Glassdoor, la trasparenza per chi cerca lavoro e l’Employer Branding

La scorsa settimana ho partecipato a due eventi legati al mondo del lavoro: la conferenza stampa dedicata al lancio in Italia di un nuovo portale per la ricerca di lavoro, GLASSDOOR e un convegno sull’employer branding.
In questo articolo vi racconto cos’è Glassdoor e come può aiutarci nella ricerca di un posto e di un datore di lavoro da amare e vi riporto alcune considerazioni che ho fatto rispetto al nostro sistema lavoro e all’evoluzione che è chiamato a fare. E che ci riguarda anche come singoli.

GLASSDOOR E IL SENTIRE DI CHI LAVORA

Glassdoor è uno dei più grandi siti a livello globale per la ricerca di lavoro e per la selezione di personale.

“La nostra missione è aiutare le persone in tutto il mondo a trovare il lavoro e l’azienda che amano.”

Lo fa puntando sulla trasparenza che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) il posto di lavoro.
Cosa significa?
Significa che su Glassdoor le aziende pubblicano inserzioni e promuovono il proprio employer branding e voi potrete inserire una recensione rispetto a politiche retributive, organizzazione, gestione interna, politiche di crescita, clima aziendale e altri insight delle società in cui avete lavorato.
Volendo banalizzare: è il Tripadvisor del mercato del lavoro.
Ne consegue che, così come quando si cerca un ristorante si valutano le recensioni di chi c’è già stato, in modo simile le persone su Glassdoor possono informarsi meglio sulle opportunità e sulle aziende per cui si candidano.
Che ne dite? Vi sconfinfera questa idea?

Nell’ambito del suo lancio in Italia avvenuto il 26 settembre 2019, Glassdoor ha condotto una ricerca online tra oltre 750 persone occupate e in cerca di lavoro nel mercato italiano e alcuni dei dati emersi sono questi:

  • L’85% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che la realtà lavorativa tende a differire rispetto alle aspettative generate in fase di colloquio: insomma, a colloquio si erano fatte un’idea dell’azienda che poi non si è dimostrata tale.
  • Il 77% delle persone in cerca di lavoro e degli occupati dichiara di trovare utile leggere le recensioni dei dipendenti attuali o precedenti di un’azienda quando deve decidere dove andare a lavorare.
  • Il 86% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che trovare la giusta cultura aziendale è più importante che guadagnare di più.
  • Il 63% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti, in riferimento al lavoro attuale o al più recente, afferma di non aver negoziato il proprio stipendio e di aver accettato il salario offerto nella proposta d’impiego.

Alla fine di questa lettura le mie considerazioni sono state queste:

  • la cultura del lavoro in Italia ha bisogno di evolvere perché è ancora legata a un concetto di “padrone vs lavoratore” dove il datore di lavoro esercita un potere quasi malvagio sui propri collaboratori; dove il lavoro è un male necessario a cui bisogna prestarsi (o prostrarsi); dove in un processo di selezione a valutare pare essere solo l’azienda (che ha il cosiddetto coltello dalla parte del manico).
  • le funzioni HR e le società di mediazione (recruiter e head hunter) dovrebbero essere i primi attori chiamati in causa per ristabilire il giusto equilibrio all’interno del processo di recruiting. Dipingere una realtà che non esiste o omettere informazioni rilevanti ai candidati non è una strategia lungimirante nel medio-lungo termine, sembra banale da dire ma il sondaggio ci fa capire che così banale non è.
  • sempre parlando alle HR il tema dell’Employer Branding si fa pressante non solo per reclutare giovani talenti, ma ne parlo tra poco.
  • chi cerca lavoro deve smettere di sentirsi vittima di un sistema brutto e cattivo e iniziare a diventare fautore della sua stessa crescita e carriera. La capacità negoziale di chi cerca lavoro è direttamente e strettamente collegata a ciò che ha da offrire a chi lo vuole assumere.
    Quindi:
    • Abbiate molto da offrire.
    • Prendete coscienza che siete parte in gioco di un processo di valutazione in cui dovete fare domande, raccogliere informazioni, analizzare le prospettive e, a monte, chiedervi e fare chiarezza su ciò che volete.

Alla fine di queste considerazioni che non vogliono limitarsi a provocare ma fungere da stimolo per pensare a cosa cambiare del proprio atteggiamento per ottenere risultati differenti e per migliorare il mondo del lavoro, la mia opinione rispetto a una piattaforma come Glassdoor è ambivalente.

È certo che, nelle intenzioni, questo strumento risponderebbe a un bel po’ di quei mal di pancia descritti prima rendendo possibile a chi cerca lavoro la raccolta di informazioni necessarie a ponderare con attenzione una scelta (o a influenzarla…).

La mia domanda è: siamo in grado di usare una piattaforma di questo tipo con responsabilità e rispetto per la sua funzione? Sapremo davvero valorizzare l’opportunità di trasparenza che ci offre?
O diventerà per le aziende una vetrina dove farsi belle e per i dipendenti l’opportunità per sparare a zero in incognito contro un datore di lavoro con cui non ci si è trovati bene?

EMPLOYER BRANDING, CHE NON È LO SMART WORKING E NON È LA PUBBLICITA’

A proposito di Employer Branding (ovvero la reputazione che un’azienda ha come luogo di lavoro), vi riporto alcuni concetti che ho fatto miei ascoltando manager delle RU e del MKTG che hanno capito che fare Employer Branding non significa (solo) fare comunicazione per attrarre talenti.
Non significa nemmeno far sfoggio dei benefit previsti, mettere a punto slogan accattivanti, concedere lo smart working e il maggiordomo aziendale, aprire la palestra e il nido interno.

L’Employer Branding si basa sulla COERENZA tra quanto l’azienda promette o comunica e ciò che i giovani (e non solo loro) trovano, dopo essere stati assunti.

L’Employer Branding inoltre non deve essere la strategia per pescare i giovani di potenziale, non è insomma uno strumento a disposizione solo del cosidetto talent acquisition. Che poi, come diceva giustamente l’HR Manager di Carel Spa: i talenti non esistono e le aziende dovrebbero prendersi la responsabilità di formare e far crescere le persone che meglio rispondono al contesto aziendale, che meglio vi si adattano, e smettere di cercare il candidato perfetto.
L’obiettivo dell’Employer Branding quindi non è di creare un’immagine attrattiva per chi è fuori dall’azienda, anzi, in primis dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro di chi già lavora in azienda. In questo modo saranno i dipendenti stessi i primi testimoni e garanti del brand aziendale (magari proprio usando Glassdoor).


Insomma, alla fine dell’evento è risultato chiaro che per chi cerca lavoro, giovani e meno giovani, ciò che conta sono le persone con cui si lavora, la cultura aziendale (che porta con sé anche i valori) e la visione.

Persone, cultura e visione fanno la differenza, generano fiducia ed engagement.

COSA POSSIAMO FARE NOI?

