CERCARE LAVORO SIGNIFICA FARE MARKETING DI SÈ, CON GARBO

Offerta e domanda di lavoro.
Qualcuno pensa che la domanda sia quella dei candidati che cercano lavoro, non a caso si dice “presentare domanda di lavoro”.

In realtà la domanda è quella del mercato e l’offerta è di chi propone la propria professionalità.
Insomma chi paga chiede e chi vende offre.
Funziona così anche per noi e per ciò che acquistiamo ogni giorno.

E come chi offre è chiamato a promuovere ciò che desidera vendere allo stesso modo chi cerca lavoro è chiamato a comunicare se stesso in modo credibile ed efficace.

Non banalizziamo, non è più questione di vendersi (o svendersi): questo post non parla di pubblicità e non invita nessuno a considerarsi un oggetto o peggio una merce da esibire.
Lo so che il mercato del lavoro ha delle dinamiche tali per cui ogni tanto succede proprio questo e la sensazione è tutt’altro che positiva. A volte il problema non è comunicarsi ma trovare dignità svolgendo una delle attività che più mettono a prova l’autostima, il senso di sé e il proprio equilibrio personale: la ricerca di lavoro appunto.
Ma visto che non possiamo cambiare ciò che è, quello che possiamo fare è impegnarci ogni giorno per migliorare la realtà, ciascuno per ciò che gli compete e che rientra nel proprio raggio di azione.
E quindi io oggi voglio stimolare una riflessione sull’importanza di fare marketing di sé e di comunicarsi in modo consapevole e intenzionale.

IN PASSATO ERA LA PUBBLICITÀ

“Per un lungo periodo di tempo, per un’impresa commerciale il modo più efficiente di realizzare un cambiamento era comprare annunci pubblicitari. (…)
Per gran parte della mia vita il marketing equivaleva alla pubblicità.
Poi non è stato più così.
Ciò significa che dovrete diventare esperti di marketing.
Ciò significa capire ciò che vedono gli altri. Creare attesa. (…) Significa realizzare il difficile compito di diventare orientati al mercato e lavorare con (la vostra parte di) quel mercato.”

Seth Godin è una delle persone più significative sul panorama del marketing e in poche righe trasmette moltissimo del cambiamento che è avvenuto negli ultimi anni.
La pubblicità ha ceduto il passo a una concezione più evoluta di marketing e comunicazione. Ma anche più rispettosa di chi acquista e più vicina ai bisogni del mercato, più capace di ascoltare, guardare, ispirare e migliorare la realtà.
Oggi i venditori spudorati e aggressivi non piacciono più a nessuno, ciascuno di noi vuole sentirsi protagonista dell’acquisto che fa, oppure desidera sentirsi coccolato e un po’ sedotto, ci aspettiamo il famoso “valore aggiunto” di un servizio che va oltre le aspettative, vogliamo l’effetto wow e siamo pronti a criticare aspramente su Tripadvisor se la cameriera di un tal ristorante non ci ha sorriso porgendoci il piatto.

  • Perché è il servizio che fa la differenza oggigiorno,
  • perché con un gesto di gentilezza conquisti e fidelizzi il cliente, che ci vuole in fondo?
  • perché diciamolo, il prodotto è anche buono ma l’esperienza di acquisto non è per niente curata, basterebbe così poco…

Tutti bravi a criticare, tutti bravi a vedere la pagliuzza e alla trave chi ci pensa?

CHE ESPERIENZA DI ACQUISTO OFFRIAMO NOI?

In passato era il CV, le segnalazioni dirette (networking per qualcuno e paraculaggine per altri), il passaparola o la botta di fortuna.
In passato era un mercato più vivace e anche più immaturo.
Poi la crisi: una bastonata sui denti che non si è ancora cicatrizzata.
Nel frattempo le regole del gioco sono cambiate.
Siamo cambiati noi come consumatori ed è cambiato il mercato del lavoro.
Ma hanno mutato forma anche le modalità con cui affrontarlo o starci dentro.

Il CV non è morto, ma il CV non è l’unico strumento.
La paraculaggine non morirà mai ma il networking ha assunto una valenza nuova, impegnativa da coltivare ma preziosissima.
Le botte di fortuna rientrano in quel concetto di flow per cui se lavori bene, se non ti dai per vinto e se ci credi fino in fondo la provvidenza se ne accorgerà (qui sto banalizzando un concetto ben più profondo e in cui credo molto ma ne parlerò in un altro momento).

Dall’altra parte le aziende non si permettono più di sbagliare nella scelta dei collaboratori, succede ma molto meno rispetto al passato.
E le aziende sono persone: persone in grado di valutare, di cercare, di selezionare avendo ben chiaro che le competenze tecniche, il saper fare, le hard skill sono indispensabili ma non sufficienti.

OGGI COME OGGI

Non voglio sembrare il vecchio in fila alla posta che commenta con il vicino di bolletta che il mondo è cambiato e che si stava meglio quando si stava peggio.
È che il mercato del lavoro è davvero cambiato, si è fatto più selettivo e più accorto. Così come siamo selettivi e accorti noi che anche per mangiare una pizza andiamo su Internet, spulciamo le recensioni, chiamiamo l’amico, chiediamo consigli su Facebook e siamo pronti a sparare a zero se l’esperienza non ci aggrada.

In questo nuovo mondo il marketing e la comunicazione anche personali hanno assunto caratteristiche nuove, a mio avviso molto più nobili e preziose rispetto al passato.
Come professionisti siamo chiamati a riconoscere questo cambiamento e a decidere le nostre azioni in modo consapevole. 

Consapevolmente scegliamo di scrivere un CV di 4 pagine, di aprire un account LinkedIn e usarlo solo per pubblicare il nostro CV di 4 pagine o per inveire contro un mondo del lavoro che non ci vede, scegliamo di rendere difficile un colloquio rifiutando di prenderci un permesso, di comunicarci in modo poco credibile o con poca convinzione perché è il lavoro che parla per noi e via dicendo.

Oppure – con altrettanta consapevolezza – possiamo fare attenzione all’esperienza che offriamo di noi a chi ci incontra – come persone e come professionisti – curando e veicolando con intenzione un messaggio, rendendoci testimoni credibili di quanto raccontiamo e di quanto esigiamo.
Con consapevolezza agiamo per farci trovare, per competere, per comunicare con garbo ciò che sappiamo di meritare e di poter offrire. 

IL MARKETING GARBATO

Il marketing garbato è quello che ascolta, che suggerisce senza imporre, che crea sensazioni positive, che alimenta suggestioni ed emozioni piacevoli.
È quello che entra nella nostra vita e ci si accomoda dentro migliorandola.
È quello che porta con sé cultura, informazione, benessere.
È quello che, sempre di più, passa attraverso le relazioni e le persone (il Cluetrain Manifesto l’aveva annunciato a suo tempo).

Per chi lavora e cerca lavoro cosa significa fare un marketing garbato?
Dopo questo super pippone ecco i miei consigli:

