COME IMPATTANO I NOSTRI PROFILI SOCIAL SULLA SFERA PROFESSIONALE?

Oggi, ve lo dico, tante domande e poche risposte!
L’idea è di sollevare l’attenzione su un tema che, come persona, recruiter e formatrice sento farsi urgente, di difficile risoluzione, delicato e a tratti spinoso.

  • Come persona perché sono una di quelle che si potrebbe definite molto social e molto esposta.
  • Come recruiter perché ho iniziato a chiedermi dove si pone il confine di ciò che posso o devo indagare sulle persone quando svolgo il mio lavoro.
  • Come formatrice perché ciò che insegno potrebbe avere delle ripercussioni che richiedono una partecipazione personale non scontata.

Parliamo dell’uso dei social network e del loro impatto sulla sfera professionale.
Ora, io non sono una legale quindi non ho le risposte “a norma di legge” ed è per questo che ho chiesto aiuto e nel podcast di Max Furia, andrà in onda una puntata che vede coinvolti 4 avvocati di rara bravura e disponibilità, che ci aiuteranno a far un po’ di chiarezza.
Ma in preparazione a domani 26 NOVEMBRE, giorno in cui uscirà questa puntata, ecco i temi su cui mi sto arrovellando e che dovrebbero far arrovellare anche voi che mi leggete.

Perché la cosa tocca anche voi se usate i social.

  • Come influisce la mia attività social sulla sfera professionale?
  • Posso essere esclusa o escluso da una selezione in funzione di quello che pubblico?
  • È possibile che uno strumento che massimizza la libertà di espressione giochi a sfavore della mia carriera?
  • Il mio profilo privato è solo mio?
  • L’azienda può chiedermi di usare il mio profilo per veicolare contenuti aziendali? (es. su LinkedIn)
  • E se io volessi usarlo per i miei fini, per il mio Personal Branding?
  • Cosa sono le social policy?
  • Come può il codice etico della mia azienda risultare incompatibile con la mia attività su Instagram?

Avete capito il tema.
Da un lato ciò che facciamo noi dei nostri profili, dall’altro le possibili richieste (o limitazioni) che possono arrivare dall’azienda.

ALCUNE PREMESSE

Quando si usano i social per uso privato in qualche modo si diventa persone pubbliche. Che non vuol dire diventare VIP o influencer ma persone che hanno una visibilità pubblica.
Anche se a mettere un Consiglia o un Like sono solo nostra mamma, il nostro partner, l’amico del cuore e nostra cugina.
Quando scriviamo ci esponiamo pubblicamente e mettiamo in rete parte di ciò che siamo, crediamo, vogliamo, viviamo: da pensieri professionali a piedi in ammollo nel mare, passando per opinioni, paure, improbabili selfie, le medaglie come miglior papà dell’anno, considerazioni sull’universo, figli (i miei sono esposti), progetti professionali, ciò di cui ci nutriamo, ciò che cuciniamo, test assurdi, domande filosofiche profondissime e l’immancabile oroscopo di Brezsny.
E lo possono leggere tutti (compatibilmente con le impostazioni di privacy impostate, e qui non voglio aprire una parentesi quindi procedo).

Togliamoci quindi di dosso l’alibi dell’uso privato come qualcosa di intimo.
L’uso privato di un social ci rende pubblici. Punto.
E quello che mettiamo in rete non sappiamo dove andrà a finire e non sappiamo come verrà interpretato.

Altra premessa: se si sceglie di essere sui social ha senso usarli.
Ok, c’è chi sta alla finestra e basta: è un modo per tenersi aggiornati, per sbirciare, per cazzeggiare di nascosto, per leggere cose interessanti, per studiare la concorrenza, per passare quei 5 minuti in bagno, per ridere, per intercettare notizie quando non si ha l’abitudine di leggere i giornali, per farsi delle domande, per vedere gli alberi di Natale degli altri.
La mia opinione è che lo stare alla finestra significhi usare a metà qualsiasi piattaforma, con il rischio, vedi per LinkedIn, di non ottenere ciò per cui ci si è iscritti (visibilità per intercettare opportunità di lavoro).

PROFILO PUBBLICO E USO AZIENDALE

Vicino all’uso personale vi è un possibile uso aziendale (in particolare di LinkedIn).
E questa “invasione aziendale” ha due possibili varianti:

  1. da un lato può esserci l’azienda che ci chiede di condividere dei contenuti corporate, che ci impone la foto di copertina aziendale, che ci coinvolge per rendere più umana la propria comunicazione, più vera e vicina alle persone.
    Ha senso? Molto. E io voglio pensare che abbia senso sia per l’azienda sia per la persona se vi sono i presupposti giusti. Presupposti che vi spiegheranno meglio Angela Poggi, Laura Mella, Gabriele Carrà e Massimiliano Gaini nella puntata del podcast.
  2. la seconda variante è soprattutto un condizionamento: magari l’azienda non ci chiede niente ma noi ci sentiamo comunque vincolati nel nostro uso quotidiano dei social proprio in riferimento alla realtà in cui lavoriamo “perché poi il mio capo legge” “perché se condivido un contenuto qualcuno dell’ufficio potrebbe insospettirsi” “perché se scrivo di quella cosa potrei essere considerato o considerata male” o addirittura perché un mio comportamento potrebbe generare una sanzione disciplinare.
    Su questo tema ci aiuta Angela Poggi.

