Perché le parole potrebbero cambiare il tuo lavoro, come smettere di aspettare la congiunzione astrale del perfetto 2020 e i miei regali per iniziare… ora!

È immancabile, irrinunciabile, inevitabile!
È lui, il post di fine anno.
E chi sono io per staccarmi dalla massa di persone che ti riempie di buoni consigli, propositi sberluccicanti e commoventi auguri?
Nessuno appunto, quindi mi allineo e lo scrivo.
Cercando di essere veloce e indolore ma portando anch’io un po’ di doni, per poi lasciare spazio a chi ha cose più appropriate da dirti ma soprattutto a chi ha baci da darti, abbracci da regalarti e vino da offrirti.

Partiamo dal fondo: buon Capodanno, e anche buona codadanno, e pure il mezzodanno che sia buono.
Però chiariamoci: il 2020 sarà un anno come un altro. Checché ne dicano gli oroscopi e le previsioni astrali, io aspetto l’anno dei pesci da parecchio e ancora non si vede.
O forse la soluzione sarebbe cambiare punto di vista e smettere di aspettare.
Esattamente da… ora!
Ecco, forse è proprio tempo di cambiare punto di vista e dismettere le aspettative (che non significa abbandonare le ambizioni).
Un punto di vista diverso parte dal dire grazie, parolina magica che imponiamo ai bambini e poi ci dimentichiamo di usare nei confronti di quello che la vita ci porta, troppo concentrati a sottolinearne le sfighe che, te lo dico, ci saranno sempre, anche se le mandi a cagare e ti sfoghi su LinkedIn, a questo punto… prova a fare diverso.

Al mio 2019 dico grazie soprattutto per due cose:

  • una sono le persone, persone conosciute, persone che mi hanno consolata, persone che mi hanno insegnato, persone che mi hanno ferita, persone che mi hanno ascoltata, persone che mi hanno spronata, persone che hanno usato carta vetrata intrisa di sentimento, persone che mi hanno detto di no!
  • la seconda è il focus professionale e la presa di consapevolezza su quello che voglio fare: lavorare con le aziende e per le persone, per lasciare il mondo del lavoro un po’ migliore di come l’ho trovato (cit.). E questo significa lavorare affinché cresca in consapevolezza, attenzioni e cultura della persona. Ma anche in strumenti.
    Nella mia cassetta degli attrezzi un posto speciale è dedicato alle parole e alla comunicazione scritta come veicolo di cambiamento, cultura, benessere e professionalità. La scrittura funzionale e di stecca, come la chiama Annamaria Anelli che già si occupa di questi temi con una competenza a cui io aspiro. Niente a che fare con la letteratura bensì con le persone, con le aziende e con la crescita del business (che non vivo sulle nuvole e si sa, l’obiettivo è fatturare).

PERCHÈ LE PAROLE?

Scegliere le parole diventa importantissimo quando capisci che ciò che scrivi, anche una semplice mail, un CV, un’informativa, un’inserzione, la risposta a un reclamo può generare emozioni positive, sviluppare relazioni e stimolare un’azione che ha il gusto di cambiamento.

Scegliere le parole, usare le parole, dire le parole, condividere le parole e prendersi cura delle relazioni e delle persone, con uno dei più basilari strumenti che abbiamo a disposizione insieme all’ascolto: il linguaggio. Ed è pure gratis.
Le parole per arrivare, andare verso e trovare un’espressione comunicabile: le parole per trovarsi, le parole per costruire, ma insieme.

Dal libro di Severgnini – L’italiano, lezioni semiserie

Se ti fermi un momento e pensi a cosa puoi fare con le parole ti accorgi che scrivere è un super potere, così come lo è il respiro, il problema è che tu oggi scrivi un po’ come respiri: senza farci caso!
E invece hai in mano una cosa che può cambiare te, come stai, come percepisci ciò che ti accade, come stanno le persone che lavorano con o per te, come si esprime la tua azienda, come si relaziona alle persone (che siano clienti, fornitori, partner, investitori…), come ti percepiscono gli altri.
Possono essere contenuti, storie, campagne pubblicitarie o semplici comunicazioni di servizio ma le parole che usi esprimono la tua impronta professionale, quella della tua azienda o dell’azienda che rappresenti.
Ecco perché le parole e il linguaggio: perché rappresentano l’essenza della comunicazione, il mattone delle relazioni e il biglietto da visita più immediato della nostra e della tua professionalità.

Ti porto in dono

E quindi ecco anche i miei regali: doni per chi ha voglia di farsi un po’ il culo per contribuire al cambiamento e che non piaceranno invece, a chi attende che il cambiamento lo porti Babbo Natale o, a questo punto delle feste, la Befana.

Puoi scegliere, se leggere o ascoltare, o puoi fare entrambe le cose ma soprattutto puoi decidere, da adesso, di cambiare qualcosa, basta un 1% delle parole che usi ogni giorno, un 1% della (non) attenzione che metti ogni giorno quando scrivi, un 1% in meno degli automatismi che segui per fare meno fatica, perché lo sai: scegliere le parole e scrivere chiaro è molto più complicato (alla faccia di chi dice che la scrittura semplice svilisce la lingua).

REGALO UNO

Ti regalo parole, quelle di chi ha contribuito a questo mio percorso e che ti faranno capire quanto cambierà in meglio il tuo lavoro attingendo a ciò che, speriamo, l’AI (intelligenza artificiale) ancora non ha: l’umanità.
Annamaria Anelli non è solo una business writer, Annamaria è una donna che lotta e che si schiera attraverso le parole per amore delle persone e del loro lavoro, che se ne prende cura con forza e garbo e che ovunque insegni porta il cambiamento come dicembre porta i panettoni e le calorie.
La puoi leggere in questo profondo articolo che parla del prendersi cura attraverso le parole,
la puoi ascoltare in questa intervista sulla comunicazione del colloquio di lavoro ma non solo,
puoi sentire il suo podcast su Storytel per imparare a trovare le parole più vere per comunicarti in ambito professionale.

REGALO DUE

Ecco due foto dal libro di Severgnini “L’italiano, lezioni Semiserie” che valgono più di qualsiasi altro discorso, qui c’è la concretezza che puoi adottare da… ora!

HR: TOCCA A NOI

Chiudo con un appello: come HR credo sia proprio la “funzione del personale” a dover muovere i primi passi di un cambiamento di cultura e di azioni traendo forza da un mutamento delle relazioni e dei rapporti che, senza sovvertire le gerarchie, devono trovare un nuovo equilibrio fatto di rispetto, riconoscimento, chiarezza, vicinanza, condivisione e crescita.
Di umanità sentita, non solo dichiarata, di inclusione voluta, non solo pubblicizzata.
E chiudo con questo articolo ben scritto di Osvaldo Danzi, un bonus proprio per chi si occupa di HR e di recruiting: la prima cosa concreta che possiamo fare con le parole è iniziare a dare risposte, da… ora!

COME IMPATTANO I NOSTRI PROFILI SOCIAL SULLA SFERA PROFESSIONALE?

Oggi, ve lo dico, tante domande e poche risposte!
L’idea è di sollevare l’attenzione su un tema che, come persona, recruiter e formatrice sento farsi urgente, di difficile risoluzione, delicato e a tratti spinoso.

  • Come persona perché sono una di quelle che si potrebbe definite molto social e molto esposta.
  • Come recruiter perché ho iniziato a chiedermi dove si pone il confine di ciò che posso o devo indagare sulle persone quando svolgo il mio lavoro.
  • Come formatrice perché ciò che insegno potrebbe avere delle ripercussioni che richiedono una partecipazione personale non scontata.

Parliamo dell’uso dei social network e del loro impatto sulla sfera professionale.
Ora, io non sono una legale quindi non ho le risposte “a norma di legge” ed è per questo che ho chiesto aiuto e nel podcast di Max Furia, andrà in onda una puntata che vede coinvolti 4 avvocati di rara bravura e disponibilità, che ci aiuteranno a far un po’ di chiarezza.
Ma in preparazione a domani 26 NOVEMBRE, giorno in cui uscirà questa puntata, ecco i temi su cui mi sto arrovellando e che dovrebbero far arrovellare anche voi che mi leggete.

Perché la cosa tocca anche voi se usate i social.

  • Come influisce la mia attività social sulla sfera professionale?
  • Posso essere esclusa o escluso da una selezione in funzione di quello che pubblico?
  • È possibile che uno strumento che massimizza la libertà di espressione giochi a sfavore della mia carriera?
  • Il mio profilo privato è solo mio?
  • L’azienda può chiedermi di usare il mio profilo per veicolare contenuti aziendali? (es. su LinkedIn)
  • E se io volessi usarlo per i miei fini, per il mio Personal Branding?
  • Cosa sono le social policy?
  • Come può il codice etico della mia azienda risultare incompatibile con la mia attività su Instagram?