  • le relazioni o networking sono importantissime ma necessitano di quella cura che serve a un seme per crescere, diventare albero e dare poi frutti… tempo, nutrimento costante, attenzione, amore. Ma anche fiducia, ascolto e gratuità;
  • esporsi con gli strumenti giusti: un buon CV, un profilo LinkedIn completo e aggiornato ma anche la cura della propria presentazione a colloquio, che non si può improvvisare nemmeno quando si parla di sé stessi, anzi;
  • sviluppare una buona consapevolezza di sé è funzionale al punto sopra: sapere cosa vi distingue, su quali elementi puntare per emergere evitando di snocciolare una lista di banali caratteristiche (pregi e difetti). La consapevolezza di sé avviene in vari modi inclusi gli strumenti di self assessment come questo (piccolo, spazio, pubblicità): non sto dicendo che bisogna per forza fare un percorso di analisi per trovare l’elemento distintivo da trasmettere;
  • acquisire qualche nozione di comunicazione efficace, anche se il vostro ruolo professionale non lo richiede saper comunicare vi aiuterà moltissimo nella ricerca di un nuovo lavoro;
  • osservare il mercato del lavoro ogni giorno: se si esce dal mercato del lavoro quando si trova impiego e ci si rientra solo quando è il momento di cambiare azienda si farà il triplo della fatica a emergere e ad adattarsi a un sistema per sua natura mutevole, a comunicarsi e a presentarsi in modo efficace. Restare quantomeno alla finestra, magari tenendola un po’ aperta è già una buona scelta;
  • ma se si è audaci e lungimiranti si sceglierà di viverlo questo mercato: intercettare opportunità, trovare modi per raccontare la propria professionalità e sviluppare credibilità (generando contenuti su LinkedIn ad esempio), controllare le inserzioni, monitorare da lontano le aziende da corteggiare ma anche avere una chiara percezione del proprio posizionamento e tenersi sul pezzo;
  • mindset positivo: nessuna concessione al pensiero positivo di Jovanotti ma la certezza che passare il tempo a lamentarsi e a riversare addosso al mondo la propria frustrazione e la rabbia non paga. E questo è il punto più delicato di tutti perché è il più difficile da controllare o da sviluppare. Il mondo del lavoro è ricco di ostacoli e, diciamolo, colmo di ingiustizie. Ma, e mi ricollego a quanto detto inizialmente, non siamo qui per dire cosa è giusto e cosa no bensì per provare a fare dei piccoli cambiamenti ogni giorno con la fiducia che generino nel tempo la rivoluzione.

CHIUDO CON TRE INCISI

  1. Tutto quello che ho scritto è pensato per chi cerca lavoro ma vale – moltissimo – per chi deve comunicarsi nel proprio ruolo in azienda, dopo un cambio di funzione o dopo una promozione oppure proprio dopo aver cambiato lavoro.
  2. La comunicazione e il marketing di sé non hanno niente a che fare con la pubblicità, con il vendersi o con il creare un’immagine di sé non autentica. Al contrario sono il modo più strategico e convincente attraverso cui valorizzare chi si é e le proprie potenzialità. Per raccontare la persona oltre alle competenze e per acquisire una ulteriore competenza che si rivelerà utilissima anche all’interno del proprio lavoro, qualsiasi esso sia.
  3. Senza competenze tecniche e competenze trasversali, senza professionalità e atteggiamento qualsiasi comunicazione non attecchisce e se lo fa dura poco. Ma senza comunicazione un ottimo professionista potrebbe non intercettare le opportunità che merita.
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Speed Interview: non è un colloquio come gli altri

La scorsa settimana ho tenuto un intervento all’Università di Vicenza per preparare circa 200 studenti di Ingegneria ad affrontare lo Speed Date, un evento che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni. In poche parole: una stanza, numerose postazioni con i referenti di altrettante aziende, uno stuolo di candidati motivati a farsi conoscere e  una serie di colloqui brevi, spesso informali, scanditi dal suono di una campanella, che permettono alle aziende di incontrare quanti più studenti possibile e ai partecipanti di farsi conoscere a un numero interessante di imprese. Tutto nell’arco di una o due ore al massimo perché ogni incontro dura dai 6 ai 10 minuti al massimo.

Anch’io, con Competenze in Rete o WinePeople, organizzo ogni anno di questi eventi e spesso mi trovo a rappresentare qualche azienda, gestendo gli incontri per conto loro. È stato quindi con piacere e con un po’ di consapevolezza che ho preparato la lezione. Nel mio intervento ho spiegato: prima la differenza che c’è tra un colloquio di lavoro normale (che dura dai 40 ai 60 minuti di norma) e una speed interview e poi ho dato suggerimenti e indicazioni utili a sfruttare al meglio la seconda.

La prima cosa da capire è che durante uno speed date cambia tutto: cambia il contesto, le modalità, gli obiettivi, le finalità e cambia anche il tipo di ascolto da parte di chi ci incontra. Di conseguenza è impensabile che il nostro messaggio rimanga lo stesso, ovvero la narrazione del CV e l’esposizione di cosa sappiamo e/o vogliamo fare.

Obiettivo della speed interview

Innanzitutto chiariamo un concetto fondamentale che poi è anche la prima, drammatica differenza tra un colloquio normale e uno veloce: l’obiettivo delle due interviste è diverso! È assai remota infatti, la possibilità che un incontro di 6/7 minuti vi faccia ottenere un lavoro. E su questo mi sento di essere piuttosto perentoria.
Quindi, mentre un colloquio classico ha l’obiettivo di capire, approfondire, testare, valutare, ecc… in funzione spesso di un inserimento in azienda, un colloquio veloce mira invece a capire se c’è potenziale e sostanza per andare oltre, se ci sono i presupposti per rivedersi in futuro, con calma, per un approfondimento.

Pertanto con che spirito va affrontato? Il vostro obiettivo dovrebbe essere quello di lasciare un segno (e quindi un ricordo) per conquistare l’accesso a un colloquio vero e proprio. Tutto qua (si fa per dire)!

Se questo punto è chiaro tutto il resto viene da sé, anche se so che “tutto il resto” non è in realtà né facile, né scontato. Perché sfido chiunque ad affrontare un tet à tet di pochi minuti, con un possibile (e magari desiderabile) datore di lavoro e riuscire a fare qualcosa di unico e differente per lasciare un segno. Eppure questo dovrebbe essere il vostro obiettivo, e vi assicuro che in molti sbagliano e sprecano la loro opportunità proprio perché affrontano uno speed date come una sequenza di colloqui classici dove raccontarsi velocemente. Niente di più sbagliato!

lanciate un messaggio non iniziate un racconto

Ad affrontare bene una speed interview può aiutarci il modello di comunicazione che adottano le pubblicità e che segue questi step: 
sorprendere: catturare l’attenzione, fare in modo che il destinatario del messaggio si fermi e ascolti (o guardi, legga, ecc…). L’inizio di qualsiasi spot (ben fatto) ha l’obiettivo di agganciare per farci andare oltre e per arrivare al cuore del messaggio;
argomentare: questo è il cuore del messaggio, e di solito ha l’obiettivo di spiegare i vantaggi di ciò che si sta promuovendo e/o di stimolare un bisogno nel possibile acquirente; 
convincere: significa portare chi ascolta o guarda a fare qualcosa (CTA – call to action). Brutalmente la pubblicità di solito vuole che noi compriamo qualcosa e l’obiettivo finale è questo.

Riconoscete lo schema? Spero di sì. 
Ora applicatelo a una speed interview e vedrete che funziona perfettamente.

sorprendere

Il primo passaggio è sorprendere! È necessario in un contesto di, passatemi il termine, batteria. Sono il responsabile HR di un’azienda e in un’ora e mezza vedo circa 12 persone in sequenza, via una e sotto la successiva. Ogni candidato arriva e prova a raccontarmi il suo CV in 6 minuti perché è convinto che la migliore strategia per questi colloqui sia semplicemente la sintesi.
Arriva un candidato che rompe le regole e fa qualcosa di imprevisto.
Secondo voi che probabilità avrà che io mi ricordi di lui? Magari non mi resterà in mente il suo percorso ma mi ricorderò di lui e quando dovrò decidere chi rivedere, è molto probabile che lo penserò senza nemmeno dover andare a cercare il suo CV.

E come si fa a sorprendere? I modi vanno cercati “nel posto dove ci piove dentro” (Cit.). Fate funzionare l’immaginazione. Può aiutarci un gadget da lasciare, oppure un racconto che con il lavoro non c’entra niente, un’idea potrebbe essere quella di preparare un CV di noi tra 10 anni, oppure far parlare un breve filmato e poi argomentarlo negli ultimi due minuti…
Sei minuti sono pochi per raccontarsi e farsi memorizzare ma sono davvero molti per lasciare un segno e diventare memorabili (sì, questa l’ho pompata ma ci credo davvero).

argomentare

Questo è il cuore di ciò che avete da dire. E – lo ripeto – non è il riassunto del vostro CV. A meno che  voi non abbiate competenze più uniche che rare o esperienze sbarluccicose che solo se citate fanno girare la testa a chi vi ascolta, l’argomento più interessante con cui dovete proporvi siete VOI! Voi, sì. Quella persona che ci state insieme da quando siete nati e che alla domanda “mi parli di lei” diventa un perfetto estraneo. “Che domanda difficile, non ci avevo mai pensato!” (qui vorrei inserire una gif con me che cado dalla sedia, immaginatela!)

