SE NON IMPARIAMO QUALCOSA VANIFICHIAMO TUTTO: lista (non esaustiva) dei cambiamenti che dobbiamo portare con noi nel post coronavirus

Il virus è un colpo di vento per equilibristi incerti. (cit.)

Non è mia ma mi è piaciuta molto, è un’immagine potente e sintetica: siamo tutti equilibristi, talvolta addirittura funamboli, alla ricerca di un equilibrio che va ogni giorno negoziato con le condizioni esterne e con le variabili che non sono sotto il nostro controllo.

Avanziamo un passo dopo l’altro, chi più e chi meno sicuro ma di fronte al virus siamo tutti più incerti perché il nemico è invisibile, infido e va a colpire direttamente la nostra salute e indirettamente tutta la nostra vita, le abitudini, la libertà, il lavoro, le emozioni, la fiducia e la sicurezza.
Nessun ripostiglio del nostro quotidiano è esente dalla mira di un cecchino invisibile o dai provvedimenti necessari a isolarlo.
Siamo messi in crisi.

A differenza però dal 2008/2009 dove, banalizzo per esigenze di sintesi, le speculazioni di una parte hanno provocato l’implosione dell’intero sistema economico con ripercussioni su tutti, e ha generato un profondo senso di sfiducia generale e una percezione di “non possibilità”, oggi quello che sento è un forte sentimento di coesione, un movimento – che se non è di tutti è di molti – verso l’oltre-coronavirus e la fiducia/volontà di uscire da questo momento più solidi e più uniti.

E con tutto il rispetto per un momento che di bello a prima vista non ha niente, oggi voglio parlare delle cose belle che stiamo imparando “grazie” all’emergenza coronavirus e che spero, porteremo con noi anche dopo, altrimenti tutto questo si rivelerà uno sforzo vano e noi saremo dei perfetti imbecilli.

Perché non possiamo gridare allo smart working e poi continuare a ritenere il mondo virtuale meno reale del mondo fisico, o concedere l’home working pur di non fermare il lavoro e poi riprendere un atteggiamento di sospetto e di controllo dell’operato dei nostri collaboratori “che sai, a casa poi fanno anche la lavatrice… e io non li pago per stendere il bucato”.

Stiamo tutti crescendo in questo periodo e sta crescendo anche la capacità di sfruttare la tecnologia per trovare non solo efficienza produttiva ma anche contatto, vicinanza, relazione.
È la mia battaglia: sensibilizzare le persone ad un uso più umano del mondo digitale e finalmente, quando l’acqua tocca il culo come si dice qui o quando il coronavirus entra negli uffici e bussa alla porta di casa, in molti iniziano a capirlo.

Quindi, fedele al mio ottimismo che niente ha da spartire con il pensiero positivo bensì più con la voglia di procedere, con un sorriso che non vuole mostrarsi cieco alla sofferenza – fisica e non – di molti e con le dita che corrono sui tasti, provo a lanciare lo sguardo – insieme al cuore – oltre l’ostacolo per visualizzare come saremo in un futuro che spero sarà il più prossimo possibile.

Ecco le conquiste che vedo a portata di mano (e non sono le sole).

RICONOSCIMENTO (E RICONOSCENZA) DELLE COMPETENZE ALTRUI

Che da quando c’è Google tutti sono in grado di diagnosticare malattie, risolvere contenziosi ed erigersi a esperta o esperto di qualsiasi cosa. O di contestare sempre e comunque il lavoro degli altri.
In questo momento, nonostante la nostra tendenza alla contestazione sia più resiliente dell’abitudine a recarsi in ufficio, iniziamo a capire quanto sia più utile attenersi alle indicazioni, riconoscendo le competenze altrui e partecipando – uniti nella distanza – a creare un fronte comune. Scegliere di “agire per” anziché “agire contro” significa anche fidarsi delle capacità di chi ne sa più di noi (medici in primis).
Non come pecore ma come persone responsabili e critiche prima di tutto verso se stesse: se non so taccio e rispetto il lavoro altrui.
E questo vale anche a favore delle campagne contro “ho un cuggggino che lo sa fare”.

INTELLIGENZA (ED EMPATIA) DIGITALE

C’è ancora chi considera le relazioni virtuali un surrogato falso – e falsato – di quanto si può costruire vis à vis, nel mondo reale fatto di carne, rughe per quel che mi riguarda e quella ciccia che il lavoro da casa sta dispensando un po’ a tutti.

Non provoco sul concetto di autenticità perché mi pare banale dire che anche al bar siamo pur sempre un po’ filtrati, lo siamo in un colloquio di lavoro in presenza, quando andiamo a prendere l’aperitivo o in ufficio quando interpretiamo il nostro ruolo. Tutti, chi più e chi meno.
Riserviamo la parte più autentica di noi solo ai nostri cari, che ne farebbero peraltro volentieri a meno.

Detto questo, mai come adesso le persone stanno sperimentando come la tecnologia non sostenga solo la produzione ma anche le relazioni (e non solo quelle professionali): social network, tools di video conferenza e messaggistica ci aiutano a trovare quel contatto – e conforto – che oggi dobbiamo limitare o smorzare del tutto.

Chiaro, se questo è funzionale solo a provare il gusto di un aperitivo su Skype non abbiamo capito niente.
Se pensiamo che basti scriversi su LinkedIn per volerci bene non abbiamo di nuovo capito niente.
Se adottiamo la regola che “digito ergo sum” ancora non abbiamo capito niente e Gabriele dice bene quando afferma “meno rumore forzato e più silenzio meditato” (Gabriele è anche autore dell’apertura di questo articolo).
Ma se riusciamo a integrare i mondi – virtuale e fisico – e i modi in un processo unico e amalgamato di cura della relazione, allora forse saremo in grado di far fare un passetto oltre alla nostra intelligenza emotiva che non va in auto-distruzione davanti a uno schermo.
Se poi capiamo che il business arriva dopo e per merito (dopo le relazioni e per merito delle relazioni), ma arriva, allora abbiamo fatto bingo.

E comunque io non vedo l’ora, passata l’emergenza, di vedere giovani che limonano ad ogni angolo, persone che camminano mano nella mano, un incremento delle nascite (effetti della reclusione) e gente che riscopre il bello di abbracciarsi, oltre che di fare colazione insieme come abbiamo fatto in venti stamattina.

L’UPGRADE DELLE COMPETENZE DIGITALI

C’è chi smanetta da sempre e chi davanti a skype mi va nel pallone…
C’è mio papà che partecipa alle riunioni Scout in video conferenza e imprenditori che faticano ma poi ti concedono un appuntamento a distanza.
Mamme che scaricano – e così scoprono – skype per permettere ai figli di incontrare i loro compagni di classe.
Giovani che studiano da casa.
Fioriscono come primule a marzo i webinar e le persone si interessano improvvisamente alla formazione on line.
Le aziende spingono i processi di digital trasformation e chi lavora impara a collaborare a distanza usando applicazioni e strumenti nuovi.
In alcuni casi addirittura l’efficienza aumenta, a scapito dei caffè alla macchinetta che restano, a mio avviso, un momento irrinunciabile del processo lavorativo.

Insomma, c’è un avvicinamento spintaneo alla tecnologia anche per chi è abituato a fare le cose diversamente e che non può che arricchirci e renderci persone, prima ancora che professionisti, più capaci e ricchi di risorse.
E serviva il coronavirus? Forse sì perché siamo pigri e, a parte gli addetti ai lavori e i curiosi, i social estroversi e pochi altri, tutti resistiamo al dover imparare uno strumento nuovo o a esporci fuori dal nostro recinto di sicurezza.

Non dobbiamo buttare via le macchine del caffè, anzi. Ma diventare più agili, flessibili e reattivi verso qualcosa che ci aiuta a lavorare e non solo.

DELEGA E RESPONSABLIZZAZIONE

È un effetto positivo dello smart working: maggiore delega e responsabilizzazione. Non perché il lavoro agile annulli le gerarchie ma perché ci rende tutti ancora più responsabili in prima persona di quanto stiamo facendo. Talvolta ci porta a prendere decisioni in modo più autonomo e comunque a decidere di restare incollati al pc nonostante le lenzuola siano asciutte e vadano ritirate.

Io mi aspetto che questo atteggiamento ci accompagni anche tra qualche settimana e si integri nella vita professionale di tutti, a beneficio di un miglior equilibrio tra vita personale e vita lavorativa (che poi la vita è una sola) e a vantaggio di quel movimento che vede le persone al centro.

ACCETTAZIONE DELLA NOSTRA FUNAMBOLICA INCERTEZZA E GIOCO DI SQUADRA

È così, nessuno può ripararsi da quanto sta accadendo e i super eroi non solo non esistono ma neanche servono.
Più utile rendersi conto che non possiamo controllare tutto, anche a dispetto dei compiti fatti bene qualcosa può andare storto o semplicemente intervenire e cambiare le regole del gioco.

Siamo vulnerabili, e lo siamo tutti, nessuno escluso.
Non si combatte la vulnerabilità, si allena la capacità di reagire.
E di fare comunità.
Di collaborare, di agire con generosità e partecipazione.
Che il male più pericoloso è l’individualismo.

Aumentano iniziative e richiami a un agire insieme, iniziative a favore di chi è isolato, collaborazioni inedite, grande generosità e comprensione. Proprio adesso che l’indicazione numero 1 è “state distanti” improvvisamente emerge un senso di comunità nuovo.
C’è solo questo?
No, sono sicura che non sia tutto baci a distanza e mani virtuali che porgono aiuti reali, ma ci stiamo comunque unendo come paese e come persone e questo non può che rafforzarci e spero, diventare contaminante più del virus.