Avete capito il tema.
Da un lato ciò che facciamo noi dei nostri profili, dall’altro le possibili richieste (o limitazioni) che possono arrivare dall’azienda.

ALCUNE PREMESSE

Quando si usano i social per uso privato in qualche modo si diventa persone pubbliche. Che non vuol dire diventare VIP o influencer ma persone che hanno una visibilità pubblica.
Anche se a mettere un Consiglia o un Like sono solo nostra mamma, il nostro partner, l’amico del cuore e nostra cugina.
Quando scriviamo ci esponiamo pubblicamente e mettiamo in rete parte di ciò che siamo, crediamo, vogliamo, viviamo: da pensieri professionali a piedi in ammollo nel mare, passando per opinioni, paure, improbabili selfie, le medaglie come miglior papà dell’anno, considerazioni sull’universo, figli (i miei sono esposti), progetti professionali, ciò di cui ci nutriamo, ciò che cuciniamo, test assurdi, domande filosofiche profondissime e l’immancabile oroscopo di Brezsny.
E lo possono leggere tutti (compatibilmente con le impostazioni di privacy impostate, e qui non voglio aprire una parentesi quindi procedo).

Togliamoci quindi di dosso l’alibi dell’uso privato come qualcosa di intimo.
L’uso privato di un social ci rende pubblici. Punto.
E quello che mettiamo in rete non sappiamo dove andrà a finire e non sappiamo come verrà interpretato.

Altra premessa: se si sceglie di essere sui social ha senso usarli.
Ok, c’è chi sta alla finestra e basta: è un modo per tenersi aggiornati, per sbirciare, per cazzeggiare di nascosto, per leggere cose interessanti, per studiare la concorrenza, per passare quei 5 minuti in bagno, per ridere, per intercettare notizie quando non si ha l’abitudine di leggere i giornali, per farsi delle domande, per vedere gli alberi di Natale degli altri.
La mia opinione è che lo stare alla finestra significhi usare a metà qualsiasi piattaforma, con il rischio, vedi per LinkedIn, di non ottenere ciò per cui ci si è iscritti (visibilità per intercettare opportunità di lavoro).

PROFILO PUBBLICO E USO AZIENDALE

Vicino all’uso personale vi è un possibile uso aziendale (in particolare di LinkedIn).
E questa “invasione aziendale” ha due possibili varianti:

  1. da un lato può esserci l’azienda che ci chiede di condividere dei contenuti corporate, che ci impone la foto di copertina aziendale, che ci coinvolge per rendere più umana la propria comunicazione, più vera e vicina alle persone.
    Ha senso? Molto. E io voglio pensare che abbia senso sia per l’azienda sia per la persona se vi sono i presupposti giusti. Presupposti che vi spiegheranno meglio Angela Poggi, Laura Mella, Gabriele Carrà e Massimiliano Gaini nella puntata del podcast.
  2. la seconda variante è soprattutto un condizionamento: magari l’azienda non ci chiede niente ma noi ci sentiamo comunque vincolati nel nostro uso quotidiano dei social proprio in riferimento alla realtà in cui lavoriamo “perché poi il mio capo legge” “perché se condivido un contenuto qualcuno dell’ufficio potrebbe insospettirsi” “perché se scrivo di quella cosa potrei essere considerato o considerata male” o addirittura perché un mio comportamento potrebbe generare una sanzione disciplinare.
    Su questo tema ci aiuta Angela Poggi.

E POI CI SONO I RECRUITER (E LE HR)

Sono stata ripresa da un cliente per non aver controllato i canali social di una persona che ho fatto assumere.
Un’altra persona è stata esclusa da una selezione perché su FB c’era qualcosa che non piaceva all’azienda.
E sappiamo che possiamo proseguire…
La legge dice:

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore

Come posso interpretare la parola attitudine? (come vedete non si parla di capacità o competenza).
In un momento in cui le soft skill sono fondamentali e tutti confermano che non sono le competenze tecniche a rendere giusta una persona per un’azienda ma l’incastro tra competenze, atteggiamento, valori condivisi, skill trasversali e qualità personali, io sono chiamata ad andare oltre il CV! (inteso non come documento ma come storia professionale).
Me lo chiedono anche i candidati che spesso accusano la mia categoria professionale di non saper guardare e ascoltare abbastanza per capire chi c’è dietro un Europass.

Per cui, io recruiter (ma vale anche per chi lavora nelle HR e si occupa di selezione) che sono chiamata a farmi un’idea della persona andando oltre l’elenco delle sue medaglie professionali e puntando a mettere in risalto la persona, cosa devo guardare?
Non ho una risposta precisa ma Gabriele Carrà mi ha dato una direzione parlandomi dell'”obbligo di diligenza”.

“L’obbligo di diligenza si sostanzia nell’esecuzione della prestazione lavorativa secondo la particolare natura di essa nonchè per l’esecuzione dei comportamenti accessori che si rendono necessari in relazione all’interesse del datore di lavoro a conseguire un’utile prestazione”.

È scritta un po’ da non farsi capire, lo so, ma la parola diligenza è abbastanza chiara a tutti. Diligenza è un po’ come Buonsenso, un’ottima direzione verso cui volgere lo sguardo.

E LA NORMATIVA?

La normativa c’è e non c’è.
Diciamo che ci sono molti casi di controversie tra aziende e dipendenti legati all’uso dei social e questo dovrebbe farci drizzare le antenne.
Ma del lato legal della faccenda non ha senso che sia io a parlare, potrete contare su 3 ottimi professionisti che, e non capita spesso, sono usciti dalla loro zona di comfort per registrare un podcast, quindi collegatevi (da) domani (26 novembre 2019) su LinkedIn Content Strategy.

Però è utile sapere che in alcune aziende potreste trovare due documenti.
Uno è il Codice Etico.

Il codice etico aziendale è un tipo di documento stilato ed adottato su base volontaria in un ambiente aziendale. Esso definisce un complesso di norme etiche e sociali al quale gli esponenti aziendali si devono attenere.

E in questo documento potrebbero esserci dei riferimenti all’uso dei profili social privati.

L’altro è la Social Media Policy.

La Social Media Policy è un documento contenente le linee-guida da rispettare per aiutare le aziende e i dipendenti a comunicare in modo corretto con i consumatori ed essere protetti sui canali Social. Si tratta quindi di un insieme di criteri da rispettare all’interno di un ambiente lavorativo, legati soprattutto ai Social Network. (https://www.marketingarena.it/2017/08/18/social-media-policy-tre-passi/)

Questo documento quindi contiene ciò che l’azienda può chiederci.

IL BUONSENSO IN RETE

Alessandra Farabegoli per anni ha pubblicato il suo “Manuale di Buonsenso in rete” e secondo me dovrebbe riprendere a farlo.
Lo so che il buonsenso non può essere una risposta ma di nuovo, non nascondiamoci dietro un dito: usare buonsenso non significa pubblicare poco ma pubblicare con responsabilità e soprattutto prendersi la responsabilità di ciò che si pubblica.

Significa che se qualcuno ritiene di escluderci da una selezione per quello che abbiamo pubblicato probabilmente, di contro, non è quella l’azienda in cui avremmo voluto lavorare a prescindere.
Perché se libertà dev’essere la libertà va concessa ad ambo le parti e il buonsenso serve a mantenerci saldi nelle nostre posizioni. Poi possiamo discutere di dove si posizioni il confine tra libertà e discriminazione ma ritorno al punto sopra: se un’azienda mi discrimina per qualsiasi motivo non è il posto dove vorrei lavorare.

Usiamo Buonsenso anche quando:

  • evitiamo di usare i social come uno sfogatoio pubblico
  • evitiamo di inserire foto compromettenti
  • evitiamo che sia la rabbia a guidare le nostra dita sui tasti, quando siamo incazzati con qualcuno evitiamoli proprio i social
  • pensiamo e ripensiamo prima di pubblicare qualcosa soprattutto se ha un contenuto emotivo, una presa di posizione, un’opinione forte, una dichiarazione… o un gattino
  • ci ricordiamo che, se da qualche social appariamo come dipendenti di una certa azienda, significa che in qualche misura la stiamo rappresentando e qui il buonsenso si manifesta a volte più nella capacità di tacere che in quella di dire (in parole povere non sputare mai pubblicamente nel piatto dove si sta mangiando)
  • accettiamo il fatto che una nostra azione sui social, in particolare una nostra opinione o presa di posizione non sia neutra: genererà sempre delle reazioni, qualcuna a nostro favore e qualcuna a nostro sfavore
  • se la nostra attività sui social è contrattualizzata (ovvero venite pagati per pubblicare alcuni post su non so quale social) lo diciamo

Ora, se volete contribuire a questo piccolo decalogo di buonsenso, accetto suggerimenti.
Che la risposta non è “chiudo tutti i profili”, sia chiaro!

