Consulenze sospese per maternità

Ebbene sì, chiudo per maternità.
Siamo agli sgoccioli, non voglio fissare impegni e doverli posticipare perchè il/la pargolo/a decide di anticipare l’entrata (o meglio l’uscita) in scena.

Nei mesi di MARZO, APRILE E MAGGIO le revisioni del CV e le consulenze Insights Discovery saranno sospese.

Farò il possibile per pubblicare qualche post ma avrete pazienza se saranno un po’ radi.

(Soc)chiudo i battenti per un po’ e vi auguro buona continuazione! 🙂

La risposta è dentro di te… epperò se non la tiri fuori è un casino

Per scrivere questo post prendo spunto da questa immagine…

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Ok, è vero, la domanda su pregi e difetti potrebbe suonare banale e pure un po’ demodé ma signori e signore vi svelo una cosa: è proprio quando bisogna parlare di sé (in modo contestualizzato e non banale) che la maggior parte dei candidati/e va letteralmente in palla.

Che io chieda pregi o difetti, che io chieda punti forti e lati di miglioramento, valore aggiunto e ambiti di sviluppo, potenzialità e criticità, che io mi appelli alle metafore o all’identificazione con animali-piante-cose, il risultato non cambia: se l’argomento di conversazione si sposta dal “cosa faccio” al “come sono” il colloquio rallenta e l’esposizione si fa più difficoltosa, l’arrossimento accellera, il balbettio esplode e lo smarrimento si palesa. Qualcuno inventa, qualcuno striscia le unghie sugli specchi, qualcun altro visualizza i rimproveri del partner (ma si guarda bene dal dichiararli) e qualcuno capitombola “che domanda difficile…” o ancora peggio “certo che possiedo dei difetti, è che adesso non mi vengono in mente”.

C’è chi crede di salvarsi dicendo “non sono io a dover parlare di me, lo dovrebbero fare gli altri!”
Scusate ma anche questa è una risposta che, come direbbe mio figlio, “non vale!!”
Perché se a un colloquio di lavoro non riuscite a parlare di voi oltre a ciò che sapete e/o volete fare, beh è un problema.

  • È un problema perché per fortuna, oggi sempre di più si assumono persone, non si comprano competenze.
  • È un problema perché se non si sa parlare di se stessi, cioè della persona che si dovrebbe conoscere meglio visto che è l’unica con cui si è convissuto senza pause di riflessione da quando si è stati concepiti, qualche dubbio potrebbe sorgere anche su tutto il resto.
  • È un problema perché se anche fosse solo una questione di vocabolario o di introversione, ci sarà sempre qualcuno che quel vocabolario ce l’ha o alla più porca ha tanta faccia tosta (e non sto dicendo che è giusto ma è pur sempre la realtà).

Quindi togliamo di mezzo anche la scusa dell’introversione, che essere introversi non significa non conoscersi, anzi, forse gli introversi hanno maggior consapevolezza delle proprie peculiarità rispetto agli estroversi.
Eppure da entrambi i lati della barricata ho visto la stessa difficoltà a raccontarsi.

No, per parlare in modo convincente di sé “bastano” attenzione e osservazione, il coraggio di chiedere feedback e la cura necessaria a mettere a punto un discorso autentico e coerente.

ATTENZIONE E OSSERVAZIONE

Quando vi si chiede di parlare di voi non si vuole indagare come siete quando fate giardinaggio o come preferite piegare i calzini.
Si cerca di capire quali sono le caratteristiche che incidono in modo significativo sul vostro comportamento nel luogo di lavoro. Quindi innanzitutto circoscriviamo il campo: parliamo della sfera professionale.
Inoltre parliamo di comportamenti, non stiamo facendo psicologia spicciola e manco psicoanalisi spinta, l’inconscio e le interpretazioni oniriche li lasciamo agli addetti ai lavori, ok?
Quindi come fare?
Osservatevi come farebbe un osservatore esterno: che tipo di persona vedete?

Estroversa o introversa?
Razionale o emotiva?

Che tipo di comportamenti mette in campo? questi comportamenti che indole evidenziano.
Fate questo esercizio e fatelo per iscritto, obbligatorio.
Descrivete lo stile del vostro essere al lavoro partendo dalle due distinzioni che vi ho appena dato, se non vi viene l’aggettivo scrivete i comportamenti e poi in un secondo momento traducete il comportamento in una caratteristica.

