Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…

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Soft skill e hard skill: essere bravi, non buoni

Soft skill e hard skill, in questo post troverai riflessioni sparse e conclusioni disordinate sulle competenze morbide e su quelle dure.

“Impara l’arte e mettila da parte!”

L’arte non è la capacità comunicativa, la competenza relazionali o il multitasking.
L’arte non è nemmeno la capacità tecnica tout court.
È arte, a mio avviso e intesa in ambito professionale, quando una certa cosa (mansione, ruolo, ecc…) la fai in modo eccellente e l’eccellenza è fatta di hard e di soft skill.
E la buona volontà è solo il preludio di una cosa fatta a regola d’arte.

SOFT SKILL È COOL

In questi ultimi anni di crisi e post-crisi c’è stata la rivalsa delle competenze soft, che tanto soft non sono se la maggior parte di chi seleziona il personale (me inclusa) afferma che, a parità di competenze dure, è sulla base di quelle morbide che viene scelta la persona da assumere.
Vengono dette anche competenze trasversali e qualcuno afferma che non si possano insegnare/imparare, che fanno parte del corredo genetico di ciascuno.
Mi sembra ovvio che se fosse vero saremmo messi male.
La buona pasta di una persona è una cosa ma non è tutto lì: le soft skill sono competenze che si possono e si devono acquisire e che vanno allenate ogni giorno.

Le soft skill sono un insieme tra qualità personali, predisposizioni e competenze acquisite (e acquisibili) che in un passato recente venivano assoggettate alla buona volontà, all’impegno e a una buona educazione cattolica.
Gli errori concettuali erano due, secondo me:

  1. pensare che una buona persona fosse automaticamente un bravo professionista: perchè in fondo si impegna e ha tanta buona volontà…
  2. ritenere che saper fare qualcosa, avere padronanza della tecnica, supplisse a eventuali carenze personali: perché non importa se non va d’accordo con i colleghi, è così bravo in quello che fa…

Ma torniamo a bomba, le soft skill sono state per lungo tempo sottovalutate quando non addirittura ignorate o, nella migliore delle ipotesi, confuse con la frequenza settimanale alla santa messa.

Poi all’improvviso ci siamo svegliati e ci siamo accorti che la moda cambiava: negli anni 70 andavano i jeans a zampa e la buona volontà, negli anni 80 c’erano le spalline e con un diploma accedevi all’apprendistato (quello vero), negli anni 90 il jeans era a vita alta e bisognava imparare a collaborare, oggi è tornato in voga il body (per le donne ehhh) e se non hai almeno 20 soft skill in borsa non sei nessuno.

Il problema però resta, perché anche se ti spalmi di soft skill dalla testa ai piedi come fosse Nutella, questo non ti trasformerà magicamente nell’impiegato, manager, tecnico, venditore, ecc… dell’anno, super-ricercato da tutti gli head hunter dell’interspazio.

NON DIMENTICARE LE HARD SKILL

Non perdere mai di vista le hard skill.
Perché va bene tutto ma il mestiere va imparato, e pure bene, e il mestiere è fatto anche di abilità manuali, conoscenze specifiche di settore, competenze tecniche, capacità logico/numeriche ecc…

Ed è vero che tutto si impara ma c’è un tempo per ogni cosa.
E l’arte richiede applicazione e dedizione.
Avere uno zaino pieno di soft skill non è sufficiente, e attenzione, conoscerne il nome e saperle snocciolare a colloquio non equivale a possederle .
Non lo è soprattutto se lavori da almeno 5/7 anni.
Mi spiego meglio con un esempio un po’ generico: se ti proponi come Tecnico Progettista R&D, con una seniority di più di 5 anni e fatichi a usare un CAD, non serve che punti sulle tue qualità collaborative e organizzative per farti assumere, piuttosto torna a studiare la progettazione. È un paradosso ma non così distante dalla realtà, credimi.

Verrà (forse e non per tutti) il momento in cui le soft skill diventeranno hard skill, succederà quando diventerai manager e/o dirigente.
Quando, forte delle tue competenze specialistiche che ti rendono (il più) esperto su una determinata disciplina, dovrai mettere in campo le soft skill per diventare un punto di riferimento verso i tuoi collaboratori.
A parità di capacità specialistiche infatti, il buon manger è colui che sa sfruttare al meglio le capacità trasversali per coordinare, gestire, motivare, guidare e vedere oltre.