Continuiamo a parlarne domani.
Siateci, c’è tanta, tanta roba spiegata bene!

Scrivi per farti leggere

Reduce dai primi due moduli del percorso ideato dalla Holden per imparare a narrare le imprese sento il bisogno di scrivere un articolo che riguarda la scrittura efficace.
Non un vademecum di buone pratiche ma qualcosa di ancora più importante: un cambio di prospettiva che da solo ti permetterà di scrivere meglio non appena avrai finito di leggere questo articolo.
Perché scrivere è quella cosa che facciamo tutti, sempre, su qualsiasi cosa.

SCRIVIAMO SEMPRE

Partiamo da questo presupposto e diventiamone consapevoli: scriviamo sempre, scriviamo tutto, scriviamo tutti.
Spesso di fretta, distrattamente, obbligati dalle formalità.
Scriviamo mail, minute, verbali.
Scriviamo relazioni, presentazioni, speech.
Scriviamo CV, profili LinkedIn, bio dei social.
Scriviamo testi per i siti, per le brochure, per il blog aziendale, per i comunicati stampa.
Scriviamo avvisi, procedure, regolamenti.
Scriviamo newsletter, inserzioni, inviti, provvedimenti disciplinari.

Scriviamo per informare, spiegare, delegare, organizzare, gestire, richiamare, motivare, rimproverare, attaccare.
Scriviamo per paracularci.
Scriviamo per rispondere, candidarci, ribattere, difenderci, giustificare, dimostrare, ricordare, testimoniare.
Se siamo fortunati (o innamorati) scriviamo anche per coinvolgere, convincere, lodare, emozionare, avvicinare, sorprendere, sedurre, affascinare.

Quindi sì, scriviamo tanto.
Scrivere è diventata un’attività così normale che quasi non ce ne rendiamo conto.
Come respirare.

Ma a fronte di tanto scrivere la domanda vera è: quanto leggiamo?

LEGGIAMO POCO

Non ti insegno a scrivere in questo post.
Anche perché dovrebbe farlo Annamaria Anelli: business writer che ha gestito il secondo modulo dedicato alla scrittura professionale e – a mio avviso – la migliore sul mercato in questo momento (seguitela, imparerete tantissimo; chiamatela per una consulenza, vi cambierà per sempre il modo di scrivere).
Non ti insegno a scrivere ma ti faccio alcune domande che ti aiuteranno a cambiare prospettiva:

  • quanto leggi di quello che ricevi?
  • leggi o scorri?
  • leggi o guardi?
  • quante volte ti è capitato di dover tornare indietro o di dover rileggere? magari una comunicazione o un avviso interno.
  • ti capita mai di saltare intere righe e di accorgerti che non hai letto pezzi di una mail?
  • ti succede di aprire pagine sul browser e di guardarle senza aver voglia di leggere niente? senza che niente ti agganci? o di ricevere una newsletter, aprirla e chiuderla senza averla letta?
  • hai mai letto completamente un’informativa per la privacy?
  • ricordi di cosa parlava l’ultima comunicazione che ti ha inviato la banca?
  • che emozioni provi di fronte a un avviso pubblico?

Insomma hai capito: in qualità di lettrice o lettore come ti senti “leggi cose” nel tuo quotidiano?
E perché invece ci sono contenuti che salti e contenuti che leggi con interesse e addirittura piacere?
Newsletter che non ti perdi, articoli che salvi per poterli leggere con calma.
Ma anche mail che – se ci pensi – ti piacciono.

Ecco il cambio di prospettiva che ti invito a fare: mettiti nel panni di chi legge!
Chi è, cosa sa, cosa cerca, che cultura ha, cosa vuoi che faccia, come deve sentirsi?
E nel farlo pensa alla tua esperienza di lettore, sarà più facile, perché nella lettura ci assomigliamo tutti, credimi.
Quindi cosa vorresti tu?
Come potresti essere più attenta o attento di fronte a un avviso o a una comunicazione?
Come ti sentiresti se ti accorgessi che chi ha scritto l’ha fatto pensando a te, mettendosi nei tuoi panni, riducendo la complessità, la verbosità, i tecnicismi, gli orpelli, i giri di parole, gli incisi, le nominalizzazioni e i gerundi?

Te lo dico io: bene!
Ti sentiresti bene e coinvolta o coinvolto.
Avvertiresti la relazione che c’è tra te e chi ti scrive, fosse anche l’Assicurazione o Trenitalia.
Quindi figuriamoci cosa succederebbe tra colleghi, nella comunicazione quotidiana.
O con i tuoi clienti.

SIAMO FATTI PER COMPRENDERE STORIE E PER VEDERE IMMAGINI

Questo non lo dice la Holden perché è la Holden, anche se ne avrebbe ben d’onde (e abbiamo fatto la rima).
Lo dicono le neuroscienze.
Le storie ci appartengono anche perché hanno la stessa struttura della vita: inizio, svolgimento, fine.
Le storie ci appartengono perché ci permettono di identificarci.
Le storie ci appartengono perché hanno il potere di stimolare a livello neuronale la stessa risposta di un’esperienza vissuta o di un’emozione provata.

È per questo che quando ci raccontano una storia la nostra attenzione viene catturata più di quando ci mettono di fronte un foglio excel (niente contro i fogli excel, servono e continueranno a servire) è per questo che piangiamo o proviamo paura guardando un film: lo sappiamo che è tutto finto ma questo non ci impedisce di emozionarci.
E tu? Non ti fermi anche tu più volentieri di fronte al racconto che dinnanzi a un bullet point?
Non ti cattura l’immagine della metafora più che un astratto concetto spiegato con dovizia di particolari?

Costruire storie e immagini non presuppone per forza l’essere creativi ma allenarsi a comunicare secondo la modalità con cui, chi ci ascolta, capisce di più. Se abbiamo imparato a usare excel e power point ti assicuro che possiamo anche imparare a costruire piccole storie e metafore ficcanti.

IMPARA A RESPIRARE, IMPARA A SCRIVERE

Hai mai sentito parlare dei benefici del respiro?
Ti hanno mai detto: respira e vedrai che starai meglio?
E tu a pensare: certo che respiro, respiro in continuazione, altrimenti non sarei qui a parlare con te.
Ma credimi: la maggior parte di noi non respira, la maggior parte di noi fa funzionare i polmoni, non respira.
E te lo dico perché io stessa non respiravo. Poi mi sono accorta di quanto tutto possa essere diverso respirando per davvero.

Bene, la scrittura è uguale: tutti siamo convinti di scrivere perché lo facciamo sempre!
Ma non è vero: infiliamo parole in una mail, farciamo di avverbi le relazioni, spolveriamo di aggettivi l’inserzione, scegliamo l’aziendalese per darci un tono ma non stiamo comunicando.
Scriviamo ma non è detto che qualcuno ci legga.
Scriviamo ma non è detto che riusciamo a far vedere e sentire e se non riusciamo a far vedere e sentire non produrremmo un movimento, un’azione.

Respira quindi.
E scrivi per comunicare.

Mettiti nei panni di chi legge e scrivi con intenzione e consapevolezza, con la cura che serve a proteggere una relazione importante, con la concretezza necessaria a stimolare un’azione.

Mettiti nei suoi panni e poi scegli la chiarezza, la concretezza e le frasi corte.

Glassdoor, la trasparenza per chi cerca lavoro e l’Employer Branding

La scorsa settimana ho partecipato a due eventi legati al mondo del lavoro: la conferenza stampa dedicata al lancio in Italia di un nuovo portale per la ricerca di lavoro, GLASSDOOR e un convegno sull’employer branding.
In questo articolo vi racconto cos’è Glassdoor e come può aiutarci nella ricerca di un posto e di un datore di lavoro da amare e vi riporto alcune considerazioni che ho fatto rispetto al nostro sistema lavoro e all’evoluzione che è chiamato a fare. E che ci riguarda anche come singoli.

GLASSDOOR E IL SENTIRE DI CHI LAVORA

Glassdoor è uno dei più grandi siti a livello globale per la ricerca di lavoro e per la selezione di personale.

“La nostra missione è aiutare le persone in tutto il mondo a trovare il lavoro e l’azienda che amano.”

Lo fa puntando sulla trasparenza che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) il posto di lavoro.
Cosa significa?
Significa che su Glassdoor le aziende pubblicano inserzioni e promuovono il proprio employer branding e voi potrete inserire una recensione rispetto a politiche retributive, organizzazione, gestione interna, politiche di crescita, clima aziendale e altri insight delle società in cui avete lavorato.
Volendo banalizzare: è il Tripadvisor del mercato del lavoro.
Ne consegue che, così come quando si cerca un ristorante si valutano le recensioni di chi c’è già stato, in modo simile le persone su Glassdoor possono informarsi meglio sulle opportunità e sulle aziende per cui si candidano.
Che ne dite? Vi sconfinfera questa idea?