Nel nostro paese il sistema lavoro da una parte tutela i diritti e dall’altra ingessa la mobilità di chi lavora. È inoltre un sistema dove il datore di lavoro è visto spesso come il “nemico” da cui guardarsi le spalle o peggio ancora da fregare.
Allo stesso modo l’impresa ogni giorno è chiamata a scendere a patti con vincoli e norme che ne limitano la libertà di azione e la flessibilità di fronte al mutare delle condizioni del mercato.
Niente di peggio come l’atteggiamento negativo che si genera da queste percezioni per affrontare un cambiamento volto a creare un clima di collaborazione e fiducia, di onestà e crescita.
Io credo che le aziende, e con loro le società di intermediazione, abbiano una responsabilità privilegiata nel muovere il primo passo verso un’evoluzione culturale.

Come?
La trasparenza e una comunicazione più diretta e autentica sono il primo passo a cui sto pensando.
Ma sono sicura che ci sia molto altro da fare fin da subito senza necessariamente dover aprire una palestra interna.

Però tocca anche a noi, ognuno è chiamato a fare la propria parte. Non è un appello populista ma l’unica cosa che possiamo fare diversa dal lamentarci e dal criticare: contribuire ogni giorno per un mondo del lavoro meritocratico agendo a nostra volta la trasparenza e la fiducia, mantenendoci sempre attivi sul mercato del lavoro, usando oggettività quando su Glassdoor andremo a scrivere la nostra recensione, confrontandoci in modo autentico all’interno di un iter di selezione e contribuendo con il nostro lavoro alla crescita delle società in cui operiamo, diventando noi stessi parte attiva dell’attività di Employer Branding aziendale.


Ripeto e chiudo: non so se siamo pronti all’arrivo di uno strumento così democratico come Glassdoor ma mi piace pensare che un portale come questo possa aiutarci a diventarlo. E mi piace pensare che l’employer branding non sia un’attività appannaggio delle aziende che possono dotarsi di benefit invidiabili ma il modo con cui la Direzione/proprietà, l’HR e la Comunicazione uniscono idee, sensibilità, competenze e risorse per rendere l’azienda un luogo migliore, il migliore possibile.

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Nuove parole per chi cerca lavoro, nuove orecchie per chi assume: è tempo di cambiare

“Ho fallito in passato e oggi devo rimettermi in gioco ma come faccio a spiegarlo?”
“Sono stata fuori dal mondo del lavoro per crescere i miei figli e ora non so come rientrare, ho paura che nessuno capirebbe la mia scelta”
“Ho capito che il mio lavoro non mi soddisfa e ora voglio cambiare strada ma non so come scrivere il mio CV”
“Cerco da tempo di cambiare lavoro ma è come se fossi trasparente sul mercato, temo che il mio profilo sia banale”
” Il mio percorso professionale non è lineare e non so come raccontarlo in modo convincente a chi mi deve assumere”


Potrei andare avanti a lungo, sono frasi che ci toccano perché una o l’altra pizzicano il nostro vissuto o quello di qualcuno che conosciamo.
Spesso non è facile trovare le parole giuste per trasmettere tutto quello che abbiamo dentro e tutto quello che possiamo dare ma soprattutto per spiegare scelte e accadimenti che “macchiano” il nostro percorso professionale o accademico.


Dall’altra parte abbiamo chi (mi includo perché sono frutto della cultura, del mercato e della società in cui sono professionalmente cresciuta):

“Non lavora da 5 anni, non posso presentarla in azienda”
“Non ha il titolo di studio richiesto”
“Ha cambiato lavoro troppo spesso, forse qualcosa non va”
“Ha accettato un downgrade importante, avrà avuto dei problemi?”
“A questa età sarà difficile ricominciare…”

Il mix tra “non so come dirlo” e “non voglio/posso ascoltare” ha un esito abbastanza scontato. 

NESSUN BUONISMO

Questo non è un articolo che vuole strappare lacrime o like e nemmeno mira far sciogliere i cuori dei recruiter o delle aziende che assumono.
Questo è un post che parla di competenze e di cambiamento (il più difficile, quello culturale).

Dobbiamo sviluppare nuove competenze e dobbiamo farlo tutti: chi offre e chi cerca lavoro perché solo così potremo intaccare schemi antichi e far evolvere il mercato e la cultura del lavoro.

Chi non si impegnerà in questa direzione (quella della comunicazione e del cambiamento) sarà penalizzato, senza dubbio e senza giustificazioni.
Chi continuerà a compilare – magari pure male – il CV in formato europeo, chi non farà lo sforzo di rendersi presentabile e desiderabile, chi pubblicherà inserzioni che non spiegano il ruolo e non fanno intendere niente dell’azienda/funzione/settore, i recruiter che non instaureranno un rapporto di trasparente collaborazione con chi cerca lavoro, chi selezionerà utilizzando i soliti vecchi stereotipi: nessuno di loro potrà trovare uno spazio di rilevanza nel mondo del lavoro.
Perché comunicare bene non è più una competenza accessoria, non è più la collana sopra un bel vestito ma è il vestito stesso. Il tuo vestito (sia tu una persona che cerca lavoro, un recruiter o l’HR di un’azienda).

Faccio subito un inciso: non credo che la buona comunicazione sia la panacea di tutti i mali, di certo non chiuderà il buco nell’ozono (non da sola intendo). Prima e accanto a qualsiasi buona comunicazione ci vuole qualcosa da comunicare: la sostanza è imprescindibile.
Le competenze per chi cerca lavoro sono necessarie, a ognuno per il proprio livello di esperienza. Quindi no, non si trova lavoro imparando a comunicare e non trova lavoro solo chi sa farlo. La comunicazione serve a veicolare un contenuto, un valore: se quel contenuto manca si chiama fuffa e non è cosa di cui trattiamo qui.

Allo stesso modo va detto che alcuni stereotipi purtroppo nascono e fioriscono sulla base di comportamenti reali che si sono perpetrati: da parte dei candidati e da parte dei datori di lavori. Le scorrettezza siamo schietti, la troviamo da ambo le parti e chi fa il mio lavoro lo sa perché assiste dalla prima fila ai colpi bassi di una e dell’altra parte.
Il mercato del lavoro quindi non è solo difficile ma è anche sporco perché pieno di rancore, paure, frustrazioni che vi assicuro, sono legittime e sono dei giocatori di ambedue le squadre in gioco.
Il problema è che non possiamo aspettare sempre che siano gli altri a cambiare per primi. 
E oggi il cambiamento che vi suggerisco e che è già alla vostra portata riguarda il trovare le parole giuste e ascoltare con orecchie nuove.