PER QUELLO CHE MI RIGUARDA

Quello che voglio mettere in zaino è tutto questo ma anche cose molto più piccole e più semplici che però si affacciano nuove:

  • un ritrovato piacere nel vivere la casa, io che l’ufficio è come la connessione wi-fi: indispensabile,
  • l’utilizzo dopo anni di astinenza della pasta madre: ebbene sì, sto impastando,
  • la pratica quotidiana della mindfulness, non abbandonata non depennata in fondo alla loista delle cose da fare,
  • una conciliazione nuova tra attività professionali e attività domestiche e un senso di integrità che mi piace.

Perché le parole potrebbero cambiare il tuo lavoro, come smettere di aspettare la congiunzione astrale del perfetto 2020 e i miei regali per iniziare… ora!

È immancabile, irrinunciabile, inevitabile!
È lui, il post di fine anno.
E chi sono io per staccarmi dalla massa di persone che ti riempie di buoni consigli, propositi sberluccicanti e commoventi auguri?
Nessuno appunto, quindi mi allineo e lo scrivo.
Cercando di essere veloce e indolore ma portando anch’io un po’ di doni, per poi lasciare spazio a chi ha cose più appropriate da dirti ma soprattutto a chi ha baci da darti, abbracci da regalarti e vino da offrirti.

Partiamo dal fondo: buon Capodanno, e anche buona codadanno, e pure il mezzodanno che sia buono.
Però chiariamoci: il 2020 sarà un anno come un altro. Checché ne dicano gli oroscopi e le previsioni astrali, io aspetto l’anno dei pesci da parecchio e ancora non si vede.
O forse la soluzione sarebbe cambiare punto di vista e smettere di aspettare.
Esattamente da… ora!
Ecco, forse è proprio tempo di cambiare punto di vista e dismettere le aspettative (che non significa abbandonare le ambizioni).
Un punto di vista diverso parte dal dire grazie, parolina magica che imponiamo ai bambini e poi ci dimentichiamo di usare nei confronti di quello che la vita ci porta, troppo concentrati a sottolinearne le sfighe che, te lo dico, ci saranno sempre, anche se le mandi a cagare e ti sfoghi su LinkedIn, a questo punto… prova a fare diverso.

Al mio 2019 dico grazie soprattutto per due cose:

  • una sono le persone, persone conosciute, persone che mi hanno consolata, persone che mi hanno insegnato, persone che mi hanno ferita, persone che mi hanno ascoltata, persone che mi hanno spronata, persone che hanno usato carta vetrata intrisa di sentimento, persone che mi hanno detto di no!
  • la seconda è il focus professionale e la presa di consapevolezza su quello che voglio fare: lavorare con le aziende e per le persone, per lasciare il mondo del lavoro un po’ migliore di come l’ho trovato (cit.). E questo significa lavorare affinché cresca in consapevolezza, attenzioni e cultura della persona. Ma anche in strumenti.
    Nella mia cassetta degli attrezzi un posto speciale è dedicato alle parole e alla comunicazione scritta come veicolo di cambiamento, cultura, benessere e professionalità. La scrittura funzionale e di stecca, come la chiama Annamaria Anelli che già si occupa di questi temi con una competenza a cui io aspiro. Niente a che fare con la letteratura bensì con le persone, con le aziende e con la crescita del business (che non vivo sulle nuvole e si sa, l’obiettivo è fatturare).

PERCHÈ LE PAROLE?

Scegliere le parole diventa importantissimo quando capisci che ciò che scrivi, anche una semplice mail, un CV, un’informativa, un’inserzione, la risposta a un reclamo può generare emozioni positive, sviluppare relazioni e stimolare un’azione che ha il gusto di cambiamento.

Scegliere le parole, usare le parole, dire le parole, condividere le parole e prendersi cura delle relazioni e delle persone, con uno dei più basilari strumenti che abbiamo a disposizione insieme all’ascolto: il linguaggio. Ed è pure gratis.
Le parole per arrivare, andare verso e trovare un’espressione comunicabile: le parole per trovarsi, le parole per costruire, ma insieme.

Dal libro di Severgnini – L’italiano, lezioni semiserie

Se ti fermi un momento e pensi a cosa puoi fare con le parole ti accorgi che scrivere è un super potere, così come lo è il respiro, il problema è che tu oggi scrivi un po’ come respiri: senza farci caso!
E invece hai in mano una cosa che può cambiare te, come stai, come percepisci ciò che ti accade, come stanno le persone che lavorano con o per te, come si esprime la tua azienda, come si relaziona alle persone (che siano clienti, fornitori, partner, investitori…), come ti percepiscono gli altri.
Possono essere contenuti, storie, campagne pubblicitarie o semplici comunicazioni di servizio ma le parole che usi esprimono la tua impronta professionale, quella della tua azienda o dell’azienda che rappresenti.
Ecco perché le parole e il linguaggio: perché rappresentano l’essenza della comunicazione, il mattone delle relazioni e il biglietto da visita più immediato della nostra e della tua professionalità.

Ti porto in dono

E quindi ecco anche i miei regali: doni per chi ha voglia di farsi un po’ il culo per contribuire al cambiamento e che non piaceranno invece, a chi attende che il cambiamento lo porti Babbo Natale o, a questo punto delle feste, la Befana.

Puoi scegliere, se leggere o ascoltare, o puoi fare entrambe le cose ma soprattutto puoi decidere, da adesso, di cambiare qualcosa, basta un 1% delle parole che usi ogni giorno, un 1% della (non) attenzione che metti ogni giorno quando scrivi, un 1% in meno degli automatismi che segui per fare meno fatica, perché lo sai: scegliere le parole e scrivere chiaro è molto più complicato (alla faccia di chi dice che la scrittura semplice svilisce la lingua).

REGALO UNO

Ti regalo parole, quelle di chi ha contribuito a questo mio percorso e che ti faranno capire quanto cambierà in meglio il tuo lavoro attingendo a ciò che, speriamo, l’AI (intelligenza artificiale) ancora non ha: l’umanità.
Annamaria Anelli non è solo una business writer, Annamaria è una donna che lotta e che si schiera attraverso le parole per amore delle persone e del loro lavoro, che se ne prende cura con forza e garbo e che ovunque insegni porta il cambiamento come dicembre porta i panettoni e le calorie.
La puoi leggere in questo profondo articolo che parla del prendersi cura attraverso le parole,
la puoi ascoltare in questa intervista sulla comunicazione del colloquio di lavoro ma non solo,
puoi sentire il suo podcast su Storytel per imparare a trovare le parole più vere per comunicarti in ambito professionale.

REGALO DUE

Ecco due foto dal libro di Severgnini “L’italiano, lezioni Semiserie” che valgono più di qualsiasi altro discorso, qui c’è la concretezza che puoi adottare da… ora!

HR: TOCCA A NOI

Chiudo con un appello: come HR credo sia proprio la “funzione del personale” a dover muovere i primi passi di un cambiamento di cultura e di azioni traendo forza da un mutamento delle relazioni e dei rapporti che, senza sovvertire le gerarchie, devono trovare un nuovo equilibrio fatto di rispetto, riconoscimento, chiarezza, vicinanza, condivisione e crescita.
Di umanità sentita, non solo dichiarata, di inclusione voluta, non solo pubblicizzata.
E chiudo con questo articolo ben scritto di Osvaldo Danzi, un bonus proprio per chi si occupa di HR e di recruiting: la prima cosa concreta che possiamo fare con le parole è iniziare a dare risposte, da… ora!

COME IMPATTANO I NOSTRI PROFILI SOCIAL SULLA SFERA PROFESSIONALE?

Oggi, ve lo dico, tante domande e poche risposte!
L’idea è di sollevare l’attenzione su un tema che, come persona, recruiter e formatrice sento farsi urgente, di difficile risoluzione, delicato e a tratti spinoso.

  • Come persona perché sono una di quelle che si potrebbe definite molto social e molto esposta.
  • Come recruiter perché ho iniziato a chiedermi dove si pone il confine di ciò che posso o devo indagare sulle persone quando svolgo il mio lavoro.
  • Come formatrice perché ciò che insegno potrebbe avere delle ripercussioni che richiedono una partecipazione personale non scontata.

Parliamo dell’uso dei social network e del loro impatto sulla sfera professionale.
Ora, io non sono una legale quindi non ho le risposte “a norma di legge” ed è per questo che ho chiesto aiuto e nel podcast di Max Furia, andrà in onda una puntata che vede coinvolti 4 avvocati di rara bravura e disponibilità, che ci aiuteranno a far un po’ di chiarezza.
Ma in preparazione a domani 26 NOVEMBRE, giorno in cui uscirà questa puntata, ecco i temi su cui mi sto arrovellando e che dovrebbero far arrovellare anche voi che mi leggete.

Perché la cosa tocca anche voi se usate i social.

  • Come influisce la mia attività social sulla sfera professionale?
  • Posso essere esclusa o escluso da una selezione in funzione di quello che pubblico?
  • È possibile che uno strumento che massimizza la libertà di espressione giochi a sfavore della mia carriera?
  • Il mio profilo privato è solo mio?
  • L’azienda può chiedermi di usare il mio profilo per veicolare contenuti aziendali? (es. su LinkedIn)
  • E se io volessi usarlo per i miei fini, per il mio Personal Branding?
  • Cosa sono le social policy?
  • Come può il codice etico della mia azienda risultare incompatibile con la mia attività su Instagram?

Avete capito il tema.
Da un lato ciò che facciamo noi dei nostri profili, dall’altro le possibili richieste (o limitazioni) che possono arrivare dall’azienda.