Nell’ambito del suo lancio in Italia avvenuto il 26 settembre 2019, Glassdoor ha condotto una ricerca online tra oltre 750 persone occupate e in cerca di lavoro nel mercato italiano e alcuni dei dati emersi sono questi:

  • L’85% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che la realtà lavorativa tende a differire rispetto alle aspettative generate in fase di colloquio: insomma, a colloquio si erano fatte un’idea dell’azienda che poi non si è dimostrata tale.
  • Il 77% delle persone in cerca di lavoro e degli occupati dichiara di trovare utile leggere le recensioni dei dipendenti attuali o precedenti di un’azienda quando deve decidere dove andare a lavorare.
  • Il 86% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti afferma che trovare la giusta cultura aziendale è più importante che guadagnare di più.
  • Il 63% delle persone in cerca di lavoro e dei dipendenti, in riferimento al lavoro attuale o al più recente, afferma di non aver negoziato il proprio stipendio e di aver accettato il salario offerto nella proposta d’impiego.

Alla fine di questa lettura le mie considerazioni sono state queste:

  • la cultura del lavoro in Italia ha bisogno di evolvere perché è ancora legata a un concetto di “padrone vs lavoratore” dove il datore di lavoro esercita un potere quasi malvagio sui propri collaboratori; dove il lavoro è un male necessario a cui bisogna prestarsi (o prostrarsi); dove in un processo di selezione a valutare pare essere solo l’azienda (che ha il cosiddetto coltello dalla parte del manico).
  • le funzioni HR e le società di mediazione (recruiter e head hunter) dovrebbero essere i primi attori chiamati in causa per ristabilire il giusto equilibrio all’interno del processo di recruiting. Dipingere una realtà che non esiste o omettere informazioni rilevanti ai candidati non è una strategia lungimirante nel medio-lungo termine, sembra banale da dire ma il sondaggio ci fa capire che così banale non è.
  • sempre parlando alle HR il tema dell’Employer Branding si fa pressante non solo per reclutare giovani talenti, ma ne parlo tra poco.
  • chi cerca lavoro deve smettere di sentirsi vittima di un sistema brutto e cattivo e iniziare a diventare fautore della sua stessa crescita e carriera. La capacità negoziale di chi cerca lavoro è direttamente e strettamente collegata a ciò che ha da offrire a chi lo vuole assumere.
    Quindi:
    • Abbiate molto da offrire.
    • Prendete coscienza che siete parte in gioco di un processo di valutazione in cui dovete fare domande, raccogliere informazioni, analizzare le prospettive e, a monte, chiedervi e fare chiarezza su ciò che volete.

Alla fine di queste considerazioni che non vogliono limitarsi a provocare ma fungere da stimolo per pensare a cosa cambiare del proprio atteggiamento per ottenere risultati differenti e per migliorare il mondo del lavoro, la mia opinione rispetto a una piattaforma come Glassdoor è ambivalente.

È certo che, nelle intenzioni, questo strumento risponderebbe a un bel po’ di quei mal di pancia descritti prima rendendo possibile a chi cerca lavoro la raccolta di informazioni necessarie a ponderare con attenzione una scelta (o a influenzarla…).

La mia domanda è: siamo in grado di usare una piattaforma di questo tipo con responsabilità e rispetto per la sua funzione? Sapremo davvero valorizzare l’opportunità di trasparenza che ci offre?
O diventerà per le aziende una vetrina dove farsi belle e per i dipendenti l’opportunità per sparare a zero in incognito contro un datore di lavoro con cui non ci si è trovati bene?

EMPLOYER BRANDING, CHE NON È LO SMART WORKING E NON È LA PUBBLICITA’

A proposito di Employer Branding (ovvero la reputazione che un’azienda ha come luogo di lavoro), vi riporto alcuni concetti che ho fatto miei ascoltando manager delle RU e del MKTG che hanno capito che fare Employer Branding non significa (solo) fare comunicazione per attrarre talenti.
Non significa nemmeno far sfoggio dei benefit previsti, mettere a punto slogan accattivanti, concedere lo smart working e il maggiordomo aziendale, aprire la palestra e il nido interno.

L’Employer Branding si basa sulla COERENZA tra quanto l’azienda promette o comunica e ciò che i giovani (e non solo loro) trovano, dopo essere stati assunti.

L’Employer Branding inoltre non deve essere la strategia per pescare i giovani di potenziale, non è insomma uno strumento a disposizione solo del cosidetto talent acquisition. Che poi, come diceva giustamente l’HR Manager di Carel Spa: i talenti non esistono e le aziende dovrebbero prendersi la responsabilità di formare e far crescere le persone che meglio rispondono al contesto aziendale, che meglio vi si adattano, e smettere di cercare il candidato perfetto.
L’obiettivo dell’Employer Branding quindi non è di creare un’immagine attrattiva per chi è fuori dall’azienda, anzi, in primis dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro di chi già lavora in azienda. In questo modo saranno i dipendenti stessi i primi testimoni e garanti del brand aziendale (magari proprio usando Glassdoor).


Insomma, alla fine dell’evento è risultato chiaro che per chi cerca lavoro, giovani e meno giovani, ciò che conta sono le persone con cui si lavora, la cultura aziendale (che porta con sé anche i valori) e la visione.

Persone, cultura e visione fanno la differenza, generano fiducia ed engagement.

COSA POSSIAMO FARE NOI?

Nel nostro paese il sistema lavoro da una parte tutela i diritti e dall’altra ingessa la mobilità di chi lavora. È inoltre un sistema dove il datore di lavoro è visto spesso come il “nemico” da cui guardarsi le spalle o peggio ancora da fregare.
Allo stesso modo l’impresa ogni giorno è chiamata a scendere a patti con vincoli e norme che ne limitano la libertà di azione e la flessibilità di fronte al mutare delle condizioni del mercato.
Niente di peggio come l’atteggiamento negativo che si genera da queste percezioni per affrontare un cambiamento volto a creare un clima di collaborazione e fiducia, di onestà e crescita.
Io credo che le aziende, e con loro le società di intermediazione, abbiano una responsabilità privilegiata nel muovere il primo passo verso un’evoluzione culturale.

Come?
La trasparenza e una comunicazione più diretta e autentica sono il primo passo a cui sto pensando.
Ma sono sicura che ci sia molto altro da fare fin da subito senza necessariamente dover aprire una palestra interna.

Però tocca anche a noi, ognuno è chiamato a fare la propria parte. Non è un appello populista ma l’unica cosa che possiamo fare diversa dal lamentarci e dal criticare: contribuire ogni giorno per un mondo del lavoro meritocratico agendo a nostra volta la trasparenza e la fiducia, mantenendoci sempre attivi sul mercato del lavoro, usando oggettività quando su Glassdoor andremo a scrivere la nostra recensione, confrontandoci in modo autentico all’interno di un iter di selezione e contribuendo con il nostro lavoro alla crescita delle società in cui operiamo, diventando noi stessi parte attiva dell’attività di Employer Branding aziendale.


Ripeto e chiudo: non so se siamo pronti all’arrivo di uno strumento così democratico come Glassdoor ma mi piace pensare che un portale come questo possa aiutarci a diventarlo. E mi piace pensare che l’employer branding non sia un’attività appannaggio delle aziende che possono dotarsi di benefit invidiabili ma il modo con cui la Direzione/proprietà, l’HR e la Comunicazione uniscono idee, sensibilità, competenze e risorse per rendere l’azienda un luogo migliore, il migliore possibile.

Nuove parole per chi cerca lavoro, nuove orecchie per chi assume: è tempo di cambiare

“Ho fallito in passato e oggi devo rimettermi in gioco ma come faccio a spiegarlo?”
“Sono stata fuori dal mondo del lavoro per crescere i miei figli e ora non so come rientrare, ho paura che nessuno capirebbe la mia scelta”
“Ho capito che il mio lavoro non mi soddisfa e ora voglio cambiare strada ma non so come scrivere il mio CV”
“Cerco da tempo di cambiare lavoro ma è come se fossi trasparente sul mercato, temo che il mio profilo sia banale”
” Il mio percorso professionale non è lineare e non so come raccontarlo in modo convincente a chi mi deve assumere”


Potrei andare avanti a lungo, sono frasi che ci toccano perché una o l’altra pizzicano il nostro vissuto o quello di qualcuno che conosciamo.
Spesso non è facile trovare le parole giuste per trasmettere tutto quello che abbiamo dentro e tutto quello che possiamo dare ma soprattutto per spiegare scelte e accadimenti che “macchiano” il nostro percorso professionale o accademico.


Dall’altra parte abbiamo chi (mi includo perché sono frutto della cultura, del mercato e della società in cui sono professionalmente cresciuta):

“Non lavora da 5 anni, non posso presentarla in azienda”
“Non ha il titolo di studio richiesto”
“Ha cambiato lavoro troppo spesso, forse qualcosa non va”
“Ha accettato un downgrade importante, avrà avuto dei problemi?”
“A questa età sarà difficile ricominciare…”

Il mix tra “non so come dirlo” e “non voglio/posso ascoltare” ha un esito abbastanza scontato. 

