CERCARE LAVORO SIGNIFICA FARE MARKETING DI SÈ, CON GARBO

Offerta e domanda di lavoro.
Qualcuno pensa che la domanda sia quella dei candidati che cercano lavoro, non a caso si dice “presentare domanda di lavoro”.

In realtà la domanda è quella del mercato e l’offerta è di chi propone la propria professionalità.
Insomma chi paga chiede e chi vende offre.
Funziona così anche per noi e per ciò che acquistiamo ogni giorno.

E come chi offre è chiamato a promuovere ciò che desidera vendere allo stesso modo chi cerca lavoro è chiamato a comunicare se stesso in modo credibile ed efficace.

Non banalizziamo, non è più questione di vendersi (o svendersi): questo post non parla di pubblicità e non invita nessuno a considerarsi un oggetto o peggio una merce da esibire.
Lo so che il mercato del lavoro ha delle dinamiche tali per cui ogni tanto succede proprio questo e la sensazione è tutt’altro che positiva. A volte il problema non è comunicarsi ma trovare dignità svolgendo una delle attività che più mettono a prova l’autostima, il senso di sé e il proprio equilibrio personale: la ricerca di lavoro appunto.
Ma visto che non possiamo cambiare ciò che è, quello che possiamo fare è impegnarci ogni giorno per migliorare la realtà, ciascuno per ciò che gli compete e che rientra nel proprio raggio di azione.
E quindi io oggi voglio stimolare una riflessione sull’importanza di fare marketing di sé e di comunicarsi in modo consapevole e intenzionale.

IN PASSATO ERA LA PUBBLICITÀ

“Per un lungo periodo di tempo, per un’impresa commerciale il modo più efficiente di realizzare un cambiamento era comprare annunci pubblicitari. (…)
Per gran parte della mia vita il marketing equivaleva alla pubblicità.
Poi non è stato più così.
Ciò significa che dovrete diventare esperti di marketing.
Ciò significa capire ciò che vedono gli altri. Creare attesa. (…) Significa realizzare il difficile compito di diventare orientati al mercato e lavorare con (la vostra parte di) quel mercato.”

Seth Godin è una delle persone più significative sul panorama del marketing e in poche righe trasmette moltissimo del cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni.
La pubblicità ha ceduto il passo a una concezione più evoluta di marketing e comunicazione. Ma anche più rispettosa di chi acquista e più vicina ai bisogni del mercato, più capace di ascoltare, guardare, ispirare e migliorare la realtà.
Oggi i venditori spudorati e aggressivi non piacciono più a nessuno, ciascuno di noi vuole sentirsi protagonista dell’acquisto che fa, oppure desidera sentirsi coccolato e un po’ sedotto, ci aspettiamo il famoso “valore aggiunto” di un servizio che va oltre le aspettative, vogliamo l’effetto wow e siamo pronti a criticare aspramente su Tripadvisor se la cameriera di un tal ristorante non ci ha sorriso porgendoci il piatto.

  • Perché è il servizio che fa la differenza oggigiorno,
  • perché con un gesto di gentilezza conquisti e fidelizzi il cliente, che ci vuole in fondo?
  • perché diciamolo, il prodotto è anche buono ma l’esperienza di acquisto non è per niente curata, basterebbe così poco…

Tutti bravi a criticare, tutti bravi a vedere la pagliuzza e alla trave chi ci pensa?

CHE ESPERIENZA DI ACQUISTO OFFRIAMO NOI?

In passato era il CV, le segnalazioni dirette (networking per qualcuno e paraculaggine per altri), il passaparola o la botta di fortuna.
In passato era un mercato più vivace e anche più immaturo.
Poi la crisi: una bastonata sui denti che non si è ancora cicatrizzata.
Nel frattempo le regole del gioco sono cambiate.
Siamo cambiati noi come consumatori ed è cambiato il mercato del lavoro.
Ma hanno mutato forma anche le modalità con cui affrontarlo o starci dentro.

Il CV non è morto, ma il CV non è l’unico strumento.
La paraculaggine non morirà mai ma il networking ha assunto una valenza nuova, impegnativa da coltivare ma preziosissima.
Le botte di fortuna rientrano in quel concetto di flow per cui se lavori bene, se non ti dai per vinto e se ci credi fino in fondo la provvidenza se ne accorgerà (qui sto banalizzando un concetto ben più profondo e in cui credo molto ma ne parlerò in un altro momento).

Dall’altra parte le aziende non si permettono più di sbagliare nella scelta dei collaboratori, succede ma molto meno rispetto al passato.
E le aziende sono persone: persone in grado di valutare, di cercare, di selezionare avendo ben chiaro che le competenze tecniche, il saper fare, le hard skill sono indispensabili ma non sufficienti.

OGGI COME OGGI

Non voglio sembrare il vecchio in fila alla posta che commenta con il vicino di bolletta che il mondo è cambiato e che si stava meglio quando si stava peggio.
È che il mercato del lavoro è davvero cambiato, si è fatto più selettivo e più accorto. Così come siamo selettivi e accorti noi che anche per mangiare una pizza andiamo su Internet, spulciamo le recensioni, chiamiamo l’amico, chiediamo consigli su Facebook e siamo pronti a sparare a zero se l’esperienza non ci aggrada.

In questo nuovo mondo il marketing e la comunicazione anche personali hanno assunto caratteristiche nuove, a mio avviso molto più nobili e preziose rispetto al passato.
Come professionisti siamo chiamati a riconoscere questo cambiamento e a decidere le nostre azioni in modo consapevole. 

