Freelancecamp 2017: l’evento che fa bene a tutti

Il Freelancecamp è un evento organizzato da freelance, per freelance e non.
Esatto, nessuno se la tira: il Freelancecamp è aperto a tutti.

E soprattutto è un evento poco autoreferenziale che genera dubbi e riflessioni, oltre che un’occasione di formazione reciproca e di grande contaminazione (parola abusata, lo so, ma questo è!).

Perchè nessuno di chi partecipa è certo che resterà libero professionista per tutta la vita: la maggior parte ha già lavorato in azienda, qualcuno è un ex imprenditore, qualcun altro è dipendente e non ha intenzione di lasciare il posto fisso, qualcuno ambisce alla libertà, qualcuno la teme, qualcuno è stanco, qualcuno non vuole arrendersi… e ciascuno ha ragione!

Non è mancanza di identità, è che quando lavori per conto tuo impari a non escludere niente, impari che il cambiamento è la vera costante, impari a essere meno assolutista e a metterti ogni anno in discussione, impari che non è solo lavoro ma che non può nemmeno essere solo il lavoro.

Al freelancecamp i temi che vengono trattati sono tanti e diversi: dal benessere alla vendita, dal rapporto con le aziende al public speaking.

Io non voglio convincere nessuno a partecipare alla prossima edizione, non ce n’è bisogno, che tanto l’evento va ogni anno in sold out: 250 biglietti bruciati in pochissime ore. Quest’anno addirittura in due date: Roma e Marina Romea.

Sono però convinta che i contenuti di questo evento siano utili anche a chi lavora in azienda: impiegati/e, manager, imprenditori, figli di imprenditori, startupper…
Sono convinta che le distinzioni tra professionista dipendente e professionista in proprio andrebbero sfumate, non dico a livello fiscale (magari!), ma a livello concettuale sì.
Che in fondo il dipendente è un professionista con un solo cliente e qualche garanzia in più… ma forse neanche troppe.
Perché sono anche convinta che l’unica garanzia su cui possiamo contare, che siamo dipendenti o freelance, è quella di fare molto, molto bene il nostro lavoro.
E nel fare molto bene il nostro lavoro c’è dentro anche il nostro benessere: che a produrre risultati eccellenti lasciandoci fegato, matrimonio, sensi di colpa, ipertensione e notti insonni, non sono sicura che abbiamo fatto davvero un buon lavoro.

E quindi in questo post condivido con tutti, a prescindere dalla forma contrattuale con cui si lavora, alcuni dei contenuti che ritengo utili:

In primisi, per allacciarmi a quanto appena scritto, l’intervento di Emanuele Tamponi sul burnout, è il primo che segnalo perché ho maturato la convinzione che alla base di qualsiasi prestazione debba esserci la consapevolezza dei propri limiti e del proprio benessere psico-emotivo. Guardatelo qui e riflettete.

Utilissimo, per chi lavora in azienda e non, lo speech di Cristiano Ferrari: vi dice come fare slide efficaci. Io per prima dovrei rivedere tutte le mie, lo ammetto. Se avete voglia di migliorare con pochi suggerimenti ma molto mirati guardate qui.

Dicevo… il public speaking, Tatiana Cazzaro ne è maestra e chi lavora, da solo o in azienda, dovrebbe dedicare un po’ di tempo ed energie per imparare a comunicare meglio, perché anche i colleghi di una riunione rappresentano una platea. Ascoltate i suoi suggerimenti qui.

Imperdibile Enrico Marchetto: se lavorate in ambito comunicazione e marketing o se siete imprenditori e volete usare i social per fare promozione, dovete ascoltare uno dei più preparati in tema di advertising su Facebook. E poi fa molto ridere, eccolo a voi.

Avete il dubbio se passare alla libera professione o meno?
Nessuno può dirvi cosa è giusto fare, nemmeno i partecipanti al Freelacecamp. Anzi, alla fine i dubbi restano e le riflessioni non sono mai abbastanza. In questo panel parlano Francesca Marano, Mariachiara Montera, Gianluca Diegoli e Alessandra Farabegoli: scoprirete quelli che sono i dubbi più irrisolti e le risposte meno scontate sul tema del “freelance sì o freelance no?”. Cliccate qui.