ALCUNE PREMESSE

Quando si usano i social per uso privato in qualche modo si diventa persone pubbliche. Che non vuol dire diventare VIP o influencer ma persone che hanno una visibilità pubblica.
Anche se a mettere un Consiglia o un Like sono solo nostra mamma, il nostro partner, l’amico del cuore e nostra cugina.
Quando scriviamo ci esponiamo pubblicamente e mettiamo in rete parte di ciò che siamo, crediamo, vogliamo, viviamo: da pensieri professionali a piedi in ammollo nel mare, passando per opinioni, paure, improbabili selfie, le medaglie come miglior papà dell’anno, considerazioni sull’universo, figli (i miei sono esposti), progetti professionali, ciò di cui ci nutriamo, ciò che cuciniamo, test assurdi, domande filosofiche profondissime e l’immancabile oroscopo di Brezsny.
E lo possono leggere tutti (compatibilmente con le impostazioni di privacy impostate, e qui non voglio aprire una parentesi quindi procedo).

Togliamoci quindi di dosso l’alibi dell’uso privato come qualcosa di intimo.
L’uso privato di un social ci rende pubblici. Punto.
E quello che mettiamo in rete non sappiamo dove andrà a finire e non sappiamo come verrà interpretato.

Altra premessa: se si sceglie di essere sui social ha senso usarli.
Ok, c’è chi sta alla finestra e basta: è un modo per tenersi aggiornati, per sbirciare, per cazzeggiare di nascosto, per leggere cose interessanti, per studiare la concorrenza, per passare quei 5 minuti in bagno, per ridere, per intercettare notizie quando non si ha l’abitudine di leggere i giornali, per farsi delle domande, per vedere gli alberi di Natale degli altri.
La mia opinione è che lo stare alla finestra significhi usare a metà qualsiasi piattaforma, con il rischio, vedi per LinkedIn, di non ottenere ciò per cui ci si è iscritti (visibilità per intercettare opportunità di lavoro).

PROFILO PUBBLICO E USO AZIENDALE

Vicino all’uso personale vi è un possibile uso aziendale (in particolare di LinkedIn).
E questa “invasione aziendale” ha due possibili varianti:

  1. da un lato può esserci l’azienda che ci chiede di condividere dei contenuti corporate, che ci impone la foto di copertina aziendale, che ci coinvolge per rendere più umana la propria comunicazione, più vera e vicina alle persone.
    Ha senso? Molto. E io voglio pensare che abbia senso sia per l’azienda sia per la persona se vi sono i presupposti giusti. Presupposti che vi spiegheranno meglio Angela Poggi, Laura Mella, Gabriele Carrà e Massimiliano Gaini nella puntata del podcast.
  2. la seconda variante è soprattutto un condizionamento: magari l’azienda non ci chiede niente ma noi ci sentiamo comunque vincolati nel nostro uso quotidiano dei social proprio in riferimento alla realtà in cui lavoriamo “perché poi il mio capo legge” “perché se condivido un contenuto qualcuno dell’ufficio potrebbe insospettirsi” “perché se scrivo di quella cosa potrei essere considerato o considerata male” o addirittura perché un mio comportamento potrebbe generare una sanzione disciplinare.
    Su questo tema ci aiuta Angela Poggi.

E POI CI SONO I RECRUITER (E LE HR)

Sono stata ripresa da un cliente per non aver controllato i canali social di una persona che ho fatto assumere.
Un’altra persona è stata esclusa da una selezione perché su FB c’era qualcosa che non piaceva all’azienda.
E sappiamo che possiamo proseguire…
La legge dice:

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore

Come posso interpretare la parola attitudine? (come vedete non si parla di capacità o competenza).
In un momento in cui le soft skill sono fondamentali e tutti confermano che non sono le competenze tecniche a rendere giusta una persona per un’azienda ma l’incastro tra competenze, atteggiamento, valori condivisi, skill trasversali e qualità personali, io sono chiamata ad andare oltre il CV! (inteso non come documento ma come storia professionale).
Me lo chiedono anche i candidati che spesso accusano la mia categoria professionale di non saper guardare e ascoltare abbastanza per capire chi c’è dietro un Europass.

Per cui, io recruiter (ma vale anche per chi lavora nelle HR e si occupa di selezione) che sono chiamata a farmi un’idea della persona andando oltre l’elenco delle sue medaglie professionali e puntando a mettere in risalto la persona, cosa devo guardare?
Non ho una risposta precisa ma Gabriele Carrà mi ha dato una direzione parlandomi dell'”obbligo di diligenza”.

“L’obbligo di diligenza si sostanzia nell’esecuzione della prestazione lavorativa secondo la particolare natura di essa nonchè per l’esecuzione dei comportamenti accessori che si rendono necessari in relazione all’interesse del datore di lavoro a conseguire un’utile prestazione”.

È scritta un po’ da non farsi capire, lo so, ma la parola diligenza è abbastanza chiara a tutti. Diligenza è un po’ come Buonsenso, un’ottima direzione verso cui volgere lo sguardo.

E LA NORMATIVA?

La normativa c’è e non c’è.
Diciamo che ci sono molti casi di controversie tra aziende e dipendenti legati all’uso dei social e questo dovrebbe farci drizzare le antenne.
Ma del lato legal della faccenda non ha senso che sia io a parlare, potrete contare su 3 ottimi professionisti che, e non capita spesso, sono usciti dalla loro zona di comfort per registrare un podcast, quindi collegatevi (da) domani (26 novembre 2019) su LinkedIn Content Strategy.

Però è utile sapere che in alcune aziende potreste trovare due documenti.
Uno è il Codice Etico.

Il codice etico aziendale è un tipo di documento stilato ed adottato su base volontaria in un ambiente aziendale. Esso definisce un complesso di norme etiche e sociali al quale gli esponenti aziendali si devono attenere.

E in questo documento potrebbero esserci dei riferimenti all’uso dei profili social privati.

L’altro è la Social Media Policy.

La Social Media Policy è un documento contenente le linee-guida da rispettare per aiutare le aziende e i dipendenti a comunicare in modo corretto con i consumatori ed essere protetti sui canali Social. Si tratta quindi di un insieme di criteri da rispettare all’interno di un ambiente lavorativo, legati soprattutto ai Social Network. (https://www.marketingarena.it/2017/08/18/social-media-policy-tre-passi/)

Questo documento quindi contiene ciò che l’azienda può chiederci.

IL BUONSENSO IN RETE

Alessandra Farabegoli per anni ha pubblicato il suo “Manuale di Buonsenso in rete” e secondo me dovrebbe riprendere a farlo.
Lo so che il buonsenso non può essere una risposta ma di nuovo, non nascondiamoci dietro un dito: usare buonsenso non significa pubblicare poco ma pubblicare con responsabilità e soprattutto prendersi la responsabilità di ciò che si pubblica.

Significa che se qualcuno ritiene di escluderci da una selezione per quello che abbiamo pubblicato probabilmente, di contro, non è quella l’azienda in cui avremmo voluto lavorare a prescindere.
Perché se libertà dev’essere la libertà va concessa ad ambo le parti e il buonsenso serve a mantenerci saldi nelle nostre posizioni. Poi possiamo discutere di dove si posizioni il confine tra libertà e discriminazione ma ritorno al punto sopra: se un’azienda mi discrimina per qualsiasi motivo non è il posto dove vorrei lavorare.

Usiamo Buonsenso anche quando:

  • evitiamo di usare i social come uno sfogatoio pubblico
  • evitiamo di inserire foto compromettenti
  • evitiamo che sia la rabbia a guidare le nostra dita sui tasti, quando siamo incazzati con qualcuno evitiamoli proprio i social
  • pensiamo e ripensiamo prima di pubblicare qualcosa soprattutto se ha un contenuto emotivo, una presa di posizione, un’opinione forte, una dichiarazione… o un gattino
  • ci ricordiamo che, se da qualche social appariamo come dipendenti di una certa azienda, significa che in qualche misura la stiamo rappresentando e qui il buonsenso si manifesta a volte più nella capacità di tacere che in quella di dire (in parole povere non sputare mai pubblicamente nel piatto dove si sta mangiando)
  • accettiamo il fatto che una nostra azione sui social, in particolare una nostra opinione o presa di posizione non sia neutra: genererà sempre delle reazioni, qualcuna a nostro favore e qualcuna a nostro sfavore
  • se la nostra attività sui social è contrattualizzata (ovvero venite pagati per pubblicare alcuni post su non so quale social) lo diciamo

Ora, se volete contribuire a questo piccolo decalogo di buonsenso, accetto suggerimenti.
Che la risposta non è “chiudo tutti i profili”, sia chiaro!

Continuiamo a parlarne domani.
Siateci, c’è tanta, tanta roba spiegata bene!

Colloquio di lavoro: quali domande devi fare tu?

Sei a un colloquio di lavoro, sei già di fronte all’azienda per la quale ti sei candidata o candidato.
Hai risposto a tutte le domande con competenza, trasparenza e il giusto mix tra sintesi e dettaglio.
Hai affrontato senza troppi imbarazzi anche le domande che riguardano te come persona, gli interessi, le tue qualità.
E poi arriva la domanda che ti spiazza accompagnata da un sorriso e da un punto interrogativo che alla fine non si capisce se è quello dell’azienda o il tuo: “Lei ha qualche domanda da farci?”

Resti immobile un secondo, poi fai scorrere lo sguardo nella stanza, cerchi un appiglio, qualsiasi cosa ti permetta di fare una domanda sensata che non riguardi gli orari di lavoro, la mensa e le vacanze.
Alla fine glissi con un:
“No, grazie, è stato tutto già molto chiaro. Magari la prossima volta”.

Capisci che hai perso un’occasione e ti chiedi se ci sarà questa prossima volta.