Consapevolmente scegliamo di scrivere un CV di 4 pagine, di aprire un account LinkedIn e usarlo solo per pubblicare il nostro CV di 4 pagine o per inveire contro un mondo del lavoro che non ci vede, scegliamo di rendere difficile un colloquio rifiutando di prenderci un permesso, di comunicarci in modo poco credibile o con poca convinzione perché è il lavoro che parla per noi e via dicendo.

Oppure – con altrettanta consapevolezza – possiamo fare attenzione all’esperienza che offriamo di noi a chi ci incontra – come persone e come professionisti – curando e veicolando con intenzione un messaggio, rendendoci testimoni credibili di quanto raccontiamo e di quanto esigiamo.
Con consapevolezza agiamo per farci trovare, per competere, per comunicare con garbo ciò che sappiamo di meritare e di poter offrire. 

IL MARKETING GARBATO

Il marketing garbato è quello che ascolta, che suggerisce senza imporre, che crea sensazioni positive, che alimenta suggestioni ed emozioni piacevoli.
È quello che entra nella nostra vita e ci si accomoda dentro migliorandola.
È quello che porta con sé cultura, informazione, benessere.
È quello che, sempre di più, passa attraverso le relazioni e le persone (il Cluetrain Manifesto l’aveva annunciato a suo tempo).

Per chi lavora e cerca lavoro cosa significa fare un marketing garbato?
Dopo questo super pippone ecco i miei consigli:

  • le relazioni o networking sono importantissime ma necessitano di quella cura che serve a un seme per crescere, diventare albero e dare poi frutti… tempo, nutrimento costante, attenzione, amore. Ma anche fiducia, ascolto e gratuità;
  • esporsi con gli strumenti giusti: un buon CV, un profilo LinkedIn completo e aggiornato ma anche la cura della propria presentazione a colloquio, che non si può improvvisare nemmeno quando si parla di sé stessi, anzi;
  • sviluppare una buona consapevolezza di sé è funzionale al punto sopra: sapere cosa vi distingue, su quali elementi puntare per emergere evitando di snocciolare una lista di banali caratteristiche (pregi e difetti). La consapevolezza di sé avviene in vari modi inclusi gli strumenti di self assessment come questo (piccolo, spazio, pubblicità): non sto dicendo che bisogna per forza fare un percorso di analisi per trovare l’elemento distintivo da trasmettere;
  • acquisire qualche nozione di comunicazione efficace, anche se il vostro ruolo professionale non lo richiede saper comunicare vi aiuterà moltissimo nella ricerca di un nuovo lavoro;
  • osservare il mercato del lavoro ogni giorno: se si esce dal mercato del lavoro quando si trova impiego e ci si rientra solo quando è il momento di cambiare azienda si farà il triplo della fatica a emergere e ad adattarsi a un sistema per sua natura mutevole, a comunicarsi e a presentarsi in modo efficace. Restare quantomeno alla finestra, magari tenendola un po’ aperta è già una buona scelta;
  • ma se si è audaci e lungimiranti si sceglierà di viverlo questo mercato: intercettare opportunità, trovare modi per raccontare la propria professionalità e sviluppare credibilità (generando contenuti su LinkedIn ad esempio), controllare le inserzioni, monitorare da lontano le aziende da corteggiare ma anche avere una chiara percezione del proprio posizionamento e tenersi sul pezzo;
  • mindset positivo: nessuna concessione al pensiero positivo di Jovanotti ma la certezza che passare il tempo a lamentarsi e a riversare addosso al mondo la propria frustrazione e la rabbia non paga. E questo è il punto più delicato di tutti perché è il più difficile da controllare o da sviluppare. Il mondo del lavoro è ricco di ostacoli e, diciamolo, colmo di ingiustizie. Ma, e mi ricollego a quanto detto inizialmente, non siamo qui per dire cosa è giusto e cosa no bensì per provare a fare dei piccoli cambiamenti ogni giorno con la fiducia che generino nel tempo la rivoluzione.

CHIUDO CON TRE INCISI

  1. Tutto quello che ho scritto è pensato per chi cerca lavoro ma vale – moltissimo – per chi deve comunicarsi nel proprio ruolo in azienda, dopo un cambio di funzione o dopo una promozione oppure proprio dopo aver cambiato lavoro.
  2. La comunicazione e il marketing di sé non hanno niente a che fare con la pubblicità, con il vendersi o con il creare un’immagine di sé non autentica. Al contrario sono il modo più strategico e convincente attraverso cui valorizzare chi si é e le proprie potenzialità. Per raccontare la persona oltre alle competenze e per acquisire una ulteriore competenza che si rivelerà utilissima anche all’interno del proprio lavoro, qualsiasi esso sia.
  3. Senza competenze tecniche e competenze trasversali, senza professionalità e atteggiamento qualsiasi comunicazione non attecchisce e se lo fa dura poco. Ma senza comunicazione un ottimo professionista potrebbe non intercettare le opportunità che merita.
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Speed Interview: non è un colloquio come gli altri

La scorsa settimana ho tenuto un intervento all’Università di Vicenza per preparare circa 200 studenti di Ingegneria ad affrontare lo Speed Date, un evento che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni. In poche parole: una stanza, numerose postazioni con i referenti di altrettante aziende, uno stuolo di candidati motivati a farsi conoscere e  una serie di colloqui brevi, spesso informali, scanditi dal suono di una campanella, che permettono alle aziende di incontrare quanti più studenti possibile e ai partecipanti di farsi conoscere a un numero interessante di imprese. Tutto nell’arco di una o due ore al massimo perché ogni incontro dura dai 6 ai 10 minuti al massimo.