Saper dire di no! Vale per noi freelance ma anche per chi lavora come dipendente: saper dire di no significa esercitare l’atteggiamento assertivo e in ultima istanza, significa anche stare e lavorare meglio. Marinella Della Colletta ne ha parlato bene e secondo me va sentita, qua.

E per chi vuole fare entrambe le cose? Freelance e dipendente: du gust is mejo che uan. Forse… Francesca Manicardi ha provato e qui racconta com’è stato.

Infine non posso non citare Biljana Prijic. Lei, che per una grande azienda lavora e che di azienda ha parlato. Attraverso una metafora però.
Vi avviso: il suo è uno speech per pochi, dovete lucidare neuroni prima di ascoltarla, quindi se siete in bagno a fare cacca, lasciate stare! Per chi se la sente invece, la trovate qua.

Questi sono, secondo me, gli interventi che più di tutti, possono adattarsi sia a chi lavora in proprio, sia a chi lavora in azienda.
Oddio, a dire il vero ho parlato pure io… già, sulla relazione che va creata in qualsiasi tipo di vendita, sui bisogni impliciti dei clienti e sui pericoli che si corrono quando si vende. Forse potrebbe servirvi anche se di lavoro non fate i commerciali, in fondo in azienda si parla di clienti interni, giusto?! Vabbè, se vi va mi potete vedere qua.

E comunque, a dirla tutta, vi consiglio di guardarli tutti, gli speech: li trovate qui.
Invece, per capire lo spirito di questi due giorni, che fuggono sempre troppo veloci, vi invio alla galleria fotografica, e già lo so… vi verrà voglia di esserci l’anno prossimo.
Che dire: provateci e chissà, forse sarete fortunati, forse…

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Il lavoro dentro ai confini del lavoro.

Mi sono vantata per molto tempo della mia capacità di non staccare mai la testa dal lavoro.
In primis:

“Perché io amo il mio lavoro!!”

poi perché

“Non credo nella divisione netta tra vita e lavoro, il lavoro è parte integrante della mia vita, abbasso i confini!”

anche perché

“Quando sono in vacanza mi vengono delle buone idee!”

e ancora perché

“Sono una freelance, semplicemente io non posso andare in vacanza!

SONO BALLE (e scusate il francesismo)!

Tutte quante.
A partire dall’ultima!

I freelance non sono mica persone votate al martirio lavorativo, anche se il fisco italiano un po’ lo vorrebbe.
E se non imparo a staccare la spina, prima o poi anch’io mi brucio, nonostante ami davvero il mio lavoro.

Ma vale anche per chi è dipendente e tiene così tanto al proprio mestiere da portarselo a casa e, nei casi più estremi, in vacanza (o magari non ci tiene ma in qualche modo si sente obbligato) .

Perché poi capita che sta roba, di portarsi a casa le cose da fare, venga citata orgogliosamente a colloquio, per fare bella figura: il celodurismo dello staccanovista spacca nel nord est!!

Epperò io ho cambiato idea.
E ho capito che se non si è capaci di alzare la testa dal fare-fare-fare e non si inizia a distinguere quella che è vita lavorativa, dalla vita famigliare, da quella privata (lo spazio per sé ben descritto in Terzo Tempo) e da quella sociale… beh allora c’è qualcosa di cui preoccuparsi seriamente.
Della salute per cominciare.

Ma anche della propria competenza organizzativa, della propria efficienza, della capacità di far fronte al lavoro dentro i tempi e gli spazi del lavoro e non in cucina quando si prepara la cena o in palestra quando ci si dedica all’allora fu una tartaruga..
E non significa non fare straordinari o non poter trovare ispirazioni in contesti diversi dall’ufficio, ma riuscire a vivere ogni ambito con l’attenzione che merita, trovando anche del tempo per ricaricare le batterie.

“Ehhhh la fai facile tu, ma se i colleghi lavorano 12 ore e anche da casa io mi devo adattare” (questo me lo diceva sempre il mio compagno, che adesso ha cambiato lavoro, non ha un pc portatile e io per questo motivo amo la sua datrice di lavoro!)

“Ehhhh parli bene tu, ma non sai cosa devo fare per tenermi il lavoro che ho”

“Ehhhh sembra semplice, ma l’azienda in cui lavoro io è troppo disorganizzata”

“Ehhhh belle parole ma c’è la crisi” (questa va sempre!!!!)