NESSUN BUONISMO

Questo non è un articolo che vuole strappare lacrime o like e nemmeno mira far sciogliere i cuori dei recruiter o delle aziende che assumono.
Questo è un post che parla di competenze e di cambiamento (il più difficile, quello culturale).

Dobbiamo sviluppare nuove competenze e dobbiamo farlo tutti: chi offre e chi cerca lavoro perché solo così potremo intaccare schemi antichi e far evolvere il mercato e la cultura del lavoro.

Chi non si impegnerà in questa direzione (quella della comunicazione e del cambiamento) sarà penalizzato, senza dubbio e senza giustificazioni.
Chi continuerà a compilare – magari pure male – il CV in formato europeo, chi non farà lo sforzo di rendersi presentabile e desiderabile, chi pubblicherà inserzioni che non spiegano il ruolo e non fanno intendere niente dell’azienda/funzione/settore, i recruiter che non instaureranno un rapporto di trasparente collaborazione con chi cerca lavoro, chi selezionerà utilizzando i soliti vecchi stereotipi: nessuno di loro potrà trovare uno spazio di rilevanza nel mondo del lavoro.
Perché comunicare bene non è più una competenza accessoria, non è più la collana sopra un bel vestito ma è il vestito stesso. Il tuo vestito (sia tu una persona che cerca lavoro, un recruiter o l’HR di un’azienda).

Faccio subito un inciso: non credo che la buona comunicazione sia la panacea di tutti i mali, di certo non chiuderà il buco nell’ozono (non da sola intendo). Prima e accanto a qualsiasi buona comunicazione ci vuole qualcosa da comunicare: la sostanza è imprescindibile.
Le competenze per chi cerca lavoro sono necessarie, a ognuno per il proprio livello di esperienza. Quindi no, non si trova lavoro imparando a comunicare e non trova lavoro solo chi sa farlo. La comunicazione serve a veicolare un contenuto, un valore: se quel contenuto manca si chiama fuffa e non è cosa di cui trattiamo qui.

Allo stesso modo va detto che alcuni stereotipi purtroppo nascono e fioriscono sulla base di comportamenti reali che si sono perpetrati: da parte dei candidati e da parte dei datori di lavori. Le scorrettezza siamo schietti, la troviamo da ambo le parti e chi fa il mio lavoro lo sa perché assiste dalla prima fila ai colpi bassi di una e dell’altra parte.
Il mercato del lavoro quindi non è solo difficile ma è anche sporco perché pieno di rancore, paure, frustrazioni che vi assicuro, sono legittime e sono dei giocatori di ambedue le squadre in gioco.
Il problema è che non possiamo aspettare sempre che siano gli altri a cambiare per primi. 
E oggi il cambiamento che vi suggerisco e che è già alla vostra portata riguarda il trovare le parole giuste e ascoltare con orecchie nuove.


PAROLE NUOVE PER CHI SI COMUNICA

Saper argomentare le proprie scelte, i cambi di rotta, le caratteristiche personali, le ambizioni, i propri valori non è qualcosa che spetta solo a chi è estroverso o a chi ama chiaccherare. 
Scrivere un CV efficace non può essere appannaggio di chi in Italiano aveva 8 e agli altri il formato europeo.
E un profilo LinkedIn mezzo vuoto e lasciato là non serve a niente.
Ma soprattutto è possibile comunicare bene anche decisioni e momenti del proprio percorso che risultano più critiche o delicate da affrontare.
È possibile trasformare quello che a noi sembra un intoppo in un punto di valore.
Senza giustificare, senza omettere, senza inventare.
Senza vergogna.
Trovare le parole si può e non bisogna essere dei copy per farlo.
Certo, servono allenamento e pazienza, talvolta serve un aiuto e un supporto, qualcuno che faccia da guida e tenga in mano la penna, ma prima di tutto serve consapevolezza: essere consapevoli che si può dire anche ciò che non sappiamo spiegare. E desiderare farlo.
Dopo aver maturato la consapevolezza, che porta sempre con sé l’amica volontà, allora si può davvero agire e lavorare su di sé e sulla propria comunicazione.

Come?
Non è necessario pagare un super coach (anche se può essere una delle strade): viviamo dentro a un mondo che gira intorno al marketing e alla comunicazione, o forse siamo noi a orbitarci intorno ma poco cambia perché è sufficiente, per iniziare, osservare e ascoltare, prestare attenzione. E poi leggere, approfondire, aprirsi al dialogo, imparare da chi già lo fa e, come dice un libro meraviglioso, rubare come un’artista.
Ma su questo punto vi rimando alla fine perché ho due suggerimenti molto più pratici da darvi.


ORECCHIE NUOVE PER CHI ASSUME E GESTISCE

Passiamo ora dall’altra parte della barricata, dalla mia parte.
Che lo so bene, quando ricerchiamo un nuovo collaboratore abbiamo una serie di vincoli e requisiti da mettere insieme che manco per trovare il partner siamo così selettivi.
Deve possedere competenze precise e specifiche eccellenti, incarnare qualità personali da premio nobel per la pace, avere un percorso lineare che dimostri fedeltà e abnegazione e, nel caso di donna, non aver certi grilli per la testa, tipo la sopravvivenza della specie umana, e però se non è sposata ci sorge il dubbio che ci sia qualcosa che non va perché sai com’è, le zitelle…
Sì sto estremizzando e ironizzando ma chi scrive, per la legge, è una ragazza madre quindi l’ironia non vuole mancare di rispetto a nessuno.

So che mi sto muovendo sulle uova parlando di questi temi quindi mi limito a una constatazione a un invito: il mondo del recruiting sta cambiando eppure spesso resta ancorato a vecchi pregiudizi e stereotipi che in altri paesi sono già diventati letame per concimare la terra. 
Qui no. 
Non ancora, non ovunque, non per tutti.
Io sono speranzosa.  

Orecchie nuove e nuovi occhi per guardare oltre sono indispensabili a noi che lavoriamo nel mondo delle HR per contribuire a far evolvere la cultura del lavoro nel nostro paese.

Non sarà sufficiente ma noi che facciamo questo mestiere siamo i primi a dover muovere il culo. Io quantomeno lo penso.
Il nostro ruolo comporta una responsabilità e il superamento del mero compito da eseguire. E non perché siamo più bravi ma perché abbiamo scelto – spesso lottando – di lavorare con e per le persone.
Perché c’è una cultura del lavoro che mi porta ancora oggi a sentire candidati che cercano di ottenere un’offerta di lavoro solo per andare dal proprio titolare a contrattare una promozione. O aziende che mi chiedono collaboratori che non debbano assentarsi per maternità.
Non è la regola per fortuna ma gli stereotipi sono tanti, milioni di milioni come cantava un antico spot pubblicitario di quando ero bambina.
Io per prima mi sono accorta di dover sfoderare le orecchie e di dover mettere da parte tante convinzioni per aprirmi agli altri.
E non sono diventata più buona nel farlo, solo sto imparando ad ascoltare di più e a pensare prima di parlare, a indossare le scarpe degli altri quantomeno per gestire le relazioni. Perché alla fine, in ogni selezione, ne passa solo uno (quando va bene).
Ascoltare con orecchie nuove significa:

  • valutare senza giudicare,
  • approfondire i “perché” e non solo i “cosa”,
  • lavorare con e per i candidati, non solo per il cliente che ci paga
  • contribuire ogni giorno a intaccare una mentalità vecchia che ritiene il lavoro un male necessario e le persone mera forza lavoro.


COME FARE

La riflessione per questo articolo è nata ascoltando un podcast dedicato a chi cerca lavoro.
Anna Maria Anelli ha realizzato 6 puntate dedicate a chi deve comunicarsi sul lavoro e non sa come spiegare, argomentare, scrivere scelte difficili, situazioni di difficoltà, fallimenti, paure…
Si intitola Le Parole per Farlo e potete ascoltarlo su Storytel, il primo mese di ascolto è gratuito quindi non dovrete spendere un euro per fare vostra questa preziosa raccolta di interviste che vi aiuterà a trovare le parole e a capire come si può comunicare qualcosa che, a prima vista, è più simile a una macchia di sugo sulla camicia bianca che a una cravatta dal nodo perfetto (registrati qui).


Però io consiglio questo ascolto anche a chi fa selezione (da volerli quasi obbligare), a chi assume, a chi cerca e valuta collaboratori perché non basta che i candidati imparino a scegliere le parole giuste se chi legge e ascolta usa criteri vecchi.

