Autentici e trasparenti: quello che bisogna dire in un processo di selezione (e mi rivolgo a tutti!)

È risaputo, noi recruiter veniamo spesso accusati di stitichezza rispetto alle informazioni che forniamo ai candidati: le inserzioni non spiegano, a colloquio siamo approssimativi e soprattutto non diamo mai una risposta a chi non viene scelto. Stitici, e pure insensibili. Mi trovo abbastanza allineata con le recriminazioni (possiamo migliorare molto) e credo che uno dei cambiamenti necessari all’interno del processo di selezione sia l’inclusione del candidato quale soggetto attivo, che valuta e sceglie tanto quanto valutano e scelgono le aziende. Perché se è vero che la domanda è quella dell’azienda e ad offrire sono i candidati, è giusto che l’offerta abbia voce in capitolo e sia messa nella condizione di conoscere, scegliere, ponderare. Insomma, le parti in gioco sono due (tre se consideriamo sto povero recruiter) e non è sempre detto che il coltello sia in mano delle aziende. Quantomeno per il tipo di figure che cerco io (progettisti meccanici e compagnia bella, confessate…). Per questo diventa sempre più importante, anzi fondamentale- quello che il recruiter -e l’azienda- comunica al candidato, le informazioni che fornisce non solo relativamente al ruolo e alle mansioni previste ma anche rispetto al contesto, all’organizzazione interna, al tipo di gestione (manageriale o padronale), alla solidità finanziaria, ai valori, al clima, alle prospettive di crescita e via dicendo… E saranno avvantaggiate quelle aziende che sapranno essere allettanti e che sapranno costruire e comunicare il proprio employer branding, anche attraverso i recruiter. L’autenticità -da ambo i lati- è il primo passo di ogni inserimento ben riuscito. E adesso mi rivolgo ai recruiter: convincere un candidato della bontà di una posizione solo per chiudere una ricerca è un boomerang che torna indietro e ti prende di spigolo dietro l’orecchio, avete presente il male? Quindi se l’ambiente è teso diciamolo, se l’azienda ha sofferenze finanziarie diciamolo, se servono spalle larghe o spioventi diciamolo, spieghiamo la realtà e ragioniamo con i candidati per capire insieme se può essere comunque una buona opportunità o se è meglio attendere altro. Questo approccio, utile nell’immediato, si rivela strategico in una prospettiva di collaborazione a lungo termine con professionisti che, è garantito, ci capiterà di incrociare su altri incarichi. Detto questo -lo so, potremo andare avanti a frustrare i recruiter e le aziende ancora a lungo- consideriamo anche l’altra faccia della medaglia e cioè quello che il candidato dovrebbe dire a chi lo sta selezionando. TUTTO!!!  Esatto, tutto perdindirindina. Prendeteci come il vostro avvocato: più cose sappiamo e più facile sarà per noi portare avanti bene la vostra candidatura. Questo post nasce dall’esperienza e dalla frustrazione che nasce quando una serie di informazioni arriva male o emerge troppo tardi. E quindi ora vi elenco le cose che a volte sono costretta ad estorcere e quelle che invece, fatico a intercettare e che spesso decretano il fallimento di una selezione. Partiamo dai basics:
  • il nome dell’azienda in cui lavorate attualmente: sì, c’è ancora qualcuno che sul CV non lo scrive e che a colloquio tentenna… e poi magari ha il profilo completo e in chiaro su Linkedin;
  • inquadramento, stipendio (meglio se a colloquio comunicate la vostra RAL – retribuzione annua lorda), benefit, bonus o premi, fee commerciali, assicurazioni, pacchetto welfare, straordinari, concessioni particolari e tutto quello che concorre a formare il vostro pacchetto retributivo e la vostra serenità finanziaria, incluso quale aumento vi aspettate. Siate non solo trasparenti, ma anche preparati su questo punto, perché ogni rettifica fatta in un secondo momento -e di solito sono rettifiche al rialzo- non è mai ben vista;
E ora passiamo a informazioni più delicate, che vanno “gestite”:
  • i motivi che vi hanno portato a cambiare azienda nel passato, eventuali periodi di pausa, licenziamenti passati o esperienze molto brevi: non è bella la sensazione dover rendere conto a qualcuno delle proprie scelte o di quelle subite, pare di doversi giustificare, ma non è mai questo l’obiettivo di un colloquio, credetemi. Se oscurate qualche passaggio e, nelle fasi successive emerge, il pericolo è che venga oscurata la vostra immagine. Inoltre ricordatevi sempre che finché raccontate voi i fatti, siete voi che gestite l’informazione e che la controllate, tutto quello che invece salta fuori in altro modo, quello che viene “scoperto”, smette di essere nelle vostre mani e a voi non resta altro che giustificarvi: per il fatto in sé e per non averlo raccontato prima.
  • le ambizioni: che non è detto combacino con il ruolo proposto nella selezione in cui siete coinvolti, ma non per questo dovete mentire o glissare. Capita di rendersi conto solo a colloquio che i propri desideri non siano in linea con l’offerta del recruiter e capita che, l’urgenza di cambiare o il desiderio di non deludere o ancora la voglia di accedere al colloquio in azienda, ecc… porti a dissimulare le reali aspirazioni. L’esito non è mai positivo: se anche la selezione dovesse andare bene alla fine vi ritrovereste i prescelti per un lavoro che non soddisferà le vostre ambizioni.
  • se state valutando altre opportunità (o se arrivano altre proposte durante l’iter di una selezione): non dovete dire il nome dell’azienda o i dettagli della proposta ma sarebbe carino che voi comunicaste al recruiter lo stato dell’arte. Mettendolo nella condizione di agire di conseguenza e quindi concordando con lui se accellerare i tempi oppure ammettendo che il vostro interesse è venuto meno. Saperlo a conti fatti non è bello. Su questo punto spenderei pure una metafora, e mi rivolgo ai maschi ma vale pure per le femmine: pensate a quando state corteggiando una donna, non lo sapete ancora se è la donna giusta ma siete in reciproca esplorazione e corteggiamento. Magari fiorisce, magari no… ma se vi buttate sulla prima bionda che passando vi fa l’occhiolino non lo saprete mai. Però non è questo il punto, che magari fate pure bene ad andare con la bionda procace, ci mancherebbe. Il punto è che se siete dei gentiluomini avviserete di certo la corteggiata che il vostro cuore se lo sta portando via qualcun altro. È questione di galanteria, o professionalità a seconda che si stia dentro o fuori della metafora. Che poi non si sa mai il futuro… certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, ma solo se c’è rispetto reciproco.
E infine ricordate di dire:
  • se siete già stati contattati per la stessa posizione da qualche altro head hunter o società di selezione;
  • se avete già avuto in passato contatti o colloqui con l’azienda che vi viene proposta;
Tutte queste informazioni, che vanno oltre l’esposizione del proprio CV,  servono al recruiter per gestire al meglio la selezione, l’eventuale trattativa economica, il vostro possibile inserimento e la definizione delle condizioni di assunzione. Oppure per proporvi qualcosa di diverso e più centrato quando ce ne sarà la possibilità, instaurando un rapporto che non è fine a quella specifica ricerca ma che diventa quasi consulenziale rispetto alla vostra crescita e/o soddisfazione professionale. Questo è quello che succede nel mio mondo ideale, quello in cui noi recruiter non siamo solo un intermediario ma collaboriamo con aziende e candidati per garantire il miglior risultato a entrambi (che poi è anche il nostro miglior risultato, quello che evita il boomerang sulla coppa, come si dice qui). Nel mondo reale però non è tutto scontato, lo so, quindi la mia proposta è: collaboriamo, tutti dico! Facciamo in modo di non considerare l’altra parte solo un fornitore di teste (un mio ex titolare diceva “di culi” ma non l’ho mai trovato un bel dire), una risorsa da piazzare per fatturare, un filtro inutile e incompetente. Puntando all’autenticità e alla trasparenza, da tutti i lati, ne potrebbe nascere una relazione garbata e a tratti piacevole che darà i suoi frutti al momento giusto.
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Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…

