Perché le parole potrebbero cambiare il tuo lavoro, come smettere di aspettare la congiunzione astrale del perfetto 2020 e i miei regali per iniziare… ora!

È immancabile, irrinunciabile, inevitabile!
È lui, il post di fine anno.
E chi sono io per staccarmi dalla massa di persone che ti riempie di buoni consigli, propositi sberluccicanti e commoventi auguri?
Nessuno appunto, quindi mi allineo e lo scrivo.
Cercando di essere veloce e indolore ma portando anch’io un po’ di doni, per poi lasciare spazio a chi ha cose più appropriate da dirti ma soprattutto a chi ha baci da darti, abbracci da regalarti e vino da offrirti.

Partiamo dal fondo: buon Capodanno, e anche buona codadanno, e pure il mezzodanno che sia buono.
Però chiariamoci: il 2020 sarà un anno come un altro. Checché ne dicano gli oroscopi e le previsioni astrali, io aspetto l’anno dei pesci da parecchio e ancora non si vede.
O forse la soluzione sarebbe cambiare punto di vista e smettere di aspettare.
Esattamente da… ora!
Ecco, forse è proprio tempo di cambiare punto di vista e dismettere le aspettative (che non significa abbandonare le ambizioni).
Un punto di vista diverso parte dal dire grazie, parolina magica che imponiamo ai bambini e poi ci dimentichiamo di usare nei confronti di quello che la vita ci porta, troppo concentrati a sottolinearne le sfighe che, te lo dico, ci saranno sempre, anche se le mandi a cagare e ti sfoghi su LinkedIn, a questo punto… prova a fare diverso.

Al mio 2019 dico grazie soprattutto per due cose:

  • una sono le persone, persone conosciute, persone che mi hanno consolata, persone che mi hanno insegnato, persone che mi hanno ferita, persone che mi hanno ascoltata, persone che mi hanno spronata, persone che hanno usato carta vetrata intrisa di sentimento, persone che mi hanno detto di no!
  • la seconda è il focus professionale e la presa di consapevolezza su quello che voglio fare: lavorare con le aziende e per le persone, per lasciare il mondo del lavoro un po’ migliore di come l’ho trovato (cit.). E questo significa lavorare affinché cresca in consapevolezza, attenzioni e cultura della persona. Ma anche in strumenti.
    Nella mia cassetta degli attrezzi un posto speciale è dedicato alle parole e alla comunicazione scritta come veicolo di cambiamento, cultura, benessere e professionalità. La scrittura funzionale e di stecca, come la chiama Annamaria Anelli che già si occupa di questi temi con una competenza a cui io aspiro. Niente a che fare con la letteratura bensì con le persone, con le aziende e con la crescita del business (che non vivo sulle nuvole e si sa, l’obiettivo è fatturare).

PERCHÈ LE PAROLE?

Scegliere le parole diventa importantissimo quando capisci che ciò che scrivi, anche una semplice mail, un CV, un’informativa, un’inserzione, la risposta a un reclamo può generare emozioni positive, sviluppare relazioni e stimolare un’azione che ha il gusto di cambiamento.

Scegliere le parole, usare le parole, dire le parole, condividere le parole e prendersi cura delle relazioni e delle persone, con uno dei più basilari strumenti che abbiamo a disposizione insieme all’ascolto: il linguaggio. Ed è pure gratis.
Le parole per arrivare, andare verso e trovare un’espressione comunicabile: le parole per trovarsi, le parole per costruire, ma insieme.

Dal libro di Severgnini – L’italiano, lezioni semiserie

Se ti fermi un momento e pensi a cosa puoi fare con le parole ti accorgi che scrivere è un super potere, così come lo è il respiro, il problema è che tu oggi scrivi un po’ come respiri: senza farci caso!
E invece hai in mano una cosa che può cambiare te, come stai, come percepisci ciò che ti accade, come stanno le persone che lavorano con o per te, come si esprime la tua azienda, come si relaziona alle persone (che siano clienti, fornitori, partner, investitori…), come ti percepiscono gli altri.
Possono essere contenuti, storie, campagne pubblicitarie o semplici comunicazioni di servizio ma le parole che usi esprimono la tua impronta professionale, quella della tua azienda o dell’azienda che rappresenti.
Ecco perché le parole e il linguaggio: perché rappresentano l’essenza della comunicazione, il mattone delle relazioni e il biglietto da visita più immediato della nostra e della tua professionalità.

Ti porto in dono

E quindi ecco anche i miei regali: doni per chi ha voglia di farsi un po’ il culo per contribuire al cambiamento e che non piaceranno invece, a chi attende che il cambiamento lo porti Babbo Natale o, a questo punto delle feste, la Befana.