“Ehhhh ma c’è la crisi e i datori di lavoro hanno il coltello dalla parte del manico” (questa è la versione sindacalizzata della precedente)

“Ehhhh, ma…” non si dice

Perché va bene tutto, però alla base di ogni risposta c’è un errore.
Lo stesso errore che faccio io quando dico che non posso ammalarmi, che non posso andare in maternità, che non posso non lavorare dopo cena, che non posso staccare la testa perché sono imprenditrice di me stessa.

L’errore è spostare i motivi di qualsiasi cosa che non ci piace
fuori di noi, anziché dentro, e in questo modo non fare niente per cambiare la situazione.

Mi spiego facile: sono io che devo modificare il mio approccio e concedermi una cosa essenziale per il mio lavoro.
Questa cosa si chiama RIPOSO!
Non posso aspettare che il sistema fiscale italiano migliori e renda la mia situazione più sostenibile e più compatibile con le vacanze… (che poi sarebbe un’attesa del tipo Aspettando Godot)
E vale per me ma vale per chiunque si lascia, più o meno spontaneamente, coinvolgere molto dal lavoro.

E invece bisogna fermarsi.
Bisogna mettere dei confini! (non avrei mai pensato di dirlo eppure…)
Ogni giorno, a una certa ora.
Ogni anno, per più di una settimana, almeno 2 di fila senza pensare al lavoro!

E bisogna riposarsi, fare cose che piacciono ma anche non fare niente e mettere corpo e mente nelle condizioni di rigenerarsi.

Quindi riposatevi, mi raccomando (disse la recruiter che ha appena mandato un sms a una candidata in vacanza per avere conferma su un appuntamento di settembre!).
E non venite a colloquio a dirmi che siete più bravi perché non staccate mai la testa dal lavoro e perché ve lo portate anche in bagno: mi chiederò seriamente se siete pazzi, autolesionisti o semplicemente incapaci di organizzarvi!

BUONE VACANZE A TUTTI!! 🙂

Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…

Soft skill e hard skill: essere bravi, non buoni

Soft skill e hard skill, in questo post troverai riflessioni sparse e conclusioni disordinate sulle competenze morbide e su quelle dure.

“Impara l’arte e mettila da parte!”

L’arte non è la capacità comunicativa, la competenza relazionali o il multitasking.
L’arte non è nemmeno la capacità tecnica tout court.
È arte, a mio avviso e intesa in ambito professionale, quando una certa cosa (mansione, ruolo, ecc…) la fai in modo eccellente e l’eccellenza è fatta di hard e di soft skill.
E la buona volontà è solo il preludio di una cosa fatta a regola d’arte.

SOFT SKILL È COOL

In questi ultimi anni di crisi e post-crisi c’è stata la rivalsa delle competenze soft, che tanto soft non sono se la maggior parte di chi seleziona il personale (me inclusa) afferma che, a parità di competenze dure, è sulla base di quelle morbide che viene scelta la persona da assumere.
Vengono dette anche competenze trasversali e qualcuno afferma che non si possano insegnare/imparare, che fanno parte del corredo genetico di ciascuno.
Mi sembra ovvio che se fosse vero saremmo messi male.
La buona pasta di una persona è una cosa ma non è tutto lì: le soft skill sono competenze che si possono e si devono acquisire e che vanno allenate ogni giorno.

Le soft skill sono un insieme tra qualità personali, predisposizioni e competenze acquisite (e acquisibili) che in un passato recente venivano assoggettate alla buona volontà, all’impegno e a una buona educazione cattolica.
Gli errori concettuali erano due, secondo me:

  1. pensare che una buona persona fosse automaticamente un bravo professionista: perchè in fondo si impegna e ha tanta buona volontà…
  2. ritenere che saper fare qualcosa, avere padronanza della tecnica, supplisse a eventuali carenze personali: perché non importa se non va d’accordo con i colleghi, è così bravo in quello che fa…

Ma torniamo a bomba, le soft skill sono state per lungo tempo sottovalutate quando non addirittura ignorate o, nella migliore delle ipotesi, confuse con la frequenza settimanale alla santa messa.