La risposta è dentro di te… epperò se non la tiri fuori è un casino

Per scrivere questo post prendo spunto da questa immagine…

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Ok, è vero, la domanda su pregi e difetti potrebbe suonare banale e pure un po’ demodé ma signori e signore vi svelo una cosa: è proprio quando bisogna parlare di sé (in modo contestualizzato e non banale) che la maggior parte dei candidati/e va letteralmente in palla.

Che io chieda pregi o difetti, che io chieda punti forti e lati di miglioramento, valore aggiunto e ambiti di sviluppo, potenzialità e criticità, che io mi appelli alle metafore o all’identificazione con animali-piante-cose, il risultato non cambia: se l’argomento di conversazione si sposta dal “cosa faccio” al “come sono” il colloquio rallenta e l’esposizione si fa più difficoltosa, l’arrossimento accellera, il balbettio esplode e lo smarrimento si palesa. Qualcuno inventa, qualcuno striscia le unghie sugli specchi, qualcun altro visualizza i rimproveri del partner (ma si guarda bene dal dichiararli) e qualcuno capitombola “che domanda difficile…” o ancora peggio “certo che possiedo dei difetti, è che adesso non mi vengono in mente”.

C’è chi crede di salvarsi dicendo “non sono io a dover parlare di me, lo dovrebbero fare gli altri!”
Scusate ma anche questa è una risposta che, come direbbe mio figlio, “non vale!!”
Perché se a un colloquio di lavoro non riuscite a parlare di voi oltre a ciò che sapete e/o volete fare, beh è un problema.

  • È un problema perché per fortuna, oggi sempre di più si assumono persone, non si comprano competenze.
  • È un problema perché se non si sa parlare di se stessi, cioè della persona che si dovrebbe conoscere meglio visto che è l’unica con cui si è convissuto senza pause di riflessione da quando si è stati concepiti, qualche dubbio potrebbe sorgere anche su tutto il resto.
  • È un problema perché se anche fosse solo una questione di vocabolario o di introversione, ci sarà sempre qualcuno che quel vocabolario ce l’ha o alla più porca ha tanta faccia tosta (e non sto dicendo che è giusto ma è pur sempre la realtà).

Quindi togliamo di mezzo anche la scusa dell’introversione, che essere introversi non significa non conoscersi, anzi, forse gli introversi hanno maggior consapevolezza delle proprie peculiarità rispetto agli estroversi.
Eppure da entrambi i lati della barricata ho visto la stessa difficoltà a raccontarsi.

No, per parlare in modo convincente di sé “bastano” attenzione e osservazione, il coraggio di chiedere feedback e la cura necessaria a mettere a punto un discorso autentico e coerente.

ATTENZIONE E OSSERVAZIONE

Quando vi si chiede di parlare di voi non si vuole indagare come siete quando fate giardinaggio o come preferite piegare i calzini.
Si cerca di capire quali sono le caratteristiche che incidono in modo significativo sul vostro comportamento nel luogo di lavoro. Quindi innanzitutto circoscriviamo il campo: parliamo della sfera professionale.
Inoltre parliamo di comportamenti, non stiamo facendo psicologia spicciola e manco psicoanalisi spinta, l’inconscio e le interpretazioni oniriche li lasciamo agli addetti ai lavori, ok?
Quindi come fare?
Osservatevi come farebbe un osservatore esterno: che tipo di persona vedete?

Estroversa o introversa?
Razionale o emotiva?

Che tipo di comportamenti mette in campo? questi comportamenti che indole evidenziano.
Fate questo esercizio e fatelo per iscritto, obbligatorio.
Descrivete lo stile del vostro essere al lavoro partendo dalle due distinzioni che vi ho appena dato, se non vi viene l’aggettivo scrivete i comportamenti e poi in un secondo momento traducete il comportamento in una caratteristica.

CHIEDERE FEEDBACK

Non è completamente sbagliato pensare che gli altri sappiano e vedano di noi cose che noi non riusciamo a scorgere (ce lo insegna bene anche la finestra di Johari).
Il punto è che dobbiamo avere il coraggio di farcele dire queste cose: andare da chi lavora con noi e chiedere, “senti, ma tu come mi vedi??” alla Quelo e via.
E sperare che l’altro/a sia onesto e crudelmente schietto. Chiedere, domandare, anche a quelle persone con cui a volte ci scontriamo, per avere il punto di vista di chi è magari molto diverso da noi.
Per cui a un colloquio non vale rispondere “dovrebbero essere gli altri a raccontare le mie caratteristiche”, bisognerebbe dire invece “i feedback che mi ho raccolto in questi anni sono:….”