Ti è mai capitato?
Potrebbe capitarti (di nuovo).

Perché succede a tutti prima o poi. Succede di non essere pronti a passare dalla parte di chi valuta.
Che anche tu debba decidere se l’opportunità ti interessa è chiaro ma se sei lì è assodato che il settore dell’azienda ti interessi e quindi spesso ciò che ti serve è la descrizione del ruolo (mansioni, attività, obiettivi da raggiungere) per avere il quadro completo. Che altro c’è da sapere?


In realtà molto ma dipende da cosa stai cercando.
Se è “un nuovo lavoro” immagino che conoscere ruolo e settore possa essere quasi sufficiente.
Se invece quello che cerchi è un nuovo lavoro che rispetti alcune condizioni, che ti permetta di crescere, che sia in un’azienda sana, che ti consenta di fare formazione, che ti appaghi dal punto di vista delle relazioni ect… beh allora il discorso cambia.

In questo post ti aiuto a rispondere alla domanda di quando tocca a te fare le domande.
Senza che tu venga scambiato per la Santa Inquisizione, ovvio.

PREMESSA

Giusto o sbagliato che sia, in un processo di selezione (soprattutto nelle fasi iniziali) è l’azienda che di solito pone più domande e si sente nella posizione di chi valuta.
Lo fa perché sta considerando più candidati/e e ha bisogno di scremare.
Quando la rosa si stringe allora è concesso più spazio alle persone finaliste che sono invitate a chiarire ogni loro dubbio, inclusi gli orari di lavoro e la gestione delle ferie se rappresentano elementi importanti nel loro processo di valutazione.
Questo non significa però che anche al primo incontro non ti venga data la possibilità di chiedere.
Anzi, a volte non è un semplice gesto di cortesia e disponibilità, talvolta è un ulteriore passaggio di valutazione.
Quindi prepararsi anche a questo è fondamentale.

PARTI DAI TUOI OBIETTIVI

Non puoi fare alcuna domanda sensata se non hai chiaro cosa stai cercando: se non sai cosa per te è importante, cosa è essenziale e cosa è superfluo (ovvero bene se c’è ma non è indispensabile).
È per questo che il primo passo è un’attenta valutazione di ciò che conta per te.

Ecco come puoi fare: in un foglio scrivi a braccio tutte le cose che vorresti trovare in una nuova azienda, da ciò che è essenziale per farti accettare una proposta a ciò che invece rappresenterebbe un valore aggiunto, da aspetti legati al ruolo a quelli logistici, da contenuti di valore a quelli di ambizione.
Tutto, senza freni e senza limiti.
Di seguito le aree che ti suggerisco di indagare relativamente a ciò che vuoi:

  • i valori (i tuoi e quindi quelli che ritieni importante trovare)
  • aspetti tecnici (contratto, tipo di responsabilità, gerarchia, strumenti di lavoro, organizzazione attuale della funzione, processi e procedure interne, com’è legata la tua ipotetica funzione con le altre, policy interne, il codice etico se c’è…)
  • la formazione (come viene gestita)
  • progetti/attività di employer branding e on-boarding
  • le possibili prospettive di crescita (specifiche e generiche: è un’azienda che prevede dei passaggi interni verticali o orizzontali)
  • aspetti logistici (viaggi, trasferte, smart working, flessibilità in ingresso…)

Ora prendi questa super lista e crea 3 sotto liste:

  1. gli aspetti indispensabili (in mancanza dei quali tu non potresti in nessun caso accettare una proposta)
  2. gli aspetti importanti (quelli che rappresentano per te un motivo per cui scegliere una proposta anziché un’altra)
  3. gli aspetti di incentivo (quelli che rappresentano un valore aggiunto che non sposta la tua scelta ma che potrebbero in qualche modo gratificarti)

Aver chiarito il primo e il secondo punto ti permetterà di avere bene in mente la mappa con cui porre eventuali domande e gli ambiti precisi su cui puntare il riflettore quando dovrai fare le tue valutazioni, ambiti decisivi per aiutarti a decidere.
Senza questo primo lavoro di auto-analisi ti assicuro che sarà difficile porre le domande giuste, e le domande giuste per te sono quelle che toccano i punti 1 e 2.

Un ulteriore blocco di domande potrebbe riguardare l’azienda, non proprio delle questioni da porre ma aspetti su cui ti consiglio di indagare:

  • passato, presente e futuro dell’azienda (la storia, il posizionamento attuale e la direzione in cui si sta muovendo)
  • cosa, come, perché: cosa fa l’azienda, come lo fa e soprattutto PERCHÈ
  • il motivo per cui si sta cercando una persona in quel ruolo (è una sostituzione? quanto è rimasta la persona prima? è un ruolo nuovo? nato da quale esigenza/obiettivo?)

Attenzione: alcune di queste domande potrebbero essere fatte al recruiter se c’è.

COME SI FANNO  LE DOMANDE A COLLOQUIO

Ora che hai capito cosa indagare, non tanto per fare bella figura ma per fare anche tu una scelta ponderata e consapevole, passo a darti alcune indicazioni per porre le tue questioni in modo adeguato e coerente con il contesto.
Sono consigli, non regole incise sulla pietra e sono generali, vanno poi applicate al singolo caso:

  • opta per le domande aperte, che diano modo all’azienda di argomentare e quindi non risolvibili con un sì, un no o con una risposta secca. Es. invece di chiedere “in azienda fate formazione?” preferisci qualcosa del tipo “mi racconta di come viene gestita la formazione all’interno di questa azienda? cosa avete fatto nel passato?”
  • preferisci le domande specifiche ed evita quelle troppo generiche, paradossalmente è quando si tocca un tema specifico che la risposta richiede di essere articolata, restare troppo in superficie al contrario permette di glissare più facilmente Es. non “l’azienda è meritocratica?” ma “ci sono stati casi di crescita che hanno portato qualcuno a raggiungere ruoli apicali o a cambiare funzione? me li racconta?”
  • se riesci punta a conoscere i fatti: più che “com’è l’azienda” dovrebbe interessarti capire “cosa ha fatto l’azienda”. Chiedi esempi, fatti, azioni, attività, progetti (un po’ come ti ho già indicato negli esempi precedenti). Come per le persone sono fatti che contano.

Da un punto di vista della sequenza delle domande:

  • all’inizio di un processo come già detto avrai meno spazio, concentrati quindi sugli aspetti per te fondanti, quelli afferenti al punto 1
  • solo nei passaggi successivi approfondisci anche il punto 2 ed esplora il punto 3
  • ricordati che ci sono delle informazioni che puoi trovare navigando sul web: tutto quello che è accessibile in altri modi in linea di massima non va indagato a colloquio (ti consiglio anzi di raccogliere informazioni ancora prima del primo colloquio, arrivare preparati è cosa buona e giusta).

Sul COME fare le domande per non apparire inquisitori una buona tecnica è informarsi sul proprio tempo a disposizione: è possibile che dopo di te ci siano altre persone in attesa per il proprio colloquio e capire il tempo residuo per non sforare e per non costringere l’azienda a dare risposte striminzite è una prima attenzione da non sottovalutare.

Se le domande che devi fare sono poche (2 o 3) e coerenti tra loro ti suggerisco di farle tutte insieme per dare all’azienda la possibilità di strutturare una risposta più ampia.

Non usare le risposte che ti vengono fornite per dare la tua visione delle cose o per generare altre 7 domande a cascata, attieniti il più possibile ai punti che avevi in testa e chiedi un approfondimento solo se pensi di non aver compreso la risposta.

Questo è tutto quello che ti serve per arrivare preparato alla fase delle domande, una fase che ti permetterà di raccogliere informazioni ma anche di comunicare interesse, motivazione, consapevolezza e maturità professionale.
Alcune domande di tipo tecnico, inerenti la funzione, potrebbero aiutarti a trasmettere una competenza che nella prima parte dell’incontro non avevi sottolineato o che non era emersa, perché:

È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte.
(Pierre-Marc-Gaston de Lévis)

Il personal branding non è più un optional per chi cerca lavoro

“Lavoro come dipendente di un’azienda, ho il posto fisso, sono quadro all’interno di una grande industria, sono impiegata amministrativa in un’azienda familiare, ho appena conseguito la laurea in Ingegneria Meccanica.”

Cosa hanno a che fare queste ipotetiche persone con il personal branding?”
In una parola: TUTTO.
O quantomeno tutto il loro futuro professionale per la piega che sta prendendo il mercato del lavoro e la ricerca di personale.


Ok, la posizione intransigente non piace nemmeno a me ma questo articolo vuole portarvi a riflettere su qualcosa che fino ad oggi è sempre stata appannaggio di aziende, liberi professionisti, guru e influencer: il self marketing e la comunicazione di sé a scopo carriera.
Quindi vado giù un po’ diretta consapevole che, proprio perché sto parlando con e di persone e non di una nuova linea di assorbenti, ogni situazione ha le proprie particolarità e non c’è una ricetta che si può spalmare su tutti in modo uniforme come la nutella sul pane.


L’assunto di base è il seguente: per crescere professionalmente (dentro la propria azienda o attraverso il passaggio per realtà differenti) ma anche per ricollocarsi dopo un momento di inattività o di difficoltà, è indispensabile comprendere e sviluppare il proprio brand personale. 
Secondo assunto: il personal branding vi aiuterà più di un bilancio delle competenze a comprendere la vostra identità professionale con il valore aggiunto di comunicarla all’esterno.


MA ANDIAMO CON ORDINE: COS’È IL PERSONAL BRANDING?