Concludendo:

  • sapere, saper fare e saper essere sono un tutt’uno su cui è necessario lavorare sempre, in ogni stadio della propria vita professionale: all’inizio quando le hard skill sono “deboli”, al centro quando è necessario specializzarsi e far diventare il mestiere arte, all’apice quando le soft skill diventano la base su cui impostare il proprio ruolo di gestore/leader/direttore
  • la buona pasta di una persona non ne fa in automatico un buon professionista: la buona pasta è solo un buon punto di partenza
  • la buona pasta di una persona non rappresenta le sue soft skill, nemmeno l’indole è sinonimo di soft skill: le soft skill sono competenze che vanno acquisite e sviluppate, e non è mica facile
  • le soft skill non ti regalano l’accesso automatico al mondo del lavoro: non è come coi bollini del supermercato che poi vinci il tostapane
  • non perdere di vista le hard skill, punta all’eccellenza, impara l’arte! e poi impara ancora e ancora e ancora
  • essere buoni non significa essere automaticamente bravi, proprio no!
  • la bravura, intesa come capacità di svolgere bene il proprio ruolo all’interno di un contesto organizzativo e relazionale, oggi non è un optional per chi vuole lavorare e crescere

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.

Una sana dipendenza dal lavoro è possibile?

In questi giorni ho riflettuto sulle mie “dipendenze”.
Non l’ho ammessa subito ma mi sono resa conto pensandoci, che il lavoro è una di questa.
Ora chiariamo subito una cosa: io sono felice quando arriva il venerdì, mi piace se le feste comandate creano dei ponti, sono contenta di andare in ferie e quando la domenica vado in montagna non controllo la mail (anzi, metto il cellulare in modalità aereo per qualche ora).
E ribadisco anche un altro concetto fondamentale: non lavoro per la gloria e nemmeno per la pace nel mondo, lavoro per portare a casa la pagnotta, il salame e possibilmente pure il dessert.

Eppure non potrei fare a meno di lavorare.
Non solo perchè come madre a tempo pieno non mi ci vedo proprio, ma perchè sono convinta che quello che imparo lavorando, quello che mi porto a casa sul piano personale, umano e professionale (ovviamente) non è “reperibile” in altri contesti.

Passioni ne ho, forse anche troppe.
E mi arricchiscono.
Persone ne conosco.
Sono uno stimolo continuo.
Ma nel lavoro mi metto in gioco in modo diverso, chiamando in causa ciò che sono e ciò che mi piace fare, ma anche ciò che posso diventare, le cose che non amo fare (ma che devo e devo fare bene) e aspetti di me non conosco e che non conoscerei se non fossi obbligata a farlo.
Quando vado in montagna ci vado con persone con cui condivido questo amore, anzi di più: scelgo gli amici che vanno in montagna con il mio stesso stile, perchè è un piacere e non sono disponibile a troppi compromessi quando faccio una cosa che mi piace.
Nel lavoro non funziona sempre così, scelgo fino a un certo punto e non posso seguire sempre e solo il mio punto di vista.

E non voglio cadere nel banale del tipo:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita
(Confucio)

Io ho scelto e amo il mio lavoro ma la sera sono stanca e non mi diverto quando devo stare al computer dopo cena.

Mi dissocio anche da questa:

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità.
(Thomas Jefferson)

Un po’ perchè la tranquillità mi dà noia, un po’ perché mai limiterei le fonti della mia felicità al solo lavoro, non scherziamo dai!?!

Io sono invece una sostenitrice del buon Aristotele:

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

E tempo libero è inteso in senso ampio.
Resto anche fermamente convinta che

Il lavoro (può) nobilita(re) l’uomo.
(Charles Darwin rivisitato)

E soprattutto che

La cosa più importante di tutta la vita è la scelta di un lavoro, ed è affidata al caso.
(Blaise Pascal)

Questa è la cosa che mi dispiace di più.
Vedere che in molti considerano ancora il lavoro un “male necessario” e dedicano pochissima attenzione a fare (o almeno tentare) delle scelte oculate, a conoscersi per capire a cosa sono più portati, a studiare (per quanto possibile) in vista di una professione più qualificante.
So bene che non è scontato e nemmeno facile.
Credo però che sia opportuno dedicare sempre più tempo e spazio durante il percorso scolastico ed educativo a veicolare un concetto di lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti.
E dobbiamo farlo noi genitori in primis, la scuola subito dopo.
Io sono cresciuta con un padre dipendente pubblico e una mamma un po’ casalinga e un po’ signora delle pulizie: se non avessi conosciuto il mio primo datore di lavoro dubito che avrei mai sviluppato un vero coinvolgimento per il lavoro.
E mi sarei persa tante belle cose.

Non ho una dipendenza dal lavoro, ma dal tipo di stimoli e di opportunità (non solo professionali) che mi offre, quello sì.
Io le ho trovate lì.
Non escludo che si possano reperire altrove, credo però che sia uno spreco continuare a riporre la vita lavorativa dentro la casella delle “cose che devo fare ma senza sarei decisamente più felice!”
È proprio vero?

Mio papà, a due anni dalla pensione probabilmente sì.
Ma se hai tra i 20 e i 50’anni io ho qualche dubbio.

