Curriculese vs semplicità: i CV che funzionano secondo l’esperto

Qualche giorno fa ho partecipato in streaming a PLAY COPY un evento sul copywriting, in streaming.

Si parlava di scrittura e si è trattato anche del CV.
Lo ha fatto benissimo Leonardo Luccone* affermando innanzitutto che il curriculese (e ormai dobbiamo accettare che esiste questa nuova forma linguistica) è una delle più rappresentative espressioni dell’antilingua Calviniana. La usiamo con più o meno consapevolezza per uniformarci, difenderci, venderci e un po’ anche per nasconderci nonostante lo scopo del CV sia l’esatto opposto.
Calvino parla di antilingua in questo famoso scritto di cui vi riporto un passo fondamentale:

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Quanta antilingua c’è nei nostri CV?
Io ne incrocio molta ogni giorno. Probabilmente non ne sono esente, non mi voglio assolvere solo perchè sono aldilà del tavolo.

L’antilingua è, per Luccone, quella forma di scrittura che rende i curricula:
didascalici,
vaghi,
frammentari,
edulcorati,
ridondanti,
retorici,
complicati,
artificiali,
uniformati.

Questo è il pericolo che si corre quando si compila un CV.
Già dire COMPILARE anzichè SCRIVERE fa intendere un’azione meccanica e standardizzata che poco ha di personale/izzato.
E non serve un esperto di scrittura o di comunicazione per valutare quanti degli aggettivi elencati qui sopra possono applicarsi al proprio CV, ognuno può fare un auto-esame in modo abbastanza obiettivo se si impegna.

Luccone ribadisce quindi un concetto fondamentale: l’originalità di un curriculum non passa dalla quantità di grafica, animazione, glitter con cui si farcisce e si abbellisce il documento. L’originalità (e l’efficacia) passa attraverso un buon uso delle parole e delle frasi, passa attraverso l’intenzione di dire qualcosa e non di fare un patchwork più o meno colorato di competenze, conoscenze, esperienze, desideri.
E ancora più a monte, aggiungo io, un buon CV inizia da una buona consapevolezza di sè.
Se a questo aggiungete anche un’attenzione a chi leggerà il CV, al destinatario, allora sarà più facile fare bingo.

COSA SUGGERISCE L’ESPERTO?

Luccone suggerisce di SFOLTIRE il proprio profilo. E sfoltire non significa creare un elenco cronologico di ruoli e passaggi aziendali che poco o nulla dicono di chi scrive, sfoltire significa semplificare eliminando la ridondanza e trovando un proprio tono di voce.
La semplicità è elegante, dice Luccone ed è un punto di arrivo (significa anche che non è facile ma che lì bisogna puntare!).
Semplice vuol dire accessibile a tutti e chiaro, significa frasi corte e dirette, significa abolire qualsiasi arzigogolatura per lasciare spazio a contenuti che spiegano chi siamo, cosa sappiamo fare, cosa ci interessa e cosa possiamo mettere a disposizione di chi dovrebbe valutare la nostra collaborazione.

L’intervento di Luccone ha raccolto grande consenso, qui sotto potete vedere alcuni tweet di persone che, come me, hanno trovato utile il suo speech e si sono unite in una grande ola.

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*nota biografica: Leonardo G. Luccone ha tradotto e curato diversi volumi di scrittori angloamericani tra cui John Cheever, Alexander Trocchi, F. Scott Fitzgerald, Sarah Shun-lien Bynum e Esther Freud. Ha ideato e curato le collane Greenwich e Gog per l’editore Nutrimenti. Dirige lo studio editoriale e agenzia letteraria Oblique. Da settembre 2012 a ottobre 2014 è stato direttore editoriale della casa editrice 66thand2nd. I suoi articoli e le sue traduzioni sono stati pubblicati sul /Corriere della Sera/, /Il Foglio/, /Satisfiction/, /Il Calendario del Popolo/.

L’uomo che non deve chiedere mai… tranne durante la trattativa economica

“Non cambio per i soldi.”
“Valuto senza preclusioni l’offerta dell’azienda.”
“L’aspetto economico non è prioritario per me.”
“No, non ho un’idea precisa delle mie aspettative economiche.”

Queste sono le frasi che sento quotidianamente.
Seguite poi da queste:

“Resto nella mia azienda perchè hanno rilanciato sul piano economico.”
“Mi aspettavo un’offerta economica più alta.”

I problemi per me sono due:

  • da una parte c’è il fatto che pochi di quelli che dicono di non cambiare per i soldi sono sinceri. Ce ne sono, tu che leggi sei tra loro, lo so. Ma non è vero per tutti.
  • dall’altra parte mi sconcerta che chi cerca un nuovo lavoro non si ponga seriamente il problema di affrontare una trattativa economica in modo adulto, avendo cioè le idee chiare e il coraggio di avanzare delle richieste e nel caso, di argomentarle e discuterle. Oggi vorrei parlare di questo secondo aspetto.

In un mondo ideale l’uomo non dovrebbe chiedere mai (la donna non parliamone neanche, che ringrazi e basta!).