Ebbene sì, ciò che siete o volete diventare nel lavoro entra in qualche modo nel vostro messaggio ma è impensabile pensare di trasmettere tutto in 6 minuti quindi, dovendo scegliere, privilegiate voi al vostro percorso. E questo vale soprattutto se siete giovani e siete all’inizio della vostra esperienza professionale.

Anche parlando di voi però, attenzione alle banalità. Le banalità sono quelle cose che tutti dicono di sé a un colloquio di lavoro:
“sono motivato e collaborativo, mi piace risolvere problemi, sono flessibile e preciso, ma anche veloce e imparo in fretta” (peccato, per questa posizione cercavo proprio uno scansafatiche individualista e musone, distratto e un po’ duro di comprendonio!!)

Mi sono spiegata?
Preparatevi, anche a parlare di voi stessi evitando di cadere nell’ovvio che non porta alcun valore aggiunto e che quindi non smuove alcun interesse. E se vi serve un momento per fare il punto o un supporto per indagare meglio le vostre caratteristiche, prendetevelo. Perché non c’è niente di peggio che presentarsi a colloquio e non riuscire a trasmettere un’immagine autentica, credibile e consapevole di se stessi. Se siete stuzzicati dall’idea di fare un breve percorso di auto-analisi leggete qui.

L’argomentazione infine deve rispettare il principio della rilevanza. Non è sufficiente parlare di sé dicendo cose autentiche. È indispensabile che ciò che dite sia rilevante per chi ascolta. E qui la cosa si complica un po’ perché non sappiamo cosa sta cercando (se sta cercando davvero qualcosa) chi ci ascolta. Ne parlerò in modo più approfondito in un post a parte, in ogni caso, come regola di principio, mettetevi sempre dalla parte di chi vi ascolta e chiedetevi se quello che volete dire potrebbe interessargli o meno. Se il vostro messaggio porta con sé un valore aggiunto o si limita a descrivere qualcosa/qualcuno. 

convincere

Se avete lavorato bene nei primi due punti il terzo è facile che arrivi in automatico. Se avete sorpreso e agganciato l’interlocutore e se siete riusciti a comunicare in modo autentico concetti rilevanti è molto probabile che sarete ricontattati per un approfondimento. Che poi è il vostro obiettivo. Vi sconsiglio quindi qualsiasi azione push.
Alla fine, la strategia migliore, a mio avviso, passa per un garbato saluto e il rispetto delle regole: se il tempo è scaduto è il momento di tendere la mano e passare oltre. L’unica accortezza che vi consiglio è di non lasciare la postazione senza il biglietto da visita del vostro interlocutore, o almeno nome e cognome. Un contatto discreto su Linkedin a distanza di uno o due giorni servirà da promemoria a chi ha avuto il piacere di passare con voi pochi minuti.

Autentici e trasparenti: quello che bisogna dire in un processo di selezione (e mi rivolgo a tutti!)

È risaputo, noi recruiter veniamo spesso accusati di stitichezza rispetto alle informazioni che forniamo ai candidati: le inserzioni non spiegano, a colloquio siamo approssimativi e soprattutto non diamo mai una risposta a chi non viene scelto. Stitici, e pure insensibili. Mi trovo abbastanza allineata con le recriminazioni (possiamo migliorare molto) e credo che uno dei cambiamenti necessari all’interno del processo di selezione sia l’inclusione del candidato quale soggetto attivo, che valuta e sceglie tanto quanto valutano e scelgono le aziende. Perché se è vero che la domanda è quella dell’azienda e ad offrire sono i candidati, è giusto che l’offerta abbia voce in capitolo e sia messa nella condizione di conoscere, scegliere, ponderare. Insomma, le parti in gioco sono due (tre se consideriamo sto povero recruiter) e non è sempre detto che il coltello sia in mano delle aziende. Quantomeno per il tipo di figure che cerco io (progettisti meccanici e compagnia bella, confessate…). Per questo diventa sempre più importante, anzi fondamentale- quello che il recruiter -e l’azienda- comunica al candidato, le informazioni che fornisce non solo relativamente al ruolo e alle mansioni previste ma anche rispetto al contesto, all’organizzazione interna, al tipo di gestione (manageriale o padronale), alla solidità finanziaria, ai valori, al clima, alle prospettive di crescita e via dicendo… E saranno avvantaggiate quelle aziende che sapranno essere allettanti e che sapranno costruire e comunicare il proprio employer branding, anche attraverso i recruiter. L’autenticità -da ambo i lati- è il primo passo di ogni inserimento ben riuscito. E adesso mi rivolgo ai recruiter: convincere un candidato della bontà di una posizione solo per chiudere una ricerca è un boomerang che torna indietro e ti prende di spigolo dietro l’orecchio, avete presente il male? Quindi se l’ambiente è teso diciamolo, se l’azienda ha sofferenze finanziarie diciamolo, se servono spalle larghe o spioventi diciamolo, spieghiamo la realtà e ragioniamo con i candidati per capire insieme se può essere comunque una buona opportunità o se è meglio attendere altro. Questo approccio, utile nell’immediato, si rivela strategico in una prospettiva di collaborazione a lungo termine con professionisti che, è garantito, ci capiterà di incrociare su altri incarichi. Detto questo -lo so, potremo andare avanti a frustrare i recruiter e le aziende ancora a lungo- consideriamo anche l’altra faccia della medaglia e cioè quello che il candidato dovrebbe dire a chi lo sta selezionando. TUTTO!!!  Esatto, tutto perdindirindina. Prendeteci come il vostro avvocato: più cose sappiamo e più facile sarà per noi portare avanti bene la vostra candidatura. Questo post nasce dall’esperienza e dalla frustrazione che nasce quando una serie di informazioni arriva male o emerge troppo tardi. E quindi ora vi elenco le cose che a volte sono costretta ad estorcere e quelle che invece, fatico a intercettare e che spesso decretano il fallimento di una selezione. Partiamo dai basics:
  • il nome dell’azienda in cui lavorate attualmente: sì, c’è ancora qualcuno che sul CV non lo scrive e che a colloquio tentenna… e poi magari ha il profilo completo e in chiaro su Linkedin;
  • inquadramento, stipendio (meglio se a colloquio comunicate la vostra RAL – retribuzione annua lorda), benefit, bonus o premi, fee commerciali, assicurazioni, pacchetto welfare, straordinari, concessioni particolari e tutto quello che concorre a formare il vostro pacchetto retributivo e la vostra serenità finanziaria, incluso quale aumento vi aspettate. Siate non solo trasparenti, ma anche preparati su questo punto, perché ogni rettifica fatta in un secondo momento -e di solito sono rettifiche al rialzo- non è mai ben vista;
E ora passiamo a informazioni più delicate, che vanno “gestite”:
  • i motivi che vi hanno portato a cambiare azienda nel passato, eventuali periodi di pausa, licenziamenti passati o esperienze molto brevi: non è bella la sensazione dover rendere conto a qualcuno delle proprie scelte o di quelle subite, pare di doversi giustificare, ma non è mai questo l’obiettivo di un colloquio, credetemi. Se oscurate qualche passaggio e, nelle fasi successive emerge, il pericolo è che venga oscurata la vostra immagine. Inoltre ricordatevi sempre che finché raccontate voi i fatti, siete voi che gestite l’informazione e che la controllate, tutto quello che invece salta fuori in altro modo, quello che viene “scoperto”, smette di essere nelle vostre mani e a voi non resta altro che giustificarvi: per il fatto in sé e per non averlo raccontato prima.
  • le ambizioni: che non è detto combacino con il ruolo proposto nella selezione in cui siete coinvolti, ma non per questo dovete mentire o glissare. Capita di rendersi conto solo a colloquio che i propri desideri non siano in linea con l’offerta del recruiter e capita che, l’urgenza di cambiare o il desiderio di non deludere o ancora la voglia di accedere al colloquio in azienda, ecc… porti a dissimulare le reali aspirazioni. L’esito non è mai positivo: se anche la selezione dovesse andare bene alla fine vi ritrovereste i prescelti per un lavoro che non soddisferà le vostre ambizioni.
  • se state valutando altre opportunità (o se arrivano altre proposte durante l’iter di una selezione): non dovete dire il nome dell’azienda o i dettagli della proposta ma sarebbe carino che voi comunicaste al recruiter lo stato dell’arte. Mettendolo nella condizione di agire di conseguenza e quindi concordando con lui se accellerare i tempi oppure ammettendo che il vostro interesse è venuto meno. Saperlo a conti fatti non è bello. Su questo punto spenderei pure una metafora, e mi rivolgo ai maschi ma vale pure per le femmine: pensate a quando state corteggiando una donna, non lo sapete ancora se è la donna giusta ma siete in reciproca esplorazione e corteggiamento. Magari fiorisce, magari no… ma se vi buttate sulla prima bionda che passando vi fa l’occhiolino non lo saprete mai. Però non è questo il punto, che magari fate pure bene ad andare con la bionda procace, ci mancherebbe. Il punto è che se siete dei gentiluomini avviserete di certo la corteggiata che il vostro cuore se lo sta portando via qualcun altro. È questione di galanteria, o professionalità a seconda che si stia dentro o fuori della metafora. Che poi non si sa mai il futuro… certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, ma solo se c’è rispetto reciproco.
E infine ricordate di dire:
  • se siete già stati contattati per la stessa posizione da qualche altro head hunter o società di selezione;
  • se avete già avuto in passato contatti o colloqui con l’azienda che vi viene proposta;
Tutte queste informazioni, che vanno oltre l’esposizione del proprio CV,  servono al recruiter per gestire al meglio la selezione, l’eventuale trattativa economica, il vostro possibile inserimento e la definizione delle condizioni di assunzione. Oppure per proporvi qualcosa di diverso e più centrato quando ce ne sarà la possibilità, instaurando un rapporto che non è fine a quella specifica ricerca ma che diventa quasi consulenziale rispetto alla vostra crescita e/o soddisfazione professionale. Questo è quello che succede nel mio mondo ideale, quello in cui noi recruiter non siamo solo un intermediario ma collaboriamo con aziende e candidati per garantire il miglior risultato a entrambi (che poi è anche il nostro miglior risultato, quello che evita il boomerang sulla coppa, come si dice qui). Nel mondo reale però non è tutto scontato, lo so, quindi la mia proposta è: collaboriamo, tutti dico! Facciamo in modo di non considerare l’altra parte solo un fornitore di teste (un mio ex titolare diceva “di culi” ma non l’ho mai trovato un bel dire), una risorsa da piazzare per fatturare, un filtro inutile e incompetente. Puntando all’autenticità e alla trasparenza, da tutti i lati, ne potrebbe nascere una relazione garbata e a tratti piacevole che darà i suoi frutti al momento giusto.