Poi c’è anche chi pensa che…

Il lavoro è il rifugio di quelli che non hanno nient’altro di meglio da fare.
(Oscar Wilde)

Ma la maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere e di “avere di meglio da fare”, quindi tanto vale viverla il meglio che si può questa necessità.
Senza moralismi o buonismi, è un puro dato di fatto!

Il CV efficace lo ha inventato Leonardo Da Vinci: copiate!

Quel gran secchione di Leonardo Da Vinci tra le varie cose è fautore pure del CV efficace.

Quel CV cioè che non descrive ogni singola esperienza lavorativa (quello che hai fatto in passato) ma che mette in evidenza le capacità maturate (ciò che potrai fare presso chi ti assumerà).
Un CV non autoreferenziale ma concreto, pragmatico e rivolto ai bisogni e ai problemi di chi legge.
La lettera è indirizzata al Duca Ludovico Sforza detto Il Moro in occasione del trasferimento dello stesso Leonardo a Milano e pare  proprio una moderna domanda di assunzione.
Eccola tradotta in Italiano corrente:

Avendo constatato che tutti quelli che affermano di essere inventori di strumenti bellici innovativi in realtà non hanno creato niente di nuovo, rivelerò a Vostra Eccellenza i miei segreti in questo campo, e li metterò in pratica quando sarà necessario. Le cose che sono in grado di fare sono elencate, anche se brevemente, qui di seguito (ma sono capace di fare molto di più, a seconda delle esigenze):

  1. Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; e ponti da usare in battaglia, in grado di resistere al fuoco, facili da montare e smontare; e so come bruciare quelli dei nemici.
  2. In caso di assedio, so come eliminare l’acqua dei fossati e so creare macchine d’assedio adatte a questo scopo.
  3. Se, sempre in caso di assedio, la fortezza fosse inattaccabile dalle normali bombarde, sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente.
  4. Ho ideato bombarde molto maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta, in modo da creare spavento e confusione nel nemico.
  5. Sono in grado di ideare e creare, in modo poco rumoroso, percorsi sotterranei per raggiungere un determinato luogo, anche passando al di sotto di fossati e fiumi.
  6. Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie, che avanzeranno facilmente e senza ostacoli.
  7. Se c’è bisogno costruirò bombarde, mortai e passavolanti [per lanciare sassi e ‘proiettili’] belli e funzionali, rielaborati in modo nuovo.
  8. Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste [macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’] e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo; costruirò, in base alla situazione, infiniti mezzi di offesa e difesa.
  9. In caso di battaglia sul mare, conosco efficaci strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che sanno resistere a ogni tipo di attacco.
  10. In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza.

Se le cose che ho promesso di fare sembrano impossibili e irrealizzabili, sono disposto a fornirne una sperimentazione in qualunque luogo voglia Vostra Eccellenza, a cui umilmente mi raccomando.

Cosa fa Leonardo?
Per prima cosa sintetizza le sue competenze in un elenco numerato, così facendo facilita l’organizzazione dei contenuti e la lettura da parte di chi riceve la missiva.
Inoltre, e ancora più importante, contestualizza la lettera citando soprattutto le sue competenze in ambito bellico.
Lui, che era prima di tutto un artista e pure pacifista, scrive un CV promuovendo una gamma ben specifica di abilità, quelle che ritiene possano servire al Duca.
Delle sue qualità di artista ne accenna solo al decimo punto, senza forzare la mano.

Da Vinci docet quindi, il CV moderno l’ha inventato lui, e non ha niente a che fare con il formato europeo.

È invece un CV lean, contestualizzato, funzionale, che punta dritto all’obiettivo facendo leva sui bisogni di chi dovrebbe ingaggiarlo.

Funziona così anche oggi: chi assume lo fa perché ha un problema e sceglie la persona che ritiene possa risolverlo nel migliore dei modi.
Quando scrivete un CV chiedetevi sempre: che problemi ha il mio interlocutore? In che modo io posso contribuire a risolverli?
E poi scrivete di questo!
Tutto il resto che vi verrà voglia di inserire nel CV potrebbe essere inutile, pensateci bene prima di occupare spazio con parole e informazioni che non portano valore aggiunto.
E strutturate il testo perché sia immediato e fluido, gli elenchi puntati sono i vostri migliori alleati.

Il CV: che formato scelgo? Europass, classico o creativo?

La scorsa settimana è uscito un mio post sul portale C+B, ho parlato del Curriculum e ho cercato di dirimere una questione sempre un po’ discussa e mai completamente chiara.

QUAL È IL FORMATO IDEALE DI UN BUON CV?

Europeo, creativo, super-grafico, per competenze, cronologico, resumé, alternativo e chi più ne ha più ne metta.
Su C+B ho parlato a chi lavora in proprio, qui invece allargo la visuale e mi rivolgo anche a te che lavori come dipendente e ti stai ponendo questa domanda.