Anch’io, con Competenze in Rete o WinePeople, organizzo ogni anno di questi eventi e spesso mi trovo a rappresentare qualche azienda, gestendo gli incontri per conto loro. È stato quindi con piacere e con un po’ di consapevolezza che ho preparato la lezione. Nel mio intervento ho spiegato: prima la differenza che c’è tra un colloquio di lavoro normale (che dura dai 40 ai 60 minuti di norma) e una speed interview e poi ho dato suggerimenti e indicazioni utili a sfruttare al meglio la seconda.

La prima cosa da capire è che durante uno speed date cambia tutto: cambia il contesto, le modalità, gli obiettivi, le finalità e cambia anche il tipo di ascolto da parte di chi ci incontra. Di conseguenza è impensabile che il nostro messaggio rimanga lo stesso, ovvero la narrazione del CV e l’esposizione di cosa sappiamo e/o vogliamo fare.

Obiettivo della speed interview

Innanzitutto chiariamo un concetto fondamentale che poi è anche la prima, drammatica differenza tra un colloquio normale e uno veloce: l’obiettivo delle due interviste è diverso! È assai remota infatti, la possibilità che un incontro di 6/7 minuti vi faccia ottenere un lavoro. E su questo mi sento di essere piuttosto perentoria.
Quindi, mentre un colloquio classico ha l’obiettivo di capire, approfondire, testare, valutare, ecc… in funzione spesso di un inserimento in azienda, un colloquio veloce mira invece a capire se c’è potenziale e sostanza per andare oltre, se ci sono i presupposti per rivedersi in futuro, con calma, per un approfondimento.

Pertanto con che spirito va affrontato? Il vostro obiettivo dovrebbe essere quello di lasciare un segno (e quindi un ricordo) per conquistare l’accesso a un colloquio vero e proprio. Tutto qua (si fa per dire)!

Se questo punto è chiaro tutto il resto viene da sé, anche se so che “tutto il resto” non è in realtà né facile, né scontato. Perché sfido chiunque ad affrontare un tet à tet di pochi minuti, con un possibile (e magari desiderabile) datore di lavoro e riuscire a fare qualcosa di unico e differente per lasciare un segno. Eppure questo dovrebbe essere il vostro obiettivo, e vi assicuro che in molti sbagliano e sprecano la loro opportunità proprio perché affrontano uno speed date come una sequenza di colloqui classici dove raccontarsi velocemente. Niente di più sbagliato!

lanciate un messaggio non iniziate un racconto

Ad affrontare bene una speed interview può aiutarci il modello di comunicazione che adottano le pubblicità e che segue questi step: 
sorprendere: catturare l’attenzione, fare in modo che il destinatario del messaggio si fermi e ascolti (o guardi, legga, ecc…). L’inizio di qualsiasi spot (ben fatto) ha l’obiettivo di agganciare per farci andare oltre e per arrivare al cuore del messaggio;
argomentare: questo è il cuore del messaggio, e di solito ha l’obiettivo di spiegare i vantaggi di ciò che si sta promuovendo e/o di stimolare un bisogno nel possibile acquirente; 
convincere: significa portare chi ascolta o guarda a fare qualcosa (CTA – call to action). Brutalmente la pubblicità di solito vuole che noi compriamo qualcosa e l’obiettivo finale è questo.

Riconoscete lo schema? Spero di sì. 
Ora applicatelo a una speed interview e vedrete che funziona perfettamente.

sorprendere

Il primo passaggio è sorprendere! È necessario in un contesto di, passatemi il termine, batteria. Sono il responsabile HR di un’azienda e in un’ora e mezza vedo circa 12 persone in sequenza, via una e sotto la successiva. Ogni candidato arriva e prova a raccontarmi il suo CV in 6 minuti perché è convinto che la migliore strategia per questi colloqui sia semplicemente la sintesi.
Arriva un candidato che rompe le regole e fa qualcosa di imprevisto.
Secondo voi che probabilità avrà che io mi ricordi di lui? Magari non mi resterà in mente il suo percorso ma mi ricorderò di lui e quando dovrò decidere chi rivedere, è molto probabile che lo penserò senza nemmeno dover andare a cercare il suo CV.

E come si fa a sorprendere? I modi vanno cercati “nel posto dove ci piove dentro” (Cit.). Fate funzionare l’immaginazione. Può aiutarci un gadget da lasciare, oppure un racconto che con il lavoro non c’entra niente, un’idea potrebbe essere quella di preparare un CV di noi tra 10 anni, oppure far parlare un breve filmato e poi argomentarlo negli ultimi due minuti…
Sei minuti sono pochi per raccontarsi e farsi memorizzare ma sono davvero molti per lasciare un segno e diventare memorabili (sì, questa l’ho pompata ma ci credo davvero).

argomentare

Questo è il cuore di ciò che avete da dire. E – lo ripeto – non è il riassunto del vostro CV. A meno che  voi non abbiate competenze più uniche che rare o esperienze sbarluccicose che solo se citate fanno girare la testa a chi vi ascolta, l’argomento più interessante con cui dovete proporvi siete VOI! Voi, sì. Quella persona che ci state insieme da quando siete nati e che alla domanda “mi parli di lei” diventa un perfetto estraneo. “Che domanda difficile, non ci avevo mai pensato!” (qui vorrei inserire una gif con me che cado dalla sedia, immaginatela!)

Ebbene sì, ciò che siete o volete diventare nel lavoro entra in qualche modo nel vostro messaggio ma è impensabile pensare di trasmettere tutto in 6 minuti quindi, dovendo scegliere, privilegiate voi al vostro percorso. E questo vale soprattutto se siete giovani e siete all’inizio della vostra esperienza professionale.

Anche parlando di voi però, attenzione alle banalità. Le banalità sono quelle cose che tutti dicono di sé a un colloquio di lavoro:
“sono motivato e collaborativo, mi piace risolvere problemi, sono flessibile e preciso, ma anche veloce e imparo in fretta” (peccato, per questa posizione cercavo proprio uno scansafatiche individualista e musone, distratto e un po’ duro di comprendonio!!)