Poi all’improvviso ci siamo svegliati e ci siamo accorti che la moda cambiava: negli anni 70 andavano i jeans a zampa e la buona volontà, negli anni 80 c’erano le spalline e con un diploma accedevi all’apprendistato (quello vero), negli anni 90 il jeans era a vita alta e bisognava imparare a collaborare, oggi è tornato in voga il body (per le donne ehhh) e se non hai almeno 20 soft skill in borsa non sei nessuno.

Il problema però resta, perché anche se ti spalmi di soft skill dalla testa ai piedi come fosse Nutella, questo non ti trasformerà magicamente nell’impiegato, manager, tecnico, venditore, ecc… dell’anno, super-ricercato da tutti gli head hunter dell’interspazio.

NON DIMENTICARE LE HARD SKILL

Non perdere mai di vista le hard skill.
Perché va bene tutto ma il mestiere va imparato, e pure bene, e il mestiere è fatto anche di abilità manuali, conoscenze specifiche di settore, competenze tecniche, capacità logico/numeriche ecc…

Ed è vero che tutto si impara ma c’è un tempo per ogni cosa.
E l’arte richiede applicazione e dedizione.
Avere uno zaino pieno di soft skill non è sufficiente, e attenzione, conoscerne il nome e saperle snocciolare a colloquio non equivale a possederle .
Non lo è soprattutto se lavori da almeno 5/7 anni.
Mi spiego meglio con un esempio un po’ generico: se ti proponi come Tecnico Progettista R&D, con una seniority di più di 5 anni e fatichi a usare un CAD, non serve che punti sulle tue qualità collaborative e organizzative per farti assumere, piuttosto torna a studiare la progettazione. È un paradosso ma non così distante dalla realtà, credimi.

Verrà (forse e non per tutti) il momento in cui le soft skill diventeranno hard skill, succederà quando diventerai manager e/o dirigente.
Quando, forte delle tue competenze specialistiche che ti rendono (il più) esperto su una determinata disciplina, dovrai mettere in campo le soft skill per diventare un punto di riferimento verso i tuoi collaboratori.
A parità di capacità specialistiche infatti, il buon manger è colui che sa sfruttare al meglio le capacità trasversali per coordinare, gestire, motivare, guidare e vedere oltre.

Concludendo:

  • sapere, saper fare e saper essere sono un tutt’uno su cui è necessario lavorare sempre, in ogni stadio della propria vita professionale: all’inizio quando le hard skill sono “deboli”, al centro quando è necessario specializzarsi e far diventare il mestiere arte, all’apice quando le soft skill diventano la base su cui impostare il proprio ruolo di gestore/leader/direttore
  • la buona pasta di una persona non ne fa in automatico un buon professionista: la buona pasta è solo un buon punto di partenza
  • la buona pasta di una persona non rappresenta le sue soft skill, nemmeno l’indole è sinonimo di soft skill: le soft skill sono competenze che vanno acquisite e sviluppate, e non è mica facile
  • le soft skill non ti regalano l’accesso automatico al mondo del lavoro: non è come coi bollini del supermercato che poi vinci il tostapane
  • non perdere di vista le hard skill, punta all’eccellenza, impara l’arte! e poi impara ancora e ancora e ancora
  • essere buoni non significa essere automaticamente bravi, proprio no!
  • la bravura, intesa come capacità di svolgere bene il proprio ruolo all’interno di un contesto organizzativo e relazionale, oggi non è un optional per chi vuole lavorare e crescere

Consulenze sospese per maternità

Ebbene sì, chiudo per maternità.
Siamo agli sgoccioli, non voglio fissare impegni e doverli posticipare perchè il/la pargolo/a decide di anticipare l’entrata (o meglio l’uscita) in scena.

Nei mesi di MARZO, APRILE E MAGGIO le revisioni del CV e le consulenze Insights Discovery saranno sospese.

Farò il possibile per pubblicare qualche post ma avrete pazienza se saranno un po’ radi.

(Soc)chiudo i battenti per un po’ e vi auguro buona continuazione! 🙂

La risposta è dentro di te… epperò se non la tiri fuori è un casino

Per scrivere questo post prendo spunto da questa immagine…

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Ok, è vero, la domanda su pregi e difetti potrebbe suonare banale e pure un po’ demodé ma signori e signore vi svelo una cosa: è proprio quando bisogna parlare di sé (in modo contestualizzato e non banale) che la maggior parte dei candidati/e va letteralmente in palla.