RAGIONIAMO UN PO’…

Io non ho la verità in tasca, o meglio credo che NON CI SIA UNA SOLA verità.
Ci sono degli elementi da valutare.

Elementi per i quali il tanto bistrattato formato europeo (che oggi è evoluto a Europass) potrebbe rivelarsi la scelta più opportuna, in alcuni casa l’unica possibile (ad. esempio se come me lavori per istituzioni o su progetti finanziati dove viene richiesto questo e solo questo tipo di documento).
In altri casi invece un CV cronologico classico e senza alcun elemento di originalità grafica produce qualche perplessità in chi lo legge (es. se è il CV è quello di un grafico creativo).

Quali sono quindi gli elementi da valutare prima di scegliere che formato adottare?

  • a cosa mi serve il CV, ad assolvere a un obbligo o a comunicare e convincere chi legge ad incontrarmi?
  • quanto tempo ho a disposizione? devo elaborare un documento velocemente o sto preparando qualcosa di curato e personalizzato?
  • a chi è destinato? chi è il mio interlocutore tipico? un ente/istituzione, la funzione marketing di un’azienda, la funzione HR, una società di recruiting?
  • che lavoro faccio? lavoro in amministrazione, sono un avvocato, sono un creativo, mi occupo di comunicazione digitale, sono un area manager, lavoro in ufficio tecnico…
  • che livello di seniority ho e in quale settore opero? è significativo spiegare ogni singolo passaggio della mia carriera o posso puntare alla descrizione delle mie competenze attuali sotto forma di resumé?

Rispondi a ogni domanda, l’esito finale non può essere incerto! Capirai da solo/a quando è opportuno “ripiegare” su un dignitoso Europass (e per favore evita il vecchio modello europeo o, se proprio vuoi usarlo, usalo bene, non è mica necessario inserire le competenze artistiche se queste si limitano ad aver cantato nel coro della parrocchia e ricordati di eliminare le istruzioni di compilazione nella colonna di sinistra, mi raccomando) e quando invece vale la pena di creare qualcosa ad hoc. Quando serve creatività e quando invece è più opportuno mantenere uno stile sobrio (ma non piatto ehh… poi vediamo cosa significa).

EUROPASS, QUANDO?

Abbiamo capito quindi quando usare l’Europass:

  • quando bisogna e quando abbiamo fretta principalmente,
  • quando ricopriamo un ruolo aziendale che non ha importanti contenuti di creatività,
  • quando ci spaventa molto l’idea di “inventare” qualcosa e abbiamo il dubbio che non riusciremo a gestire i futuri aggiornamenti del documento,
  • quando dobbiamo comunicare solo ed esclusivamente la nostra storia professionale e le competenze maturate, con evidenza ai diversi passaggi cronologici.

Quindi no, non è una scelta sbagliata, basti sapere che si tratta di un’opzione molto standard e standardizzata: nessuna eccitazione particolare quando scaricherai il CV compilato, te lo dico, ma avrai un prodotto dignitoso, ben formattato e adeguato al suo scopo. Se pensi che ti serva questo è giustissimo usare questo formato.

PERSONALIZZATO: CREATIVO O CLASSICO?

Se invece scegli il CV personalizzato si apre un nuovo dubbio: quanto devo lavorare di grafica, paiette e lustrini? Dovrò forse ingaggiare un grafico per renderlo attraente?

No! Prima di partire per la tangente fermiamoci e di nuovo ragioniamo. Non è sempre necessario elaborare qualcosa di articolato, super-creativo, trabordante grafica e interattivo.
Perchè se posso darti un consiglio solo sarebbe questo: scegli un formato che ti risulti agevole, maneggevole e semplice da aggiornare in futuro e punta ai contenuti (chiarezza, completezza, sintesi, capacità comunicativa), e ricordati che:

l’originalità più sfidante (e potenzialmente efficace) è quella che affidi alle parole, non tanto alla grafica!

È inutile quindi perdere le serate a elaborare un CV con le paillettes e dover imprecare ogni volta che dovrai modificarlo perchè si sformatta a ogni piccola variazione di testo (ehh già, un CV andrebbe personalizzato quasi a ogni invio, lo sai vero??).

Quindi un formato classico, pulito, sobrio ma personalizzato, con l’uso di due colori (il nero e un altro colore), con una grafica basilare, una mappa visiva* ben definita e un testo curato e personalizzato che comunichi il tuo lavoro ma anche un po’ te come persona e ciò che stai cercando/offrendo, è davvero la scelta migliore.

*per mappa visiva intendo un’efficace distribuzione dei contenuti, che agevoli la lettura del documento da parte di chi lo riceve. Si realizza usando bene gli spazi, paragrafi, box, linee di separazione, link, bold.