La maternità non è un bollino di qualità

DONNA LAVORATRICE E MAMMA: argomento delicato rispetto al quale qualsiasi cosa si dica è opinabile e attaccabile.

Già parlare di donne e lavoro significa aprire un vaso di Pandora tra opinioni, credenze, convinzioni, pregiudizi e via dicendo.
Io non sono mai stata femminista ma posso affermarlo con la certezza che viene dal lavoro che faccio: essere femmine rispetto al lavoro -anzi, alla carriera- è, nella maggior parte dei casi, uno svantaggio e una questione di compromessi personali.
Compromessi che l’uomo spesso non è costretto a fare. Punto.
Questo non esclude i casi di successo -e tanti cuoricini allegati- ma sono casi di cui si parla proprio perché escono dal funzionamento -haimè- normale delle cose.

Detto questo, so per certo che addentrarsi nel tema della maternità collegata al lavoro è come decidere di saltare sopra un nido di scorpioni, e io salto.
Lo faccio con la cognizione di causa che ti danno due figli maschi e un lavoro al quale vorrei dare più di quello che riesco.

L’assunto è il seguente: essere mamma è un ruolo ma non è un lavoro!

Certo, ti insegna tante cose e ti fa crescere: ti cambia, ti trasforma, a tratti ti sconvolge al punto tale che tiri fuori risorse e capacità che non pensavi di avere e ti senti una figa, ma spesso esce anche il peggio di te, tipo quando vorresti darli indietro e chiedere il rimborso, tipo quando non reggi e ti senti completamente inadeguata, tipo quando li guardi e pensi “hanno preso tutto dal padre, cazzo!”.

La maternità all’inizio ti shakera i neuroni e sbatte sul tagadà tutti i tuoi ormoni.
Ti sfianca e ti priva del riposo così come ti innalza al ruolo di dea, ma sei pur sempre una dea con le smagliature, la pancia rilassata e le occhiaie!
La maternità è vero, ti costringe a rivedere le priorità, o forse ti insegna a definirle davvero e ti obbliga a considerare i bisogni dei pargoli prima (non sempre per fortuna) dei tuoi, ma non è altruismo e non è nemmeno team working, è un istinto naturale che solo i figli sanno accendere.

La maternità abbinata al lavoro ti costringe a organizzarti, ti impone scelte e quindi sì, potenzialmente impari a decidere senza tergiversare ma il tetris degli impegni non è una competenza da project manager, è sopravvivenza.
E resta il fatto che se sei una donna ansiosa il diventare mamma non ti trasforma in una manager coraggiosa, e se sei una donna nervosa (parlo per esperienza personale) non dormire di notte e gestire i capricci dei bambini non ti rende più paziente e tollerante sul lavoro.

Quello che la maternità ti insegna è a fare la mamma. Punto.

Con le difficoltà e le incertezze del caso, peraltro.
Essere mamma ti insegna a conciliare le cose, ti insegna l’amore assoluto e incondizionato, ti fa capire cosa significa “per sempre” (che non ha niente a che fare con alcuna promessa di matrimonio), ti fa sperimentare la paura vera e la gioia più pura. Ti denuda da una parte e ti mette l’armatura dall’altra.
Ma è funzionale a fare la mamma. Punto.

La maternità non ti rende per forza una professionista più capace o più ricca di soft skill: può farlo, oppure no. Dipende sempre dalla persona, da come sa capitalizzare e trasferire nel lavoro ciò che impara da esperienze personali (non solo dalla maternità).
Citare la maternità nel CV come esperienza professionale mi sembra inadeguato, anche se il messaggio che si vuole dare è positivo.*

E poi trovo triste che noi donne ci discriminiamo da sole: chi non ha figli non è forse in grado di organizzarsi? di decidere, di definire priorità? di farsi un culo a capanna per gli altri?
No! semplicemente non sa cambiare un pannolino pieno di cacca (forse), o non sa che il cous cous sputato per terra da un bimbo che sta imparando a mangiare è difficile da spazzare, o ignora quanto sia snervante raccontare ogni sera la stessa storia di Peppa Pig perché i bambini sono terribilmente abitudinari.

E viceversa: non è detto che chi non ha figli sia più dedita al lavoro solo perché ha più tempo.

Insomma, sulle donne, il lavoro e la maternità/non maternità abbondano i luoghi comuni e scarseggiano le verità assolute.
Esistono invece le donne, ognuna con la propria storia, esperienza, motivazione, ambizione, formazione, attitudine, ricchezza, ecc…
La maternità afferisce alla sfera personale e non è un bollino di qualità, come non lo è il fatto di dedicarsi unicamente alla carriera (che poi, per alcune donne non è manco una scelta).
Punto.

*È ancora peggio discriminare le donne sul lavoro perché potrebbero fare dei figli, questo mi sembra scontato ma lo voglio ribadire a voce alta.

Freelancecamp 2018: il mio concetto di contaminazione e speech da non perdere

Quella appena chiusa è stata la settima edizione del Freelancecamp, un evento che seguo dalla primissima puntata e che ha contribuito in modo decisivo al mio passaggio alla libera professione, quando ancora il mio posto fisso era più che garantito e la mia retribuzione non era affatto male.