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In un mondo ideale dovrebbero riconoscere il nostro valore e pagarci adeguatamente o un pelo in più se possibile.
In un mondo ideale la trattativa economica non esiste, che brutta roba dover trattare sui soldi giusto?!
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto?

Io sono una libera professionista e non ho uno stipendio fisso. A ogni incarico devo emettere un’offerta e fare un prezzo, devo dire quanto costo e quanto valgo (perchè io valgo!), devo calcolare quanto mi porterò a casa, trattare e valutare con lucidità se ne vale la pena. Devo spiegare e argomentare.
A volte dico di no.
A volte accetto di rimetterci un po’.
Raramente regalo.
Il mio obiettivo ogni volta è guadagnare qualcosa, e non riuscirei a sopravvivere se lasciassi che fosse il cliente a decidere quanto pagarmi, mi sembra ovvio.
Sono io che lo devo convincere ogni volta a scegliere me, a pagarmi quello che chiedo (anche quando c’è chi si fa pagare meno) e a fidarsi che sarà la scelta giusta.

Quando si cambia lavoro il discorso è un po’ lo stesso: c’è un cliente che sta per comprare una professionalità, e chi cerca di cambiare lavoro che (si) sta vendendo.
Il prezzo dovrebbe farlo lui/lei (o almeno dovrebbe saperlo argomentare e difendere), in base a un mercato esistente e al livello raggiunto, alle aspettative di crescita, alle condizioni oggettive (es. la distanza, la necessità di trasferirsi, ecc…), al tipo di ruolo proposto, alle conoscenze e competenze che porta in dote, alla propria appetibilità sul mercato, al potere negoziale che si ha e alla propria capacità commerciale.

Quando ho iniziato a lavorare era quasi scontato che ogni passaggio lavorativo da un’azienda all’altra comportasse un incremento suppergiù del 15-20% della retribuzione: la trattativa quasi non c’era, sottostava a una consuetudine consolidata che il più delle volte veniva rispettata (salvo eccezioni).
Con la famigerata “CRISI” la musica è cambiata e sembrava che trovare un lavoro fosse di per sé un traguardo, molte aziende hanno approfittato della situazione proponendo condizioni talvolta peggiorative e sfruttando il più possibile la condizione di necessità dei candidati (non tutte e non sempre ma è successo).
Oggi, quantomeno nel nostro territorio, la situazione è nuovamente mutata: il lavoro non manca, certo, non è facile per tutti, ma ci sono opportunità e spazi di crescita, ci sono professionalità ricercate e aziende che stanno investendo e assumendo.
Anche i candidati l’hanno capito e non elemosinano più un posto di lavoro.

Quello però che in molti non hanno ancora capito è che si chiama “mercato del lavoro” perchè c’è chi compra e chi vende, e chi vende ha un ruolo attivo nella trattativa.
Se si lascia fare il prezzo a chi compra non ci si può aspettare che faccia gli interessi altrui, farà il possibile per curare i propri, non mi sembra così assurdo.
Se non si è preparati a gestire la trattativa economica vincerà chi ha maggior potere contrattuale o alla peggiore nessuno.
E rifiutare un’offerta di lavoro non significa sempre vincere, questo mi pare ovvio. Rifiutare un’offerta a volte significa solo non essere stati in grado di vendere.

E quindi siamo tutti preoccupati di scrivere un buon CV, di redigere una lettera di presentazione efficace, di prepararci al colloquio di lavoro e poi davanti a un tema delicato come i soldi andiamo nel pallone e l’unica arma che ci resta è dire di no, magari un po’ risentiti perchè l’azienda non ha capito quanto valiamo.

Certo, a volte succede proprio questo, che l’azienda non capisca nonostante noi si abbia spiegato e argomentato, e allora è giusto lasciar passare un treno che evidentemente non è il nostro.
A volte invece ho l’impressione che sul quel treno non proviamo neanche a salirci perchè aspettiamo che sia qualcun altro a prenderci in braccio e a portarci dentro.

Una regola (semplice) per migliorare qualsiasi CV

Chiunque può migliorare il proprio CV senza una consulenza a pagamento, è piuttosto semplice e adesso vi spiego come si fa.

Partiamo da due semplici principi.

Principio n. 1:
Il Curriculum è scritto (o meglio andrebbe scritto) per chi lo legge: deve parlare di voi ma non è destinato a voi (o al vostro ego).

È con questo semplice criterio che chiunque può prendere il proprio CV e migliorarlo.
Migliore non significa con i lustrini, traboccante di grafica, su supporto edibile, drammaticamente originale, e chi più ne ha più ne metta.
Migliore significa efficace.
Capace cioè di raggiungere gli obiettivi per cui nasce.

Principio n. 2
Il CV serve a farvi ottenere un colloquio.

Non ha l’obiettivo di farvi trovare lavoro, non deve dire tutto di voi, non serve a convincere che siete senza dubbio la persona giusta.
Il CV serve a creare curiosità e interesse.
Deve fornire una prima buona impressione, professionale e personale di voi e deve far venire voglia a chi lo legge di conoscervi.
Il CV sta a voi come il trailer sta al film.
Non può essere esaustivo, non può spoilerare il finale, ma deve convincere il pubblico (anzi un segmento ben preciso di pubblico) ad andare al cinema.