PAROLE NUOVE PER CHI SI COMUNICA

Saper argomentare le proprie scelte, i cambi di rotta, le caratteristiche personali, le ambizioni, i propri valori non è qualcosa che spetta solo a chi è estroverso o a chi ama chiaccherare. 
Scrivere un CV efficace non può essere appannaggio di chi in Italiano aveva 8 e agli altri il formato europeo.
E un profilo LinkedIn mezzo vuoto e lasciato là non serve a niente.
Ma soprattutto è possibile comunicare bene anche decisioni e momenti del proprio percorso che risultano più critiche o delicate da affrontare.
È possibile trasformare quello che a noi sembra un intoppo in un punto di valore.
Senza giustificare, senza omettere, senza inventare.
Senza vergogna.
Trovare le parole si può e non bisogna essere dei copy per farlo.
Certo, servono allenamento e pazienza, talvolta serve un aiuto e un supporto, qualcuno che faccia da guida e tenga in mano la penna, ma prima di tutto serve consapevolezza: essere consapevoli che si può dire anche ciò che non sappiamo spiegare. E desiderare farlo.
Dopo aver maturato la consapevolezza, che porta sempre con sé l’amica volontà, allora si può davvero agire e lavorare su di sé e sulla propria comunicazione.

Come?
Non è necessario pagare un super coach (anche se può essere una delle strade): viviamo dentro a un mondo che gira intorno al marketing e alla comunicazione, o forse siamo noi a orbitarci intorno ma poco cambia perché è sufficiente, per iniziare, osservare e ascoltare, prestare attenzione. E poi leggere, approfondire, aprirsi al dialogo, imparare da chi già lo fa e, come dice un libro meraviglioso, rubare come un’artista.
Ma su questo punto vi rimando alla fine perché ho due suggerimenti molto più pratici da darvi.


ORECCHIE NUOVE PER CHI ASSUME E GESTISCE

Passiamo ora dall’altra parte della barricata, dalla mia parte.
Che lo so bene, quando ricerchiamo un nuovo collaboratore abbiamo una serie di vincoli e requisiti da mettere insieme che manco per trovare il partner siamo così selettivi.
Deve possedere competenze precise e specifiche eccellenti, incarnare qualità personali da premio nobel per la pace, avere un percorso lineare che dimostri fedeltà e abnegazione e, nel caso di donna, non aver certi grilli per la testa, tipo la sopravvivenza della specie umana, e però se non è sposata ci sorge il dubbio che ci sia qualcosa che non va perché sai com’è, le zitelle…
Sì sto estremizzando e ironizzando ma chi scrive, per la legge, è una ragazza madre quindi l’ironia non vuole mancare di rispetto a nessuno.

So che mi sto muovendo sulle uova parlando di questi temi quindi mi limito a una constatazione a un invito: il mondo del recruiting sta cambiando eppure spesso resta ancorato a vecchi pregiudizi e stereotipi che in altri paesi sono già diventati letame per concimare la terra. 
Qui no. 
Non ancora, non ovunque, non per tutti.
Io sono speranzosa.  

Orecchie nuove e nuovi occhi per guardare oltre sono indispensabili a noi che lavoriamo nel mondo delle HR per contribuire a far evolvere la cultura del lavoro nel nostro paese.

Non sarà sufficiente ma noi che facciamo questo mestiere siamo i primi a dover muovere il culo. Io quantomeno lo penso.
Il nostro ruolo comporta una responsabilità e il superamento del mero compito da eseguire. E non perché siamo più bravi ma perché abbiamo scelto – spesso lottando – di lavorare con e per le persone.
Perché c’è una cultura del lavoro che mi porta ancora oggi a sentire candidati che cercano di ottenere un’offerta di lavoro solo per andare dal proprio titolare a contrattare una promozione. O aziende che mi chiedono collaboratori che non debbano assentarsi per maternità.
Non è la regola per fortuna ma gli stereotipi sono tanti, milioni di milioni come cantava un antico spot pubblicitario di quando ero bambina.
Io per prima mi sono accorta di dover sfoderare le orecchie e di dover mettere da parte tante convinzioni per aprirmi agli altri.
E non sono diventata più buona nel farlo, solo sto imparando ad ascoltare di più e a pensare prima di parlare, a indossare le scarpe degli altri quantomeno per gestire le relazioni. Perché alla fine, in ogni selezione, ne passa solo uno (quando va bene).
Ascoltare con orecchie nuove significa:

  • valutare senza giudicare,
  • approfondire i “perché” e non solo i “cosa”,
  • lavorare con e per i candidati, non solo per il cliente che ci paga
  • contribuire ogni giorno a intaccare una mentalità vecchia che ritiene il lavoro un male necessario e le persone mera forza lavoro.


COME FARE

La riflessione per questo articolo è nata ascoltando un podcast dedicato a chi cerca lavoro.
Anna Maria Anelli ha realizzato 6 puntate dedicate a chi deve comunicarsi sul lavoro e non sa come spiegare, argomentare, scrivere scelte difficili, situazioni di difficoltà, fallimenti, paure…
Si intitola Le Parole per Farlo e potete ascoltarlo su Storytel, il primo mese di ascolto è gratuito quindi non dovrete spendere un euro per fare vostra questa preziosa raccolta di interviste che vi aiuterà a trovare le parole e a capire come si può comunicare qualcosa che, a prima vista, è più simile a una macchia di sugo sulla camicia bianca che a una cravatta dal nodo perfetto (registrati qui).


Però io consiglio questo ascolto anche a chi fa selezione (da volerli quasi obbligare), a chi assume, a chi cerca e valuta collaboratori perché non basta che i candidati imparino a scegliere le parole giuste se chi legge e ascolta usa criteri vecchi.

Le Parole Per Farlo – Anna Maria Anelli – Storytel

Il podcast di Anna Maria oltre ad aiutarvi vi emozionerà per la forza, il garbo e la profondità con cui tratta tematiche molto delicate e a tratti dolorose ma vive e reali.
Ascoltarla significherà prima o poi immedesimarsi in una delle storie che si susseguono, sentirne il carico emotivo e scoprire che c’è un modo per non escluderle dal proprio racconto professionale.
Le sue interviste vi infonderanno una consapevolezza nuova, quella del “si può!”.
Si può dire. Si può fare. Si può cambiare.
Con le parole.
È un regalo quello che vi farete, garantito al limone.

Piccolo spazio pubblicità: ho aperto un canale Telegram per VOI

Se poi vorrete approfondire più in concreto le tematiche sopracitate io vi suggerisco in modo assolutamente autoreferenziale il mio canale Telegram, fresco fresco di nuova apertura: ho deciso di creare uno spazio dove condividere suggerimenti, stimoli, buone pratiche e indicazioni a chi vuole comunicarsi meglio per e sul lavoro. Un contenitore di note vocali che possono farvi compagni la mattina quando andate al lavoro e che hanno lo scopo di parlare di comunicazione personale (personal branding) ai non addetti ai lavori. Lo trovi qui o cercando Personal HR.

Buon ascolto.

Autentici e trasparenti: quello che bisogna dire in un processo di selezione (e mi rivolgo a tutti!)