Mi sono spiegata?
Preparatevi, anche a parlare di voi stessi evitando di cadere nell’ovvio che non porta alcun valore aggiunto e che quindi non smuove alcun interesse. E se vi serve un momento per fare il punto o un supporto per indagare meglio le vostre caratteristiche, prendetevelo. Perché non c’è niente di peggio che presentarsi a colloquio e non riuscire a trasmettere un’immagine autentica, credibile e consapevole di se stessi. Se siete stuzzicati dall’idea di fare un breve percorso di auto-analisi leggete qui.

L’argomentazione infine deve rispettare il principio della rilevanza. Non è sufficiente parlare di sé dicendo cose autentiche. È indispensabile che ciò che dite sia rilevante per chi ascolta. E qui la cosa si complica un po’ perché non sappiamo cosa sta cercando (se sta cercando davvero qualcosa) chi ci ascolta. Ne parlerò in modo più approfondito in un post a parte, in ogni caso, come regola di principio, mettetevi sempre dalla parte di chi vi ascolta e chiedetevi se quello che volete dire potrebbe interessargli o meno. Se il vostro messaggio porta con sé un valore aggiunto o si limita a descrivere qualcosa/qualcuno. 

convincere

Se avete lavorato bene nei primi due punti il terzo è facile che arrivi in automatico. Se avete sorpreso e agganciato l’interlocutore e se siete riusciti a comunicare in modo autentico concetti rilevanti è molto probabile che sarete ricontattati per un approfondimento. Che poi è il vostro obiettivo. Vi sconsiglio quindi qualsiasi azione push.
Alla fine, la strategia migliore, a mio avviso, passa per un garbato saluto e il rispetto delle regole: se il tempo è scaduto è il momento di tendere la mano e passare oltre. L’unica accortezza che vi consiglio è di non lasciare la postazione senza il biglietto da visita del vostro interlocutore, o almeno nome e cognome. Un contatto discreto su Linkedin a distanza di uno o due giorni servirà da promemoria a chi ha avuto il piacere di passare con voi pochi minuti.

Autentici e trasparenti: quello che bisogna dire in un processo di selezione (e mi rivolgo a tutti!)