LE PAILLETTES NON POSSONO MANCARE SE…

Se invece il tuo mondo è quello della grafica e della creatività io mi aspetto che il tuo CV sia in parte anche una “dimostrazione” delle tue competenze: parte della tua credibilità professionale deve manifestarsi proprio lì. Sfrutta quest’opportunità: tu hai una possibilità in più rispetto a tanti altri, quella di far vedere le tue competenze.
Solo alcune attenzioni:

  • ricordati che gli elementi grafici e i simboli non compaiono in una ricerca testuale, quindi evita di affidare al disegno parole o concetti chiave,
  • pensa al tuo interlocutore: parla la tua lingua? è dentro al tuo mondo? se sì puoi osare un po’ di più, in caso contrario fai attenzione: il rischio è di non essere capito, quindi preoccupati sempre che la forma e i contenuti grafici del tuo CV non interferiscano con la sua comprensione/lettura.

Queste sono alcune riflessioni che mi sono sentita di condividere, come vedi non ci sono regole incise sulla pietra che ti permettono di scegliere IL formato giusto una volta per tutte.
Non funzionerebbe. Più opportuno avere a disposizione diversi modelli e scegliere quello più adeguato a seconda del contesto/obiettivo.

UN REGALO FINALE

Chiudo con un regalo: se cerchi dei template creativi o quantomeno diversi da quelli di word ma non hai dimestichezza con la grafica ti suggerisco di usare CANVA. È un programma di impaginazione gratuito (basta registrarsi) che propone diversi modelli pre-compilati, tra quelli proposti ci sono anche molti spunti per il resumé dai quali puoi elaborare un buon curriculum grafico. Provare per credere.

Foto di Vítor Santos

La mail che accompagna il CV: mini-guida alla scrittura efficace

Differenziati e incuriosiscimi!

Questo è quello che ti invito a fare quando decidi di scrivere a me e a qualsiasi altra persona, recuirter o manager, a cui invii il tuo Curriculum.
Hai a disposizione più possibilità per attirare la mia attenzione ancora prima che con i contenuti specifici del CV, su cui, lo sappiamo bene, si può giocare solo fino a un certo punto.

Puoi usare:

  1. l’oggetto della mail
  2. il messaggio dentro la mail
  3. la tua presentazione, in forma di lettera a parte o di sintesi che si inserisce tra i dati anagrafici e tutto il resto (io consiglio questa seconda scelta quando si invia il CV in Italia)
  4. la forma grafica del CV
  5. la forma fisica del CV (questo non è per tutti ma c’è comunque buon margine di fantasia)

IL MESSAGGIO DELLA MAIL: A COSA SERVE?

Ora, senza voler andare in cerca di cose difficili e poco maneggevoli come i programmi di grafica, concentriamoci sul punto 2 “il (benedetto) messaggio della mail”.
Che ci mettiamo nella mail che accompagna il Curriculum?
Intanto chiariamo bene una cosa: quello che scrivo nella mail non è il riassunto del CV!
È un messaggio che ha l’obiettivo di trasmettermi e spiegarmi le motivazioni che ti spingono a candidarti a una certa selezione e le competenze (hard e soft) distintive che puoi mettere in campo.
In caso di candidatura spontanea (ovvero non specifica su una ricerca di personale), lo scopo di questo messaggio è convincermi che potrebbe valere comunque la pena di incontrarti.
A ogni modo, il messaggio avrà fatto bene il suo dovere se io:

  • aprirò e leggerò con curiosità il tuo CV dall’inizio alla fine
  • mi ricorderò di te “a lungo” anche senza averti conosciuto/a di persona
  • mi verrà voglia di conoscerti a prescindere dal fatto che ci sia una selezione su cui confrontarci

IL MESSAGGIO DELLA MAIL: COSA e COME NON SCRIVERE!

Sarò brutale, nel corpo della mail:

  • non scrivere un bignami (che poi non è mai un bignami) delle tue esperienze professionali. Quelle le leggerò sul CV se sarai così bravo/a da farmi venir voglia di leggerlo.
  • non lamentarti del mercato del lavoro e delle continue ingiustizie a cui sei incappato/a
  • non creare un muro di parole che scoraggia la lettura anche della persona più tollerante e accogliente, (usa bene lo spazio, non dilungarti, crea dei paragrafi).
  • non lasciarlo in bianco (sì, c’è chi lo fa)
  • non liquidarmi con un banale e impersonale In allegato Le invio il mio CV per la posizione in oggetto
  • non tentare di metterti al mio posto. Eccoti un esempio di vita vera:
    Buongiorno, le scrivo per candidarmi alla posizione di Responsabile XYZ che ho trovato sul vostro sito.
    Quando ho letto l’inserzione mi sono trovato descritto, sembrava si parlasse proprio di me e ho quindi capito di essere la persona giusta per questa selezione. Le mie esperienze (segue logorroica esposizione delle esperienze professionali) mi rendono il candidato ideale a questo ruolo. Attendo una convocazione per un colloquio. Cordiali saluti.
  • non dirmi cose ovvie e inutili. Un altro esempio dall’archivio:
    Gentilissima dott.ssa Zantedeschi, desidero con la presente sottoporre alla Sua attenzione il mio curriculum vitae. Ho maturato esperienze di lavoro in team e capacità di lavorare per obiettivi nell’ambito di aziende importanti e strutturate nelle quali ho avuto modo di esprimermi e farmi apprezzare in particolare per doti di comunicazione, riservatezza, discrezione, sensibilità, organizzazione, cura dei particolari e versatilità. Alla ricerca di nuovi stimoli e mossa dal desiderio di rimettermi in gioco in ambito professionale, sarei molto lieta poter avere un colloquio conoscitivo con Lei. 