È risaputo, noi recruiter veniamo spesso accusati di stitichezza rispetto alle informazioni che forniamo ai candidati: le inserzioni non spiegano, a colloquio siamo approssimativi e soprattutto non diamo mai una risposta a chi non viene scelto. Stitici, e pure insensibili. Mi trovo abbastanza allineata con le recriminazioni (possiamo migliorare molto) e credo che uno dei cambiamenti necessari all’interno del processo di selezione sia l’inclusione del candidato quale soggetto attivo, che valuta e sceglie tanto quanto valutano e scelgono le aziende. Perché se è vero che la domanda è quella dell’azienda e ad offrire sono i candidati, è giusto che l’offerta abbia voce in capitolo e sia messa nella condizione di conoscere, scegliere, ponderare. Insomma, le parti in gioco sono due (tre se consideriamo sto povero recruiter) e non è sempre detto che il coltello sia in mano delle aziende. Quantomeno per il tipo di figure che cerco io (progettisti meccanici e compagnia bella, confessate…). Per questo diventa sempre più importante, anzi fondamentale- quello che il recruiter -e l’azienda- comunica al candidato, le informazioni che fornisce non solo relativamente al ruolo e alle mansioni previste ma anche rispetto al contesto, all’organizzazione interna, al tipo di gestione (manageriale o padronale), alla solidità finanziaria, ai valori, al clima, alle prospettive di crescita e via dicendo… E saranno avvantaggiate quelle aziende che sapranno essere allettanti e che sapranno costruire e comunicare il proprio employer branding, anche attraverso i recruiter. L’autenticità -da ambo i lati- è il primo passo di ogni inserimento ben riuscito. E adesso mi rivolgo ai recruiter: convincere un candidato della bontà di una posizione solo per chiudere una ricerca è un boomerang che torna indietro e ti prende di spigolo dietro l’orecchio, avete presente il male? Quindi se l’ambiente è teso diciamolo, se l’azienda ha sofferenze finanziarie diciamolo, se servono spalle larghe o spioventi diciamolo, spieghiamo la realtà e ragioniamo con i candidati per capire insieme se può essere comunque una buona opportunità o se è meglio attendere altro. Questo approccio, utile nell’immediato, si rivela strategico in una prospettiva di collaborazione a lungo termine con professionisti che, è garantito, ci capiterà di incrociare su altri incarichi. Detto questo -lo so, potremo andare avanti a frustrare i recruiter e le aziende ancora a lungo- consideriamo anche l’altra faccia della medaglia e cioè quello che il candidato dovrebbe dire a chi lo sta selezionando. TUTTO!!!  Esatto, tutto perdindirindina. Prendeteci come il vostro avvocato: più cose sappiamo e più facile sarà per noi portare avanti bene la vostra candidatura. Questo post nasce dall’esperienza e dalla frustrazione che nasce quando una serie di informazioni arriva male o emerge troppo tardi. E quindi ora vi elenco le cose che a volte sono costretta ad estorcere e quelle che invece, fatico a intercettare e che spesso decretano il fallimento di una selezione. Partiamo dai basics:
  • il nome dell’azienda in cui lavorate attualmente: sì, c’è ancora qualcuno che sul CV non lo scrive e che a colloquio tentenna… e poi magari ha il profilo completo e in chiaro su Linkedin;
  • inquadramento, stipendio (meglio se a colloquio comunicate la vostra RAL – retribuzione annua lorda), benefit, bonus o premi, fee commerciali, assicurazioni, pacchetto welfare, straordinari, concessioni particolari e tutto quello che concorre a formare il vostro pacchetto retributivo e la vostra serenità finanziaria, incluso quale aumento vi aspettate. Siate non solo trasparenti, ma anche preparati su questo punto, perché ogni rettifica fatta in un secondo momento -e di solito sono rettifiche al rialzo- non è mai ben vista;
E ora passiamo a informazioni più delicate, che vanno “gestite”:
  • i motivi che vi hanno portato a cambiare azienda nel passato, eventuali periodi di pausa, licenziamenti passati o esperienze molto brevi: non è bella la sensazione dover rendere conto a qualcuno delle proprie scelte o di quelle subite, pare di doversi giustificare, ma non è mai questo l’obiettivo di un colloquio, credetemi. Se oscurate qualche passaggio e, nelle fasi successive emerge, il pericolo è che venga oscurata la vostra immagine. Inoltre ricordatevi sempre che finché raccontate voi i fatti, siete voi che gestite l’informazione e che la controllate, tutto quello che invece salta fuori in altro modo, quello che viene “scoperto”, smette di essere nelle vostre mani e a voi non resta altro che giustificarvi: per il fatto in sé e per non averlo raccontato prima.
  • le ambizioni: che non è detto combacino con il ruolo proposto nella selezione in cui siete coinvolti, ma non per questo dovete mentire o glissare. Capita di rendersi conto solo a colloquio che i propri desideri non siano in linea con l’offerta del recruiter e capita che, l’urgenza di cambiare o il desiderio di non deludere o ancora la voglia di accedere al colloquio in azienda, ecc… porti a dissimulare le reali aspirazioni. L’esito non è mai positivo: se anche la selezione dovesse andare bene alla fine vi ritrovereste i prescelti per un lavoro che non soddisferà le vostre ambizioni.
  • se state valutando altre opportunità (o se arrivano altre proposte durante l’iter di una selezione): non dovete dire il nome dell’azienda o i dettagli della proposta ma sarebbe carino che voi comunicaste al recruiter lo stato dell’arte. Mettendolo nella condizione di agire di conseguenza e quindi concordando con lui se accellerare i tempi oppure ammettendo che il vostro interesse è venuto meno. Saperlo a conti fatti non è bello. Su questo punto spenderei pure una metafora, e mi rivolgo ai maschi ma vale pure per le femmine: pensate a quando state corteggiando una donna, non lo sapete ancora se è la donna giusta ma siete in reciproca esplorazione e corteggiamento. Magari fiorisce, magari no… ma se vi buttate sulla prima bionda che passando vi fa l’occhiolino non lo saprete mai. Però non è questo il punto, che magari fate pure bene ad andare con la bionda procace, ci mancherebbe. Il punto è che se siete dei gentiluomini avviserete di certo la corteggiata che il vostro cuore se lo sta portando via qualcun altro. È questione di galanteria, o professionalità a seconda che si stia dentro o fuori della metafora. Che poi non si sa mai il futuro… certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, ma solo se c’è rispetto reciproco.
E infine ricordate di dire:
  • se siete già stati contattati per la stessa posizione da qualche altro head hunter o società di selezione;
  • se avete già avuto in passato contatti o colloqui con l’azienda che vi viene proposta;
Tutte queste informazioni, che vanno oltre l’esposizione del proprio CV,  servono al recruiter per gestire al meglio la selezione, l’eventuale trattativa economica, il vostro possibile inserimento e la definizione delle condizioni di assunzione. Oppure per proporvi qualcosa di diverso e più centrato quando ce ne sarà la possibilità, instaurando un rapporto che non è fine a quella specifica ricerca ma che diventa quasi consulenziale rispetto alla vostra crescita e/o soddisfazione professionale. Questo è quello che succede nel mio mondo ideale, quello in cui noi recruiter non siamo solo un intermediario ma collaboriamo con aziende e candidati per garantire il miglior risultato a entrambi (che poi è anche il nostro miglior risultato, quello che evita il boomerang sulla coppa, come si dice qui). Nel mondo reale però non è tutto scontato, lo so, quindi la mia proposta è: collaboriamo, tutti dico! Facciamo in modo di non considerare l’altra parte solo un fornitore di teste (un mio ex titolare diceva “di culi” ma non l’ho mai trovato un bel dire), una risorsa da piazzare per fatturare, un filtro inutile e incompetente. Puntando all’autenticità e alla trasparenza, da tutti i lati, ne potrebbe nascere una relazione garbata e a tratti piacevole che darà i suoi frutti al momento giusto.