Le Parole Per Farlo – Anna Maria Anelli – Storytel

Il podcast di Anna Maria oltre ad aiutarvi vi emozionerà per la forza, il garbo e la profondità con cui tratta tematiche molto delicate e a tratti dolorose ma vive e reali.
Ascoltarla significherà prima o poi immedesimarsi in una delle storie che si susseguono, sentirne il carico emotivo e scoprire che c’è un modo per non escluderle dal proprio racconto professionale.
Le sue interviste vi infonderanno una consapevolezza nuova, quella del “si può!”.
Si può dire. Si può fare. Si può cambiare.
Con le parole.
È un regalo quello che vi farete, garantito al limone.

Piccolo spazio pubblicità: ho aperto un canale Telegram per VOI

Se poi vorrete approfondire più in concreto le tematiche sopracitate io vi suggerisco in modo assolutamente autoreferenziale il mio canale Telegram, fresco fresco di nuova apertura: ho deciso di creare uno spazio dove condividere suggerimenti, stimoli, buone pratiche e indicazioni a chi vuole comunicarsi meglio per e sul lavoro. Un contenitore di note vocali che possono farvi compagni la mattina quando andate al lavoro e che hanno lo scopo di parlare di comunicazione personale (personal branding) ai non addetti ai lavori. Lo trovi qui o cercando Personal HR.

Buon ascolto.

CERCARE LAVORO SIGNIFICA FARE MARKETING DI SÈ, CON GARBO

Offerta e domanda di lavoro.
Qualcuno pensa che la domanda sia quella dei candidati che cercano lavoro, non a caso si dice “presentare domanda di lavoro”.

In realtà la domanda è quella del mercato e l’offerta è di chi propone la propria professionalità.
Insomma chi paga chiede e chi vende offre.
Funziona così anche per noi e per ciò che acquistiamo ogni giorno.

E come chi offre è chiamato a promuovere ciò che desidera vendere allo stesso modo chi cerca lavoro è chiamato a comunicare se stesso in modo credibile ed efficace.

Non banalizziamo, non è più questione di vendersi (o svendersi): questo post non parla di pubblicità e non invita nessuno a considerarsi un oggetto o peggio una merce da esibire.
Lo so che il mercato del lavoro ha delle dinamiche tali per cui ogni tanto succede proprio questo e la sensazione è tutt’altro che positiva. A volte il problema non è comunicarsi ma trovare dignità svolgendo una delle attività che più mettono a prova l’autostima, il senso di sé e il proprio equilibrio personale: la ricerca di lavoro appunto.
Ma visto che non possiamo cambiare ciò che è, quello che possiamo fare è impegnarci ogni giorno per migliorare la realtà, ciascuno per ciò che gli compete e che rientra nel proprio raggio di azione.
E quindi io oggi voglio stimolare una riflessione sull’importanza di fare marketing di sé e di comunicarsi in modo consapevole e intenzionale.

IN PASSATO ERA LA PUBBLICITÀ

“Per un lungo periodo di tempo, per un’impresa commerciale il modo più efficiente di realizzare un cambiamento era comprare annunci pubblicitari. (…)
Per gran parte della mia vita il marketing equivaleva alla pubblicità.
Poi non è stato più così.
Ciò significa che dovrete diventare esperti di marketing.
Ciò significa capire ciò che vedono gli altri. Creare attesa. (…) Significa realizzare il difficile compito di diventare orientati al mercato e lavorare con (la vostra parte di) quel mercato.”

Seth Godin è una delle persone più significative sul panorama del marketing e in poche righe trasmette moltissimo del cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni.
La pubblicità ha ceduto il passo a una concezione più evoluta di marketing e comunicazione. Ma anche più rispettosa di chi acquista e più vicina ai bisogni del mercato, più capace di ascoltare, guardare, ispirare e migliorare la realtà.
Oggi i venditori spudorati e aggressivi non piacciono più a nessuno, ciascuno di noi vuole sentirsi protagonista dell’acquisto che fa, oppure desidera sentirsi coccolato e un po’ sedotto, ci aspettiamo il famoso “valore aggiunto” di un servizio che va oltre le aspettative, vogliamo l’effetto wow e siamo pronti a criticare aspramente su Tripadvisor se la cameriera di un tal ristorante non ci ha sorriso porgendoci il piatto.

  • Perché è il servizio che fa la differenza oggigiorno,
  • perché con un gesto di gentilezza conquisti e fidelizzi il cliente, che ci vuole in fondo?
  • perché diciamolo, il prodotto è anche buono ma l’esperienza di acquisto non è per niente curata, basterebbe così poco…

Tutti bravi a criticare, tutti bravi a vedere la pagliuzza e alla trave chi ci pensa?

CHE ESPERIENZA DI ACQUISTO OFFRIAMO NOI?

In passato era il CV, le segnalazioni dirette (networking per qualcuno e paraculaggine per altri), il passaparola o la botta di fortuna.
In passato era un mercato più vivace e anche più immaturo.
Poi la crisi: una bastonata sui denti che non si è ancora cicatrizzata.
Nel frattempo le regole del gioco sono cambiate.
Siamo cambiati noi come consumatori ed è cambiato il mercato del lavoro.
Ma hanno mutato forma anche le modalità con cui affrontarlo o starci dentro.

Il CV non è morto, ma il CV non è l’unico strumento.
La paraculaggine non morirà mai ma il networking ha assunto una valenza nuova, impegnativa da coltivare ma preziosissima.
Le botte di fortuna rientrano in quel concetto di flow per cui se lavori bene, se non ti dai per vinto e se ci credi fino in fondo la provvidenza se ne accorgerà (qui sto banalizzando un concetto ben più profondo e in cui credo molto ma ne parlerò in un altro momento).

Dall’altra parte le aziende non si permettono più di sbagliare nella scelta dei collaboratori, succede ma molto meno rispetto al passato.
E le aziende sono persone: persone in grado di valutare, di cercare, di selezionare avendo ben chiaro che le competenze tecniche, il saper fare, le hard skill sono indispensabili ma non sufficienti.

OGGI COME OGGI

Non voglio sembrare il vecchio in fila alla posta che commenta con il vicino di bolletta che il mondo è cambiato e che si stava meglio quando si stava peggio.
È che il mercato del lavoro è davvero cambiato, si è fatto più selettivo e più accorto. Così come siamo selettivi e accorti noi che anche per mangiare una pizza andiamo su Internet, spulciamo le recensioni, chiamiamo l’amico, chiediamo consigli su Facebook e siamo pronti a sparare a zero se l’esperienza non ci aggrada.

In questo nuovo mondo il marketing e la comunicazione anche personali hanno assunto caratteristiche nuove, a mio avviso molto più nobili e preziose rispetto al passato.
Come professionisti siamo chiamati a riconoscere questo cambiamento e a decidere le nostre azioni in modo consapevole. 

Consapevolmente scegliamo di scrivere un CV di 4 pagine, di aprire un account LinkedIn e usarlo solo per pubblicare il nostro CV di 4 pagine o per inveire contro un mondo del lavoro che non ci vede, scegliamo di rendere difficile un colloquio rifiutando di prenderci un permesso, di comunicarci in modo poco credibile o con poca convinzione perché è il lavoro che parla per noi e via dicendo.

Oppure – con altrettanta consapevolezza – possiamo fare attenzione all’esperienza che offriamo di noi a chi ci incontra – come persone e come professionisti – curando e veicolando con intenzione un messaggio, rendendoci testimoni credibili di quanto raccontiamo e di quanto esigiamo.
Con consapevolezza agiamo per farci trovare, per competere, per comunicare con garbo ciò che sappiamo di meritare e di poter offrire. 

IL MARKETING GARBATO

Il marketing garbato è quello che ascolta, che suggerisce senza imporre, che crea sensazioni positive, che alimenta suggestioni ed emozioni piacevoli.
È quello che entra nella nostra vita e ci si accomoda dentro migliorandola.
È quello che porta con sé cultura, informazione, benessere.
È quello che, sempre di più, passa attraverso le relazioni e le persone (il Cluetrain Manifesto l’aveva annunciato a suo tempo).