E POI CI SONO I RECRUITER (E LE HR)

Sono stata ripresa da un cliente per non aver controllato i canali social di una persona che ho fatto assumere.
Un’altra persona è stata esclusa da una selezione perché su FB c’era qualcosa che non piaceva all’azienda.
E sappiamo che possiamo proseguire…
La legge dice:

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore

Come posso interpretare la parola attitudine? (come vedete non si parla di capacità o competenza).
In un momento in cui le soft skill sono fondamentali e tutti confermano che non sono le competenze tecniche a rendere giusta una persona per un’azienda ma l’incastro tra competenze, atteggiamento, valori condivisi, skill trasversali e qualità personali, io sono chiamata ad andare oltre il CV! (inteso non come documento ma come storia professionale).
Me lo chiedono anche i candidati che spesso accusano la mia categoria professionale di non saper guardare e ascoltare abbastanza per capire chi c’è dietro un Europass.

Per cui, io recruiter (ma vale anche per chi lavora nelle HR e si occupa di selezione) che sono chiamata a farmi un’idea della persona andando oltre l’elenco delle sue medaglie professionali e puntando a mettere in risalto la persona, cosa devo guardare?
Non ho una risposta precisa ma Gabriele Carrà mi ha dato una direzione parlandomi dell'”obbligo di diligenza”.

“L’obbligo di diligenza si sostanzia nell’esecuzione della prestazione lavorativa secondo la particolare natura di essa nonchè per l’esecuzione dei comportamenti accessori che si rendono necessari in relazione all’interesse del datore di lavoro a conseguire un’utile prestazione”.

È scritta un po’ da non farsi capire, lo so, ma la parola diligenza è abbastanza chiara a tutti. Diligenza è un po’ come Buonsenso, un’ottima direzione verso cui volgere lo sguardo.

E LA NORMATIVA?

La normativa c’è e non c’è.
Diciamo che ci sono molti casi di controversie tra aziende e dipendenti legati all’uso dei social e questo dovrebbe farci drizzare le antenne.
Ma del lato legal della faccenda non ha senso che sia io a parlare, potrete contare su 3 ottimi professionisti che, e non capita spesso, sono usciti dalla loro zona di comfort per registrare un podcast, quindi collegatevi (da) domani (26 novembre 2019) su LinkedIn Content Strategy.

Però è utile sapere che in alcune aziende potreste trovare due documenti.
Uno è il Codice Etico.

Il codice etico aziendale è un tipo di documento stilato ed adottato su base volontaria in un ambiente aziendale. Esso definisce un complesso di norme etiche e sociali al quale gli esponenti aziendali si devono attenere.

E in questo documento potrebbero esserci dei riferimenti all’uso dei profili social privati.

L’altro è la Social Media Policy.

La Social Media Policy è un documento contenente le linee-guida da rispettare per aiutare le aziende e i dipendenti a comunicare in modo corretto con i consumatori ed essere protetti sui canali Social. Si tratta quindi di un insieme di criteri da rispettare all’interno di un ambiente lavorativo, legati soprattutto ai Social Network. (https://www.marketingarena.it/2017/08/18/social-media-policy-tre-passi/)

Questo documento quindi contiene ciò che l’azienda può chiederci.

IL BUONSENSO IN RETE

Alessandra Farabegoli per anni ha pubblicato il suo “Manuale di Buonsenso in rete” e secondo me dovrebbe riprendere a farlo.
Lo so che il buonsenso non può essere una risposta ma di nuovo, non nascondiamoci dietro un dito: usare buonsenso non significa pubblicare poco ma pubblicare con responsabilità e soprattutto prendersi la responsabilità di ciò che si pubblica.

Significa che se qualcuno ritiene di escluderci da una selezione per quello che abbiamo pubblicato probabilmente, di contro, non è quella l’azienda in cui avremmo voluto lavorare a prescindere.
Perché se libertà dev’essere la libertà va concessa ad ambo le parti e il buonsenso serve a mantenerci saldi nelle nostre posizioni. Poi possiamo discutere di dove si posizioni il confine tra libertà e discriminazione ma ritorno al punto sopra: se un’azienda mi discrimina per qualsiasi motivo non è il posto dove vorrei lavorare.

Usiamo Buonsenso anche quando:

  • evitiamo di usare i social come uno sfogatoio pubblico
  • evitiamo di inserire foto compromettenti
  • evitiamo che sia la rabbia a guidare le nostra dita sui tasti, quando siamo incazzati con qualcuno evitiamoli proprio i social
  • pensiamo e ripensiamo prima di pubblicare qualcosa soprattutto se ha un contenuto emotivo, una presa di posizione, un’opinione forte, una dichiarazione… o un gattino
  • ci ricordiamo che, se da qualche social appariamo come dipendenti di una certa azienda, significa che in qualche misura la stiamo rappresentando e qui il buonsenso si manifesta a volte più nella capacità di tacere che in quella di dire (in parole povere non sputare mai pubblicamente nel piatto dove si sta mangiando)
  • accettiamo il fatto che una nostra azione sui social, in particolare una nostra opinione o presa di posizione non sia neutra: genererà sempre delle reazioni, qualcuna a nostro favore e qualcuna a nostro sfavore
  • se la nostra attività sui social è contrattualizzata (ovvero venite pagati per pubblicare alcuni post su non so quale social) lo diciamo

Ora, se volete contribuire a questo piccolo decalogo di buonsenso, accetto suggerimenti.
Che la risposta non è “chiudo tutti i profili”, sia chiaro!

Continuiamo a parlarne domani.
Siateci, c’è tanta, tanta roba spiegata bene!

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