Consulenze sospese per maternità

Ebbene sì, chiudo per maternità.
Siamo agli sgoccioli, non voglio fissare impegni e doverli posticipare perchè il/la pargolo/a decide di anticipare l’entrata (o meglio l’uscita) in scena.

Nei mesi di MARZO, APRILE E MAGGIO le revisioni del CV e le consulenze Insights Discovery saranno sospese.

Farò il possibile per pubblicare qualche post ma avrete pazienza se saranno un po’ radi.

(Soc)chiudo i battenti per un po’ e vi auguro buona continuazione! 🙂

Vuoi crescere sul lavoro? Trova un buon mentore e…

Ieri è uscita una mia intervista sul blog di Valentina Crociani, ripercorre un po’ della mia storia professionale.
A rileggerla mi ha fatto uno strano effetto: ne è passata di acqua sotto i ponti!

Valentina mi ha chiesto di dare un consiglio a chi vorrebbe intraprendere la mia stessa professione di recruiter.
Vi copio la risposta:

“I preconcetti in questo lavoro non aiutano, neanche quelli veri! Le persone ti stupiranno sempre.
Inoltre, se incontri un buon mentore non mollarlo: io sono stata fortunata, ho trovato chi ha creduto in me e mi ha aiutata a crescere, dalla gavetta fino a qui. Il più bel regalo che ti può fare il mondo del lavoro è quello di farti incontrare qualcuno così. Quando lo si trova bisogna fidarsi e imparare quanto più possibile.”

LASCIATI STUPIRE E AVRAI BELLE SORPRESE

Il tema delle persone che ti stupiscono si spiega da solo (e l’esperienza poi ti insegna tutto quello che non riesci nemmeno a immaginare). E quindi no, nessun pregiudizio perché alla fin fine in questo mestiere è davvero importante riuscire ad accogliere, a capire, a cambiare opinione, a non farsi condizionare (troppo) dai pregiudizi e provare a mettersi nei panni altrui.
Che non significa non imparare dal passato e non avere dei paletti con cui interpretare il comportamento delle persone, in fondo siamo chiamati a fare un po’ anche questo, vuol dire però mantenere sempre un atteggiamento aperto e concedere il beneficio del dubbio.
E poi verificare!
Provare ad andare oltre a cosa faremmo noi, ragionare con la testa del candidato (entro i limiti del buon senso, ça va sans dire).
E no, non va sempre bene, ma quando succede ne vale la pena!

UN MENTORE È PER SEMPRE

Il tema del mentore mi sta ancora più a cuore: io sono fortunata, anzi di più!
Andrea Pozzan mi ha assunta come segretaria e mi ha fatta crescere con pazienza e fiducia.
Parecchio di entrambe.
Sono 15 anni esatti che ho fatto quel colloquio con lui.
Dovevo ancora laurearmi e non avevo idea di cosa si occupasse uno studio di ricerca e selezione del personale, lo ammetto.
Ricordo benissimo il tempo che dedicava a spiegarmi gli incarichi che seguiva, mi raccontava degli incontri in azienda, mi introduceva alle varie funzioni aziendali, mi illustrava i ruoli, i rapporti gerarchici, l’organizzazione delle società che seguiva, le dinamiche produttive, i processi decisionali, la valutazione di un CV e poi anche quella delle persone a colloquio.
Mi ha condiviso il suo mondo e per me è stato entrare in universo sconosciuto.
Io in fondo ero solo la segretaria e a quel tempo le mie ambizioni non erano votate al lavoro.
Lui mi ha trasmesso anche l’”amore” per questo lavoro, anzi, più in generale mi ha dimostrato il valore di impegnarsi con il desiderio di svolgere al meglio il proprio compito e di farlo per le persone (aziende e candidati), non solo per lo stipendio fine mese intendo.
Per me, figlia di uno statale per cui il lavoro era (ed è) un male necessario, è stata una vera rivelazione.
Mi ha anche rimproverata, mi ha ripresa, mi ha corretta, mi ha messa alla prova, mi ha forzata e mi ha permesso di volare da sola.
Ha rischiato insomma, alla grande.
Io l’ho seguito, l’ho osservato, l’ho ascoltato, mi sono fidata, non ho mai pensato che non avesse più niente da insegnarmi.
Neanche quando ho lasciato il suo studio per andare a lavorare in azienda.
Nemmeno adesso che lavoriamo di nuovo insieme e io sono una libera professionista con 15 anni di esperienza alle spalle.

La mia fortuna più grande è stata incontrarlo.
Il mio merito più grande invece capire che avevo davanti una persona in grado di insegnarmi tanto.

In questo lavoro, che non c’è nessun master in grado di formarti davvero alla pratica, trovare chi ti permette di fare un buon apprendistato è fondamentale.
Pena fare tanta, tanta fatica (e tantissimi stage!).
In questo e in tanti altri lavori: se trovi un buon mentore non fartelo scappare e impara più che puoi. Più dei libri le persone fanno la differenza nel percorso professionale di ciascuno.

E ricorda che un mentore è una cosa diversa da un leader: è fondamentale questa differenza!

L’APPRENDISTATO NON FINISCE MAI

Io non sarò mai un mentore.
Non ne ho le qualità personali, pazienza ed empatia le esaurisce mio figlio e ho una inclinazione naturale al lavoro in autonomia.
Lo so e non mi sforzo di essere diversa da quella che sono anche se mi impegno per diventare sempre più collaborativa.

Però ho imparato a imparare.
Ho imparato a scovare gli insegnamenti ovunque.
So di essere brava nel mio lavoro e di aver raggiunto una certa seniority, ma una parte di me si considera in continuo apprendistato.
Non solo quando affronto progetti nuovi come ora che collaboro con Annamaria Anelli e ho trovato in lei un’altra splendida insegnante di professionalità, ma anche quando svolgo il mio lavoro quotidiano e mi confronto con Sofia, che è contrattualmente un’apprendista o seguo un incarico a quattro mani con Cristina, o domando un consiglio ad Alice. Quando vado in azienda e incontro manager e imprenditori, quando parlo con le persone a colloquio…
Facendo attenzione si scoprono insegnamenti sparsi qua e là sul nostro cammino come le briciole di Polliccino.
A volte non li vediamo perchè cerchiamo l’ufficialità, rincorriamo l’attestato, il titolo, il master… che va benissimo, ci mancherebbe. Formarsi è ESSENZIALE.
Pensare di formarsi solo in alcune fasi della propria vita e solo attraverso alcuni specifici canali è un errore.
Come lo è pensare che basti la seniority a renderci dei buoni formatori, tutor o mentori.