CHIEDERE FEEDBACK

Non è completamente sbagliato pensare che gli altri sappiano e vedano di noi cose che noi non riusciamo a scorgere (ce lo insegna bene anche la finestra di Johari).
Il punto è che dobbiamo avere il coraggio di farcele dire queste cose: andare da chi lavora con noi e chiedere, “senti, ma tu come mi vedi??” alla Quelo e via.
E sperare che l’altro/a sia onesto e crudelmente schietto. Chiedere, domandare, anche a quelle persone con cui a volte ci scontriamo, per avere il punto di vista di chi è magari molto diverso da noi.
Per cui a un colloquio non vale rispondere “dovrebbero essere gli altri a raccontare le mie caratteristiche”, bisognerebbe dire invece “i feedback che mi ho raccolto in questi anni sono:….”

CREARE IL RACCONTO

Ora chiariamo un punto: non voglio parlare per forza di storytelling, che altrimenti pare serva creare una campagna marketing per cercare lavoro, ma suvvia, un po’ di impegno a raccontarsi è obbligatorio.
Se snocciolate un elenco di caratteristiche come fosse la lista della spesa o peggio, se cercate di mettere insieme qualità e frasi fatte pensando così di pronunciare ciò che l’altro vuole sentirsi dire, fallirete! Garantito al limone.
Parlare di sé non significa dire esattamente ciò che l’altro si aspetta di sentire ma dimostrare di avere buona consapevolezza delle proprie caratteristiche e dell’indole che anima i propri comportamenti.
Significa accettare e riconoscere che determinazione, grinta, pragmatismo e ambizione si accompagnano generalmente anche a bisogno di controllo, a potenziale aggressività, a possibile fretta nel fare cose.
Grintosi e pazienti insomma ne ho conosciuti pochi, qualcuno ce n’è ma sono eccezioni, così come analitici e reattivi.
Quando vi raccontate quindi siate autentici e coerenti, non abbiate paura di svelare le carte e fatelo in modo intelligente (normale non significa niente, cosa vuol dire “sono normale!”??).
Mettete in luce i vostri pregi argomentandoli e rendendoli un valore aggiunto rispetto al ruolo per il quale vi siete candidati. Riconoscete con altrettanta trasparenza le aree di miglioramento, quelle vere però: testardo/a e sensibile non sono dei difetti, dai.

Quindi ok, siamo tutti stanchi del “mi dica 3 pregi e 3 difetti”, noi recruiters per primi, che ci piacerebbe alzare un po’ il livello dei colloqui e toccare temi più di sostanza.
Ma resta il fatto che su questa benedetta domanda molti ancora inciampano maldestramente.
In realtà la risposta c’è, è dentro di voi, e non è sbagliata.
Ha solo bisogno che troviate le parole giuste per farla uscire.quelo-peace

Curriculese vs semplicità: i CV che funzionano secondo l’esperto

Qualche giorno fa ho partecipato in streaming a PLAY COPY un evento sul copywriting, in streaming.

Si parlava di scrittura e si è trattato anche del CV.
Lo ha fatto benissimo Leonardo Luccone* affermando innanzitutto che il curriculese (e ormai dobbiamo accettare che esiste questa nuova forma linguistica) è una delle più rappresentative espressioni dell’antilingua Calviniana. La usiamo con più o meno consapevolezza per uniformarci, difenderci, venderci e un po’ anche per nasconderci nonostante lo scopo del CV sia l’esatto opposto.
Calvino parla di antilingua in questo famoso scritto di cui vi riporto un passo fondamentale:

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Quanta antilingua c’è nei nostri CV?
Io ne incrocio molta ogni giorno. Probabilmente non ne sono esente, non mi voglio assolvere solo perchè sono aldilà del tavolo.

L’antilingua è, per Luccone, quella forma di scrittura che rende i curricula:
didascalici,
vaghi,
frammentari,
edulcorati,
ridondanti,
retorici,
complicati,
artificiali,
uniformati.

Questo è il pericolo che si corre quando si compila un CV.
Già dire COMPILARE anzichè SCRIVERE fa intendere un’azione meccanica e standardizzata che poco ha di personale/izzato.
E non serve un esperto di scrittura o di comunicazione per valutare quanti degli aggettivi elencati qui sopra possono applicarsi al proprio CV, ognuno può fare un auto-esame in modo abbastanza obiettivo se si impegna.