Che io chieda pregi o difetti, che io chieda punti forti e lati di miglioramento, valore aggiunto e ambiti di sviluppo, potenzialità e criticità, che io mi appelli alle metafore o all’identificazione con animali-piante-cose, il risultato non cambia: se l’argomento di conversazione si sposta dal “cosa faccio” al “come sono” il colloquio rallenta e l’esposizione si fa più difficoltosa, l’arrossimento accellera, il balbettio esplode e lo smarrimento si palesa. Qualcuno inventa, qualcuno striscia le unghie sugli specchi, qualcun altro visualizza i rimproveri del partner (ma si guarda bene dal dichiararli) e qualcuno capitombola “che domanda difficile…” o ancora peggio “certo che possiedo dei difetti, è che adesso non mi vengono in mente”.

C’è chi crede di salvarsi dicendo “non sono io a dover parlare di me, lo dovrebbero fare gli altri!”
Scusate ma anche questa è una risposta che, come direbbe mio figlio, “non vale!!”
Perché se a un colloquio di lavoro non riuscite a parlare di voi oltre a ciò che sapete e/o volete fare, beh è un problema.

  • È un problema perché per fortuna, oggi sempre di più si assumono persone, non si comprano competenze.
  • È un problema perché se non si sa parlare di se stessi, cioè della persona che si dovrebbe conoscere meglio visto che è l’unica con cui si è convissuto senza pause di riflessione da quando si è stati concepiti, qualche dubbio potrebbe sorgere anche su tutto il resto.
  • È un problema perché se anche fosse solo una questione di vocabolario o di introversione, ci sarà sempre qualcuno che quel vocabolario ce l’ha o alla più porca ha tanta faccia tosta (e non sto dicendo che è giusto ma è pur sempre la realtà).

Quindi togliamo di mezzo anche la scusa dell’introversione, che essere introversi non significa non conoscersi, anzi, forse gli introversi hanno maggior consapevolezza delle proprie peculiarità rispetto agli estroversi.
Eppure da entrambi i lati della barricata ho visto la stessa difficoltà a raccontarsi.

No, per parlare in modo convincente di sé “bastano” attenzione e osservazione, il coraggio di chiedere feedback e la cura necessaria a mettere a punto un discorso autentico e coerente.

ATTENZIONE E OSSERVAZIONE

Quando vi si chiede di parlare di voi non si vuole indagare come siete quando fate giardinaggio o come preferite piegare i calzini.
Si cerca di capire quali sono le caratteristiche che incidono in modo significativo sul vostro comportamento nel luogo di lavoro. Quindi innanzitutto circoscriviamo il campo: parliamo della sfera professionale.
Inoltre parliamo di comportamenti, non stiamo facendo psicologia spicciola e manco psicoanalisi spinta, l’inconscio e le interpretazioni oniriche li lasciamo agli addetti ai lavori, ok?
Quindi come fare?
Osservatevi come farebbe un osservatore esterno: che tipo di persona vedete?

Estroversa o introversa?
Razionale o emotiva?

Che tipo di comportamenti mette in campo? questi comportamenti che indole evidenziano.
Fate questo esercizio e fatelo per iscritto, obbligatorio.
Descrivete lo stile del vostro essere al lavoro partendo dalle due distinzioni che vi ho appena dato, se non vi viene l’aggettivo scrivete i comportamenti e poi in un secondo momento traducete il comportamento in una caratteristica.

CHIEDERE FEEDBACK

Non è completamente sbagliato pensare che gli altri sappiano e vedano di noi cose che noi non riusciamo a scorgere (ce lo insegna bene anche la finestra di Johari).
Il punto è che dobbiamo avere il coraggio di farcele dire queste cose: andare da chi lavora con noi e chiedere, “senti, ma tu come mi vedi??” alla Quelo e via.
E sperare che l’altro/a sia onesto e crudelmente schietto. Chiedere, domandare, anche a quelle persone con cui a volte ci scontriamo, per avere il punto di vista di chi è magari molto diverso da noi.
Per cui a un colloquio non vale rispondere “dovrebbero essere gli altri a raccontare le mie caratteristiche”, bisognerebbe dire invece “i feedback che mi ho raccolto in questi anni sono:….”