L’apprendistato non finisce mai.
Servono:
1- la fortuna di incontrare (e riconoscere) persone competenti e diverse da noi,
2- la disponibilità a cambiare punto di vista,
3- il coraggio di uscire dall’area di confort,
4- nessuna vergogna di sbagliare o chiedere

Agosto: il capodanno dei lavoratori e 3 libri interessanti

31 agosto: il capodanno di chi lavora (inclusi gli studenti, che secondo mio papà “quando vai a scuola, la scuola è il tuo lavoro!”).

La data potete spostarla e personalizzarla a seconda del vostro lavoro.
Per me più che un giorno si tratta di tutto il periodo che va dalle pre-ferie, che continua durante le vacanze e che termina alla ripresa dell’attività lavorativa ma che ha il suo apice nella prima fase (il pre-ferie).

E se a capodanno (quello classico intendo) si fanno bilanci e si compilano liste di buoni propositi, nel mio agosto è più o meno la stessa cosa.

Fin da quando andavo a scuola vivevo la fine dell’estate redigendo mentalmente un elenco di cose che, alla ripresa degli studi, avrei fatto meglio:

  • avrei tenuto in ordine i quaderni,
  • non avrei perso le penne,
  • avrei annotato scrupolosamente tutto sul diario,
  • avrei studiato dal primissimo giorno,
  • mi sarei organizzata per prendere appunti secondo il metodo delle mappe mentali,
  • ecc…

Poi si sa, alcune cose vanno e altre no ma questo non mi ha mai scoraggiata.
Partivo ogni anno carica di entusiasmo e non necessariamente triste perché erano finite le vacanze (anche se le vacanze non durano mai abbastanza, ca va sans dire).

Con la fine degli studi e l’inizio del mio percorso lavorativo questa abitudine è un po’ scemata.
Diciamo che da dipendente l’impulso di svecchiamento era meno forte (purtroppo).
Da freelance invece l’esigenza di rinnovamento si è ripresentata puntuale, con la stessa potenza del sole all’alba di un giorno limpido e fresco.

Ora vi spiego come ho imparato a gestire questa spinta, che nasce da un rito infantile ma non per questo ha meno valore di tante altre attività motivazionali. Anzi, per me è stato prezioso riuscire a trasformarla in un’occasione di formazione e di rimessa a punto degli obiettivi (vecchi e nuovi).

COME FUNZIONA IL MIO AGOSTO?

Innanzitutto con il mio compagno abbiamo deciso di andare in ferie a fine mese (entrambi possiamo pianificarci, siamo fortunati), quindi diciamo che l’ultima settimana stacco, la testa quantomeno. 😉

Delle altre 3 settimane:

  • la prima è classicamente un’esplosione di fuochi d’artificio: dal primo al 10 pare che dobbiamo rivoluzionare il mercato del lavoro, le aziende lanciano ricerche nuove urgentissime o pressano per chiudere quelle aperte, insomma si lavora duro!
  • i restanti giorni che mi separano dalle vacanze coincidono con la chiusura della maggior parte dei nostri clienti e pure i candidati da un paio d’anni a questa parte se ne vanno in ferie (buon segno), di conseguenza in ufficio è la quiete dopo 11 mesi di tempesta. Voi non avete idea del bene che si sta.

Questo lasso di tempo è il mio capodanno: 10-15 giorni di cui posso gestire liberamente almeno l’80% del tempo per prepararmi bene alla ripresa.
E questo è un periodo dell’anno che, da quando lavoro in proprio, considero sacro e inviolabile.
È il tempo per me professionista, non per i miei clienti o per i miei candidati.
Tempo sacro e inviolabile.

PERCHÈ

Perché mi piace pensare che a settembre inizierà qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso.
Sono gialla-insights, ve lo ricordo, nel mio universo non è concepito che una cosa si ripeta ogni anno uguale a se stessa, non esiste proprio.
Io voglio (ne ho bisogno) di tornare al lavoro carica di energia e di obiettivi nuovi, e non di nostalgia per le belle giornate tra i monti e con un occhio già alle vacanze natalizie.

COSA FACCIO QUINDI?

In questi giorni di pace e “totale auto-gestione” io studio, faccio esercizi e scrivo.
Principalmente questo.
Compro libri/e-book o leggo quelli che avevo acquistato mesi prima e non avevo mai trovato il tempo di leggere.
Opto per dei manuali molto concreti, nessuna Bibbia del recruitment per intenderci e nemmeno la biografia del buon Jung.
Poca e selezionata teoria e molta pratica!
Quest’anno ho scelto 4 libri, non specifici del mio lavoro ma utili a lavorare meglio.
Me li sono letti in ufficio, ho schematizzato quando serviva, ho fatto gli esercizi previsti, ho scaricato strumenti di lavoro selezionando quelli che possono essermi utili, ho riscritto testi delle nostre offerte per esercitarmi: insomma ho applicato subito quanto avevo letto e ritenevo utile a me (noi).
In alcuni casi ho iniziato attività che dovrò gestire nei prossimi mesi (ad esempio la revisione dei testi di questo blog).

No, non sono in vacanza.
Non me ne sto a casa in infradito a leggere tra un impasto e una lavatrice.
Vengo in ufficio ogni giorno. Pure coi tacchi anche se non dovevo vedere nessuno (ma questo è un altro capitolo).
Faccio pausa pranzo come al solito dalle 13:00 alle 14:00 circa.
Rispondo alle mail, gestisco attività in vista della ripresa, aggiorno i clienti che riaprianno quando io sarò in viaggio e fisso pure qualche appuntamento per il rientro.

Non ero in vacanza.
Perché come dice la mia amica Maricler: per chiamarsi davvero vacanza “corpo e mente devono trovarsi fuori dal (luogo di) lavoro”.
Il rischio infatti è che “chi non stacca mai il cervello comincia a considerare vacanze anche quando non stacca davvero. E invece bisogna staccare.”

Io stacco da oggi, sono ufficialmente in ferie. 🙂

MA, E QUINDI?

E quindi no, non vi sto suggerendo di passare le vostre giornate sotto l’ombrellone leggendo Detto Fatto o L’arte di comunicare o LinkedIn per aziende e professionisti e via dicendo.

I miei consigli sono due:

  1. se ci sono periodi dell’anno in cui il vostro lavoro (per stagionalità o altri motivi) ha una flessione, approfittatene per studiare, per formarvi, senza che nessuno vi debba finanziare per forza un corso, (certo, se lo fanno tanto meglio ma se non accade non è un buon motivo per non imparare cose nuove. Nel mio caso ad esempio ho già allocato tutto il mio limitato budget per la formazione del 2016 quindi mi è sembrato intelligente sfruttare alcuni testi molto pratici per incrementare lo studio: in questa era e con la tecnologia che abbiamo a disposizione non c’è scusa per non imparare!).
  2. vivete il capodanno dei lavoratori: usate questo periodo estivo anche per ricominciare non solo più riposati ma più entusiasti, più motivati verso nuovi obiettivi, più carichi di buoni propositi oltre che di kg accumulati in ferie. Se vi va compratevi un astuccio e delle penne nuove, un’agenda o un nuovo quaderno degli appunti… iniziate dal nuovo insomma.