CREARE IL RACCONTO

Ora chiariamo un punto: non voglio parlare per forza di storytelling, che altrimenti pare serva creare una campagna marketing per cercare lavoro, ma suvvia, un po’ di impegno a raccontarsi è obbligatorio.
Se snocciolate un elenco di caratteristiche come fosse la lista della spesa o peggio, se cercate di mettere insieme qualità e frasi fatte pensando così di pronunciare ciò che l’altro vuole sentirsi dire, fallirete! Garantito al limone.
Parlare di sé non significa dire esattamente ciò che l’altro si aspetta di sentire ma dimostrare di avere buona consapevolezza delle proprie caratteristiche e dell’indole che anima i propri comportamenti.
Significa accettare e riconoscere che determinazione, grinta, pragmatismo e ambizione si accompagnano generalmente anche a bisogno di controllo, a potenziale aggressività, a possibile fretta nel fare cose.
Grintosi e pazienti insomma ne ho conosciuti pochi, qualcuno ce n’è ma sono eccezioni, così come analitici e reattivi.
Quando vi raccontate quindi siate autentici e coerenti, non abbiate paura di svelare le carte e fatelo in modo intelligente (normale non significa niente, cosa vuol dire “sono normale!”??).
Mettete in luce i vostri pregi argomentandoli e rendendoli un valore aggiunto rispetto al ruolo per il quale vi siete candidati. Riconoscete con altrettanta trasparenza le aree di miglioramento, quelle vere però: testardo/a e sensibile non sono dei difetti, dai.

Quindi ok, siamo tutti stanchi del “mi dica 3 pregi e 3 difetti”, noi recruiters per primi, che ci piacerebbe alzare un po’ il livello dei colloqui e toccare temi più di sostanza.
Ma resta il fatto che su questa benedetta domanda molti ancora inciampano maldestramente.
In realtà la risposta c’è, è dentro di voi, e non è sbagliata.
Ha solo bisogno che troviate le parole giuste per farla uscire.quelo-peace

Se lo fate diverso è meglio: quello che non piace ai recruiters

Andiamo oltre.

Andiamo oltre il ritardo non annunciato, l’anticipo che ti coglie impreparato o che addirittura toglie privacy al candidato precedente, l’atteggiamento poco collaborativo di fronte alle domande difficili, il CV mandato in word, il CV sformattato, la ritrosia ad aprirsi, le mail non risposte ecc…
Oggi andiamo oltre.
Perché se ci sono alcune cose poco simpatiche che i candidati (e candidate) fanno in fase di selezione, ce ne sono altre ancora che si trasformano in un muro scoraggiante anche per il più comprensivo e tenace dei selezionatori.

SONO VENUTO/A A COLLOQUIO SOLO PER VEDERE COSA C’È IN GIRO, IN REALTA’ STO BENE DOVE STO

No, non si fa. Il tempo dei recruiters, come quello di tutti, è prezioso. Se rispondete a un’inserzione senza alcun’altra specifica, noi diamo per scontato che quella posizione vi interessi e vi chiamiamo per parlare proprio di quello. Se la vostra è curiosità ditelo: non significa che non fisseremo un colloquio, significa però che non avrà la stessa priorità di quello mirato alla nostra ricerca.
Perché voi lo sapete vero, che noi siamo retribuiti solo quando una selezione si chiude?! Questo ci costringe a mirare bene. Non possiamo permetterci di conoscere persone solo per la curiosità (o il piacere) di conoscere persone (anche se in alcune situazioni lo facciamo).

NON MI HANNO MAI CAPITO, NON HO MAI POTUTO DIMOSTRARE QUANTO VALGO

È un’affermazione che sentiamo spesso. Non è fastidiosa di per sé ma ci fa drizzare le antenne, soprattutto se una persona ha avuto numerose esperienze lavorative (diciamo oltre le 5): se per 5 volte non ti hanno capito e non ti hanno permesso di esprimerti forse il problema non è l’azienda. Forse è il caso di trovare un modo diverso per spiegare questa inquietudine lavorativa e capire se c’è una strada diversa e più adeguata da percorrere.