CREARE IL RACCONTO

Ora chiariamo un punto: non voglio parlare per forza di storytelling, che altrimenti pare serva creare una campagna marketing per cercare lavoro, ma suvvia, un po’ di impegno a raccontarsi è obbligatorio.
Se snocciolate un elenco di caratteristiche come fosse la lista della spesa o peggio, se cercate di mettere insieme qualità e frasi fatte pensando così di pronunciare ciò che l’altro vuole sentirsi dire, fallirete! Garantito al limone.
Parlare di sé non significa dire esattamente ciò che l’altro si aspetta di sentire ma dimostrare di avere buona consapevolezza delle proprie caratteristiche e dell’indole che anima i propri comportamenti.
Significa accettare e riconoscere che determinazione, grinta, pragmatismo e ambizione si accompagnano generalmente anche a bisogno di controllo, a potenziale aggressività, a possibile fretta nel fare cose.
Grintosi e pazienti insomma ne ho conosciuti pochi, qualcuno ce n’è ma sono eccezioni, così come analitici e reattivi.
Quando vi raccontate quindi siate autentici e coerenti, non abbiate paura di svelare le carte e fatelo in modo intelligente (normale non significa niente, cosa vuol dire “sono normale!”??).
Mettete in luce i vostri pregi argomentandoli e rendendoli un valore aggiunto rispetto al ruolo per il quale vi siete candidati. Riconoscete con altrettanta trasparenza le aree di miglioramento, quelle vere però: testardo/a e sensibile non sono dei difetti, dai.

Quindi ok, siamo tutti stanchi del “mi dica 3 pregi e 3 difetti”, noi recruiters per primi, che ci piacerebbe alzare un po’ il livello dei colloqui e toccare temi più di sostanza.
Ma resta il fatto che su questa benedetta domanda molti ancora inciampano maldestramente.
In realtà la risposta c’è, è dentro di voi, e non è sbagliata.
Ha solo bisogno che troviate le parole giuste per farla uscire.quelo-peace

Curriculese vs semplicità: i CV che funzionano secondo l’esperto

Qualche giorno fa ho partecipato in streaming a PLAY COPY un evento sul copywriting, in streaming.

Si parlava di scrittura e si è trattato anche del CV.
Lo ha fatto benissimo Leonardo Luccone* affermando innanzitutto che il curriculese (e ormai dobbiamo accettare che esiste questa nuova forma linguistica) è una delle più rappresentative espressioni dell’antilingua Calviniana. La usiamo con più o meno consapevolezza per uniformarci, difenderci, venderci e un po’ anche per nasconderci nonostante lo scopo del CV sia l’esatto opposto.
Calvino parla di antilingua in questo famoso scritto di cui vi riporto un passo fondamentale:

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Quanta antilingua c’è nei nostri CV?
Io ne incrocio molta ogni giorno. Probabilmente non ne sono esente, non mi voglio assolvere solo perchè sono aldilà del tavolo.

L’antilingua è, per Luccone, quella forma di scrittura che rende i curricula:
didascalici,
vaghi,
frammentari,
edulcorati,
ridondanti,
retorici,
complicati,
artificiali,
uniformati.

Questo è il pericolo che si corre quando si compila un CV.
Già dire COMPILARE anzichè SCRIVERE fa intendere un’azione meccanica e standardizzata che poco ha di personale/izzato.
E non serve un esperto di scrittura o di comunicazione per valutare quanti degli aggettivi elencati qui sopra possono applicarsi al proprio CV, ognuno può fare un auto-esame in modo abbastanza obiettivo se si impegna.

Luccone ribadisce quindi un concetto fondamentale: l’originalità di un curriculum non passa dalla quantità di grafica, animazione, glitter con cui si farcisce e si abbellisce il documento. L’originalità (e l’efficacia) passa attraverso un buon uso delle parole e delle frasi, passa attraverso l’intenzione di dire qualcosa e non di fare un patchwork più o meno colorato di competenze, conoscenze, esperienze, desideri.
E ancora più a monte, aggiungo io, un buon CV inizia da una buona consapevolezza di sè.
Se a questo aggiungete anche un’attenzione a chi leggerà il CV, al destinatario, allora sarà più facile fare bingo.