Partiamo dal buon Wikipedia:
Il personal branding è l’attività con cui prima si consapevolizza e poi si struttura il proprio brand ovvero la propria marca personale.
È un processo attraverso cui una persona definisce i punti di forza (conoscenze, competenze, stile, carattere, abilità, ecc.) che la contraddistinguono in modo univoco, creando un proprio marchio personale, che comunica poi nel modo che reputa più efficace.

Scandellari dichiara:
Il Personal Branding consiste nella comprensione e valorizzazione delle capacità e qualità personali, attraverso un’adeguata comunicazione ad un pubblico interessato

Gioia Gottini è più concreta:
Il personal branding è l’unione tra la tua personalità e il problema che risolvi.   

Danzi è più strutturato e ne parla in un recente articolo:
Il personal branding è una vera e propria costruzione della propria identità ai fini di una maggiore efficacia comunicativa della professionalità, su canali fino a ieri sconosciuti o poco battuti; è la trasposizione della propria immagine professionale sui social network (LinkedIn in primis, ma senza escludere Facebook e Twitter) e, nel caso di coloro con maggiori capacità di comunicazione, su piattaforme editoriali (Medium) e blog personali, necessaria per un manager, indispensabile laddove la libera professione diventasse un’alternativa concreta.                                                              

Ma la definizione che io preferisco è quella diretta ed essenziale di Luigi Centenaro:
Il tuo Personal Brand è la ragione per cui un cliente, un datore di lavoro o un partner ti sceglie.
Fare Personal Branding significa gestire in maniera strategica la propria immagine professionale.

Ricapitolando e cercando di semplificare:

  • il tuo brand è la tua reputazione professionale
  • la reputazione è ciò che gli altri pensano e dicono di te quando tu non ci sei (quindi non è necessariamente ciò che dici tu),
  • il tuo personal brand è fatto di ciò che sai, di ciò che sai fare e della tua impronta personale (chi sei tu, quali valori ti sostengono, quale approccio ti guida…),
  • il personal branding è tutto ciò che fai per comprendere, definire e comunicare la tua reputazione professionale. È ciò che fai perché quello che pensano gli altri assomigli il più possibile a ciò che vuoi che pensino di te (fortuna che avevo promesso di semplificare).

È chiaro quindi che:

  1. ognuno di noi ha un brand, che lo voglia o meno,
  2. la scelta è se agire consapevolmente per farne uno strumento di sviluppo professionale o continuare a scrivere CV in formato europeo e richiedere il bilancio delle competenze.

E ora togliamoci anche il dubbio che vedo comparire nella vostra testa: no, il Personal Branding NON È fare o farsi pubblicità e no, non è vero che lavora solo chi sa raccontarla meglio.
Senza competenze, hard e soft, non c’è personal branding che valga.
Ma a parità di competenze chi sa fare personal branding ha sicuramente più possibilità di ottenere un lavoro.

PERCHÈ E A COSA TI SERVE IL PERSONAL BRANDING?

Il personal branding trova casa soprattutto nell’estensione digitale di ciascuno di noi: i social network, il blog, le piattaforme on line all’interno delle quali decidiamo di registrarci e inserire contenuti.
Ma anche nella mail di presentazione che accompagna il CV, nel CV stesso, nei sistemi di application di molte società di recruiting o delle aziende stesse.
Ovunque andiamo a inserire del testo che parla di noi contribuisce a trasmettere la nostra credibilità professionale (presente o potenziale) e, a momento debito, influenza la scelta di chi è chiamato a valutarci per una possibile collaborazione/assunzione.

È determinante?
Non lo sappiamo a priori, ma possiamo essere certi che contribuisce.

A cosa?
Alla percezione che avranno di noi le persone che entreranno in contatto con i “nostri” contenuti e con i nostri account social. A quella che io chiamo “l’esperienza che fanno di noi le persone prima ancora di incontrarci”.

E ora vorrei fare un passo oltre e azzardarmi a dire che il Personal Branding è un meraviglioso percorso di orientamento professionale
Riprendo quanto affermato da Osvaldo Danzi nell’articolo citato poco fa, che peraltro sposo con entusiasmo: il personal branding oggi rappresenta la modalità attiva e propositiva di vivere il mercato del lavoro e quindi anche la ricerca di un lavoro. E per come avviene, il processo di messa a punto del brand include anche un processo di orientamento professionale.
Chiamiamolo orientamento professionale 4.0 se vogliamo: qualcosa che non ha niente a che fare con il mero bilancio delle competenze e le attività di outplacement ma che permette di:

  • analizzare in profondità le proprie motivazioni e le ambizioni,
  • di confrontarle con ciò che si sa fare e con il modo con cui si desidera essere percepiti,
  • di trovare il proprio modo personale e autentico di comunicarle all’esterno.

So che questo terzo punto è quello che per molti rappresenta lo scoglio più alto: esporsi, promuoversi, fare marketing di sé.
Vendersi.
Che brutta roba…
Su questo non voglio addentrarmi adesso perché mi riservo di fare l’antipatica in un altro post ma vi lascio solo una considerazione prima di passare a dirvi come iniziare a fare Personal Branding: si sta sviluppando in modo prepotente il social recruiting. Significa che le opportunità di lavoro viaggiano sempre di più sui social network e che aziende, recruiting e professionisti utilizzano queste piattaforme per cercare nuovi collaboratori e partner.
Possiamo decidere di adottare un approccio romantico e vecchio stampo e affidarci solo al CV, magari il più bel e ben scritto CV del mondo. Ma se poi lo affidiamo a un piccione viaggiatore anziché agli strumenti con cui la maggior parte delle persone cerca e trova lavoro oggi, l’unica cosa in cui potremo sperare è in una grande botta di culo. 
Essere (sui) social non è più un’optional (vi concedo di snobbare Facebook ma LinkedIn non può mancarvi) ed essere sui social non significa aprire un account e lasciarlo là come se fosse una pianta grassa.
Se poi davvero troverete un modo per farvi notare al di fuori di questi canali fatelo, se mai mi arrivasse davvero un piccione viaggiatore io incontrerò chi me l’ha inviato senza alcuna esitazione. Ma realisticamente oggi è più facile che mi arrivi un drone, e la poesia è già andata a farsi benedire, a questo punto meglio LinkedIn.

Riassumendo, fare personal branding vi aiuterà a chiarire e mettere a fuoco la vostra strategia professionale (anche chi lavora come dipendente ne ha una, anche chi dice di non avere ambizioni ne ha una) e a farvi scegliere da un potenziale datore di lavoro. E oggi non è più in discussione l’importanza di usare i canali digitali per intercettare opportunità di lavoro e per essere intercettati dai recruiter/aziende ma usare i social è qualcosa di diverso da essere sui social.

Come iniziare a fare Personal Branding

E veniamo alla messa a terra di ‘sto pippone incredibile: come si fa?
Prima di fare Personal Branding bisogna mettere definire il brand.
Perché non si parte mai a fare qualcosa, neanche un piatto di pasta al pomodoro, prima di aver fatto un’analisi e messa a punto di ciò che serve, ciò che si ha a disposizione, ciò che manca e degli obiettivi che si vogliono raggiungere: ho la pasta? ho il sale? quanta pasta mi serve? il pomodoro c’é? per quante persone devo farne? ho una pentola abbastanza capiente? so come si cucina la pasta?

Quindi l’analisi e la definizione del brand sono il primo passo.
Se vi interessa approfondire o anche sperimentare vi consiglio di usare:

Tutto fa branding di Gioia Gottini è un ebook molto semplice e pieno di esercizi pratici che possono fare tutti.
Il Personal Model Canvas tradotto e aggiornato da Luigi Centenaro è uno strumento un po’ più evoluto ma meraviglioso per ragionare su di sé (da soli o accompagnati da qualcuno che lo sa usare).
Personal Branding del sopra citato Luigi è un’altra pietra miliare che vi consiglio di leggere.
Infine potete trovate fior fiore di consulenti pronti a darvi una mano, me inclusa. Ma su questo punto fate bene attenzione e scegliete la persona che sentite più in linea con il vostro modo di essere e diffidate da chi vi assicura che troverete lavoro immediatamente dopo aver chiuso la consulenza.

Definito il brand si comincia con il Personal Branding, ovvero con l’attività di marketing vera e propria.
Gli strumenti a vostra disposizione sono:

  • il CV, che è ancora un mezzo importante nella ricerca di un lavoro e nella comunicazione di sé e quindi bando ai modelli pre-compilati (se non esplicitamente richiesto) e un po’ di olio di gomito per scrivere qualcosa che sia distintivo, identitario e rilevante per chi legge;
  • la lettera di accompagnamento, che spesso è la mail: vi pregio di inviarvi il mio CV è un po’ superato, non trovate?
  • il profilo LinkedIn, che dev’essere aggiornato (siamo tutti bravi a compilarlo quando cerchiamo lavoro ma quando l’abbiamo cambiato chi si ricorda più di inserire la nuova esperienza professionale?), deve contenere una foto come LinkedIn comanda (la faccia Dio del ciel, la vostra faccia!), deve contenere un’headline e un riepilogo ragionato e accattivante, e poi a ritroso le esperienze professionali;
  • tutti gli altri social: non è obbligatorio che parliate del vostro lavoro su Facebook o che postiate le foto della vostra scrivania su Instagram. Ma la vostra immagine pubblica (e relativa reputazione) si compone di tutti i pezzetti che di voi spargete sul web. Di conseguenza la coerenza e il buon senso dovrebbero guidarvi nella pubblicazione di contenuti che non dicono esplicitamente come lavorate ma mostrano che tipo di persona siete;
  • i contenuti: e qui tocchiamo l’ennesimo tasto dolente. I contenuti sono vostri amici, i contenuti sono buoni, i contenuti vi sapranno ricompensare. Dico davvero. E non abbiate paura a esporvi perché ora vi svelo un segreto: all’inizio, e per un bel po’ di tempo, la maggior parte dei vostri contenuti passerà inosservata. Avrete così il tempo di migliorarvi cammin facendo e di correggere il tiro gradualmente acquisendo quella dimestichezza che nessun manuale e nessun consulente può darvi, ovvero facendo pratica. Iniziate commentando o riproponendo i contenuti di qualcun altro, interagendo insomma, e via via sperimentate cercando il vostro tono di voce e il vostro ritmo. Su questo punto tornerò con un post ad hoc, promesso. Per oggi vi consiglio di iniziare a seguire Max Furia e il suo LinkedIn Content Strategy: lo trovate su LinkedIn, su Facebook, in podcast e con le note vocali Telegram. Fidatevi, vi aiuterà.
  • il network: non serve avere 23.000 contatti ma con 356 non andate lontano. Però attenzione: sparare inviti a tutta la rubrica è sconsigliato. Consigliatissimo invece usare quel pulsantino che vi permette di scrivere due parole, prima o dopo aver ricevuto il contatto perché di vero contatto si possa parlare. Personalizzare è la segreto per essere notati.
  • per chi ha voglia di osare poi ci sono i blog, Medium (una piattaforma editoriale dove si possono pubblicare articoli), forum e gruppi tematici, gli articoli di LinkedIn (Pulse) e poi ancora i canali video, le canali telegram, i podcast ma qui siamo già alla cintura nera del Personal Branding e per ora possiamo lasciarla ai guru e agli influencer perché non è tanto la somma degli strumenti che userete ma la credibilità che riuscirete a trasmettere e la consapevolezza con cui andrete a proporvi.

Per oggi mi fermo qui.
Sarei felice se vi fosse venuta voglia di andare a rivedere i vostri testi su LinkedIn e se si fosse accesa la lampadina del personal branding ovvero della cura della vostra reputazione professionale.
Per trovare lavoro, per cambiare lavoro, per crescere all’interno dell’azienda in cui state già lavorando.
Insomma, per diventare dei professionisti più completi.

CERCARE LAVORO SIGNIFICA FARE MARKETING DI SÈ, CON GARBO

Offerta e domanda di lavoro.
Qualcuno pensa che la domanda sia quella dei candidati che cercano lavoro, non a caso si dice “presentare domanda di lavoro”.

In realtà la domanda è quella del mercato e l’offerta è di chi propone la propria professionalità.
Insomma chi paga chiede e chi vende offre.
Funziona così anche per noi e per ciò che acquistiamo ogni giorno.

E come chi offre è chiamato a promuovere ciò che desidera vendere allo stesso modo chi cerca lavoro è chiamato a comunicare se stesso in modo credibile ed efficace.

Non banalizziamo, non è più questione di vendersi (o svendersi): questo post non parla di pubblicità e non invita nessuno a considerarsi un oggetto o peggio una merce da esibire.
Lo so che il mercato del lavoro ha delle dinamiche tali per cui ogni tanto succede proprio questo e la sensazione è tutt’altro che positiva. A volte il problema non è comunicarsi ma trovare dignità svolgendo una delle attività che più mettono a prova l’autostima, il senso di sé e il proprio equilibrio personale: la ricerca di lavoro appunto.
Ma visto che non possiamo cambiare ciò che è, quello che possiamo fare è impegnarci ogni giorno per migliorare la realtà, ciascuno per ciò che gli compete e che rientra nel proprio raggio di azione.
E quindi io oggi voglio stimolare una riflessione sull’importanza di fare marketing di sé e di comunicarsi in modo consapevole e intenzionale.

IN PASSATO ERA LA PUBBLICITÀ

“Per un lungo periodo di tempo, per un’impresa commerciale il modo più efficiente di realizzare un cambiamento era comprare annunci pubblicitari. (…)
Per gran parte della mia vita il marketing equivaleva alla pubblicità.
Poi non è stato più così.
Ciò significa che dovrete diventare esperti di marketing.
Ciò significa capire ciò che vedono gli altri. Creare attesa. (…) Significa realizzare il difficile compito di diventare orientati al mercato e lavorare con (la vostra parte di) quel mercato.”

Seth Godin è una delle persone più significative sul panorama del marketing e in poche righe trasmette moltissimo del cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni.
La pubblicità ha ceduto il passo a una concezione più evoluta di marketing e comunicazione. Ma anche più rispettosa di chi acquista e più vicina ai bisogni del mercato, più capace di ascoltare, guardare, ispirare e migliorare la realtà.
Oggi i venditori spudorati e aggressivi non piacciono più a nessuno, ciascuno di noi vuole sentirsi protagonista dell’acquisto che fa, oppure desidera sentirsi coccolato e un po’ sedotto, ci aspettiamo il famoso “valore aggiunto” di un servizio che va oltre le aspettative, vogliamo l’effetto wow e siamo pronti a criticare aspramente su Tripadvisor se la cameriera di un tal ristorante non ci ha sorriso porgendoci il piatto.

  • Perché è il servizio che fa la differenza oggigiorno,
  • perché con un gesto di gentilezza conquisti e fidelizzi il cliente, che ci vuole in fondo?
  • perché diciamolo, il prodotto è anche buono ma l’esperienza di acquisto non è per niente curata, basterebbe così poco…

Tutti bravi a criticare, tutti bravi a vedere la pagliuzza e alla trave chi ci pensa?

CHE ESPERIENZA DI ACQUISTO OFFRIAMO NOI?

In passato era il CV, le segnalazioni dirette (networking per qualcuno e paraculaggine per altri), il passaparola o la botta di fortuna.
In passato era un mercato più vivace e anche più immaturo.
Poi la crisi: una bastonata sui denti che non si è ancora cicatrizzata.
Nel frattempo le regole del gioco sono cambiate.
Siamo cambiati noi come consumatori ed è cambiato il mercato del lavoro.
Ma hanno mutato forma anche le modalità con cui affrontarlo o starci dentro.

Il CV non è morto, ma il CV non è l’unico strumento.
La paraculaggine non morirà mai ma il networking ha assunto una valenza nuova, impegnativa da coltivare ma preziosissima.
Le botte di fortuna rientrano in quel concetto di flow per cui se lavori bene, se non ti dai per vinto e se ci credi fino in fondo la provvidenza se ne accorgerà (qui sto banalizzando un concetto ben più profondo e in cui credo molto ma ne parlerò in un altro momento).

Dall’altra parte le aziende non si permettono più di sbagliare nella scelta dei collaboratori, succede ma molto meno rispetto al passato.
E le aziende sono persone: persone in grado di valutare, di cercare, di selezionare avendo ben chiaro che le competenze tecniche, il saper fare, le hard skill sono indispensabili ma non sufficienti.

OGGI COME OGGI

Non voglio sembrare il vecchio in fila alla posta che commenta con il vicino di bolletta che il mondo è cambiato e che si stava meglio quando si stava peggio.
È che il mercato del lavoro è davvero cambiato, si è fatto più selettivo e più accorto. Così come siamo selettivi e accorti noi che anche per mangiare una pizza andiamo su Internet, spulciamo le recensioni, chiamiamo l’amico, chiediamo consigli su Facebook e siamo pronti a sparare a zero se l’esperienza non ci aggrada.

In questo nuovo mondo il marketing e la comunicazione anche personali hanno assunto caratteristiche nuove, a mio avviso molto più nobili e preziose rispetto al passato.
Come professionisti siamo chiamati a riconoscere questo cambiamento e a decidere le nostre azioni in modo consapevole. 

Consapevolmente scegliamo di scrivere un CV di 4 pagine, di aprire un account LinkedIn e usarlo solo per pubblicare il nostro CV di 4 pagine o per inveire contro un mondo del lavoro che non ci vede, scegliamo di rendere difficile un colloquio rifiutando di prenderci un permesso, di comunicarci in modo poco credibile o con poca convinzione perché è il lavoro che parla per noi e via dicendo.

Oppure – con altrettanta consapevolezza – possiamo fare attenzione all’esperienza che offriamo di noi a chi ci incontra – come persone e come professionisti – curando e veicolando con intenzione un messaggio, rendendoci testimoni credibili di quanto raccontiamo e di quanto esigiamo.
Con consapevolezza agiamo per farci trovare, per competere, per comunicare con garbo ciò che sappiamo di meritare e di poter offrire. 

IL MARKETING GARBATO

Il marketing garbato è quello che ascolta, che suggerisce senza imporre, che crea sensazioni positive, che alimenta suggestioni ed emozioni piacevoli.
È quello che entra nella nostra vita e ci si accomoda dentro migliorandola.
È quello che porta con sé cultura, informazione, benessere.
È quello che, sempre di più, passa attraverso le relazioni e le persone (il Cluetrain Manifesto l’aveva annunciato a suo tempo).