Rileggi ancora una volta il messaggio qui sopra e dimmi cosa fa questa persona di lavoro.
Esatto, hai centrato il problema: non si capisce!
A parte lo stile di scrittura un pelino arcaico e formale, quello che manca è la sostanza.
C’è un potpurri di cose belle e buone ma senza un contesto di riferimento.

PER DIFFERENZIARSI BASTA UNO E UN SOLO MOTIVO, TROVALO e poi scrivilo bene!
(e adesso ti spiego come)

Il messaggio della mail è un messaggio promozionale, deve portarmi a fare qualcosa (call to action) ad es. aprire il CV (e sì, io li apro tutti in ogni caso ma a volte il messaggio della mail è un grandissimo deterrente) o deve attivare una serie di pregiudizi positivi secondo i quali io aprirò il tuo CV già un po’ convinta che tu sia una persona da incontrare!

Come si fa?
Con parole chiare e dirette, pochi giri di parole, pochi virtuosismi letterali e un corretto uso del grassetto e della formattazione.
Queste parole nascono dalle risposte ad alcune semplici domande:

  • perchè mi candido a questa posizione?
  • cosa potrebbe differenziarmi da altri/e candidati/e?
  • cosa voglio che venga letto del mio CV? (1 sola cosa, la più importante)
  • perchè questa persona dovrebbe incontrarmi?
  • che valore aggiunto posso portare in un nuovo contesto lavorativo?
  • perchè voglio lavorare per questa azienda? (nel caso si scriva direttamente a un’azienda)

Rispondi per iscritto a tutte queste domande e poi rileggile.
Seleziona poi quella che secondo te (o secondo qualcuno di cui ti fidi) ha il messaggio più forte, più diverso, più accattivante, più convincente e, sulla base di quella risposta, elabora un buon testo della mail ricordandoti che non deve superare le 10-12 righe e che deve dire cosa fai nella vita.

AD ESEMPIO… (lo faccio io per mostrarti come potrebbe essere)

perchè mi candido a questa posizione?
Lavorare nel controllo di gestione è il mio obiettivo, mi sono appassionata di questa materia alla specialistica di Economia Aziendale: è stato un colpo di fulmine che ha portato chiarezza in ogni mia successiva scelta lavorativa e formativa.
Mi candido perchè intravedo in questa opportunità il modo di fare un bel passo avanti nel mio percorso lavorativo e nell’acquisizione di nuove competenze manageriali in un contesto internazionale (finalmente).
È il mio treno e non voglio perderlo, o quantomeno vorrei potermi mettere in corsa per prenderlo. 😉
È per questo che spero in un colloquio conoscitivo, poi starà a me giocarmi tutto.

cosa potrebbe differenziarmi da altri/e candidati/e?
Non è certo la laurea in ingegneria meccatronica a rendermi il candidato ideale lo so, forse nemmeno la conoscenza approfondita dei più importanti CAD 3D (Solidworks, SolidEdge, Inventor e ProE), potrebbe giocare a mio favore l’aver progettato in completa autonomia macchine automatiche nel settore del packaging e una precedente esperienza come project manager all’interno di un’azienda del settore automotive (uno tra i più esigenti in circolazione).
Ma se anche questo non dovesse bastare credo di potermi giocare un B2 in tedesco, la conoscenza delle principali normative ISO/TS e una riconosciuta capacità di affrontare i problemi con lucidità e pragmatismo. Per tutto il resto rimando a un colloquio conoscitivo!

cosa voglio che venga letto del mio CV? (1 sola cosa, la più importante)
Buongiorno, sul mio CV troverà citate e ben descritte le mie esperienze professionali.
Le anticipo solo che ho lavorato per 7 anni nel settore della gioielleria (lo stesso settore in cui opera l’azienda citata nell’inserzione): conosco quindi tutte le logiche specifiche dell’acquisto di materiali, servizi e lavorazioni di questo mondo specifico e so bene quali sono le principali problematiche (di qualità, tempi e costi) che lo caratterizzano.
Conosco la problematica del “calo di lavorazione”, so verificare i dati del sistema e so quanto sia importante lavorare a stretto contatto con la programmazione produzione.