Puoi scegliere, se leggere o ascoltare, o puoi fare entrambe le cose ma soprattutto puoi decidere, da adesso, di cambiare qualcosa, basta un 1% delle parole che usi ogni giorno, un 1% della (non) attenzione che metti ogni giorno quando scrivi, un 1% in meno degli automatismi che segui per fare meno fatica, perché lo sai: scegliere le parole e scrivere chiaro è molto più complicato (alla faccia di chi dice che la scrittura semplice svilisce la lingua).

REGALO UNO

Ti regalo parole, quelle di chi ha contribuito a questo mio percorso e che ti faranno capire quanto cambierà in meglio il tuo lavoro attingendo a ciò che, speriamo, l’AI (intelligenza artificiale) ancora non ha: l’umanità.
Annamaria Anelli non è solo una business writer, Annamaria è una donna che lotta e che si schiera attraverso le parole per amore delle persone e del loro lavoro, che se ne prende cura con forza e garbo e che ovunque insegni porta il cambiamento come dicembre porta i panettoni e le calorie.
La puoi leggere in questo profondo articolo che parla del prendersi cura attraverso le parole,
la puoi ascoltare in questa intervista sulla comunicazione del colloquio di lavoro ma non solo,
puoi sentire il suo podcast su Storytel per imparare a trovare le parole più vere per comunicarti in ambito professionale.

REGALO DUE

Ecco due foto dal libro di Severgnini “L’italiano, lezioni Semiserie” che valgono più di qualsiasi altro discorso, qui c’è la concretezza che puoi adottare da… ora!

HR: TOCCA A NOI

Chiudo con un appello: come HR credo sia proprio la “funzione del personale” a dover muovere i primi passi di un cambiamento di cultura e di azioni traendo forza da un mutamento delle relazioni e dei rapporti che, senza sovvertire le gerarchie, devono trovare un nuovo equilibrio fatto di rispetto, riconoscimento, chiarezza, vicinanza, condivisione e crescita.
Di umanità sentita, non solo dichiarata, di inclusione voluta, non solo pubblicizzata.
E chiudo con questo articolo ben scritto di Osvaldo Danzi, un bonus proprio per chi si occupa di HR e di recruiting: la prima cosa concreta che possiamo fare con le parole è iniziare a dare risposte, da… ora!

IL CV IN PRATICA: TE LO SPIEGO CON UN DISEGNO

In questo post più che raccontarti il CV te lo voglio far vedere così da rendere più chiaro e concreto ciò che racconto sulle note vocali e sul podcast di Max Furia (ma tu l’hai ascoltata la puntata in questione? la trovi qui).
Ho realizzato quindi due modelli di esempio che troverai in fondo a questo articolo, il mio obiettivo è esserti il più utile possibile e aiutarti a interpretare ciò che scrivo, a unire i punti insomma, lasciando poi a te la messa a punto del tuo personale Curriculum.

Ricapitolando, la struttura del CV (per come oggi io lo considero efficace) prevede alcune accortezze:

  • un job title dopo il proprio nome, che dia subito l’imprinting a chi legge
  • una presentazione prima di affrontare la cronistoria della propria carriera, che chiarisca competenze (hard e soft) e impronta (il tuo stile), che espliciti gli obiettivi, che crei curiosità, che racconti una storia (per i più audaci)
  • a seguire le esperienze professionali (dalla più recente e poi a ritroso)
  • formazione e corsi
  • hobby
  • autorizzazione al trattamento dei dati

Questa struttura può essere piegata alle diverse necessità, ad esempio la presentazione può ospitare anche un dettaglio delle competenze (come nel secondo modello che allego). Può succedere che un profilo abbia bisogno di esplicitare alcune informazioni tecniche e quindi che si renda opportuno creare un box o un capitolo a parte, quello che mi preme trasmettervi è la struttura di massima.

Perché questa e non un’altra?

IMPRINTING

Inserire un job title o un’headline (che è più del nome del ruolo, è una sorta di slogan che include il titolo professionale) aiuta chi legge a crearsi un imprinting immediato, ciò che leggerà dopo ricondotto al ruolo esplicitato all’inizio.

Anche la presentazione ha questo effetto, dice subito e chiaramente a chi legge chi sei e cosa fai. Ma la presentazione aggiunge anche altro, in particolare due cose:

  • il tuo stile: se è vero che sono le soft skill a fare la differenza perché relegarle alla fine del documento?
  • i tuoi obiettivi: non mi stancherò mai di dire che vanno esplicitati, non aspettare che sia chi legge a doverli estrapolare.