Per chi lavora e cerca lavoro cosa significa fare un marketing garbato?
Dopo questo super pippone ecco i miei consigli:

  • le relazioni o networking sono importantissime ma necessitano di quella cura che serve a un seme per crescere, diventare albero e dare poi frutti… tempo, nutrimento costante, attenzione, amore. Ma anche fiducia, ascolto e gratuità;
  • esporsi con gli strumenti giusti: un buon CV, un profilo LinkedIn completo e aggiornato ma anche la cura della propria presentazione a colloquio, che non si può improvvisare nemmeno quando si parla di sé stessi, anzi;
  • sviluppare una buona consapevolezza di sé è funzionale al punto sopra: sapere cosa vi distingue, su quali elementi puntare per emergere evitando di snocciolare una lista di banali caratteristiche (pregi e difetti). La consapevolezza di sé avviene in vari modi inclusi gli strumenti di self assessment come questo (piccolo, spazio, pubblicità): non sto dicendo che bisogna per forza fare un percorso di analisi per trovare l’elemento distintivo da trasmettere;
  • acquisire qualche nozione di comunicazione efficace, anche se il vostro ruolo professionale non lo richiede saper comunicare vi aiuterà moltissimo nella ricerca di un nuovo lavoro;
  • osservare il mercato del lavoro ogni giorno: se si esce dal mercato del lavoro quando si trova impiego e ci si rientra solo quando è il momento di cambiare azienda si farà il triplo della fatica a emergere e ad adattarsi a un sistema per sua natura mutevole, a comunicarsi e a presentarsi in modo efficace. Restare quantomeno alla finestra, magari tenendola un po’ aperta è già una buona scelta;
  • ma se si è audaci e lungimiranti si sceglierà di viverlo questo mercato: intercettare opportunità, trovare modi per raccontare la propria professionalità e sviluppare credibilità (generando contenuti su LinkedIn ad esempio), controllare le inserzioni, monitorare da lontano le aziende da corteggiare ma anche avere una chiara percezione del proprio posizionamento e tenersi sul pezzo;
  • mindset positivo: nessuna concessione al pensiero positivo di Jovanotti ma la certezza che passare il tempo a lamentarsi e a riversare addosso al mondo la propria frustrazione e la rabbia non paga. E questo è il punto più delicato di tutti perché è il più difficile da controllare o da sviluppare. Il mondo del lavoro è ricco di ostacoli e, diciamolo, colmo di ingiustizie. Ma, e mi ricollego a quanto detto inizialmente, non siamo qui per dire cosa è giusto e cosa no bensì per provare a fare dei piccoli cambiamenti ogni giorno con la fiducia che generino nel tempo la rivoluzione.

CHIUDO CON TRE INCISI

  1. Tutto quello che ho scritto è pensato per chi cerca lavoro ma vale – moltissimo – per chi deve comunicarsi nel proprio ruolo in azienda, dopo un cambio di funzione o dopo una promozione oppure proprio dopo aver cambiato lavoro.
  2. La comunicazione e il marketing di sé non hanno niente a che fare con la pubblicità, con il vendersi o con il creare un’immagine di sé non autentica. Al contrario sono il modo più strategico e convincente attraverso cui valorizzare chi si é e le proprie potenzialità. Per raccontare la persona oltre alle competenze e per acquisire una ulteriore competenza che si rivelerà utilissima anche all’interno del proprio lavoro, qualsiasi esso sia.
  3. Senza competenze tecniche e competenze trasversali, senza professionalità e atteggiamento qualsiasi comunicazione non attecchisce e se lo fa dura poco. Ma senza comunicazione un ottimo professionista potrebbe non intercettare le opportunità che merita.

La maternità non è un bollino di qualità

DONNA LAVORATRICE E MAMMA: argomento delicato rispetto al quale qualsiasi cosa si dica è opinabile e attaccabile.

Già parlare di donne e lavoro significa aprire un vaso di Pandora tra opinioni, credenze, convinzioni, pregiudizi e via dicendo.
Io non sono mai stata femminista ma posso affermarlo con la certezza che viene dal lavoro che faccio: essere femmine rispetto al lavoro -anzi, alla carriera- è, nella maggior parte dei casi, uno svantaggio e una questione di compromessi personali.
Compromessi che l’uomo spesso non è costretto a fare. Punto.
Questo non esclude i casi di successo -e tanti cuoricini allegati- ma sono casi di cui si parla proprio perché escono dal funzionamento -haimè- normale delle cose.

Detto questo, so per certo che addentrarsi nel tema della maternità collegata al lavoro è come decidere di saltare sopra un nido di scorpioni, e io salto.
Lo faccio con la cognizione di causa che ti danno due figli maschi e un lavoro al quale vorrei dare più di quello che riesco.

L’assunto è il seguente: essere mamma è un ruolo ma non è un lavoro!

Certo, ti insegna tante cose e ti fa crescere: ti cambia, ti trasforma, a tratti ti sconvolge al punto tale che tiri fuori risorse e capacità che non pensavi di avere e ti senti una figa, ma spesso esce anche il peggio di te, tipo quando vorresti darli indietro e chiedere il rimborso, tipo quando non reggi e ti senti completamente inadeguata, tipo quando li guardi e pensi “hanno preso tutto dal padre, cazzo!”.

La maternità all’inizio ti shakera i neuroni e sbatte sul tagadà tutti i tuoi ormoni.
Ti sfianca e ti priva del riposo così come ti innalza al ruolo di dea, ma sei pur sempre una dea con le smagliature, la pancia rilassata e le occhiaie!
La maternità è vero, ti costringe a rivedere le priorità, o forse ti insegna a definirle davvero e ti obbliga a considerare i bisogni dei pargoli prima (non sempre per fortuna) dei tuoi, ma non è altruismo e non è nemmeno team working, è un istinto naturale che solo i figli sanno accendere.

La maternità abbinata al lavoro ti costringe a organizzarti, ti impone scelte e quindi sì, potenzialmente impari a decidere senza tergiversare ma il tetris degli impegni non è una competenza da project manager, è sopravvivenza.
E resta il fatto che se sei una donna ansiosa il diventare mamma non ti trasforma in una manager coraggiosa, e se sei una donna nervosa (parlo per esperienza personale) non dormire di notte e gestire i capricci dei bambini non ti rende più paziente e tollerante sul lavoro.

Quello che la maternità ti insegna è a fare la mamma. Punto.

Con le difficoltà e le incertezze del caso, peraltro.
Essere mamma ti insegna a conciliare le cose, ti insegna l’amore assoluto e incondizionato, ti fa capire cosa significa “per sempre” (che non ha niente a che fare con alcuna promessa di matrimonio), ti fa sperimentare la paura vera e la gioia più pura. Ti denuda da una parte e ti mette l’armatura dall’altra.
Ma è funzionale a fare la mamma. Punto.

La maternità non ti rende per forza una professionista più capace o più ricca di soft skill: può farlo, oppure no. Dipende sempre dalla persona, da come sa capitalizzare e trasferire nel lavoro ciò che impara da esperienze personali (non solo dalla maternità).
Citare la maternità nel CV come esperienza professionale mi sembra inadeguato, anche se il messaggio che si vuole dare è positivo.*

E poi trovo triste che noi donne ci discriminiamo da sole: chi non ha figli non è forse in grado di organizzarsi? di decidere, di definire priorità? di farsi un culo a capanna per gli altri?
No! semplicemente non sa cambiare un pannolino pieno di cacca (forse), o non sa che il cous cous sputato per terra da un bimbo che sta imparando a mangiare è difficile da spazzare, o ignora quanto sia snervante raccontare ogni sera la stessa storia di Peppa Pig perché i bambini sono terribilmente abitudinari.

E viceversa: non è detto che chi non ha figli sia più dedita al lavoro solo perché ha più tempo.

Insomma, sulle donne, il lavoro e la maternità/non maternità abbondano i luoghi comuni e scarseggiano le verità assolute.
Esistono invece le donne, ognuna con la propria storia, esperienza, motivazione, ambizione, formazione, attitudine, ricchezza, ecc…
La maternità afferisce alla sfera personale e non è un bollino di qualità, come non lo è il fatto di dedicarsi unicamente alla carriera (che poi, per alcune donne non è manco una scelta).
Punto.

*È ancora peggio discriminare le donne sul lavoro perché potrebbero fare dei figli, questo mi sembra scontato ma lo voglio ribadire a voce alta.

Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

La foto su Linkedin: a cosa serve e come sceglierla (secondo me)

In questi giorni fioccano  post pieni di buoni propositi per l’anno nuovo, ci muoviamo tra canditi, bollicine e consigli utili alla carriera, ci rimpinziamo di zuccheri per autoconvincerci che l’anno a venire sarà meraviglioso.
Lo sarà di certo.
Auguri a tutti.

Espletate le formalità natalizie veniamo al sodo: oggi provo a dirvi la mia sulla foto di profilo di linkedin. Lo faccio dopo che un mio post, replicato su facebook, ha alzato un piccolo polverone, con tanto di invito a farmi i cazzi miei.
Quindi scrivo a mio rischio e pericolo ma anche contando sul fatto che a Natale siamo tutti più buoni.

A COSA SERVE LA FOTO SU UN PROFILO SOCIAL?

Partiamo dai fondamentali: a cosa serve sta benedetta immagine di profilo?
Me lo sono chiesta. Mi sono anche lasciata provocare da chi sostiene che, scegliendo di mettere una foto in cui si vede che fa sport, comunicherà meglio alcune sue soft skill e quindi con quella foto, in cui magari non si vede la faccia ma emergono le sue qualità atletiche, sta di fatto promuovendosi professionalmente come persona attiva, dinamica, grintosa e capace di affrontare la fatica.
E chi è appassionato di scacchi, allora?