Luccone ribadisce quindi un concetto fondamentale: l’originalità di un curriculum non passa dalla quantità di grafica, animazione, glitter con cui si farcisce e si abbellisce il documento. L’originalità (e l’efficacia) passa attraverso un buon uso delle parole e delle frasi, passa attraverso l’intenzione di dire qualcosa e non di fare un patchwork più o meno colorato di competenze, conoscenze, esperienze, desideri.
E ancora più a monte, aggiungo io, un buon CV inizia da una buona consapevolezza di sè.
Se a questo aggiungete anche un’attenzione a chi leggerà il CV, al destinatario, allora sarà più facile fare bingo.

COSA SUGGERISCE L’ESPERTO?

Luccone suggerisce di SFOLTIRE il proprio profilo. E sfoltire non significa creare un elenco cronologico di ruoli e passaggi aziendali che poco o nulla dicono di chi scrive, sfoltire significa semplificare eliminando la ridondanza e trovando un proprio tono di voce.
La semplicità è elegante, dice Luccone ed è un punto di arrivo (significa anche che non è facile ma che lì bisogna puntare!).
Semplice vuol dire accessibile a tutti e chiaro, significa frasi corte e dirette, significa abolire qualsiasi arzigogolatura per lasciare spazio a contenuti che spiegano chi siamo, cosa sappiamo fare, cosa ci interessa e cosa possiamo mettere a disposizione di chi dovrebbe valutare la nostra collaborazione.

L’intervento di Luccone ha raccolto grande consenso, qui sotto potete vedere alcuni tweet di persone che, come me, hanno trovato utile il suo speech e si sono unite in una grande ola.

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*nota biografica: Leonardo G. Luccone ha tradotto e curato diversi volumi di scrittori angloamericani tra cui John Cheever, Alexander Trocchi, F. Scott Fitzgerald, Sarah Shun-lien Bynum e Esther Freud. Ha ideato e curato le collane Greenwich e Gog per l’editore Nutrimenti. Dirige lo studio editoriale e agenzia letteraria Oblique. Da settembre 2012 a ottobre 2014 è stato direttore editoriale della casa editrice 66thand2nd. I suoi articoli e le sue traduzioni sono stati pubblicati sul /Corriere della Sera/, /Il Foglio/, /Satisfiction/, /Il Calendario del Popolo/.

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.

Una regola (semplice) per migliorare qualsiasi CV

Chiunque può migliorare il proprio CV senza una consulenza a pagamento, è piuttosto semplice e adesso vi spiego come si fa.

Partiamo da due semplici principi.

Principio n. 1:
Il Curriculum è scritto (o meglio andrebbe scritto) per chi lo legge: deve parlare di voi ma non è destinato a voi (o al vostro ego).

È con questo semplice criterio che chiunque può prendere il proprio CV e migliorarlo.
Migliore non significa con i lustrini, traboccante di grafica, su supporto edibile, drammaticamente originale, e chi più ne ha più ne metta.
Migliore significa efficace.
Capace cioè di raggiungere gli obiettivi per cui nasce.

Principio n. 2
Il CV serve a farvi ottenere un colloquio.

Non ha l’obiettivo di farvi trovare lavoro, non deve dire tutto di voi, non serve a convincere che siete senza dubbio la persona giusta.
Il CV serve a creare curiosità e interesse.
Deve fornire una prima buona impressione, professionale e personale di voi e deve far venire voglia a chi lo legge di conoscervi.
Il CV sta a voi come il trailer sta al film.
Non può essere esaustivo, non può spoilerare il finale, ma deve convincere il pubblico (anzi un segmento ben preciso di pubblico) ad andare al cinema.

Quindi il CV va pensato (e ripensato più o meno ogni volta che lo inviate) in funzione di chi lo leggerà. Per far colpo su di lui/lei.

Dovrà adattarsi nella forma, nel contenuto e nel linguaggio al destinatario.
Domandatevi sempre, prima di inviare il vostro CV, a chi lo state mandando: è un addetto ai lavori (nel senso che conosce il vostro mestiere nei suoi aspetti più tecnici) o è una società di recruiters? è il responsabile del personale o il responsabile di funzione con cui dovrete eventualmente collaborare? o magari si tratta del/la titolare dell’azienda…?