PRIMA IL PRESENTE (PROMESSA DEL FUTURO)

L’ordine cronologico è importante: chi ti assume lo fa per ciò che sei oggi e per ciò che puoi diventare. Quindi la prima cosa da comunicare è il presente. Il tuo percorso è importante ma non è il tuo punto di partenza, è ciò che ti ha portato fino a qui.
Chiaro che se sei una neolaureata o un neolaureato e ti stai affacciando per la prima volta sul mercato del lavoro il tuo presente è il tuo titolo di studi e quindi ha senso che compaia prima delle esperienze lavorative se queste non riguardano i tuoi obiettivi futuri (es. se hai dato ripetizioni, fatto il cameriere o la bagnina).

I TUOI HOBBY

Preferisco i CV che citano hobby e interessi, mi aiutano a capire la persona, rendono il documento più umano e mi avvicinano a chi sta scrivendo. Non sei obbligata/obbligato a metterli ma non citarli significa perdere l’opportunità di far emergere qualcosa in più su di te come persona.

E LA FOTO?

Per me la foto sul CV ha senso ma non è obbligatoria e piuttosto che una foto scelta male è meglio nessuna foto. Se c’è un rimando al Profilo LinkedIn peraltro quella è sufficiente.
Mi raccomando, della foto ho parlato anche qui.

ULTIMO MA NON ULTIMO

  • Pensa a chi legge (cosa sa e cosa non sa del tuo lavoro? cos’è rilevante per lei/lui?)
  • La presentazione va in prima persona singolare, il resto non necessariamente
  • Fai un uso intelligente dell’elenco puntato
  • Più ricopri un ruolo manageriale meno hai bisogno di scendere nel dettaglio delle tue attività
  • Se la tua carriera è molto lunga valuta se sia il caso di tagliare le primissime esperienze
  • Il CV deve far venir voglia di incontrarti, non raccontare vita, morte e miracoli della tua vita
  • Chiediti sempre se ciò che stai scrivendo rappresenta un’informazione utile o superflua per chi legge (alcune delle informazioni che spesso non rappresentano un valore aggiunto sono: automunita/o, patente B, madreligua italiano, sesso femminile, stato civile).
  • Nomina il file: CV Nome Cognome anno
  • Invialo in PDF

Ti allego lo schema in due versioni (puoi realizzare il tuo CV con i modelli di Word e Pages, puoi crearlo tu di tua sponte se smanetti benino oppure puoi usare Canva).
E adesso chiarezza e concretezza dovrebbero esserci🙂

Scrivi per farti leggere

Reduce dai primi due moduli del percorso ideato dalla Holden per imparare a narrare le imprese sento il bisogno di scrivere un articolo che riguarda la scrittura efficace.
Non un vademecum di buone pratiche ma qualcosa di ancora più importante: un cambio di prospettiva che da solo ti permetterà di scrivere meglio non appena avrai finito di leggere questo articolo.
Perché scrivere è quella cosa che facciamo tutti, sempre, su qualsiasi cosa.

SCRIVIAMO SEMPRE

Partiamo da questo presupposto e diventiamone consapevoli: scriviamo sempre, scriviamo tutto, scriviamo tutti.
Spesso di fretta, distrattamente, obbligati dalle formalità.
Scriviamo mail, minute, verbali.
Scriviamo relazioni, presentazioni, speech.
Scriviamo CV, profili LinkedIn, bio dei social.
Scriviamo testi per i siti, per le brochure, per il blog aziendale, per i comunicati stampa.
Scriviamo avvisi, procedure, regolamenti.
Scriviamo newsletter, inserzioni, inviti, provvedimenti disciplinari.

Scriviamo per informare, spiegare, delegare, organizzare, gestire, richiamare, motivare, rimproverare, attaccare.
Scriviamo per paracularci.
Scriviamo per rispondere, candidarci, ribattere, difenderci, giustificare, dimostrare, ricordare, testimoniare.
Se siamo fortunati (o innamorati) scriviamo anche per coinvolgere, convincere, lodare, emozionare, avvicinare, sorprendere, sedurre, affascinare.

Quindi sì, scriviamo tanto.
Scrivere è diventata un’attività così normale che quasi non ce ne rendiamo conto.
Come respirare.

Ma a fronte di tanto scrivere la domanda vera è: quanto leggiamo?

LEGGIAMO POCO

Non ti insegno a scrivere in questo post.
Anche perché dovrebbe farlo Annamaria Anelli: business writer che ha gestito il secondo modulo dedicato alla scrittura professionale e – a mio avviso – la migliore sul mercato in questo momento (seguitela, imparerete tantissimo; chiamatela per una consulenza, vi cambierà per sempre il modo di scrivere).
Non ti insegno a scrivere ma ti faccio alcune domande che ti aiuteranno a cambiare prospettiva:

  • quanto leggi di quello che ricevi?
  • leggi o scorri?
  • leggi o guardi?
  • quante volte ti è capitato di dover tornare indietro o di dover rileggere? magari una comunicazione o un avviso interno.
  • ti capita mai di saltare intere righe e di accorgerti che non hai letto pezzi di una mail?
  • ti succede di aprire pagine sul browser e di guardarle senza aver voglia di leggere niente? senza che niente ti agganci? o di ricevere una newsletter, aprirla e chiuderla senza averla letta?
  • hai mai letto completamente un’informativa per la privacy?
  • ricordi di cosa parlava l’ultima comunicazione che ti ha inviato la banca?
  • che emozioni provi di fronte a un avviso pubblico?