COSA SUGGERISCE L’ESPERTO?

Luccone suggerisce di SFOLTIRE il proprio profilo. E sfoltire non significa creare un elenco cronologico di ruoli e passaggi aziendali che poco o nulla dicono di chi scrive, sfoltire significa semplificare eliminando la ridondanza e trovando un proprio tono di voce.
La semplicità è elegante, dice Luccone ed è un punto di arrivo (significa anche che non è facile ma che lì bisogna puntare!).
Semplice vuol dire accessibile a tutti e chiaro, significa frasi corte e dirette, significa abolire qualsiasi arzigogolatura per lasciare spazio a contenuti che spiegano chi siamo, cosa sappiamo fare, cosa ci interessa e cosa possiamo mettere a disposizione di chi dovrebbe valutare la nostra collaborazione.

L’intervento di Luccone ha raccolto grande consenso, qui sotto potete vedere alcuni tweet di persone che, come me, hanno trovato utile il suo speech e si sono unite in una grande ola.

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*nota biografica: Leonardo G. Luccone ha tradotto e curato diversi volumi di scrittori angloamericani tra cui John Cheever, Alexander Trocchi, F. Scott Fitzgerald, Sarah Shun-lien Bynum e Esther Freud. Ha ideato e curato le collane Greenwich e Gog per l’editore Nutrimenti. Dirige lo studio editoriale e agenzia letteraria Oblique. Da settembre 2012 a ottobre 2014 è stato direttore editoriale della casa editrice 66thand2nd. I suoi articoli e le sue traduzioni sono stati pubblicati sul /Corriere della Sera/, /Il Foglio/, /Satisfiction/, /Il Calendario del Popolo/.

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.

Una regola (semplice) per migliorare qualsiasi CV

Chiunque può migliorare il proprio CV senza una consulenza a pagamento, è piuttosto semplice e adesso vi spiego come si fa.

Partiamo da due semplici principi.

Principio n. 1:
Il Curriculum è scritto (o meglio andrebbe scritto) per chi lo legge: deve parlare di voi ma non è destinato a voi (o al vostro ego).

È con questo semplice criterio che chiunque può prendere il proprio CV e migliorarlo.
Migliore non significa con i lustrini, traboccante di grafica, su supporto edibile, drammaticamente originale, e chi più ne ha più ne metta.
Migliore significa efficace.
Capace cioè di raggiungere gli obiettivi per cui nasce.

Principio n. 2
Il CV serve a farvi ottenere un colloquio.

Non ha l’obiettivo di farvi trovare lavoro, non deve dire tutto di voi, non serve a convincere che siete senza dubbio la persona giusta.
Il CV serve a creare curiosità e interesse.
Deve fornire una prima buona impressione, professionale e personale di voi e deve far venire voglia a chi lo legge di conoscervi.
Il CV sta a voi come il trailer sta al film.
Non può essere esaustivo, non può spoilerare il finale, ma deve convincere il pubblico (anzi un segmento ben preciso di pubblico) ad andare al cinema.

Quindi il CV va pensato (e ripensato più o meno ogni volta che lo inviate) in funzione di chi lo leggerà. Per far colpo su di lui/lei.

Dovrà adattarsi nella forma, nel contenuto e nel linguaggio al destinatario.
Domandatevi sempre, prima di inviare il vostro CV, a chi lo state mandando: è un addetto ai lavori (nel senso che conosce il vostro mestiere nei suoi aspetti più tecnici) o è una società di recruiters? è il responsabile del personale o il responsabile di funzione con cui dovrete eventualmente collaborare? o magari si tratta del/la titolare dell’azienda…?

È probabile che nessuno vi dia questa informazione con assoluta precisione ma spesso basta riflettere, leggere bene l’inserzione, consultare il sito dell’azienda, raccogliere informazioni su linkedin… se si ragiona (e si indaga un po’) si sbaglia di poco.
E con questo dato è possibile adattare il CV, renderlo più discorsivo, tecnico, esplicativo o sintetico a seconda del caso.
Non sto parlando solo di personalizzare l’intestazione (che sarebbe già un bel passo avanti per i molti che ancora inviano il CV indiscriminatamente a tutti gli head hunters della provincia in ccn o chi inoltra paro paro la mail usata per XXX spa a YYY srl), ma non siete voi che state leggendo, lo so bene che non fareste mai e poi mai un errore così banale 😉
No, parlo di fare un po’ di fatica vera e di contestualizzare ogni volta la vostra candidatura modificando il CV (o predisponendone a monte versioni differenti) e personalizzando il messaggio mail.