FREELANCECAMP: PER CHI NON ERA ATTENTO

Cos’è il Freelancecamp? Un evento dedicato a Freelance (e non) per confrontarsi e crescere, anno dopo anno, insieme.
Per fare rete, per scambiare vissuti, per far girare conoscenze, per condividere esperienze, per fare domande e provare a cercare risposte.
Ma anche per sentire la sabbia sotto i piedi, il sole sulla pelle e il rumore del mare nelle orecchie.
Perché una cosa va riconosciuto alla categoria dei freelance: se lavoro dev’essere, almeno che ci si diverta! E ci siamo divertiti, lo capite già solo guardando qui.

Per me è un momento di ricarica delle energie (mentali ed emotive), Tatiana Cazzaro lo definisce la power bank del freelance, e le dò ragione. Ma non mi stancherò mai di dirlo: questo evento è aperto a tutti e tutti trovano spunti interessanti per il proprio lavoro. Quindi non siate timidi e ricordatevi che ci sono due nuove date, una a Lecce e una a Roma.

PERCHÈ VENIRE AL FREELANCECAMP

Io non mi stancherò mai di dirlo che per riempire il pozzo della nostra vita, è fondamentale uscire dal tubo e immergersi in contesti diversi da quelli abitudinari. Qualcuno la chiama contaminazione.
A  me sa da malattia, Wikipedia dice: Contatto fisico o morale perturbatore dell’equilibrio igienico o dei valori tradizionali o individuali; corruzione.
E però è proprio quella cosa lì se, sempre guardando a Wikipedia, intendiamo: Artificio consistente nella fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria.

Lasciate stare l’opera letteraria, che nella metafora sarebbe il vostro lavoro (o la vostra vita). Il concetto è un altro: l’artificio è qualcosa di non vero, è un trucco. Ma funzionale a qualcosa.
Il Freelancecamp non è il mondo reale: noi liberi professionisti non viviamo in spiaggia, non beviamo mojito ogni giorno, non passiamo il tempo a fornicare sui social network e non cazzeggiamo di giorno lavorando di notte.
La maggior parte di noi si fa un culo tanto, come la maggior parte della gente che lavora, a prescindere da ruolo, contratto e posizione.
Però il Freelancecamp ti offre -in un contesto artificiale- la possibilità reale di costruire relazioni reali e di imparare cose reali. Ti aiuta a fare scelte reali, ti insegna a usare strumenti reali, ti provoca su temi reali e ti offre l’opportunità di scoprire modi -e mondi- di lavorare diversi, ma reali.

Il Freelancecamp è sì, una bellissima contaminazione che potete vivere al livello che preferite: scegliete voi quanto andare a fondo. Vi porterete a casa qualcosa in ogni caso e sarà qualcosa di diverso da quello che vi aspettavate, ma sarà reale e arricchente.
Alla peggio due giorni di relax, un po’ di sabbia attaccata ai piedi e la pelle scaldata dal sole, più reale di così?

LISTA DEGLI SPEECH CHE VI SARANNO UTILI

Ora invece vi elenco gli speech che ho amato di più e parto da Nadia Panato con Piccoli spazi di felicità: se lavorate in proprio, magari da casa, i suoi consigli saranno utilissimi. Sfruttare lo spazio ma non solo, avere consapevolezza di ciò che aumenta o ostacola la produttività, Nadia spiega questo e chiunque può prendere spunto, per migliorare anche solo la propria scrivania e lavorare meglio.

È tra le mie preferite, sempre e comunque, perché quando l’ascolto sento la voce dell’esperienza e della professionalità: Daniela Scapoli non è una freelance alle prime armi, lei è una professionista capace e solida, che ti spiega come si lavora quando hai il cliente fisso (da non intendersi come cliente unico, ma come quel cliente con cui hai un rapporto continuativo e prolungato). Ma ascoltandola si possono estrapolare suggerimenti validi a prescindere e utili anche a chi lavora in azienda e si interfaccia ogni giorno con i clienti interni.

Negoziare è un’arte? Non lo so, ma di sicuro serve a vivere per chi, ogni giorno, deve vendere e vendersi. Luca Sartoni è stato cristallino e spietato nel parlarne, e ha regalato provocazioni che portano più la voce dell’imprenditore che quella del libero professionista. Io mi sono trovata in molte cose d’accordo con lui, ascoltatelo, lui va a braccio, non usa slide e nemmeno mezzi termini, non fa giri di parole e stressa dei concetti che però sono da riflettere, partendo dal “dovete sempre costare troppo”.

Fattura elettronica: chi ne sa davvero qualcosa? Non so voi ma io ero molto confusa e ho trovato utilissimo lo speech di Carlotta Cabiati che ha portato un po’ di luce nel buio vischioso di un sistema fiscale che non ci piace mica tanto, nemmeno quando si attiva per combattere l’evasione, ma tant’è. Per chi è interessato, cliccare qui.

Per chi parla in pubblico e usa il microfono, imperdibili i consigli di Deborah Ugolini. Lei lo dice chiaro e tondo: non è sempre colpa del fonico se non vi si sente. Peraltro, avendo parlato per prima, ha messo paura a tutti quelli che sono venuti dopo di lei e improvvisamente il microfono è diventato un oggetto sacro e temuto, ricevitore di voce e sputacchi, dalla forma equivocabile, che però serve a una e una sola cosa, e quindi va usato bene. Qui vi spiega come.

Decarola è tornato dopo anni di latitanza e rivederlo mi ha fatto sentire più giovane, più a casa e più felice di esserci. Lui è così, fa gli speech defaticanti (significa che si ride) e ciononostante riesce a dire cose intelligenti. Gli strumenti e le app che ha suggerito potrebbero migliorare la vostra vita lavorativa e i vostri acquisti su amazon. Però io ve lo dico, ho un debole per Decarola e condividerei il suo intervento anche avesse spiegato come si sbuccia una banana o come ci si allaccia le scarpe.

Mi fermo qua, ma vi linko al canale youtube del freelancecamp per vedere tutti gli speech.

E io?
Io ho parlato di Linkedin, trovate le mie slide qui.
Mi riservo però approfondimenti sul tema in un post a parte.

 

 

Cercare lavoro senza un lavoro: consigli per non impazzire.

Che “cercare lavoro è un lavoro!” è un luogo comune che ha del vero nella misura in cui servono strumenti, preparazione, tenacia, orientamento agli obiettivi, capacità comunicative ecc…
Che cercare lavoro sia tra i compiti più frustranti in assoluto è risaputo.
In particolare per chi il lavoro ancora non ce l’ha o l’ha momentaneamente perso.
In queste situazioni la tanto blasonata resilienza viene messa alla prova e di solito, dopo il primo momento di slancio eroico che può durare, a seconda della persona, da una settimana a 2 giorni, arrivano inesorabili la stanchezza, la demotivazione, lo scetticismo, la sfiducia fino alla rabbia e un senso di ingiustizia che non sempre hanno a che fare con le reali condizioni del mercato e della politica italiana (colpa di Saturno contro insomma).

LO SLANCIO EROICO VI FREGA

Lo slancio eroico prevede di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di una nuova occupazione: si rinnova il CV, si aggiornano i profili social, si monitorano i siti di annunci, si mappano le aziende, si sparge la voce rispolverando contatti che si credevano sepolti. Qualcuno cerca consulenze esterne, qualcun altro prega con rinnovata fede. Tutta l’energia e il tempo a disposizione -che, se si è a casa, è tanto- vengono orientati verso un’unica missione: trovare un nuovo lavoro.

È per questa esagerata profusione di energia e tempo che, di fronte alla mancanza di risultati immediati, sorge la demoralizzazione e tutti i sentimenti negativi descritti poco fa.

È più facile di solito sostenere questa sfida quando un lavoro, anche se poco gratificante, lo si ha: anche solo per il fatto che, parte del proprio tempo quotidiano, viene occupato da attività diverse rispetto alla ricerca di una nuova occupazione, attività che stimolano il senso di efficacia personale e lavorano sulla percezione di sé.

LA MENTE HA BISOGNO DI GRATIFICAZIONE PER FUNZIONARE MEGLIO

Non lo dico io, lo confermano gli studi di matrice psicologica: occupare tutto il proprio tempo in un’occupazione frustrante e tendenzialmente ansiogena, intacca l’autostima ed è un passo falso rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
In poche parole: è sbagliato perché vi deprime e deprimendovi non raggiungerete l’obiettivo.
Sto cercando di semplificare -senza voler banalizzare- meccanismi complessi, non me ne vogliano gli psicologi che ne sanno più di me.
È necessario quindi che la motivazione e la tenacia vengano alimentate attraverso qualche forma di gratificazione.
Come fare?