È probabile che nessuno vi dia questa informazione con assoluta precisione ma spesso basta riflettere, leggere bene l’inserzione, consultare il sito dell’azienda, raccogliere informazioni su linkedin… se si ragiona (e si indaga un po’) si sbaglia di poco.
E con questo dato è possibile adattare il CV, renderlo più discorsivo, tecnico, esplicativo o sintetico a seconda del caso.
Non sto parlando solo di personalizzare l’intestazione (che sarebbe già un bel passo avanti per i molti che ancora inviano il CV indiscriminatamente a tutti gli head hunters della provincia in ccn o chi inoltra paro paro la mail usata per XXX spa a YYY srl), ma non siete voi che state leggendo, lo so bene che non fareste mai e poi mai un errore così banale 😉
No, parlo di fare un po’ di fatica vera e di contestualizzare ogni volta la vostra candidatura modificando il CV (o predisponendone a monte versioni differenti) e personalizzando il messaggio mail.

Usando il linguaggio di chi vi leggerà, rispondendo ai suoi possibili dubbi, sottolineando quello che potrebbe apparirgli più utile e interessante, evidenziando gli aspetti peculiari che rendono la vostra una candidatura idonea, anzi desiderata e diversa dalle altre.

Questo aumenta l’efficacia del vostro CV molto più che kg e kg di grafica.
Le parole, l’attenzione, la capacità di fornire un servizio e un valore aggiunto, in questo caso aiutare chi legge a capire chi siete e cosa fate per fargli fare meno fatica possibile, vi aiuterà a ottenere un colloquio.
Una volta a colloquio, ve la dovrete giocare davvero, e ognuno di voi è ben più del suo CV (si spera).

Quindi a chi mi chiede come migliorare il proprio CV io rispondo così: mettiti dalla parte di chi legge e sii onesto nel rispondere alla domanda “quello che leggo mi è utile, mi convince e mi fa venir voglia di conoscere chi l’ha scritto?”

Partite da lì e avrete già un bel da fare per migliorare il vostro CV.

Se poi volete fare le cose davvero per bene:

  • ricordatevi di personalizzare anche la mail di presentazione, che è il trailer del trailer,
  • inviate il CV in pdf, non in word,
  • leggetelo più e più volte per togliere gli errori di grammatica,
  • ricordatevi che la punteggiatura non è un optional,
  • evitate i muri di parole,
  • togliete tutte le informazioni superflue.

E ricordatevi che un CV non è perfetto quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere! (a seconda però di chi lo dovrà leggere).

Auguri senza compiti per casa (e c’è pure il regalo)

L’ho scritto qualche mese fa che il capodanno di chi lavora è ad Agosto più che a Dicembre, ne parlavo proprio qui.
Però siamo a fine anno e io mi prendo un paio di settimane di vacanza (solo dal blog a dire il vero, ma va ben così), quindi oggi ne approfitto per farvi i miei auguri.
Nessun scontato bilancio e nemmeno volatili buoni propositi.

Non ho idea di cosa mi aspetta nel 2017, chi di noi ce l’ha?
Mi sto gustando gli ultimi raggi di un anno difficile (per me) che si chiude con un tramonto mozzafiato e promette un’alba infuocata. E questo è già tanto. Il resto poi lo si costruisce giorno per giorno.

Vorrei anche farvi un regalo, e visto che sarebbe complicato spedire biscotti a tutti, ho pensato di segnalarvi e condividere 4 + 1 delle mie fonti di lettura, riflessione e ispirazione, e poi un po’ di musica, che la vita va danzata (si sente che sono in atmosfera natalizia e un po’ scialla vero? a gennaio torno sul pezzo, promesso).
In ogni caso spero vi faccia piacere, altrimenti è lo stesso, fa piacere a me 😉
Ecco a voi:

Efficacemente è un blog di sviluppo personale con una newsletter molto provocatoria e stimolante che vi dà il buongiorno ogni lunedì mattina.

Il blog di Enrica Crivello (e la sua newsletter) è una fonte di ispirazione e riflessione a cui non rinuncerei mai: post brevi e spudoratamente utili sul marketing!

Su C+B ci scrivo ma lo seguo a prescindere, è un blog dedicato alle donne in proprio eppure credo che molti maschietti lo seguano di nascosto, e fanno bene!

Nuovoeutile lo conoscete vero? Sì lo so, è fantastico. Considerazioni ad ampio spettro interessanti a prescindere da cosa fai nella vita.

Col lavoro non c’entra niente ma i post di Tiasmo sono imperdibili, anche solo per sorridere (io rido di gusto) o per capire come scrive una che scrive bene (a mio parere naturalmente)!