È risaputo, noi recruiter veniamo spesso accusati di stitichezza rispetto alle informazioni che forniamo ai candidati: le inserzioni non spiegano, a colloquio siamo approssimativi e soprattutto non diamo mai una risposta a chi non viene scelto. Stitici, e pure insensibili. Mi trovo abbastanza allineata con le recriminazioni (possiamo migliorare molto) e credo che uno dei cambiamenti necessari all’interno del processo di selezione sia l’inclusione del candidato quale soggetto attivo, che valuta e sceglie tanto quanto valutano e scelgono le aziende. Perché se è vero che la domanda è quella dell’azienda e ad offrire sono i candidati, è giusto che l’offerta abbia voce in capitolo e sia messa nella condizione di conoscere, scegliere, ponderare. Insomma, le parti in gioco sono due (tre se consideriamo sto povero recruiter) e non è sempre detto che il coltello sia in mano delle aziende. Quantomeno per il tipo di figure che cerco io (progettisti meccanici e compagnia bella, confessate…). Per questo diventa sempre più importante, anzi fondamentale- quello che il recruiter -e l’azienda- comunica al candidato, le informazioni che fornisce non solo relativamente al ruolo e alle mansioni previste ma anche rispetto al contesto, all’organizzazione interna, al tipo di gestione (manageriale o padronale), alla solidità finanziaria, ai valori, al clima, alle prospettive di crescita e via dicendo… E saranno avvantaggiate quelle aziende che sapranno essere allettanti e che sapranno costruire e comunicare il proprio employer branding, anche attraverso i recruiter. L’autenticità -da ambo i lati- è il primo passo di ogni inserimento ben riuscito. E adesso mi rivolgo ai recruiter: convincere un candidato della bontà di una posizione solo per chiudere una ricerca è un boomerang che torna indietro e ti prende di spigolo dietro l’orecchio, avete presente il male? Quindi se l’ambiente è teso diciamolo, se l’azienda ha sofferenze finanziarie diciamolo, se servono spalle larghe o spioventi diciamolo, spieghiamo la realtà e ragioniamo con i candidati per capire insieme se può essere comunque una buona opportunità o se è meglio attendere altro. Questo approccio, utile nell’immediato, si rivela strategico in una prospettiva di collaborazione a lungo termine con professionisti che, è garantito, ci capiterà di incrociare su altri incarichi. Detto questo -lo so, potremo andare avanti a frustrare i recruiter e le aziende ancora a lungo- consideriamo anche l’altra faccia della medaglia e cioè quello che il candidato dovrebbe dire a chi lo sta selezionando. TUTTO!!!  Esatto, tutto perdindirindina. Prendeteci come il vostro avvocato: più cose sappiamo e più facile sarà per noi portare avanti bene la vostra candidatura. Questo post nasce dall’esperienza e dalla frustrazione che nasce quando una serie di informazioni arriva male o emerge troppo tardi. E quindi ora vi elenco le cose che a volte sono costretta ad estorcere e quelle che invece, fatico a intercettare e che spesso decretano il fallimento di una selezione. Partiamo dai basics:
  • il nome dell’azienda in cui lavorate attualmente: sì, c’è ancora qualcuno che sul CV non lo scrive e che a colloquio tentenna… e poi magari ha il profilo completo e in chiaro su Linkedin;
  • inquadramento, stipendio (meglio se a colloquio comunicate la vostra RAL – retribuzione annua lorda), benefit, bonus o premi, fee commerciali, assicurazioni, pacchetto welfare, straordinari, concessioni particolari e tutto quello che concorre a formare il vostro pacchetto retributivo e la vostra serenità finanziaria, incluso quale aumento vi aspettate. Siate non solo trasparenti, ma anche preparati su questo punto, perché ogni rettifica fatta in un secondo momento -e di solito sono rettifiche al rialzo- non è mai ben vista;
E ora passiamo a informazioni più delicate, che vanno “gestite”:
  • i motivi che vi hanno portato a cambiare azienda nel passato, eventuali periodi di pausa, licenziamenti passati o esperienze molto brevi: non è bella la sensazione dover rendere conto a qualcuno delle proprie scelte o di quelle subite, pare di doversi giustificare, ma non è mai questo l’obiettivo di un colloquio, credetemi. Se oscurate qualche passaggio e, nelle fasi successive emerge, il pericolo è che venga oscurata la vostra immagine. Inoltre ricordatevi sempre che finché raccontate voi i fatti, siete voi che gestite l’informazione e che la controllate, tutto quello che invece salta fuori in altro modo, quello che viene “scoperto”, smette di essere nelle vostre mani e a voi non resta altro che giustificarvi: per il fatto in sé e per non averlo raccontato prima.
  • le ambizioni: che non è detto combacino con il ruolo proposto nella selezione in cui siete coinvolti, ma non per questo dovete mentire o glissare. Capita di rendersi conto solo a colloquio che i propri desideri non siano in linea con l’offerta del recruiter e capita che, l’urgenza di cambiare o il desiderio di non deludere o ancora la voglia di accedere al colloquio in azienda, ecc… porti a dissimulare le reali aspirazioni. L’esito non è mai positivo: se anche la selezione dovesse andare bene alla fine vi ritrovereste i prescelti per un lavoro che non soddisferà le vostre ambizioni.
  • se state valutando altre opportunità (o se arrivano altre proposte durante l’iter di una selezione): non dovete dire il nome dell’azienda o i dettagli della proposta ma sarebbe carino che voi comunicaste al recruiter lo stato dell’arte. Mettendolo nella condizione di agire di conseguenza e quindi concordando con lui se accellerare i tempi oppure ammettendo che il vostro interesse è venuto meno. Saperlo a conti fatti non è bello. Su questo punto spenderei pure una metafora, e mi rivolgo ai maschi ma vale pure per le femmine: pensate a quando state corteggiando una donna, non lo sapete ancora se è la donna giusta ma siete in reciproca esplorazione e corteggiamento. Magari fiorisce, magari no… ma se vi buttate sulla prima bionda che passando vi fa l’occhiolino non lo saprete mai. Però non è questo il punto, che magari fate pure bene ad andare con la bionda procace, ci mancherebbe. Il punto è che se siete dei gentiluomini avviserete di certo la corteggiata che il vostro cuore se lo sta portando via qualcun altro. È questione di galanteria, o professionalità a seconda che si stia dentro o fuori della metafora. Che poi non si sa mai il futuro… certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, ma solo se c’è rispetto reciproco.
E infine ricordate di dire:
  • se siete già stati contattati per la stessa posizione da qualche altro head hunter o società di selezione;
  • se avete già avuto in passato contatti o colloqui con l’azienda che vi viene proposta;
Tutte queste informazioni, che vanno oltre l’esposizione del proprio CV,  servono al recruiter per gestire al meglio la selezione, l’eventuale trattativa economica, il vostro possibile inserimento e la definizione delle condizioni di assunzione. Oppure per proporvi qualcosa di diverso e più centrato quando ce ne sarà la possibilità, instaurando un rapporto che non è fine a quella specifica ricerca ma che diventa quasi consulenziale rispetto alla vostra crescita e/o soddisfazione professionale. Questo è quello che succede nel mio mondo ideale, quello in cui noi recruiter non siamo solo un intermediario ma collaboriamo con aziende e candidati per garantire il miglior risultato a entrambi (che poi è anche il nostro miglior risultato, quello che evita il boomerang sulla coppa, come si dice qui). Nel mondo reale però non è tutto scontato, lo so, quindi la mia proposta è: collaboriamo, tutti dico! Facciamo in modo di non considerare l’altra parte solo un fornitore di teste (un mio ex titolare diceva “di culi” ma non l’ho mai trovato un bel dire), una risorsa da piazzare per fatturare, un filtro inutile e incompetente. Puntando all’autenticità e alla trasparenza, da tutti i lati, ne potrebbe nascere una relazione garbata e a tratti piacevole che darà i suoi frutti al momento giusto.

Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

La foto su Linkedin: a cosa serve e come sceglierla (secondo me)

In questi giorni fioccano  post pieni di buoni propositi per l’anno nuovo, ci muoviamo tra canditi, bollicine e consigli utili alla carriera, ci rimpinziamo di zuccheri per autoconvincerci che l’anno a venire sarà meraviglioso.
Lo sarà di certo.
Auguri a tutti.

Espletate le formalità natalizie veniamo al sodo: oggi provo a dirvi la mia sulla foto di profilo di linkedin. Lo faccio dopo che un mio post, replicato su facebook, ha alzato un piccolo polverone, con tanto di invito a farmi i cazzi miei.
Quindi scrivo a mio rischio e pericolo ma anche contando sul fatto che a Natale siamo tutti più buoni.

A COSA SERVE LA FOTO SU UN PROFILO SOCIAL?

Partiamo dai fondamentali: a cosa serve sta benedetta immagine di profilo?
Me lo sono chiesta. Mi sono anche lasciata provocare da chi sostiene che, scegliendo di mettere una foto in cui si vede che fa sport, comunicherà meglio alcune sue soft skill e quindi con quella foto, in cui magari non si vede la faccia ma emergono le sue qualità atletiche, sta di fatto promuovendosi professionalmente come persona attiva, dinamica, grintosa e capace di affrontare la fatica.
E chi è appassionato di scacchi, allora?