Tutto il resto è ben descritto nel CV quindi non mi dilungo ma spero di raccontarle a voce anche i motivi che mi spingono a voler cambiare lavoro.

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PS: talvolta la cosa che andrebbe messa in bella vista sul corpo della mail potrebbe essere l’iscrizione alle liste di mobilità o eventuali incentivi all’assunzione, l’iscrizione alle categorie protette, un trasferimento già previsto nella zona dove ha sede l’azienda (se si abita distanti) o la possibilità di domicilio in loco ecc…

perchè questa persona dovrebbe incontrarmi?
Le scrivo perchè sto cercando un nuovo lavoro! Banale ma vero. Le anticipo anche che ho controllato il sito e non ho trovato nessuna ricerca attiva che possa rispondere ai miei requisiti e/o ambizioni quindi so bene che non c’è motivo apparente perchè lei debba incontrarmi. Ma io sono fiduciosa e so di essere una buona potenziale candidata.
So che prima o poi qualcosa si muoverà anche per me e io voglio essere pronta, un breve colloquio con lei potrebbe aiutarmi, se ne ha il tempo e la possibilità.
In caso contrario sappia che controllerò regolarmente il vostro portale e mi segnalerò non appena troverò un’inserzione interessante. Quindi al limite l’appuntamento è solo rimandato. 🙂
Glie l’ho detto, sono una persona fiduciosa, e anche determinata!

che valore aggiunto posso portare in un nuovo contesto lavorativo?
La mia esperienza professionale come enologo è breve ma imparare non è mai stato un problema. So che la differenza la fanno le persone, non le conoscenze che oggi sono una merce alla portata di molti.
Quindi metto in gioco la mia determinazione, la mia capacità di lavorare in team (lo testimonia la lunga militanza all’interno dell’associazione Clownterapia Vicenza), la mia formazione specifica in enologia e viticoltura e la passione per questo settore, una passione mista a umiltà perchè ribadisco, ho molto da imparare, ma nessuno dovrà insegnarmi ad amare il mio lavoro.

perchè voglio lavorare per questa azienda?
Buongiorno, le scrivo per candidarmi alla posizione di Assistente Commerciale Export.
Esperienze e competenze sono ben descritte sul CV, faccio questo lavoro da 7 anni.
Quello che invece voglio sottolineare qui è la mia motivazione a lavorare per PINCOPALLO SPA. Vi conosco come un’azienda ricca di valori e di attenzioni per le persone.
Mi sono informata, vi seguo sui canali social e sui media e da tempo aspetto l’opportunità giusta per candidarmi a lavorare con voi.
Operare nel mondo della moda sarebbe già un traguardo importante ma collaborare con voi significa concretizzare un obiettivo che coltivo da anni.

Spero che gli esempi ti siano stati utili.
L’ultimo consiglio che ti dò è cambia: non continuare a scrivere la stessa cosa se vedi che non ottieni risposte. Prova e riprova usando frasi diverse, provando a modificare il tono o la motivazione. Sperimenta e misura i risultati.

(Foto di Neven Krcmarek)

Scrivere mail, costruire relazioni… un libro che aiuta a farsi scegliere

La scorsa estate ho letto alcuni libri utili per lavorare meglio, erano 4 e di 3 ne parlai in questo post.
Lasciai in sospeso il quarto libro, volevo dedicargli uno spazio tutto suo perchè secondo me a differenza degli altri che forse si rivolgevano a un target specifico di persone, questo DEVI LEGGERLO QUALSIASI COSA/LAVORO TU FACCIA.

Il libro l’ha scritto la mia guru della scrittura per lavoro, Annamaria Anelli, e s’intitola SCRIVERE MAIL, COSTRUIRE RELAZIONI – tecniche per non finire nel cestino, edito Zandegù.

Penserai che questo ebook parli solo di email, in realtà questa lettura ti farà cambiare il modo in cui ti approccerai a qualsiasi comunicazione scritta e probabilmente ti farà nascere il desiderio di approfondire.

Annamaria afferma:

Secondo me le parole possono cambiare il mondo e quelle scritte ancora di più. Credo che non esistano parole vuote o neutre, tutto dipende da come le usiamo. Da ogni singola parola che usi passa come sei tu.
Da ogni singola parola che usi passa cosa pensi degli altri.
Da ogni singola parola che usi dipende il successo o meno di una relazione (di lavoro, di amicizia, di amore).

Se questo non ti ha ancora convinto a leggere il libro allora prosegui in questo post, che ti spiego meglio a chi si rivolge (anche a te!).