DIVIDETE IL TEMPO IN 3…

Parlo del tempo lavorativo: quello che normalmente dedichereste alla vostra professione ogni giorno.
Prendete quelle ore e dividetele approssimativamente in 3.

  1. Un terzo del tempo dedicatelo alla ricerca del lavoro attiva con tutte le attività ordinarie e straordinarie indispensabili al raggiungimento di questo obiettivo. Un’attività di qualche ora, ma quotidiana e costante è più che sufficiente a raggiungere l’obiettivo.
  2. Un terzo del tempo dedicatelo a imparare, a formarvi: non fermatevi mai, aggiornatevi, studiate, aggiornatevi. Sfruttate le tante risorse a disposizione: dal web ai corsi finanziati. Oggi ci sono opportunità che una volta erano impensabili: sfruttatele.
  3. Infine, l’ultimo terzo di tempo rimasto usatelo per rendervi utili: niente gratificherà la vostra autostima come la sensazione di essere utili.

Sì, sto parlando proprio di VOLONTARIATO, in qualsiasi forma vi piaccia esclusa quella di pulire casa vostra.
Scegliete, le opportunità non mancano: potete impegnarvi nel patronato del vostro paese, dedicare tempo alla Caritas, collaborare con la squadra sportiva dove giocano i vostri figli, fare le catechiste, inserirvi in un progetto della vostra amministrazione, collaborare con qualche associazione, ecc…
Sarebbe bello, nel farlo, che riusciste a sfruttare le vostre competenze professionali ma non è necessario: la cosa importante è alimentare il senso di efficacia personale. Questo vi donerà l’energia utile ad affrontare la sfida di trovare un nuovo lavoro.

Perché non vale fare le pulizie a casa propria -che capisco per qualcuno possa rappresentare un grande atto di volontariato-?
Perché oltre al senso di efficacia, spostandovi fuori di casa, interagendo con altre persone, inserendovi in un contesto organizzato, potrete allenare o sviluppare anche alcune soft skill utili a livello professionale.
Soft skill, proprio quelle robe che la maggior parte dei recruiter e degli HR manager valuta a colloquio (“non avendo competenze per valutare altro direbbe qualcuno”, ma questa è una cattiveria gratuita che vi brucio sul nascere). Comunque sì: parlo di competenze trasversali, diverse da quelle che approfondite nella fascia di tempo 2, parlo di atteggiamento, capacità di collaborare, assertività, adattabilità, ecc…

BANDO AL BUONISMO: FATELO (anche) PER VOI!

Ribadisco il concetto: non vi sto facendo la morale e vorrei spogliare questo post di ogni intento etico -pur credendo io nel valore etico del volontariato-.
Vi sto dicendo che farete del bene in primis a voi stessi se dedicherete parte del vostro tempo a una causa: sarà nuovamente sentirsi parte di un progetto e, in qualche modo, sarà lavorare!
A livello inconscio questo coinvolgimento svilupperà tutta una serie di sentimenti e percezioni personali utili a sostenervi in un periodo critico e nella ricerca di un lavoro retribuito.

Potrebbe poi, l’attività di volontariato, mettervi casualmente in contatto con persone in grado di aiutarvi a trovare un nuovo lavoro, ma non è questo lo scopo -questa sarebbe semmai una sana botta di culo-
Impegnatevi in qualcosa che sfami il bisogno della vostra psiche di sentirvi utili, efficaci, capaci. Fatelo con entusiasmo e un minimo di tattica.

Senza mai dimenticare i due terzi di tempo che dovete dedicare alla ricerca attiva e alla formazione.
E le pulizie, come me, fatele in quello che è davvero il tempo libero 😉

La foto su Linkedin: a cosa serve e come sceglierla (secondo me)

In questi giorni fioccano  post pieni di buoni propositi per l’anno nuovo, ci muoviamo tra canditi, bollicine e consigli utili alla carriera, ci rimpinziamo di zuccheri per autoconvincerci che l’anno a venire sarà meraviglioso.
Lo sarà di certo.
Auguri a tutti.

Espletate le formalità natalizie veniamo al sodo: oggi provo a dirvi la mia sulla foto di profilo di linkedin. Lo faccio dopo che un mio post, replicato su facebook, ha alzato un piccolo polverone, con tanto di invito a farmi i cazzi miei.
Quindi scrivo a mio rischio e pericolo ma anche contando sul fatto che a Natale siamo tutti più buoni.

A COSA SERVE LA FOTO SU UN PROFILO SOCIAL?

Partiamo dai fondamentali: a cosa serve sta benedetta immagine di profilo?
Me lo sono chiesta. Mi sono anche lasciata provocare da chi sostiene che, scegliendo di mettere una foto in cui si vede che fa sport, comunicherà meglio alcune sue soft skill e quindi con quella foto, in cui magari non si vede la faccia ma emergono le sue qualità atletiche, sta di fatto promuovendosi professionalmente come persona attiva, dinamica, grintosa e capace di affrontare la fatica.
E chi è appassionato di scacchi, allora?

No, non mi ha convinta questo ragionamento.
Non mi ha convinta perché ritengo che, fin dal brodo primordiale dei social network, la foto sia stata pensata per aiutare le persone a riconoscersi.
Lo so, è davvero banale ma credo che anche Facebook all’inizio avesse pensato al profilo come a una sorta di “carta d’identità digitale” e che la foto aiutasse le persone a connettersi, per il semplice motivo che, a volte, nome e cognome, non bastano.
Ora sfido chiunque ad andare in anagrafe per rinnovare la carta d’identità e presentare una foto in tuta da sci e maschera sul viso.

Certo, poi Facebook sull’uso di foto e immagini è diventato maestro e oggi è il profilo dove possiamo -se vogliamo- esibire tutte le cose che ci piacciono e che fanno di noi dei fighi da paura. Facebook e non solo Facebook.

LINKEDIN PERO’ È DIVERSO

Linkedin non è Facebook.
Lo vedo ripetere spesso, come a dire che qui, su Linkedin, siamo gente seria, professionisti, persone che lavorano (o che aspirano a lavorare).
Poca fuffa qua, tutta sostanza.

La penso più o meno così anch’io. Ritengo che Linkedin sia ancora un social network di natura professionale.
Credo che i contenuti vadano selezionati e che il profilo personale debba essere curato in modo diverso da quello di altri social (e questo vale per ogni singolo SN).
Non è questione di meglio o peggio, è solo diverso.

La foto del profilo Linkedin deve innanzitutto far vedere chi siamo, mostrare la faccia insomma.

Il profilo è ricco di campi da compilare, se siamo sportivi o appassionati di scacchi, c’è modo di dirlo. Se aiutiamo le vecchine ad attraversare la strada o se ci buttiamo col parapendio possiamo scriverlo.

E QUINDI, ALLA FIN FINE

Nessuno ci obbliga a essere su linkedin, se si decide di creare un account, avrebbe senso usarlo al meglio, cercando di interpretare il contesto. Che, per quanto riguarda Linkedin, è un contesto professionale.

Pensare alla foto quindi come a quello strumento che permette di dare un volto al profilo, per creare un contatto più “umano” all’interno di un luogo virtuale e per permettere, nel mondo reale, di riconoscersi reciprocamente.

Io la penso così.
Non discuto su bianco&nero, di profilo o frontale, seria o sorridente, con qualche richiamo al lavoro o meno.
Sto sul semplice e dico che la foto ha l’obiettivo di rendervi riconoscibili come persone e di dare un volto al professionista che siete -e che VOI AVETE SCELTO di pubblicare-.
Peraltro siamo in un momento in cui, farsi fare una foto adeguata, anche con il telefonino, non è poi una grande impresa.

Anche perché credetemi, nessuno vi attribuirà punti in più per una foto ardita o ammiccante, è più facile però che ne perdiate incidentalmente qualcuno per colpa di una foto sbagliata -o mancante-.

E ora, scatenate l’inferno.
Oppure tornate al panettone che stavate mangiando.