No, non mi ha convinta questo ragionamento.
Non mi ha convinta perché ritengo che, fin dal brodo primordiale dei social network, la foto sia stata pensata per aiutare le persone a riconoscersi.
Lo so, è davvero banale ma credo che anche Facebook all’inizio avesse pensato al profilo come a una sorta di “carta d’identità digitale” e che la foto aiutasse le persone a connettersi, per il semplice motivo che, a volte, nome e cognome, non bastano.
Ora sfido chiunque ad andare in anagrafe per rinnovare la carta d’identità e presentare una foto in tuta da sci e maschera sul viso.

Certo, poi Facebook sull’uso di foto e immagini è diventato maestro e oggi è il profilo dove possiamo -se vogliamo- esibire tutte le cose che ci piacciono e che fanno di noi dei fighi da paura. Facebook e non solo Facebook.

LINKEDIN PERO’ È DIVERSO

Linkedin non è Facebook.
Lo vedo ripetere spesso, come a dire che qui, su Linkedin, siamo gente seria, professionisti, persone che lavorano (o che aspirano a lavorare).
Poca fuffa qua, tutta sostanza.

La penso più o meno così anch’io. Ritengo che Linkedin sia ancora un social network di natura professionale.
Credo che i contenuti vadano selezionati e che il profilo personale debba essere curato in modo diverso da quello di altri social (e questo vale per ogni singolo SN).
Non è questione di meglio o peggio, è solo diverso.

La foto del profilo Linkedin deve innanzitutto far vedere chi siamo, mostrare la faccia insomma.

Il profilo è ricco di campi da compilare, se siamo sportivi o appassionati di scacchi, c’è modo di dirlo. Se aiutiamo le vecchine ad attraversare la strada o se ci buttiamo col parapendio possiamo scriverlo.

E QUINDI, ALLA FIN FINE

Nessuno ci obbliga a essere su linkedin, se si decide di creare un account, avrebbe senso usarlo al meglio, cercando di interpretare il contesto. Che, per quanto riguarda Linkedin, è un contesto professionale.

Pensare alla foto quindi come a quello strumento che permette di dare un volto al profilo, per creare un contatto più “umano” all’interno di un luogo virtuale e per permettere, nel mondo reale, di riconoscersi reciprocamente.

Io la penso così.
Non discuto su bianco&nero, di profilo o frontale, seria o sorridente, con qualche richiamo al lavoro o meno.
Sto sul semplice e dico che la foto ha l’obiettivo di rendervi riconoscibili come persone e di dare un volto al professionista che siete -e che VOI AVETE SCELTO di pubblicare-.
Peraltro siamo in un momento in cui, farsi fare una foto adeguata, anche con il telefonino, non è poi una grande impresa.

Anche perché credetemi, nessuno vi attribuirà punti in più per una foto ardita o ammiccante, è più facile però che ne perdiate incidentalmente qualcuno per colpa di una foto sbagliata -o mancante-.

E ora, scatenate l’inferno.
Oppure tornate al panettone che stavate mangiando.

Buona continuazione di feste e buon 2018 a tutti.

Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…

Soft skill e hard skill: essere bravi, non buoni

Soft skill e hard skill, in questo post troverai riflessioni sparse e conclusioni disordinate sulle competenze morbide e su quelle dure.

“Impara l’arte e mettila da parte!”

L’arte non è la capacità comunicativa, la competenza relazionali o il multitasking.
L’arte non è nemmeno la capacità tecnica tout court.
È arte, a mio avviso e intesa in ambito professionale, quando una certa cosa (mansione, ruolo, ecc…) la fai in modo eccellente e l’eccellenza è fatta di hard e di soft skill.
E la buona volontà è solo il preludio di una cosa fatta a regola d’arte.

SOFT SKILL È COOL

In questi ultimi anni di crisi e post-crisi c’è stata la rivalsa delle competenze soft, che tanto soft non sono se la maggior parte di chi seleziona il personale (me inclusa) afferma che, a parità di competenze dure, è sulla base di quelle morbide che viene scelta la persona da assumere.
Vengono dette anche competenze trasversali e qualcuno afferma che non si possano insegnare/imparare, che fanno parte del corredo genetico di ciascuno.
Mi sembra ovvio che se fosse vero saremmo messi male.
La buona pasta di una persona è una cosa ma non è tutto lì: le soft skill sono competenze che si possono e si devono acquisire e che vanno allenate ogni giorno.

Le soft skill sono un insieme tra qualità personali, predisposizioni e competenze acquisite (e acquisibili) che in un passato recente venivano assoggettate alla buona volontà, all’impegno e a una buona educazione cattolica.
Gli errori concettuali erano due, secondo me:

  1. pensare che una buona persona fosse automaticamente un bravo professionista: perchè in fondo si impegna e ha tanta buona volontà…
  2. ritenere che saper fare qualcosa, avere padronanza della tecnica, supplisse a eventuali carenze personali: perché non importa se non va d’accordo con i colleghi, è così bravo in quello che fa…

Ma torniamo a bomba, le soft skill sono state per lungo tempo sottovalutate quando non addirittura ignorate o, nella migliore delle ipotesi, confuse con la frequenza settimanale alla santa messa.

Poi all’improvviso ci siamo svegliati e ci siamo accorti che la moda cambiava: negli anni 70 andavano i jeans a zampa e la buona volontà, negli anni 80 c’erano le spalline e con un diploma accedevi all’apprendistato (quello vero), negli anni 90 il jeans era a vita alta e bisognava imparare a collaborare, oggi è tornato in voga il body (per le donne ehhh) e se non hai almeno 20 soft skill in borsa non sei nessuno.