Annamaria nel libro è molto chiara, il libro ti sarà utile se:

  • sei un freelance con l’esigenza di procacciarti nuovi clienti dando importanza alle parole che usi;
  • sei un dipendente e vuoi migliorare l’efficacia di ciò che scrivi;
  • hai dei collaboratori e vuoi metter mano alla comunicazione scritta, sia interna al gruppo, sia verso il cliente;
  • sei un’azienda con l’intenzione di usare le risposte che dai ai clienti insoddisfatti non solo come mezzo per riconquistare la loro fiducia, ma anche per trasformarli in fan che non ti lasceranno mai più e continueranno a comprare da te.”

Io aggiungo, leggi questo ebook se desideri:

  • rendere più incisive le mail che invii per proporre la tua candidatura a un’azienda
  • trasformare la mail da strumento di lavoro ad alleato delle tue relazioni professionali (e non)
  • imparare a diventare più efficiente nelle comunicazioni scritte
  • scoprire i più importanti e comuni errori che si è soliti fare scrivendo e liberarsene per sempre!

E aggiungo anche altre considerazioni, da recruiter:

  • Ci sono volte in cui vorrei chiudere la mail ancora prima di aprile il CV in allegato! Mi succede davanti ai cosidetti muri di parole, o quando la persona che mi scrive non mi scrive niente, manco la firma, oppure al contrario quando chi si candida riassume con esagerati dettagli la sua esperienza nel testo della mail senza riuscire a farmi capire perchè dovrei incontrarlo/a, o quando ancora trovo intestazioni errate, copia-incollate da mail destinate ad altri, e potrei proseguire a lungo…
  • Capita invece che io instauri una relazione positiva con alcuni candidati/e già prima di conoscerci di persona, attraverso uno scambio di mail positivo e piacevole.
  • Oppure al contrario: una buona la partenza ma poi la relazione via email pre-colloquio mi scoraggia a proseguire la conoscenza.

Credo che tu abbia capito quanto importante sia utilizzare bene le parole scritte, che proprio in quanto scritte sono soggette a interpretazione da parte di chi legge. E spesso non si sa chi c’è dall’altra parte, ha senso rischiare? Secondo me no!

Inoltre sappi che il libro oltre che utile è piacevolissimo da leggere, non solo perchè Annamaria conosce le regole e i trucchi del mestiere ma perchè lei è una maestra della relazione prima che della scrittura, è una persona straordinaria oltre che una grande professionista (per questo io consiglio molto anche i suoi corsi di scrittura e no, questo non è un post sponsorizzato, scrivo solo quello che penso e quello che ho testato personalmente).
Infine chiudo con un ultimo estratto dal libro, la sintesi di ciò che vi troverai dentro.
Dalle parole di Annamaria:
1. Fuffa free: ti metto in guardia dall’usare paroloni altisonanti, formule vuote e termini buro- cratici.
2. Consigli per scrivere chiaro: ricapitolo alcuni consigli per scrivere in maniera semplice, chiara e precisa.
Pausa riscritture 1: un po’ di «prima e dopo la cura» per capire quanto lavoro c’è sotto.
 (cioè esempi pratici e concreti perchè oltre alla teoria c’è anche la pratica – questo è un inciso di Roberta)
3. Consigli per scrivere in maniera visiva: ti chiedo di progettare l’email anche dal punto di vista visivo; offri a chi ti legge percorsi di lettura, suggerimenti, ancoraggi.
4. Saluti e baci: ti spingo a scrivere l’inizio e la fine delle email con tutta la cura che puoi.
5. Dire no che sembrano sì: ti chiedo di allenarti per diventare consapevole che alcune parole rimangono sullo stomaco di chi le legge (o le ascolta).
6. Disinnescare il conflitto: ti supplico di ridurre l’uso degli avverbi modali, che sono quelli che terminano in –mente.
7. Email di presentazione: ti do alcuni consigli su come scrivere una email per presentare te, la tua attività o un tuo prodotto (più un approfondimento sulla presentazione del proprio CV).
8. Risposte in canna: ti suggerisco di prepararti delle risposte standard da mandare ai clienti quando, ad esempio, devi dire un no, o anche solo in risposta alle email che ricevi durante le vacanze.
9. Preventivi senza risposta e consulenze travestite: ti chiedo di usare il telefono, se il
preventivo che hai mandato non riceve risposta, e di parlare chiaro a chi ti chiede una consulenza tra- vestendola da consiglio veloce.
Un po’ di motivazione (alla riscrittura): ti spiego che scrivere è, prima di tutto, imparare a riscrivere. Cose noiose, lunghe e contorte.
Pausa riscritture 2: un po’ di «prima e dopo la cura» per capire quanto lavoro c’è sotto. Conclusioni: le affido a Roberto Benigni e, credimi, ne vale la pena.

E IO SOTTOSCRIVO, NE VALE LA PENA!!