Per chi lavora e cerca lavoro cosa significa fare un marketing garbato?
Dopo questo super pippone ecco i miei consigli:

  • le relazioni o networking sono importantissime ma necessitano di quella cura che serve a un seme per crescere, diventare albero e dare poi frutti… tempo, nutrimento costante, attenzione, amore. Ma anche fiducia, ascolto e gratuità;
  • esporsi con gli strumenti giusti: un buon CV, un profilo LinkedIn completo e aggiornato ma anche la cura della propria presentazione a colloquio, che non si può improvvisare nemmeno quando si parla di sé stessi, anzi;
  • sviluppare una buona consapevolezza di sé è funzionale al punto sopra: sapere cosa vi distingue, su quali elementi puntare per emergere evitando di snocciolare una lista di banali caratteristiche (pregi e difetti). La consapevolezza di sé avviene in vari modi inclusi gli strumenti di self assessment come questo (piccolo, spazio, pubblicità): non sto dicendo che bisogna per forza fare un percorso di analisi per trovare l’elemento distintivo da trasmettere;
  • acquisire qualche nozione di comunicazione efficace, anche se il vostro ruolo professionale non lo richiede saper comunicare vi aiuterà moltissimo nella ricerca di un nuovo lavoro;
  • osservare il mercato del lavoro ogni giorno: se si esce dal mercato del lavoro quando si trova impiego e ci si rientra solo quando è il momento di cambiare azienda si farà il triplo della fatica a emergere e ad adattarsi a un sistema per sua natura mutevole, a comunicarsi e a presentarsi in modo efficace. Restare quantomeno alla finestra, magari tenendola un po’ aperta è già una buona scelta;
  • ma se si è audaci e lungimiranti si sceglierà di viverlo questo mercato: intercettare opportunità, trovare modi per raccontare la propria professionalità e sviluppare credibilità (generando contenuti su LinkedIn ad esempio), controllare le inserzioni, monitorare da lontano le aziende da corteggiare ma anche avere una chiara percezione del proprio posizionamento e tenersi sul pezzo;
  • mindset positivo: nessuna concessione al pensiero positivo di Jovanotti ma la certezza che passare il tempo a lamentarsi e a riversare addosso al mondo la propria frustrazione e la rabbia non paga. E questo è il punto più delicato di tutti perché è il più difficile da controllare o da sviluppare. Il mondo del lavoro è ricco di ostacoli e, diciamolo, colmo di ingiustizie. Ma, e mi ricollego a quanto detto inizialmente, non siamo qui per dire cosa è giusto e cosa no bensì per provare a fare dei piccoli cambiamenti ogni giorno con la fiducia che generino nel tempo la rivoluzione.

CHIUDO CON TRE INCISI

  1. Tutto quello che ho scritto è pensato per chi cerca lavoro ma vale – moltissimo – per chi deve comunicarsi nel proprio ruolo in azienda, dopo un cambio di funzione o dopo una promozione oppure proprio dopo aver cambiato lavoro.
  2. La comunicazione e il marketing di sé non hanno niente a che fare con la pubblicità, con il vendersi o con il creare un’immagine di sé non autentica. Al contrario sono il modo più strategico e convincente attraverso cui valorizzare chi si é e le proprie potenzialità. Per raccontare la persona oltre alle competenze e per acquisire una ulteriore competenza che si rivelerà utilissima anche all’interno del proprio lavoro, qualsiasi esso sia.
  3. Senza competenze tecniche e competenze trasversali, senza professionalità e atteggiamento qualsiasi comunicazione non attecchisce e se lo fa dura poco. Ma senza comunicazione un ottimo professionista potrebbe non intercettare le opportunità che merita.

Freelancecamp 2018: il mio concetto di contaminazione e speech da non perdere

Quella appena chiusa è stata la settima edizione del Freelancecamp, un evento che seguo dalla primissima puntata e che ha contribuito in modo decisivo al mio passaggio alla libera professione, quando ancora il mio posto fisso era più che garantito e la mia retribuzione non era affatto male.

FREELANCECAMP: PER CHI NON ERA ATTENTO

Cos’è il Freelancecamp? Un evento dedicato a Freelance (e non) per confrontarsi e crescere, anno dopo anno, insieme.
Per fare rete, per scambiare vissuti, per far girare conoscenze, per condividere esperienze, per fare domande e provare a cercare risposte.
Ma anche per sentire la sabbia sotto i piedi, il sole sulla pelle e il rumore del mare nelle orecchie.
Perché una cosa va riconosciuto alla categoria dei freelance: se lavoro dev’essere, almeno che ci si diverta! E ci siamo divertiti, lo capite già solo guardando qui.

Per me è un momento di ricarica delle energie (mentali ed emotive), Tatiana Cazzaro lo definisce la power bank del freelance, e le dò ragione. Ma non mi stancherò mai di dirlo: questo evento è aperto a tutti e tutti trovano spunti interessanti per il proprio lavoro. Quindi non siate timidi e ricordatevi che ci sono due nuove date, una a Lecce e una a Roma.

PERCHÈ VENIRE AL FREELANCECAMP

Io non mi stancherò mai di dirlo che per riempire il pozzo della nostra vita, è fondamentale uscire dal tubo e immergersi in contesti diversi da quelli abitudinari. Qualcuno la chiama contaminazione.
A  me sa da malattia, Wikipedia dice: Contatto fisico o morale perturbatore dell’equilibrio igienico o dei valori tradizionali o individuali; corruzione.
E però è proprio quella cosa lì se, sempre guardando a Wikipedia, intendiamo: Artificio consistente nella fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria.

Lasciate stare l’opera letteraria, che nella metafora sarebbe il vostro lavoro (o la vostra vita). Il concetto è un altro: l’artificio è qualcosa di non vero, è un trucco. Ma funzionale a qualcosa.
Il Freelancecamp non è il mondo reale: noi liberi professionisti non viviamo in spiaggia, non beviamo mojito ogni giorno, non passiamo il tempo a fornicare sui social network e non cazzeggiamo di giorno lavorando di notte.
La maggior parte di noi si fa un culo tanto, come la maggior parte della gente che lavora, a prescindere da ruolo, contratto e posizione.
Però il Freelancecamp ti offre -in un contesto artificiale- la possibilità reale di costruire relazioni reali e di imparare cose reali. Ti aiuta a fare scelte reali, ti insegna a usare strumenti reali, ti provoca su temi reali e ti offre l’opportunità di scoprire modi -e mondi- di lavorare diversi, ma reali.

Il Freelancecamp è sì, una bellissima contaminazione che potete vivere al livello che preferite: scegliete voi quanto andare a fondo. Vi porterete a casa qualcosa in ogni caso e sarà qualcosa di diverso da quello che vi aspettavate, ma sarà reale e arricchente.
Alla peggio due giorni di relax, un po’ di sabbia attaccata ai piedi e la pelle scaldata dal sole, più reale di così?

LISTA DEGLI SPEECH CHE VI SARANNO UTILI

Ora invece vi elenco gli speech che ho amato di più e parto da Nadia Panato con Piccoli spazi di felicità: se lavorate in proprio, magari da casa, i suoi consigli saranno utilissimi. Sfruttare lo spazio ma non solo, avere consapevolezza di ciò che aumenta o ostacola la produttività, Nadia spiega questo e chiunque può prendere spunto, per migliorare anche solo la propria scrivania e lavorare meglio.

È tra le mie preferite, sempre e comunque, perché quando l’ascolto sento la voce dell’esperienza e della professionalità: Daniela Scapoli non è una freelance alle prime armi, lei è una professionista capace e solida, che ti spiega come si lavora quando hai il cliente fisso (da non intendersi come cliente unico, ma come quel cliente con cui hai un rapporto continuativo e prolungato). Ma ascoltandola si possono estrapolare suggerimenti validi a prescindere e utili anche a chi lavora in azienda e si interfaccia ogni giorno con i clienti interni.

Negoziare è un’arte? Non lo so, ma di sicuro serve a vivere per chi, ogni giorno, deve vendere e vendersi. Luca Sartoni è stato cristallino e spietato nel parlarne, e ha regalato provocazioni che portano più la voce dell’imprenditore che quella del libero professionista. Io mi sono trovata in molte cose d’accordo con lui, ascoltatelo, lui va a braccio, non usa slide e nemmeno mezzi termini, non fa giri di parole e stressa dei concetti che però sono da riflettere, partendo dal “dovete sempre costare troppo”.

Fattura elettronica: chi ne sa davvero qualcosa? Non so voi ma io ero molto confusa e ho trovato utilissimo lo speech di Carlotta Cabiati che ha portato un po’ di luce nel buio vischioso di un sistema fiscale che non ci piace mica tanto, nemmeno quando si attiva per combattere l’evasione, ma tant’è. Per chi è interessato, cliccare qui.

Per chi parla in pubblico e usa il microfono, imperdibili i consigli di Deborah Ugolini. Lei lo dice chiaro e tondo: non è sempre colpa del fonico se non vi si sente. Peraltro, avendo parlato per prima, ha messo paura a tutti quelli che sono venuti dopo di lei e improvvisamente il microfono è diventato un oggetto sacro e temuto, ricevitore di voce e sputacchi, dalla forma equivocabile, che però serve a una e una sola cosa, e quindi va usato bene. Qui vi spiega come.

Decarola è tornato dopo anni di latitanza e rivederlo mi ha fatto sentire più giovane, più a casa e più felice di esserci. Lui è così, fa gli speech defaticanti (significa che si ride) e ciononostante riesce a dire cose intelligenti. Gli strumenti e le app che ha suggerito potrebbero migliorare la vostra vita lavorativa e i vostri acquisti su amazon. Però io ve lo dico, ho un debole per Decarola e condividerei il suo intervento anche avesse spiegato come si sbuccia una banana o come ci si allaccia le scarpe.

Mi fermo qua, ma vi linko al canale youtube del freelancecamp per vedere tutti gli speech.

E io?
Io ho parlato di Linkedin, trovate le mie slide qui.
Mi riservo però approfondimenti sul tema in un post a parte.

 

 

Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

Il lavoro dentro ai confini del lavoro.

Mi sono vantata per molto tempo della mia capacità di non staccare mai la testa dal lavoro.
In primis:

“Perché io amo il mio lavoro!!”

poi perché

“Non credo nella divisione netta tra vita e lavoro, il lavoro è parte integrante della mia vita, abbasso i confini!”

anche perché

“Quando sono in vacanza mi vengono delle buone idee!”

e ancora perché

“Sono una freelance, semplicemente io non posso andare in vacanza!