Il problema però resta, perché anche se ti spalmi di soft skill dalla testa ai piedi come fosse Nutella, questo non ti trasformerà magicamente nell’impiegato, manager, tecnico, venditore, ecc… dell’anno, super-ricercato da tutti gli head hunter dell’interspazio.

NON DIMENTICARE LE HARD SKILL

Non perdere mai di vista le hard skill.
Perché va bene tutto ma il mestiere va imparato, e pure bene, e il mestiere è fatto anche di abilità manuali, conoscenze specifiche di settore, competenze tecniche, capacità logico/numeriche ecc…

Ed è vero che tutto si impara ma c’è un tempo per ogni cosa.
E l’arte richiede applicazione e dedizione.
Avere uno zaino pieno di soft skill non è sufficiente, e attenzione, conoscerne il nome e saperle snocciolare a colloquio non equivale a possederle .
Non lo è soprattutto se lavori da almeno 5/7 anni.
Mi spiego meglio con un esempio un po’ generico: se ti proponi come Tecnico Progettista R&D, con una seniority di più di 5 anni e fatichi a usare un CAD, non serve che punti sulle tue qualità collaborative e organizzative per farti assumere, piuttosto torna a studiare la progettazione. È un paradosso ma non così distante dalla realtà, credimi.

Verrà (forse e non per tutti) il momento in cui le soft skill diventeranno hard skill, succederà quando diventerai manager e/o dirigente.
Quando, forte delle tue competenze specialistiche che ti rendono (il più) esperto su una determinata disciplina, dovrai mettere in campo le soft skill per diventare un punto di riferimento verso i tuoi collaboratori.
A parità di capacità specialistiche infatti, il buon manger è colui che sa sfruttare al meglio le capacità trasversali per coordinare, gestire, motivare, guidare e vedere oltre.

Concludendo:

  • sapere, saper fare e saper essere sono un tutt’uno su cui è necessario lavorare sempre, in ogni stadio della propria vita professionale: all’inizio quando le hard skill sono “deboli”, al centro quando è necessario specializzarsi e far diventare il mestiere arte, all’apice quando le soft skill diventano la base su cui impostare il proprio ruolo di gestore/leader/direttore
  • la buona pasta di una persona non ne fa in automatico un buon professionista: la buona pasta è solo un buon punto di partenza
  • la buona pasta di una persona non rappresenta le sue soft skill, nemmeno l’indole è sinonimo di soft skill: le soft skill sono competenze che vanno acquisite e sviluppate, e non è mica facile
  • le soft skill non ti regalano l’accesso automatico al mondo del lavoro: non è come coi bollini del supermercato che poi vinci il tostapane
  • non perdere di vista le hard skill, punta all’eccellenza, impara l’arte! e poi impara ancora e ancora e ancora
  • essere buoni non significa essere automaticamente bravi, proprio no!
  • la bravura, intesa come capacità di svolgere bene il proprio ruolo all’interno di un contesto organizzativo e relazionale, oggi non è un optional per chi vuole lavorare e crescere

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.

Una sana dipendenza dal lavoro è possibile?

In questi giorni ho riflettuto sulle mie “dipendenze”.
Non l’ho ammessa subito ma mi sono resa conto pensandoci, che il lavoro è una di questa.
Ora chiariamo subito una cosa: io sono felice quando arriva il venerdì, mi piace se le feste comandate creano dei ponti, sono contenta di andare in ferie e quando la domenica vado in montagna non controllo la mail (anzi, metto il cellulare in modalità aereo per qualche ora).
E ribadisco anche un altro concetto fondamentale: non lavoro per la gloria e nemmeno per la pace nel mondo, lavoro per portare a casa la pagnotta, il salame e possibilmente pure il dessert.

Eppure non potrei fare a meno di lavorare.
Non solo perchè come madre a tempo pieno non mi ci vedo proprio, ma perchè sono convinta che quello che imparo lavorando, quello che mi porto a casa sul piano personale, umano e professionale (ovviamente) non è “reperibile” in altri contesti.

Passioni ne ho, forse anche troppe.
E mi arricchiscono.
Persone ne conosco.
Sono uno stimolo continuo.
Ma nel lavoro mi metto in gioco in modo diverso, chiamando in causa ciò che sono e ciò che mi piace fare, ma anche ciò che posso diventare, le cose che non amo fare (ma che devo e devo fare bene) e aspetti di me non conosco e che non conoscerei se non fossi obbligata a farlo.
Quando vado in montagna ci vado con persone con cui condivido questo amore, anzi di più: scelgo gli amici che vanno in montagna con il mio stesso stile, perchè è un piacere e non sono disponibile a troppi compromessi quando faccio una cosa che mi piace.
Nel lavoro non funziona sempre così, scelgo fino a un certo punto e non posso seguire sempre e solo il mio punto di vista.

E non voglio cadere nel banale del tipo:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita
(Confucio)

Io ho scelto e amo il mio lavoro ma la sera sono stanca e non mi diverto quando devo stare al computer dopo cena.

Mi dissocio anche da questa:

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità.
(Thomas Jefferson)

Un po’ perchè la tranquillità mi dà noia, un po’ perché mai limiterei le fonti della mia felicità al solo lavoro, non scherziamo dai!?!