NON CAMBIO PER I SOLDI MA RIMANGO NELLA MIA AZIENDA PERCHÈ MI HA FATTO UNA CONTROFFERTA ECONOMICA INTERESSANTE

Su questo punto sono sicura si aprirà una discussione infinita.
Posto che siete liberi di fare quello che volete (durante la selezione, durante la trattativa, dopo che avete firmato, durante il periodo di prova, dopo il periodo di prova… in ogni momento il candidato è libero di cambiare idea, alla faccia delle aziende), per noi non è un problema il fatto che voi vogliate cambiare lavoro per prendere più soldi, anzi.
Il problema nasce quando adducete motivi differenti sui quali noi lastrichiamo il vostro percorso nella selezione e poi ci troviamo spiazzati di fronte a una controfferta o a un rifiuto perché “mi aspettavo di più”. I miei consigli sinceri sono due: 1) siate trasparenti, prima di tutto con voi stessi e poi anche con noi 2) fate due conti, sbilanciatevi e diteci il più chiaramente possibile quali sono le vostre aspettative. Vi sembrerà strano ma noi abbiamo tutto l’interesse a fare in modo che vengano accolte oppure siamo in grado di dirvi subito se un’azienda non è nelle condizioni di soddisfarle, e perdiamo meno tempo tutti.

COME C’È SCRITTO SUL MIO CURRICULUM, MA L’HA LETTO IL MIO CURRICULUM? L’HO SCRITTO ANCHE SUL MIO CURRICULUM

Sì, vi confermo ufficialmente che se venite contattati per un colloquio significa che, bene o male, il vostro CV è stato letto. Il colloquio è proprio la fase 2 della selezione, quella che va in profondità (= oltre il CV). Ma se la fase 2 ribadisce esclusivamente i contenuti della fase 1, senza neanche la fatica di ripeterli, allora abbiamo sbagliato noi recruiters. E resta il fatto che se anche il CV fosse stato letto poco o male avete l’opportunità di giocarvi un colloquio: fatelo perdindirindina!

NO NIENTE…, NO IO…, NO INSOMMA…

Questa è un’abitudine di natura introversa che porta qualcuno di voi a sminuirsi ancora prima di iniziare a parlare. E c’è sempre sto NO che precede ogni affermazione. No cosa? Cancellate questo modo di iniziare le frasi, eliminate questo intercalare controproducente dal vostro vocabolario. Insieme a “No, niente, sono una persona normale!”

NON POSSO VENIRE A COLLOQUIO QUEL TAL GIORNO A QUELL’ORA PERCHÈ LAVORO A TEMPO PIENO, IO! (è la mia preferita)

Certo, noi invece passiamo la giornata a trastullarci ed è per questo che vi proponiamo un colloquio durante la giornata lavorativa. Ma guarda un po’ che cialtroni che siamo.
Anche in questo caso il come conta più del cosa.
Posto che non possiamo incontrare tutti fuori dell’orario di lavoro, la disponibilità a trovare delle soluzioni c’è per chi sa approcciarsi in modo collaborativo e aperto. Ma se l’insinuazione è quella della frase qui sopra (e vi assicuro che in moltissimi rispondete in questo modo anche usando altre parole) allora anche da parte nostra scatta l’irrigidimento. Il compromesso è frutto di una disponibilità reciproca.

Anche questo post è tratto da episodi (ripetuti) di vita vissuta, non è una polemica ma l’osservazione, congenita al mestiere, di comportamenti umani che sono facili da correggere quando riesci a vederli. Per me è naturale coglierli, per voi candidati/e magari un po’ meno. Spero possa esservi utile 🙂

Il colloquio non è un appuntamento al buio

Anch’io quella volta risposi a un annuncio e feci un colloquio (anzi due), me lo ricordo bene. E non ero pratica della cosa, studiavo ancora e i colloqui precedenti erano stati delle chiaccherate informali in pizzerie, in pasticcerie e in qualche famiglia che cercava una babysitter.
Improvvisamente mi ritrovai a colloquio, uno vero insomma.
Per cercare un lavoro, uno vero, in regola e tutto il resto.
Avevo davanti un recruiter (due in verità), veri tutti e due, che cercavano una segretaria per il loro studio di Ricerca e Selezione del Personale.
E io, che mi stavo laureando per fare l’educatrice dentro quelle comunità e cooperative di disabili che non rispondevano ai miei CV, mi ritrovai a concorrere per un posto come segretaria e a presentarmi in uno studio di cui non avevo mai sentito parlare prima, rispondendo a un annuncio sul Giornale di Vicenza (aspettando la bruschetta di domenica sera per dirvela tutta).

Come succede sempre (almeno a me), meno consapevole sono di ciò che affronto, più sicura vado. E andai. E andò: venni assunta. Dopo 15 anni lavoro ancora con il primo dei 2 recruiter che mi intervistò, è Andrea Pozzan.

Però io non sono la regola (io sono gialla e questo un po’ mi aiutò), ai colloqui invece è importante presentarsi preparati e consapevoli.
Di sé, di quello che si offre e di quello che si cerca.
Ma pure di dove si sta andando a fare l’incontro.