SONO BALLE (e scusate il francesismo)!

Tutte quante.
A partire dall’ultima!

I freelance non sono mica persone votate al martirio lavorativo, anche se il fisco italiano un po’ lo vorrebbe.
E se non imparo a staccare la spina, prima o poi anch’io mi brucio, nonostante ami davvero il mio lavoro.

Ma vale anche per chi è dipendente e tiene così tanto al proprio mestiere da portarselo a casa e, nei casi più estremi, in vacanza (o magari non ci tiene ma in qualche modo si sente obbligato) .

Perché poi capita che sta roba, di portarsi a casa le cose da fare, venga citata orgogliosamente a colloquio, per fare bella figura: il celodurismo dello staccanovista spacca nel nord est!!

Epperò io ho cambiato idea.
E ho capito che se non si è capaci di alzare la testa dal fare-fare-fare e non si inizia a distinguere quella che è vita lavorativa, dalla vita famigliare, da quella privata (lo spazio per sé ben descritto in Terzo Tempo) e da quella sociale… beh allora c’è qualcosa di cui preoccuparsi seriamente.
Della salute per cominciare.

Ma anche della propria competenza organizzativa, della propria efficienza, della capacità di far fronte al lavoro dentro i tempi e gli spazi del lavoro e non in cucina quando si prepara la cena o in palestra quando ci si dedica all’allora fu una tartaruga..
E non significa non fare straordinari o non poter trovare ispirazioni in contesti diversi dall’ufficio, ma riuscire a vivere ogni ambito con l’attenzione che merita, trovando anche del tempo per ricaricare le batterie.

“Ehhhh la fai facile tu, ma se i colleghi lavorano 12 ore e anche da casa io mi devo adattare” (questo me lo diceva sempre il mio compagno, che adesso ha cambiato lavoro, non ha un pc portatile e io per questo motivo amo la sua datrice di lavoro!)

“Ehhhh parli bene tu, ma non sai cosa devo fare per tenermi il lavoro che ho”

“Ehhhh sembra semplice, ma l’azienda in cui lavoro io è troppo disorganizzata”

“Ehhhh belle parole ma c’è la crisi” (questa va sempre!!!!)

“Ehhhh ma c’è la crisi e i datori di lavoro hanno il coltello dalla parte del manico” (questa è la versione sindacalizzata della precedente)

“Ehhhh, ma…” non si dice

Perché va bene tutto, però alla base di ogni risposta c’è un errore.
Lo stesso errore che faccio io quando dico che non posso ammalarmi, che non posso andare in maternità, che non posso non lavorare dopo cena, che non posso staccare la testa perché sono imprenditrice di me stessa.

L’errore è spostare i motivi di qualsiasi cosa che non ci piace
fuori di noi, anziché dentro, e in questo modo non fare niente per cambiare la situazione.

Mi spiego facile: sono io che devo modificare il mio approccio e concedermi una cosa essenziale per il mio lavoro.
Questa cosa si chiama RIPOSO!
Non posso aspettare che il sistema fiscale italiano migliori e renda la mia situazione più sostenibile e più compatibile con le vacanze… (che poi sarebbe un’attesa del tipo Aspettando Godot)
E vale per me ma vale per chiunque si lascia, più o meno spontaneamente, coinvolgere molto dal lavoro.

E invece bisogna fermarsi.
Bisogna mettere dei confini! (non avrei mai pensato di dirlo eppure…)
Ogni giorno, a una certa ora.
Ogni anno, per più di una settimana, almeno 2 di fila senza pensare al lavoro!

E bisogna riposarsi, fare cose che piacciono ma anche non fare niente e mettere corpo e mente nelle condizioni di rigenerarsi.

Quindi riposatevi, mi raccomando (disse la recruiter che ha appena mandato un sms a una candidata in vacanza per avere conferma su un appuntamento di settembre!).
E non venite a colloquio a dirmi che siete più bravi perché non staccate mai la testa dal lavoro e perché ve lo portate anche in bagno: mi chiederò seriamente se siete pazzi, autolesionisti o semplicemente incapaci di organizzarvi!

BUONE VACANZE A TUTTI!! 🙂

Soft skill e hard skill: essere bravi, non buoni

Soft skill e hard skill, in questo post troverai riflessioni sparse e conclusioni disordinate sulle competenze morbide e su quelle dure.

“Impara l’arte e mettila da parte!”

L’arte non è la capacità comunicativa, la competenza relazionali o il multitasking.
L’arte non è nemmeno la capacità tecnica tout court.
È arte, a mio avviso e intesa in ambito professionale, quando una certa cosa (mansione, ruolo, ecc…) la fai in modo eccellente e l’eccellenza è fatta di hard e di soft skill.
E la buona volontà è solo il preludio di una cosa fatta a regola d’arte.

SOFT SKILL È COOL

In questi ultimi anni di crisi e post-crisi c’è stata la rivalsa delle competenze soft, che tanto soft non sono se la maggior parte di chi seleziona il personale (me inclusa) afferma che, a parità di competenze dure, è sulla base di quelle morbide che viene scelta la persona da assumere.
Vengono dette anche competenze trasversali e qualcuno afferma che non si possano insegnare/imparare, che fanno parte del corredo genetico di ciascuno.
Mi sembra ovvio che se fosse vero saremmo messi male.
La buona pasta di una persona è una cosa ma non è tutto lì: le soft skill sono competenze che si possono e si devono acquisire e che vanno allenate ogni giorno.

Le soft skill sono un insieme tra qualità personali, predisposizioni e competenze acquisite (e acquisibili) che in un passato recente venivano assoggettate alla buona volontà, all’impegno e a una buona educazione cattolica.
Gli errori concettuali erano due, secondo me:

  1. pensare che una buona persona fosse automaticamente un bravo professionista: perchè in fondo si impegna e ha tanta buona volontà…
  2. ritenere che saper fare qualcosa, avere padronanza della tecnica, supplisse a eventuali carenze personali: perché non importa se non va d’accordo con i colleghi, è così bravo in quello che fa…

Ma torniamo a bomba, le soft skill sono state per lungo tempo sottovalutate quando non addirittura ignorate o, nella migliore delle ipotesi, confuse con la frequenza settimanale alla santa messa.

Poi all’improvviso ci siamo svegliati e ci siamo accorti che la moda cambiava: negli anni 70 andavano i jeans a zampa e la buona volontà, negli anni 80 c’erano le spalline e con un diploma accedevi all’apprendistato (quello vero), negli anni 90 il jeans era a vita alta e bisognava imparare a collaborare, oggi è tornato in voga il body (per le donne ehhh) e se non hai almeno 20 soft skill in borsa non sei nessuno.

Il problema però resta, perché anche se ti spalmi di soft skill dalla testa ai piedi come fosse Nutella, questo non ti trasformerà magicamente nell’impiegato, manager, tecnico, venditore, ecc… dell’anno, super-ricercato da tutti gli head hunter dell’interspazio.

NON DIMENTICARE LE HARD SKILL

Non perdere mai di vista le hard skill.
Perché va bene tutto ma il mestiere va imparato, e pure bene, e il mestiere è fatto anche di abilità manuali, conoscenze specifiche di settore, competenze tecniche, capacità logico/numeriche ecc…

Ed è vero che tutto si impara ma c’è un tempo per ogni cosa.
E l’arte richiede applicazione e dedizione.
Avere uno zaino pieno di soft skill non è sufficiente, e attenzione, conoscerne il nome e saperle snocciolare a colloquio non equivale a possederle .
Non lo è soprattutto se lavori da almeno 5/7 anni.
Mi spiego meglio con un esempio un po’ generico: se ti proponi come Tecnico Progettista R&D, con una seniority di più di 5 anni e fatichi a usare un CAD, non serve che punti sulle tue qualità collaborative e organizzative per farti assumere, piuttosto torna a studiare la progettazione. È un paradosso ma non così distante dalla realtà, credimi.

Verrà (forse e non per tutti) il momento in cui le soft skill diventeranno hard skill, succederà quando diventerai manager e/o dirigente.
Quando, forte delle tue competenze specialistiche che ti rendono (il più) esperto su una determinata disciplina, dovrai mettere in campo le soft skill per diventare un punto di riferimento verso i tuoi collaboratori.
A parità di capacità specialistiche infatti, il buon manger è colui che sa sfruttare al meglio le capacità trasversali per coordinare, gestire, motivare, guidare e vedere oltre.

Concludendo:

  • sapere, saper fare e saper essere sono un tutt’uno su cui è necessario lavorare sempre, in ogni stadio della propria vita professionale: all’inizio quando le hard skill sono “deboli”, al centro quando è necessario specializzarsi e far diventare il mestiere arte, all’apice quando le soft skill diventano la base su cui impostare il proprio ruolo di gestore/leader/direttore
  • la buona pasta di una persona non ne fa in automatico un buon professionista: la buona pasta è solo un buon punto di partenza
  • la buona pasta di una persona non rappresenta le sue soft skill, nemmeno l’indole è sinonimo di soft skill: le soft skill sono competenze che vanno acquisite e sviluppate, e non è mica facile
  • le soft skill non ti regalano l’accesso automatico al mondo del lavoro: non è come coi bollini del supermercato che poi vinci il tostapane
  • non perdere di vista le hard skill, punta all’eccellenza, impara l’arte! e poi impara ancora e ancora e ancora
  • essere buoni non significa essere automaticamente bravi, proprio no!
  • la bravura, intesa come capacità di svolgere bene il proprio ruolo all’interno di un contesto organizzativo e relazionale, oggi non è un optional per chi vuole lavorare e crescere