Io sono invece una sostenitrice del buon Aristotele:

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

E tempo libero è inteso in senso ampio.
Resto anche fermamente convinta che

Il lavoro (può) nobilita(re) l’uomo.
(Charles Darwin rivisitato)

E soprattutto che

La cosa più importante di tutta la vita è la scelta di un lavoro, ed è affidata al caso.
(Blaise Pascal)

Questa è la cosa che mi dispiace di più.
Vedere che in molti considerano ancora il lavoro un “male necessario” e dedicano pochissima attenzione a fare (o almeno tentare) delle scelte oculate, a conoscersi per capire a cosa sono più portati, a studiare (per quanto possibile) in vista di una professione più qualificante.
So bene che non è scontato e nemmeno facile.
Credo però che sia opportuno dedicare sempre più tempo e spazio durante il percorso scolastico ed educativo a veicolare un concetto di lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti.
E dobbiamo farlo noi genitori in primis, la scuola subito dopo.
Io sono cresciuta con un padre dipendente pubblico e una mamma un po’ casalinga e un po’ signora delle pulizie: se non avessi conosciuto il mio primo datore di lavoro dubito che avrei mai sviluppato un vero coinvolgimento per il lavoro.
E mi sarei persa tante belle cose.

Non ho una dipendenza dal lavoro, ma dal tipo di stimoli e di opportunità (non solo professionali) che mi offre, quello sì.
Io le ho trovate lì.
Non escludo che si possano reperire altrove, credo però che sia uno spreco continuare a riporre la vita lavorativa dentro la casella delle “cose che devo fare ma senza sarei decisamente più felice!”
È proprio vero?

Mio papà, a due anni dalla pensione probabilmente sì.
Ma se hai tra i 20 e i 50’anni io ho qualche dubbio.

Poi c’è anche chi pensa che…

Il lavoro è il rifugio di quelli che non hanno nient’altro di meglio da fare.
(Oscar Wilde)

Ma la maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere e di “avere di meglio da fare”, quindi tanto vale viverla il meglio che si può questa necessità.
Senza moralismi o buonismi, è un puro dato di fatto!

Il CV efficace lo ha inventato Leonardo Da Vinci: copiate!

Quel gran secchione di Leonardo Da Vinci tra le varie cose è fautore pure del CV efficace.

Quel CV cioè che non descrive ogni singola esperienza lavorativa (quello che hai fatto in passato) ma che mette in evidenza le capacità maturate (ciò che potrai fare presso chi ti assumerà).
Un CV non autoreferenziale ma concreto, pragmatico e rivolto ai bisogni e ai problemi di chi legge.
La lettera è indirizzata al Duca Ludovico Sforza detto Il Moro in occasione del trasferimento dello stesso Leonardo a Milano e pare  proprio una moderna domanda di assunzione.
Eccola tradotta in Italiano corrente:

Avendo constatato che tutti quelli che affermano di essere inventori di strumenti bellici innovativi in realtà non hanno creato niente di nuovo, rivelerò a Vostra Eccellenza i miei segreti in questo campo, e li metterò in pratica quando sarà necessario. Le cose che sono in grado di fare sono elencate, anche se brevemente, qui di seguito (ma sono capace di fare molto di più, a seconda delle esigenze):

  1. Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; e ponti da usare in battaglia, in grado di resistere al fuoco, facili da montare e smontare; e so come bruciare quelli dei nemici.
  2. In caso di assedio, so come eliminare l’acqua dei fossati e so creare macchine d’assedio adatte a questo scopo.
  3. Se, sempre in caso di assedio, la fortezza fosse inattaccabile dalle normali bombarde, sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente.
  4. Ho ideato bombarde molto maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta, in modo da creare spavento e confusione nel nemico.
  5. Sono in grado di ideare e creare, in modo poco rumoroso, percorsi sotterranei per raggiungere un determinato luogo, anche passando al di sotto di fossati e fiumi.
  6. Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie, che avanzeranno facilmente e senza ostacoli.
  7. Se c’è bisogno costruirò bombarde, mortai e passavolanti [per lanciare sassi e ‘proiettili’] belli e funzionali, rielaborati in modo nuovo.
  8. Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste [macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’] e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo; costruirò, in base alla situazione, infiniti mezzi di offesa e difesa.
  9. In caso di battaglia sul mare, conosco efficaci strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che sanno resistere a ogni tipo di attacco.
  10. In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza.

Se le cose che ho promesso di fare sembrano impossibili e irrealizzabili, sono disposto a fornirne una sperimentazione in qualunque luogo voglia Vostra Eccellenza, a cui umilmente mi raccomando.

Cosa fa Leonardo?
Per prima cosa sintetizza le sue competenze in un elenco numerato, così facendo facilita l’organizzazione dei contenuti e la lettura da parte di chi riceve la missiva.
Inoltre, e ancora più importante, contestualizza la lettera citando soprattutto le sue competenze in ambito bellico.
Lui, che era prima di tutto un artista e pure pacifista, scrive un CV promuovendo una gamma ben specifica di abilità, quelle che ritiene possano servire al Duca.
Delle sue qualità di artista ne accenna solo al decimo punto, senza forzare la mano.

Da Vinci docet quindi, il CV moderno l’ha inventato lui, e non ha niente a che fare con il formato europeo.

È invece un CV lean, contestualizzato, funzionale, che punta dritto all’obiettivo facendo leva sui bisogni di chi dovrebbe ingaggiarlo.

Funziona così anche oggi: chi assume lo fa perché ha un problema e sceglie la persona che ritiene possa risolverlo nel migliore dei modi.
Quando scrivete un CV chiedetevi sempre: che problemi ha il mio interlocutore? In che modo io posso contribuire a risolverli?
E poi scrivete di questo!
Tutto il resto che vi verrà voglia di inserire nel CV potrebbe essere inutile, pensateci bene prima di occupare spazio con parole e informazioni che non portano valore aggiunto.
E strutturate il testo perché sia immediato e fluido, gli elenchi puntati sono i vostri migliori alleati.