NON È UN APPUNTAMENTO AL BUIO
Se avete un indirizzo avete anche un nome: cercate informazioni e arrivate con qualche informazione di base.

Mi stupisco sempre di quei candidati che a inizio colloquio (a volte anche alla fine) mi chiedono spaesati: “cioè voi praticamente siete un’agenzia di lavoro, vero???”
In realtà no. Ma non è questo il problema, è che nella maggior parte dei casi la persona in questione ha risposto a un annuncio e poi è stata convocata. Ha avuto quindi almeno due contatti precedenti all’incontro e non gli è mai venuto in mente di cercare qualche informazione in più?
Fatelo.

SI PARLA DI VOI

E poi su di voi.
Un colloquio di solito è successivo all’invio di un CV. Diamo quindi per scontato che il suddetto CV sia stato letto e valutato.
Il meno è fatto! 
Adesso voi dovete giocare il resto della partita in prima persona.
A colloquio sarete chiamati ad andare oltre quello che avete scritto sul file in pdf (mi raccomando, in pdf) con cui vi siete candidati.
Sarete chiamati a raccontare ma anche ad argomentare.
E le due cose sono differenti.

Raccontate le tappe del vostro percorso (che comunque io trovo anche sul CV) e argomentate perchè avete fatto alcune scelte, cosa vi piace o non vi piace in un determinato lavoro, come gestite i conflitti, quale tipo di crescita professionale state costruendo, in che situazioni date il meglio di voi, che ambiente cercate, ecc… potrei andare avanti a lungo.

Dovrete spiegare, far luce sui dettagli, ricordare episodi significativi, entrare nel merito delle vostre competenze, hard e soft, mostrare il potenziale e, non da ultimo, convincere che siete motivati.
Credetemi, non è una camminata sui carboni ardenti (sappiamo mettervi a vostro agio, lo giuro!) ma non è nemmeno da sottovalutare.

LO SCONTATO CHE INGANNA

Tutti diamo per scontate troppe cose, lo feci anch’io a suo tempo, e sbagliai, di certo sbagliai qualcosa in quel famoso colloquio (se siete curiosi provate a chiedere a Pozzan).
Diamo per scontato di conoscerci e poi non riusciamo a mettere in fila due caratteristiche significative e coerenti tra loro.
Diamo per scontato quello che cerchiamo e poi non sappiamo spiegare le nostre ambizioni.
Diamo per scontato quello che abbiamo fatto in passato e poi non riusciamo a trovare un solo episodio che spieghi il nostro modo di affrontare le criticità.
E quasi a tutti è capitato di dire a colloquio “questa domanda non me l’aspettavo…”
Ma cosa vi aspettate davvero in un colloquio? Ve lo siete mai davvero chiesti? Cioè vi siete mai messi lì a pensare alle possibili domande che vi verranno fatte?
Se il CV è stato letto e ha superato l’esame è evidente che un colloquio ha l’obiettivo di andare oltre, e cosa c’è oltre?

OLTRE CI SIETE VOI!

Quindi è di voi che si parlerà, non del meteo, non della Champion League o dell’estinzione dei Panda, di voi!
E su di voi non possono esistere domande di un recruiter (non dello psicanalista) a cui non sapete rispondere.
Mi raccomando ehhh.

RIASSUMENDO

  • Non improvvisate
  • Informatevi sulla realtà in cui state per sostenere un colloquio (che sia l’azienda o una società di selezione)
  • Pensate alle ipotetiche domande che vi verranno poste andando oltre a ciò che emerge dal CV
  • Scrivete le domande che avete pensato usando questi incipit: perchè, come, in quale modo, per quale motivo, in quali casi, immagini questa situazione, mi faccia un esempio di questa cosa…
  • Preparatevi in anticipo le risposte alle domande che ritenete vi possano mettere più in difficoltà
  • Non dite mai “Non mi aspettavo questa domanda!”

PS questo post vale per tutti ma soprattutto per le persone un po’ più introverse (verdi e blu secondo il modello Insights Discovery). Gli estroversi mal che vada improvvisano e in qualche modo reagiscono (diciamo che sono più predisposti a).
Gli introversi invece potrebbero non riuscire ad essere efficaci se presi in contropiede, è per questo che è opportuno prepararsi prima.