Buona continuazione di feste e buon 2018 a tutti.

Freelancecamp 2017: l’evento che fa bene a tutti

Il Freelancecamp è un evento organizzato da freelance, per freelance e non.
Esatto, nessuno se la tira: il Freelancecamp è aperto a tutti.

E soprattutto è un evento poco autoreferenziale che genera dubbi e riflessioni, oltre che un’occasione di formazione reciproca e di grande contaminazione (parola abusata, lo so, ma questo è!).

Perchè nessuno di chi partecipa è certo che resterà libero professionista per tutta la vita: la maggior parte ha già lavorato in azienda, qualcuno è un ex imprenditore, qualcun altro è dipendente e non ha intenzione di lasciare il posto fisso, qualcuno ambisce alla libertà, qualcuno la teme, qualcuno è stanco, qualcuno non vuole arrendersi… e ciascuno ha ragione!

Non è mancanza di identità, è che quando lavori per conto tuo impari a non escludere niente, impari che il cambiamento è la vera costante, impari a essere meno assolutista e a metterti ogni anno in discussione, impari che non è solo lavoro ma che non può nemmeno essere solo il lavoro.

Al freelancecamp i temi che vengono trattati sono tanti e diversi: dal benessere alla vendita, dal rapporto con le aziende al public speaking.

Io non voglio convincere nessuno a partecipare alla prossima edizione, non ce n’è bisogno, che tanto l’evento va ogni anno in sold out: 250 biglietti bruciati in pochissime ore. Quest’anno addirittura in due date: Roma e Marina Romea.

Sono però convinta che i contenuti di questo evento siano utili anche a chi lavora in azienda: impiegati/e, manager, imprenditori, figli di imprenditori, startupper…
Sono convinta che le distinzioni tra professionista dipendente e professionista in proprio andrebbero sfumate, non dico a livello fiscale (magari!), ma a livello concettuale sì.
Che in fondo il dipendente è un professionista con un solo cliente e qualche garanzia in più… ma forse neanche troppe.
Perché sono anche convinta che l’unica garanzia su cui possiamo contare, che siamo dipendenti o freelance, è quella di fare molto, molto bene il nostro lavoro.
E nel fare molto bene il nostro lavoro c’è dentro anche il nostro benessere: che a produrre risultati eccellenti lasciandoci fegato, matrimonio, sensi di colpa, ipertensione e notti insonni, non sono sicura che abbiamo fatto davvero un buon lavoro.

E quindi in questo post condivido con tutti, a prescindere dalla forma contrattuale con cui si lavora, alcuni dei contenuti che ritengo utili:

In primisi, per allacciarmi a quanto appena scritto, l’intervento di Emanuele Tamponi sul burnout, è il primo che segnalo perché ho maturato la convinzione che alla base di qualsiasi prestazione debba esserci la consapevolezza dei propri limiti e del proprio benessere psico-emotivo. Guardatelo qui e riflettete.

Utilissimo, per chi lavora in azienda e non, lo speech di Cristiano Ferrari: vi dice come fare slide efficaci. Io per prima dovrei rivedere tutte le mie, lo ammetto. Se avete voglia di migliorare con pochi suggerimenti ma molto mirati guardate qui.

Dicevo… il public speaking, Tatiana Cazzaro ne è maestra e chi lavora, da solo o in azienda, dovrebbe dedicare un po’ di tempo ed energie per imparare a comunicare meglio, perché anche i colleghi di una riunione rappresentano una platea. Ascoltate i suoi suggerimenti qui.

Imperdibile Enrico Marchetto: se lavorate in ambito comunicazione e marketing o se siete imprenditori e volete usare i social per fare promozione, dovete ascoltare uno dei più preparati in tema di advertising su Facebook. E poi fa molto ridere, eccolo a voi.

Avete il dubbio se passare alla libera professione o meno?
Nessuno può dirvi cosa è giusto fare, nemmeno i partecipanti al Freelacecamp. Anzi, alla fine i dubbi restano e le riflessioni non sono mai abbastanza. In questo panel parlano Francesca Marano, Mariachiara Montera, Gianluca Diegoli e Alessandra Farabegoli: scoprirete quelli che sono i dubbi più irrisolti e le risposte meno scontate sul tema del “freelance sì o freelance no?”. Cliccate qui.

Saper dire di no! Vale per noi freelance ma anche per chi lavora come dipendente: saper dire di no significa esercitare l’atteggiamento assertivo e in ultima istanza, significa anche stare e lavorare meglio. Marinella Della Colletta ne ha parlato bene e secondo me va sentita, qua.

E per chi vuole fare entrambe le cose? Freelance e dipendente: du gust is mejo che uan. Forse… Francesca Manicardi ha provato e qui racconta com’è stato.

Infine non posso non citare Biljana Prijic. Lei, che per una grande azienda lavora e che di azienda ha parlato. Attraverso una metafora però.
Vi avviso: il suo è uno speech per pochi, dovete lucidare neuroni prima di ascoltarla, quindi se siete in bagno a fare cacca, lasciate stare! Per chi se la sente invece, la trovate qua.

Questi sono, secondo me, gli interventi che più di tutti, possono adattarsi sia a chi lavora in proprio, sia a chi lavora in azienda.
Oddio, a dire il vero ho parlato pure io… già, sulla relazione che va creata in qualsiasi tipo di vendita, sui bisogni impliciti dei clienti e sui pericoli che si corrono quando si vende. Forse potrebbe servirvi anche se di lavoro non fate i commerciali, in fondo in azienda si parla di clienti interni, giusto?! Vabbè, se vi va mi potete vedere qua.

E comunque, a dirla tutta, vi consiglio di guardarli tutti, gli speech: li trovate qui.
Invece, per capire lo spirito di questi due giorni, che fuggono sempre troppo veloci, vi invio alla galleria fotografica, e già lo so… vi verrà voglia di esserci l’anno prossimo.
Che dire: provateci e chissà, forse sarete fortunati, forse…

Il lavoro dentro ai confini del lavoro.

Mi sono vantata per molto tempo della mia capacità di non staccare mai la testa dal lavoro.
In primis:

“Perché io amo il mio lavoro!!”

poi perché

“Non credo nella divisione netta tra vita e lavoro, il lavoro è parte integrante della mia vita, abbasso i confini!”

anche perché

“Quando sono in vacanza mi vengono delle buone idee!”

e ancora perché

“Sono una freelance, semplicemente io non posso andare in vacanza!

SONO BALLE (e scusate il francesismo)!

Tutte quante.
A partire dall’ultima!

I freelance non sono mica persone votate al martirio lavorativo, anche se il fisco italiano un po’ lo vorrebbe.
E se non imparo a staccare la spina, prima o poi anch’io mi brucio, nonostante ami davvero il mio lavoro.

Ma vale anche per chi è dipendente e tiene così tanto al proprio mestiere da portarselo a casa e, nei casi più estremi, in vacanza (o magari non ci tiene ma in qualche modo si sente obbligato) .

Perché poi capita che sta roba, di portarsi a casa le cose da fare, venga citata orgogliosamente a colloquio, per fare bella figura: il celodurismo dello staccanovista spacca nel nord est!!

Epperò io ho cambiato idea.
E ho capito che se non si è capaci di alzare la testa dal fare-fare-fare e non si inizia a distinguere quella che è vita lavorativa, dalla vita famigliare, da quella privata (lo spazio per sé ben descritto in Terzo Tempo) e da quella sociale… beh allora c’è qualcosa di cui preoccuparsi seriamente.
Della salute per cominciare.

Ma anche della propria competenza organizzativa, della propria efficienza, della capacità di far fronte al lavoro dentro i tempi e gli spazi del lavoro e non in cucina quando si prepara la cena o in palestra quando ci si dedica all’allora fu una tartaruga..
E non significa non fare straordinari o non poter trovare ispirazioni in contesti diversi dall’ufficio, ma riuscire a vivere ogni ambito con l’attenzione che merita, trovando anche del tempo per ricaricare le batterie.

“Ehhhh la fai facile tu, ma se i colleghi lavorano 12 ore e anche da casa io mi devo adattare” (questo me lo diceva sempre il mio compagno, che adesso ha cambiato lavoro, non ha un pc portatile e io per questo motivo amo la sua datrice di lavoro!)