Usando il linguaggio di chi vi leggerà, rispondendo ai suoi possibili dubbi, sottolineando quello che potrebbe apparirgli più utile e interessante, evidenziando gli aspetti peculiari che rendono la vostra una candidatura idonea, anzi desiderata e diversa dalle altre.

Questo aumenta l’efficacia del vostro CV molto più che kg e kg di grafica.
Le parole, l’attenzione, la capacità di fornire un servizio e un valore aggiunto, in questo caso aiutare chi legge a capire chi siete e cosa fate per fargli fare meno fatica possibile, vi aiuterà a ottenere un colloquio.
Una volta a colloquio, ve la dovrete giocare davvero, e ognuno di voi è ben più del suo CV (si spera).

Quindi a chi mi chiede come migliorare il proprio CV io rispondo così: mettiti dalla parte di chi legge e sii onesto nel rispondere alla domanda “quello che leggo mi è utile, mi convince e mi fa venir voglia di conoscere chi l’ha scritto?”

Partite da lì e avrete già un bel da fare per migliorare il vostro CV.

Se poi volete fare le cose davvero per bene:

  • ricordatevi di personalizzare anche la mail di presentazione, che è il trailer del trailer,
  • inviate il CV in pdf, non in word,
  • leggetelo più e più volte per togliere gli errori di grammatica,
  • ricordatevi che la punteggiatura non è un optional,
  • evitate i muri di parole,
  • togliete tutte le informazioni superflue.

E ricordatevi che un CV non è perfetto quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere! (a seconda però di chi lo dovrà leggere).

Auguri senza compiti per casa (e c’è pure il regalo)

L’ho scritto qualche mese fa che il capodanno di chi lavora è ad Agosto più che a Dicembre, ne parlavo proprio qui.
Però siamo a fine anno e io mi prendo un paio di settimane di vacanza (solo dal blog a dire il vero, ma va ben così), quindi oggi ne approfitto per farvi i miei auguri.
Nessun scontato bilancio e nemmeno volatili buoni propositi.

Non ho idea di cosa mi aspetta nel 2017, chi di noi ce l’ha?
Mi sto gustando gli ultimi raggi di un anno difficile (per me) che si chiude con un tramonto mozzafiato e promette un’alba infuocata. E questo è già tanto. Il resto poi lo si costruisce giorno per giorno.

Vorrei anche farvi un regalo, e visto che sarebbe complicato spedire biscotti a tutti, ho pensato di segnalarvi e condividere 4 + 1 delle mie fonti di lettura, riflessione e ispirazione, e poi un po’ di musica, che la vita va danzata (si sente che sono in atmosfera natalizia e un po’ scialla vero? a gennaio torno sul pezzo, promesso).
In ogni caso spero vi faccia piacere, altrimenti è lo stesso, fa piacere a me 😉
Ecco a voi:

Efficacemente è un blog di sviluppo personale con una newsletter molto provocatoria e stimolante che vi dà il buongiorno ogni lunedì mattina.

Il blog di Enrica Crivello (e la sua newsletter) è una fonte di ispirazione e riflessione a cui non rinuncerei mai: post brevi e spudoratamente utili sul marketing!

Su C+B ci scrivo ma lo seguo a prescindere, è un blog dedicato alle donne in proprio eppure credo che molti maschietti lo seguano di nascosto, e fanno bene!

Nuovoeutile lo conoscete vero? Sì lo so, è fantastico. Considerazioni ad ampio spettro interessanti a prescindere da cosa fai nella vita.

Col lavoro non c’entra niente ma i post di Tiasmo sono imperdibili, anche solo per sorridere (io rido di gusto) o per capire come scrive una che scrive bene (a mio parere naturalmente)!

E adesso una canzone.
No, non Oh happy day (che ho scoperto essere un brano pasquale).
Vi lascio questa…

Auguri a tutti, ci si riscrive a gennaio.