherebbe. Formarsi è ESSENZIALE.
Pensare di formarsi solo in alcune fasi della propria vita e solo attraverso alcuni specifici canali è un errore.
Come lo è pensare che basti la seniority a renderci dei buoni formatori, tutor o mentori.

L’apprendistato non finisce mai.
Servono:
1- la fortuna di incontrare (e riconoscere) persone competenti e diverse da noi,
2- la disponibilità a cambiare punto di vista,
3- il coraggio di uscire dall’area di confort,
4- nessuna vergogna di sbagliare o chiedere