E adesso una canzone.
No, non Oh happy day (che ho scoperto essere un brano pasquale).
Vi lascio questa…

Auguri a tutti, ci si riscrive a gennaio.

Una sana dipendenza dal lavoro è possibile?

In questi giorni ho riflettuto sulle mie “dipendenze”.
Non l’ho ammessa subito ma mi sono resa conto pensandoci, che il lavoro è una di questa.
Ora chiariamo subito una cosa: io sono felice quando arriva il venerdì, mi piace se le feste comandate creano dei ponti, sono contenta di andare in ferie e quando la domenica vado in montagna non controllo la mail (anzi, metto il cellulare in modalità aereo per qualche ora).
E ribadisco anche un altro concetto fondamentale: non lavoro per la gloria e nemmeno per la pace nel mondo, lavoro per portare a casa la pagnotta, il salame e possibilmente pure il dessert.

Eppure non potrei fare a meno di lavorare.
Non solo perchè come madre a tempo pieno non mi ci vedo proprio, ma perchè sono convinta che quello che imparo lavorando, quello che mi porto a casa sul piano personale, umano e professionale (ovviamente) non è “reperibile” in altri contesti.

Passioni ne ho, forse anche troppe.
E mi arricchiscono.
Persone ne conosco.
Sono uno stimolo continuo.
Ma nel lavoro mi metto in gioco in modo diverso, chiamando in causa ciò che sono e ciò che mi piace fare, ma anche ciò che posso diventare, le cose che non amo fare (ma che devo e devo fare bene) e aspetti di me non conosco e che non conoscerei se non fossi obbligata a farlo.
Quando vado in montagna ci vado con persone con cui condivido questo amore, anzi di più: scelgo gli amici che vanno in montagna con il mio stesso stile, perchè è un piacere e non sono disponibile a troppi compromessi quando faccio una cosa che mi piace.
Nel lavoro non funziona sempre così, scelgo fino a un certo punto e non posso seguire sempre e solo il mio punto di vista.

E non voglio cadere nel banale del tipo:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita
(Confucio)

Io ho scelto e amo il mio lavoro ma la sera sono stanca e non mi diverto quando devo stare al computer dopo cena.

Mi dissocio anche da questa:

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità.
(Thomas Jefferson)

Un po’ perchè la tranquillità mi dà noia, un po’ perché mai limiterei le fonti della mia felicità al solo lavoro, non scherziamo dai!?!

Io sono invece una sostenitrice del buon Aristotele:

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

E tempo libero è inteso in senso ampio.
Resto anche fermamente convinta che

Il lavoro (può) nobilita(re) l’uomo.
(Charles Darwin rivisitato)

E soprattutto che

La cosa più importante di tutta la vita è la scelta di un lavoro, ed è affidata al caso.
(Blaise Pascal)

Questa è la cosa che mi dispiace di più.
Vedere che in molti considerano ancora il lavoro un “male necessario” e dedicano pochissima attenzione a fare (o almeno tentare) delle scelte oculate, a conoscersi per capire a cosa sono più portati, a studiare (per quanto possibile) in vista di una professione più qualificante.
So bene che non è scontato e nemmeno facile.
Credo però che sia opportuno dedicare sempre più tempo e spazio durante il percorso scolastico ed educativo a veicolare un concetto di lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti.
E dobbiamo farlo noi genitori in primis, la scuola subito dopo.
Io sono cresciuta con un padre dipendente pubblico e una mamma un po’ casalinga e un po’ signora delle pulizie: se non avessi conosciuto il mio primo datore di lavoro dubito che avrei mai sviluppato un vero coinvolgimento per il lavoro.
E mi sarei persa tante belle cose.

Non ho una dipendenza dal lavoro, ma dal tipo di stimoli e di opportunità (non solo professionali) che mi offre, quello sì.
Io le ho trovate lì.
Non escludo che si possano reperire altrove, credo però che sia uno spreco continuare a riporre la vita lavorativa dentro la casella delle “cose che devo fare ma senza sarei decisamente più felice!”
È proprio vero?

Mio papà, a due anni dalla pensione probabilmente sì.
Ma se hai tra i 20 e i 50’anni io ho qualche dubbio.

Poi c’è anche chi pensa che…

Il lavoro è il rifugio di quelli che non hanno nient’altro di meglio da fare.
(Oscar Wilde)

Ma la maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere e di “avere di meglio da fare”, quindi tanto vale viverla il meglio che si può questa necessità.
Senza moralismi o buonismi, è un puro dato di fatto!