Per chi fosse interessato ecco i libri che ho studiato in questi giorni (e che naturalmente vi consiglio facendo pure la ola):
Solopreneur – l’organizzazione del lavoro (in proprio) spiegata semplice, della mitica Francesca Marano: è un libro utile anche a chi non lavora in proprio ma nasce come una fonte preziosissima di strumenti e metodologie di lavoro per chi non può contare su una struttura e deve gestire da solo dall’amministrazione all’attività commerciale passando per lo sviluppo dei progetti.
Scorrevolissimo e diretto come solo Francesca sa essere. L’ho divorato e lo sto applicando per gli aspetti che possono effettivamente migliorare il mio lavoro.

Tutto fa branding – guida pratica al personal branding, dell’unica Coltivatrice di successi che ci sia in circolazione: Gioia Gottini. Questo testo lo rimandavo da mesi perché richiedeva una certa applicazione (esercizi, tante cose da scrivere e via dicendo) e non volevo rischiare di vanificarlo con una lettura superficiale. Ho fatto bene. Semplice, concreto, efficace: una guida che ti accompagna passo passo per mettere le basi e poi costruire la casa del tuo personal branding.
Sulle attività di Gioia ho iniziato a rivedere alcune parti di questo blog e con i suggerimenti/strumenti di Francesca voglio aprire un progetto e chiuderlo entro tempi stabiliti!

Chi ha paura del Business Plan?, torna in campo Francesca Marano che con questo titolo lo giuro, mi ha sempre spaventata. Io ho paura eccome. Io e i numeri, anzi, io e la gestione strategico-economico-finanziaria del mio business, siamo due rette divergenti.
Il libro di Francesca ha un grande pregio: l’autrice. Lei ti parla e ti rassicura subito, e tu dici “ok, ce la possiamo fare se mi tieni per mano”. E lei lo fa, con il suo stile che unisce simpatia, vita vissuta, grande professionalità e tanta pratica: il libro contiene schede ed esercizi da svolgere per arrivare a mettere a punto un proprio personalissimo Business Plan. Francesca è generosa, lei ti insegna quello che ha imparato, rielaborato e poi messo a punto in tanti anni e tu ti ritrovi con la pappa pronta, devi solo metterci un po’ di impegno e ringraziare.

Il quarto libro è quello di una professionista bava come poche (uno dei miei punti cardinali in fatto di scrittura e relazioni). Ma di questo testo vi parlerò a settembre, non perché sia migliore rispetto agli altri bensì perché, a differenza degli altri che si rivolgono principalmente a persone che lavorano in proprio, questo si rivolge a tutti: in particolare a chi lavora, e in un capitolo preciso anche a chi cerca lavoro. E tratta temi a me così cari e così collegati a questo blog che non posso non dedicargli uno spazio a sé. Quindi appuntamento rimandato.

Trovate tutti i libri citati (e molti altri) nella sezione Manuali Professionali di Zandegù e no, questo non è un post sponsorizzato: scrivo di mia sponte cose che nascono dalla pancia e dal cuore e in testa trovano le parole per essere dette.

Basta, ho finito.
Adesso stacco e mi dedico alla ricarica delle energie psico-fisiche, leggerò solo romanzi e ricette.
Sarò assente un paio di settimane, ci risentiamo con calma e tanto entusiasmo a settembre.

A presto 🙂

Il CV di chi è all’inizio

Questo post lo dedico soprattutto a chi deve scrivere un CV affacciandosi per la prima volta sul mondo del lavoro: ai neodiplomati (che siano pure in periodo di esami ormai) e ai neolaureati. Ai NEO insomma.

A chi pensa al CV e automaticamente corruga le sopracciglia, il pensiero gli si stampa in fronte lampeggiando stile insegna del motel: “e mo’ cosa scrivo??”
Ecco, questo post è per voi (ma non solo).

Non intendo fare qui un vademecum del perfetto CV, che peraltro a mio avviso non esiste UN perfetto CV, ma il CV efficace a seconda della circostanza e dei tuoi obiettivi!
Oggi voglio dirvi cosa non deve mancare nel CV di un NEO.

Risponde alla domanda:
COSA PORTI TU IN AZIENDA?

E non è semplice scrivere bene questa parte ma cercherò di essere il più chiara possibile.
Seguitemi…

Ok, siete privi di esperienza significativa rispetto a quello che volete fare o per cui vi siete formati, avete all’attivo un paio di stage (forse) e/o una collaborazione interessante ma di breve durata.
Diciamo che la parte HARD del vostro CV è piuttosto scarna e non molto diversa da quella dei vostri compagni di corso che hanno superato i vostri stessi esami.
Cosa fare? Come potete mettere nel CV per differenziarvi? per spiccare? per fare in modo di venir notati?
Forza provate a sparare…

  • Scriviamo cosa stiamo cercando, es. Cerco un’azienda meritocratica, in cui sia riconosciuto il valore e il contributo di ciascun collaboratore, dove poter sviluppare un percorso di crescita, dove imparare cose nuove. Mi interessa trovare un contesto internazionale. Sono alla ricerca di un’impresa in forte crescita, attenta alla formazione, ecc…
    Risposta sbagliata!
  • Scriviamo le nostre motivazioni, es. Sono molto interessato a lavorare nel controllo di gestione, la considero una funzione strategica per un’azienda e mi piacerebbe mettere a frutto i miei studi in questo ambito. Sono motivato a crescere e a imparare, ecc…
    Risposta sbagliata!
  • Scriviamo le nostre caratteristiche personali, es. Sono una persona determinata, tendo a farmi coinvolgere molto dal lavoro e sono portato per il gioco di squadra. Sono aperto ai cambiamenti, dinamico e veloce ad apprendere, ecc…
    Risposta sbagliata!
  • Scriviamo la ricetta originale e supercollaudata della crema catalana (senza buste e bustine)!
    Con me funzionerebbe ma in generale risposta sbagliata!

Cosa allora?

Guardiamo per un momento le prime tre risposte.
No, non sono sbagliate in assoluto, è la forma che va rivista.

È necessario passare da un’impostazione autoreferenziale a una che privilegia il dialogo con chi vi legge.

Nelle tre risposte qui sopra si parla di voi ma non si esplicita cosa potete fare voi che sia utile a chi vi legge, a chi dovrebbe assumervi.

E quindi…
E quindi in un CV dove l’esperienza lavorativa passata non può garantire il futuro, è opportuno ricavare lo spazio per esplicitare il valore aggiunto di scegliere proprio voi.
Voi inteso come tu! Tu che sei diverso dal tuo compagno di banco o di corso.

La domanda che dovete farvi per scrivere questa parte del CV è: cosa posso fare io per te? (te inteso come azienda che assume).