“Ehhhh parli bene tu, ma non sai cosa devo fare per tenermi il lavoro che ho”

“Ehhhh sembra semplice, ma l’azienda in cui lavoro io è troppo disorganizzata”

“Ehhhh belle parole ma c’è la crisi” (questa va sempre!!!!)

“Ehhhh ma c’è la crisi e i datori di lavoro hanno il coltello dalla parte del manico” (questa è la versione sindacalizzata della precedente)

“Ehhhh, ma…” non si dice

Perché va bene tutto, però alla base di ogni risposta c’è un errore.
Lo stesso errore che faccio io quando dico che non posso ammalarmi, che non posso andare in maternità, che non posso non lavorare dopo cena, che non posso staccare la testa perché sono imprenditrice di me stessa.

L’errore è spostare i motivi di qualsiasi cosa che non ci piace
fuori di noi, anziché dentro, e in questo modo non fare niente per cambiare la situazione.

Mi spiego facile: sono io che devo modificare il mio approccio e concedermi una cosa essenziale per il mio lavoro.
Questa cosa si chiama RIPOSO!
Non posso aspettare che il sistema fiscale italiano migliori e renda la mia situazione più sostenibile e più compatibile con le vacanze… (che poi sarebbe un’attesa del tipo Aspettando Godot)
E vale per me ma vale per chiunque si lascia, più o meno spontaneamente, coinvolgere molto dal lavoro.

E invece bisogna fermarsi.
Bisogna mettere dei confini! (non avrei mai pensato di dirlo eppure…)
Ogni giorno, a una certa ora.
Ogni anno, per più di una settimana, almeno 2 di fila senza pensare al lavoro!

E bisogna riposarsi, fare cose che piacciono ma anche non fare niente e mettere corpo e mente nelle condizioni di rigenerarsi.

Quindi riposatevi, mi raccomando (disse la recruiter che ha appena mandato un sms a una candidata in vacanza per avere conferma su un appuntamento di settembre!).
E non venite a colloquio a dirmi che siete più bravi perché non staccate mai la testa dal lavoro e perché ve lo portate anche in bagno: mi chiederò seriamente se siete pazzi, autolesionisti o semplicemente incapaci di organizzarvi!

BUONE VACANZE A TUTTI!! 🙂

Quelli che… lista semiseria dei tipi di persone che incontro a colloquio (e ci siamo dentro un po’ tutti)

A colloquio vedo persone, e sono tutte diverse ma sono anche tutte un po’ uguali.
Ho provato a stendere una lista semiseria e semicomica di alcune delle “categorie” di persone che incontro più frequentemente… e non ridete troppo, ci siamo un po’ tutti dietro a questi comportamenti e forse nemmeno ce ne accorgiamo.

Ecco a voi…

Quelli che ridono sempre, tipicamente donne, tipicamente del nord ovest (in Veneto col c…. che ridi: testa bassa e lavorare!).
Sorridono e ridono anche se ti raccontano che gli è morto il gatto: 32 denti stampati in pdf per un’ora intera di colloquio. Spesso accompagnati da vigorosi cenni del capo. Io le ammiro, fossi al loro posto poi mi verrebbe l’acido lattico alle mascelle.

Quelli che non ridono mai, ma mai mai mai!
Tipicamente uomini, tipicamente del nord-est, “perché il lavoro, qua, è una cosa seria!”
E per tutto l’incontro non muovono alcun muscolo che faccia trasparire un pelo di emotività. Uomini tutti d’un pezzo loro. O informatici convinti che con il loro codice riusciranno a chiudere il buco dell’ozono e a salvare i Panda dall’estinzione (sottocategoria dell’uomo che non ride mai ed è pure nerd… #tantaroba!!).

Quelli che non ti guardano mai in faccia. Fissano la punta dei loro piedi o, se sono un pelo più estroversi, la punta dei miei… ed è già un segno di grande apertura.
Comunque mio figlio di 4 anni ha la soluzione: dice di usare il sonaglio colorato del fratello di 4 mesi, attirare la loro attenzione e, appena mi guardano, bloccare il loro sguardo con la ragnatela di Spiderman. Mi sembra un ottimo piano!!

Quelli che, al colloquio in presentazione dal cliente, parlano tutto il tempo guardando me invece che il referente aziendale. E io col sopracciglio ci provo a fargli capire che devono guardare il/la tizio/a dell’azienda, ma niente. Alla fine mi tocca proprio spiegarglielo che io quelle cose lì le so già, perdio.

Quelli che mi parlano sopra, mi finiscono le frasi, mi completano le parole, mi interrompono continuamente, non mi lasciano il tempo di spiegare perché colti da incontinenza verbale.
“Se conosce la posizione allora me la racconti lei, dai forza, mi dica di cosa si tratta, mi descriva l’azienda e mi convinca anche di essere la persona giusta. Forza, dai, io mi faccio un caffè finché lei mi convince…” Prima o poi giuro che a qualcuno dirò davvero così.

Quelli che neanche con l’aspirapolvere della Folletto giù per l’esofago riesco a tirargli fuori una frase con più di 3 parole messe in fila. E io ho capito la timidezza e pure l’introversione, ma dio del ciel non sono ancora capace di leggere le competenze guardando le iridi e di capire cosa state cercando leggendo la mano.

Quelli che il colloquio skype lo affrontano col cellulare in mano facendolo ondeggiare talmente tanto che a me viene il mal d’auto.
Vi svelo un segreto: se proprio dovete fare il colloquio dalla macchina abbiate la pietà di posizionare il telefono in modo che resti fermo, non tenetelo in mano e soprattutto evitate i colloqui su skype camminando, il mio stomaco ve ne sarà eternamente grato.

Quelli che a colloquio si sfogano: “che c’è la crisi, e non mi hanno mai valorizzato, gli imprenditori fanno solo il loro interesse, viviamo dentro un sistema capitalista che uccide il nostro io bambino, non hanno capito le mie potenzialità, l’azienda non era pronta a un ruolo come il mio, il colore delle pareti influiva negativamente sulla mia motilità intestinale…”
Lo so, è un mondo difficile, ma farsi qualche domanda invece che sparare risposte ad minchiam potrebbe aiutare.

Quelli che sono proprio io: “no ma davvero sa, ho letto l’annuncio e sono proprio io… è incredibile, l’ha detto anche mia mamma che sembrava scritto su di me”
E io non glie lo dico mai che la loro mamma manco la conosco, li lascio lì, convinti che la l’inserzione mi sia stata dettata nel sonno per intercettare proprio loro.

Quelli che la modestia se la mangiano a colazione: “Mi scusi ma faccio fatica a parlare bene di me, dovrebbero dirlo gli altri in cosa sono bravo, altrimenti mi sembra di vendermi…”
No dico, siete seri o mi state a piglia’ per culo? e vendetevi sacramento, altrimenti chi pensate che vi comprerà mai?! (si chiama mercato del lavoro, vi ricordo).

Quelli che quando chiedo di fare autocritica e dirmi un punto di miglioramento vanno in crisi:“allora, hemmm, un punto di miglioramento… mmmm vediamo un po’… un punto di miglioramento… miglioramento ha detto? (lo sguardo si alza verso il soffitto in cerca di ispirazione), sono sicuro di averne ehhhh, è che adesso non mi viene in mente, così su due piedi”
In quei casi suggerisco di chiamare la moglie per un aiuto da casa, di solito funziona!

Quelli del noi:  “noi abbiamo fatto” “noi abbiamo progettato” “noi abbiamo implementato” “noi siamo stati coinvolti”
Ma noi chi scusate?
Perché la prima persona plurale a un colloquio di lavoro? È un noi maiestatis o mi ritroverò ad assumere 4 persone al posto di una?

E infine quelli che vorrei cacciare a pedate appena li sento dire questa frase “In realtà io non sono interessato/a alla posizione per la quale mi ha chiamato, é che volevo fare un colloquio per capire come si muove il mercato e cosa c’è in giro… sa, a un colloquio non si dice mai di no!” Io ve lo dico, a me scatta l’embolo quando sento frasi così, candidato avvisato…