Insomma hai capito: in qualità di lettrice o lettore come ti senti “leggi cose” nel tuo quotidiano?
E perché invece ci sono contenuti che salti e contenuti che leggi con interesse e addirittura piacere?
Newsletter che non ti perdi, articoli che salvi per poterli leggere con calma.
Ma anche mail che – se ci pensi – ti piacciono.

Ecco il cambio di prospettiva che ti invito a fare: mettiti nel panni di chi legge!
Chi è, cosa sa, cosa cerca, che cultura ha, cosa vuoi che faccia, come deve sentirsi?
E nel farlo pensa alla tua esperienza di lettore, sarà più facile, perché nella lettura ci assomigliamo tutti, credimi.
Quindi cosa vorresti tu?
Come potresti essere più attenta o attento di fronte a un avviso o a una comunicazione?
Come ti sentiresti se ti accorgessi che chi ha scritto l’ha fatto pensando a te, mettendosi nei tuoi panni, riducendo la complessità, la verbosità, i tecnicismi, gli orpelli, i giri di parole, gli incisi, le nominalizzazioni e i gerundi?

Te lo dico io: bene!
Ti sentiresti bene e coinvolta o coinvolto.
Avvertiresti la relazione che c’è tra te e chi ti scrive, fosse anche l’Assicurazione o Trenitalia.
Quindi figuriamoci cosa succederebbe tra colleghi, nella comunicazione quotidiana.
O con i tuoi clienti.

SIAMO FATTI PER COMPRENDERE STORIE E PER VEDERE IMMAGINI

Questo non lo dice la Holden perché è la Holden, anche se ne avrebbe ben d’onde (e abbiamo fatto la rima).
Lo dicono le neuroscienze.
Le storie ci appartengono anche perché hanno la stessa struttura della vita: inizio, svolgimento, fine.
Le storie ci appartengono perché ci permettono di identificarci.
Le storie ci appartengono perché hanno il potere di stimolare a livello neuronale la stessa risposta di un’esperienza vissuta o di un’emozione provata.

È per questo che quando ci raccontano una storia la nostra attenzione viene catturata più di quando ci mettono di fronte un foglio excel (niente contro i fogli excel, servono e continueranno a servire) è per questo che piangiamo o proviamo paura guardando un film: lo sappiamo che è tutto finto ma questo non ci impedisce di emozionarci.
E tu? Non ti fermi anche tu più volentieri di fronte al racconto che dinnanzi a un bullet point?
Non ti cattura l’immagine della metafora più che un astratto concetto spiegato con dovizia di particolari?

Costruire storie e immagini non presuppone per forza l’essere creativi ma allenarsi a comunicare secondo la modalità con cui, chi ci ascolta, capisce di più. Se abbiamo imparato a usare excel e power point ti assicuro che possiamo anche imparare a costruire piccole storie e metafore ficcanti.

IMPARA A RESPIRARE, IMPARA A SCRIVERE

Hai mai sentito parlare dei benefici del respiro?
Ti hanno mai detto: respira e vedrai che starai meglio?
E tu a pensare: certo che respiro, respiro in continuazione, altrimenti non sarei qui a parlare con te.
Ma credimi: la maggior parte di noi non respira, la maggior parte di noi fa funzionare i polmoni, non respira.
E te lo dico perché io stessa non respiravo. Poi mi sono accorta di quanto tutto possa essere diverso respirando per davvero.

Bene, la scrittura è uguale: tutti siamo convinti di scrivere perché lo facciamo sempre!
Ma non è vero: infiliamo parole in una mail, farciamo di avverbi le relazioni, spolveriamo di aggettivi l’inserzione, scegliamo l’aziendalese per darci un tono ma non stiamo comunicando.
Scriviamo ma non è detto che qualcuno ci legga.
Scriviamo ma non è detto che riusciamo a far vedere e sentire e se non riusciamo a far vedere e sentire non produrremmo un movimento, un’azione.

Respira quindi.
E scrivi per comunicare.

Mettiti nei panni di chi legge e scrivi con intenzione e consapevolezza, con la cura che serve a proteggere una relazione importante, con la concretezza necessaria a stimolare un’azione.

Mettiti nei suoi panni e poi scegli la chiarezza, la concretezza e le frasi corte.