No, non mi ha convinta questo ragionamento.
Non mi ha convinta perché ritengo che, fin dal brodo primordiale dei social network, la foto sia stata pensata per aiutare le persone a riconoscersi.
Lo so, è davvero banale ma credo che anche Facebook all’inizio avesse pensato al profilo come a una sorta di “carta d’identità digitale” e che la foto aiutasse le persone a connettersi, per il semplice motivo che, a volte, nome e cognome, non bastano.
Ora sfido chiunque ad andare in anagrafe per rinnovare la carta d’identità e presentare una foto in tuta da sci e maschera sul viso.

Certo, poi Facebook sull’uso di foto e immagini è diventato maestro e oggi è il profilo dove possiamo -se vogliamo- esibire tutte le cose che ci piacciono e che fanno di noi dei fighi da paura. Facebook e non solo Facebook.

LINKEDIN PERO’ È DIVERSO

Linkedin non è Facebook.
Lo vedo ripetere spesso, come a dire che qui, su Linkedin, siamo gente seria, professionisti, persone che lavorano (o che aspirano a lavorare).
Poca fuffa qua, tutta sostanza.

La penso più o meno così anch’io. Ritengo che Linkedin sia ancora un social network di natura professionale.
Credo che i contenuti vadano selezionati e che il profilo personale debba essere curato in modo diverso da quello di altri social (e questo vale per ogni singolo SN).
Non è questione di meglio o peggio, è solo diverso.

La foto del profilo Linkedin deve innanzitutto far vedere chi siamo, mostrare la faccia insomma.

Il profilo è ricco di campi da compilare, se siamo sportivi o appassionati di scacchi, c’è modo di dirlo. Se aiutiamo le vecchine ad attraversare la strada o se ci buttiamo col parapendio possiamo scriverlo.

E QUINDI, ALLA FIN FINE

Nessuno ci obbliga a essere su linkedin, se si decide di creare un account, avrebbe senso usarlo al meglio, cercando di interpretare il contesto. Che, per quanto riguarda Linkedin, è un contesto professionale.

Pensare alla foto quindi come a quello strumento che permette di dare un volto al profilo, per creare un contatto più “umano” all’interno di un luogo virtuale e per permettere, nel mondo reale, di riconoscersi reciprocamente.

Io la penso così.
Non discuto su bianco&nero, di profilo o frontale, seria o sorridente, con qualche richiamo al lavoro o meno.
Sto sul semplice e dico che la foto ha l’obiettivo di rendervi riconoscibili come persone e di dare un volto al professionista che siete -e che VOI AVETE SCELTO di pubblicare-.
Peraltro siamo in un momento in cui, farsi fare una foto adeguata, anche con il telefonino, non è poi una grande impresa.

Anche perché credetemi, nessuno vi attribuirà punti in più per una foto ardita o ammiccante, è più facile però che ne perdiate incidentalmente qualcuno per colpa di una foto sbagliata -o mancante-.

E ora, scatenate l’inferno.
Oppure tornate al panettone che stavate mangiando.

Buona continuazione di feste e buon 2018 a tutti.

Freelancecamp 2017: l’evento che fa bene a tutti

Il Freelancecamp è un evento organizzato da freelance, per freelance e non.
Esatto, nessuno se la tira: il Freelancecamp è aperto a tutti.

E soprattutto è un evento poco autoreferenziale che genera dubbi e riflessioni, oltre che un’occasione di formazione reciproca e di grande contaminazione (parola abusata, lo so, ma questo è!).

Perchè nessuno di chi partecipa è certo che resterà libero professionista per tutta la vita: la maggior parte ha già lavorato in azienda, qualcuno è un ex imprenditore, qualcun altro è dipendente e non ha intenzione di lasciare il posto fisso, qualcuno ambisce alla libertà, qualcuno la teme, qualcuno è stanco, qualcuno non vuole arrendersi… e ciascuno ha ragione!

Non è mancanza di identità, è che quando lavori per conto tuo impari a non escludere niente, impari che il cambiamento è la vera costante, impari a essere meno assolutista e a metterti ogni anno in discussione, impari che non è solo lavoro ma che non può nemmeno essere solo il lavoro.

Al freelancecamp i temi che vengono trattati sono tanti e diversi: dal benessere alla vendita, dal rapporto con le aziende al public speaking.

Io non voglio convincere nessuno a partecipare alla prossima edizione, non ce n’è bisogno, che tanto l’evento va ogni anno in sold out: 250 biglietti bruciati in pochissime ore. Quest’anno addirittura in due date: Roma e Marina Romea.

Sono però convinta che i contenuti di questo evento siano utili anche a chi lavora in azienda: impiegati/e, manager, imprenditori, figli di imprenditori, startupper…
Sono convinta che le distinzioni tra professionista dipendente e professionista in proprio andrebbero sfumate, non dico a livello fiscale (magari!), ma a livello concettuale sì.
Che in fondo il dipendente è un professionista con un solo cliente e qualche garanzia in più… ma forse neanche troppe.
Perché sono anche convinta che l’unica garanzia su cui possiamo contare, che siamo dipendenti o freelance, è quella di fare molto, molto bene il nostro lavoro.
E nel fare molto bene il nostro lavoro c’è dentro anche il nostro benessere: che a produrre risultati eccellenti lasciandoci fegato, matrimonio, sensi di colpa, ipertensione e notti insonni, non sono sicura che abbiamo fatto davvero un buon lavoro.

E quindi in questo post condivido con tutti, a prescindere dalla forma contrattuale con cui si lavora, alcuni dei contenuti che ritengo utili:

In primisi, per allacciarmi a quanto appena scritto, l’intervento di Emanuele Tamponi sul burnout, è il primo che segnalo perché ho maturato la convinzione che alla base di qualsiasi prestazione debba esserci la consapevolezza dei propri limiti e del proprio benessere psico-emotivo. Guardatelo qui e riflettete.

Utilissimo, per chi lavora in azienda e non, lo speech di Cristiano Ferrari: vi dice come fare slide efficaci. Io per prima dovrei rivedere tutte le mie, lo ammetto. Se avete voglia di migliorare con pochi suggerimenti ma molto mirati guardate qui.

Dicevo… il public speaking, Tatiana Cazzaro ne è maestra e chi lavora, da solo o in azienda, dovrebbe dedicare un po’ di tempo ed energie per imparare a comunicare meglio, perché anche i colleghi di una riunione rappresentano una platea. Ascoltate i suoi suggerimenti qui.

Imperdibile Enrico Marchetto: se lavorate in ambito comunicazione e marketing o se siete imprenditori e volete usare i social per fare promozione, dovete ascoltare uno dei più preparati in tema di advertising su Facebook. E poi fa molto ridere, eccolo a voi.

Avete il dubbio se passare alla libera professione o meno?
Nessuno può dirvi cosa è giusto fare, nemmeno i partecipanti al Freelacecamp. Anzi, alla fine i dubbi restano e le riflessioni non sono mai abbastanza. In questo panel parlano Francesca Marano, Mariachiara Montera, Gianluca Diegoli e Alessandra Farabegoli: scoprirete quelli che sono i dubbi più irrisolti e le risposte meno scontate sul tema del “freelance sì o freelance no?”. Cliccate qui.

Saper dire di no! Vale per noi freelance ma anche per chi lavora come dipendente: saper dire di no significa esercitare l’atteggiamento assertivo e in ultima istanza, significa anche stare e lavorare meglio. Marinella Della Colletta ne ha parlato bene e secondo me va sentita, qua.

E per chi vuole fare entrambe le cose? Freelance e dipendente: du gust is mejo che uan. Forse… Francesca Manicardi ha provato e qui racconta com’è stato.

Infine non posso non citare Biljana Prijic. Lei, che per una grande azienda lavora e che di azienda ha parlato. Attraverso una metafora però.
Vi avviso: il suo è uno speech per pochi, dovete lucidare neuroni prima di ascoltarla, quindi se siete in bagno a fare cacca, lasciate stare! Per chi se la sente invece, la trovate qua.

Questi sono, secondo me, gli interventi che più di tutti, possono adattarsi sia a chi lavora in proprio, sia a chi lavora in azienda.
Oddio, a dire il vero ho parlato pure io… già, sulla relazione che va creata in qualsiasi tipo di vendita, sui bisogni impliciti dei clienti e sui pericoli che si corrono quando si vende. Forse potrebbe servirvi anche se di lavoro non fate i commerciali, in fondo in azienda si parla di clienti interni, giusto?! Vabbè, se vi va mi potete vedere qua.

E comunque, a dirla tutta, vi consiglio di guardarli tutti, gli speech: li trovate qui.
Invece, per capire lo spirito di questi due giorni, che fuggono sempre troppo veloci, vi invio alla galleria fotografica, e già lo so… vi verrà voglia di esserci l’anno prossimo.
Che dire: provateci e chissà, forse sarete fortunati, forse…