Ecco un esempio:
Sono tenace e caparbio, avermi in squadra significa poter contare su una persona che sa “sporcarsi le mani” e che non ha paura di mettersi in gioco. Assumermi significa acquisire solide conoscenze teoriche e basilari competenze tecniche di progettazione 3D, acquisite durante gli stage. Ma la differenza vera che posso portare in azienda è la mia indole pragmatica, volta alla soluzione dei problemi. Metto a disposizione anche la capacità di fare squadra, la precisione di chi non ama sbagliare, la curiosità di chi ha ancora molto da imparare e la determinazione che mi ha accompagnato durante gli studi di Ingegneria Industriale.

Altro esempio:
Vi metto a disposizione la solarità e la capacità di allacciare relazioni con le persone, che siano clienti o fornitori. Conosco queste lingue straniere, che abbinate alla mia indole socievole mi rendono adatta a un ruolo a contatto con il pubblico. Potrete contare su un buon spirito d’iniziativa e sull’umiltà necessaria a imparare. Posso esservi utile se cercate una persona responsabile, disponibile a viaggiare e a fare formazione e che non teme le novità.

Lo sentite il tono diverso? Come vi suona?
E come potrebbe suonare a chi vi legge?

Ecco, per me nel CV di chi inizia è importante cogliere questo: cosa mi porto a casa se scelgo questa persona?
Ditelo, francamente e con il tono giusto.

PS se però dimenticate i fondamentali come nome, cognome, recapiti, ecc… tutto quello che ho scritto qui sopra non vale un fico secco! 😉

Vita da recruiter, cioè vi spiego perchè amo quello che faccio

Il mio non è un lavoro strano, insomma, mia nonna ha capito subito quando le ho spiegato cosa faccio.
Io cerco e seleziono persone per aziende che devono assumere dei professionisti e che, per vari motivi, preferiscono che sia io, in quanto recruiter di Competenze in Rete, a occuparmi di questa attività.

Eppure, ho spesso la sensazione che non ci sia chiarezza su quel che facciamo noi selezionatori, sul nostro ruolo dentro al processo di selezione e anche sul perchè ci piaccia tanto fare ciò che facciamo.
Non lo capiscono le aziende quando mi apostrofano con il classico “hai mica sottomano un …(= inserire nome del ruolo ricercato)” e nemmeno i candidati che mi scrivono chiedendo di “trovargli qualcosa”.

E allora ecco il post che chiarisce ogni dubbio (e vi dice anche come la vivo io visto che questo blog è appena partito e magari un po’ di intro potrebbe starci bene).

Sintetizzando i recruiters (cioè chi si occupa di ricerca e selezione del personale, per chi come mia mamma non ama le parole straniere) svolgono il ruolo di intermediari tra chi offre lavoro, le aziende tipicamente, e chi lo cerca (o ne cerca uno nuovo), i/le candidati/e.

In mezzo, tra offerta e domanda, ci siamo noi.
Ed esprimiamo meglio il nostro valore quanto più difficile e rara è la professionalità da ricercare (un bel giro di parole per dire che siamo dei gran fighi!).

IL CLIENTE DEL RECRUITER È SEMPRE E SOLO L’AZIENDA

Questo è un fondamentale: troviamo persone per le aziende, non cerchiamo lavoro ai candidati. 

Però, e qui viene il bello del mio lavoro, è una conseguenza diretta del mio fare che alcuni dei candidati che incontro ogni giorni trovino un nuovo lavoro. Di solito migliore del precedente.
Questo contenuto di utilità e di gratuità è uno dei fattori che mi porta ad amare tanto quello che faccio: è qualcosa di prezioso per le persone!

E no, non lavoro gratis, ci mancherebbe altro: l’azienda che cerca professionisti paga la mia attività, per i candidati invece il servizio è gratuito, ed è un gran bel servizio quando viene fatto bene e quando il candidato stesso capisce che il recruiter può essere un ottimo alleato (non una persona da sommergere di mail e messaggi ehhh).

Facile? No, come la maggior parte dei lavori.
Non è facile anche perché, nonostante tante persone siano in costante esplorazione del mercato del lavoto, non è mai scontato trovare quella giusta per quello specifico ruolo, in quella specifica azienda.
E quindi passo molto del mio tempo alla ricerca di un incastro, a mezza via tra magia e calcolo: un incastro fatto di competenze, potenzialità, attitudini, caratteristiche personali, aspirazioni, mercato, budget (= stipendio), contesto di inserimento, prospettive di sviluppo, geografia e qualche altra variabile a seconda della selezione. E quindi…

IL RECRUITER VIENE PAGATO DALL’AZIENDA
ma l’osso duro sono (spesso) i candidati

Perchè quando tutto fila liscio, quando l’azienda individua la persona da assumere (e già questo è un bel risultato), può capitare che io debba girarmi dall’altra parte e “convincere” il/la candidato/a ad accettare la proposta.

Chi pensa che i candidati siano “merce di facile reperibilità” (perchè c’è la crisi) si sbaglia di grosso.
I candidati, oggi più di una volta, valutano un’opportunità tanto quanto l’azienda valuta loro: pesano e soppesano ogni cosa e poi, a loro volta, scelgono.

Io quindi (e chiunque fa il mio lavoro) mi trovo a lavorare parecchio su entrambi i fronti, perché non posso mai dare per assodata la motivazione di chi cerca lavoro (o dice di farlo) e perché sono a chiamata a comprendere le aspirazioni dei singoli e a farmi garante delle opportunità che propongo. O anche, più banalmente, perché non sono la sola a cercare determinate professionalità: faccio i conti con la concorrenza e i candidati che valutano più offerte contemporaneamente non sono più così rari (anche se c’è la crisi).

Risulterò ripetitiva ma è anche per questo che mi piace fare la recruiter.
Perché si lavora con le persone e dalle persone non sai mai cosa aspettarti, tipo che:

  • Serafino muta idea dopo aver parlato con la moglie,
  • che l’azienda impiega così tanto tempo a decidere da perdere alla fine il candidato giusto,
  • che Pippa rinuncia a un nuovo lavoro perché si è mollata con il fidanzato,
  • che Tizio non desidera un impiego che lo faccia crescere troppo,
  • che il cliente improvvisamente cambi i criteri di ricerca costringendomi a ricominciare tutto,
  • che Gelsomina ritira la sua candidatura per non far torto al suo titolare,
  • che Caio avanza pretese economiche sproporzionate, e via dicendo…

E io sto lì, a cercare di capire, senza giudicare (a volte qualche espressione colorita, lo ammetto mi sfugge), per trovare sempre e comunque la migliore soluzione con un occhio al cliente e un altro ai candidati.
Sto lì, non giudico ma mi stupisco (a volte parecchio).

Lo stupore è congenito al fatto che la mia materia di lavoro non è l’acciaio, la creta, la stoffa e nemmeno la terra (che pure è viva): solo l’uomo (e la donna) sanno regalarti sorprese (delusioni a volte e spesso gioie) di tale portata.
E credo che amerò questo lavoro fintanto che non mi stancherò di meravigliarmi. Speriamo mai!