Quindi il CV va pensato (e ripensato più o meno ogni volta che lo inviate) in funzione di chi lo leggerà. Per far colpo su di lui/lei.

Dovrà adattarsi nella forma, nel contenuto e nel linguaggio al destinatario.
Domandatevi sempre, prima di inviare il vostro CV, a chi lo state mandando: è un addetto ai lavori (nel senso che conosce il vostro mestiere nei suoi aspetti più tecnici) o è una società di recruiters? è il responsabile del personale o il responsabile di funzione con cui dovrete eventualmente collaborare? o magari si tratta del/la titolare dell’azienda…?

È probabile che nessuno vi dia questa informazione con assoluta precisione ma spesso basta riflettere, leggere bene l’inserzione, consultare il sito dell’azienda, raccogliere informazioni su linkedin… se si ragiona (e si indaga un po’) si sbaglia di poco.
E con questo dato è possibile adattare il CV, renderlo più discorsivo, tecnico, esplicativo o sintetico a seconda del caso.
Non sto parlando solo di personalizzare l’intestazione (che sarebbe già un bel passo avanti per i molti che ancora inviano il CV indiscriminatamente a tutti gli head hunters della provincia in ccn o chi inoltra paro paro la mail usata per XXX spa a YYY srl), ma non siete voi che state leggendo, lo so bene che non fareste mai e poi mai un errore così banale 😉
No, parlo di fare un po’ di fatica vera e di contestualizzare ogni volta la vostra candidatura modificando il CV (o predisponendone a monte versioni differenti) e personalizzando il messaggio mail.

Usando il linguaggio di chi vi leggerà, rispondendo ai suoi possibili dubbi, sottolineando quello che potrebbe apparirgli più utile e interessante, evidenziando gli aspetti peculiari che rendono la vostra una candidatura idonea, anzi desiderata e diversa dalle altre.

Questo aumenta l’efficacia del vostro CV molto più che kg e kg di grafica.
Le parole, l’attenzione, la capacità di fornire un servizio e un valore aggiunto, in questo caso aiutare chi legge a capire chi siete e cosa fate per fargli fare meno fatica possibile, vi aiuterà a ottenere un colloquio.
Una volta a colloquio, ve la dovrete giocare davvero, e ognuno di voi è ben più del suo CV (si spera).

Quindi a chi mi chiede come migliorare il proprio CV io rispondo così: mettiti dalla parte di chi legge e sii onesto nel rispondere alla domanda “quello che leggo mi è utile, mi convince e mi fa venir voglia di conoscere chi l’ha scritto?”

Partite da lì e avrete già un bel da fare per migliorare il vostro CV.

Se poi volete fare le cose davvero per bene:

  • ricordatevi di personalizzare anche la mail di presentazione, che è il trailer del trailer,
  • inviate il CV in pdf, non in word,
  • leggetelo più e più volte per togliere gli errori di grammatica,
  • ricordatevi che la punteggiatura non è un optional,
  • evitate i muri di parole,
  • togliete tutte le informazioni superflue.

E ricordatevi che un CV non è perfetto quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere! (a seconda però di chi lo dovrà leggere).

Auguri senza compiti per casa (e c’è pure il regalo)

L’ho scritto qualche mese fa che il capodanno di chi lavora è ad Agosto più che a Dicembre, ne parlavo proprio qui.
Però siamo a fine anno e io mi prendo un paio di settimane di vacanza (solo dal blog a dire il vero, ma va ben così), quindi oggi ne approfitto per farvi i miei auguri.
Nessun scontato bilancio e nemmeno volatili buoni propositi.

Non ho idea di cosa mi aspetta nel 2017, chi di noi ce l’ha?
Mi sto gustando gli ultimi raggi di un anno difficile (per me) che si chiude con un tramonto mozzafiato e promette un’alba infuocata. E questo è già tanto. Il resto poi lo si costruisce giorno per giorno.

Vorrei anche farvi un regalo, e visto che sarebbe complicato spedire biscotti a tutti, ho pensato di segnalarvi e condividere 4 + 1 delle mie fonti di lettura, riflessione e ispirazione, e poi un po’ di musica, che la vita va danzata (si sente che sono in atmosfera natalizia e un po’ scialla vero? a gennaio torno sul pezzo, promesso).
In ogni caso spero vi faccia piacere, altrimenti è lo stesso, fa piacere a me 😉
Ecco a voi:

Efficacemente è un blog di sviluppo personale con una newsletter molto provocatoria e stimolante che vi dà il buongiorno ogni lunedì mattina.

Il blog di Enrica Crivello (e la sua newsletter) è una fonte di ispirazione e riflessione a cui non rinuncerei mai: post brevi e spudoratamente utili sul marketing!

Su C+B ci scrivo ma lo seguo a prescindere, è un blog dedicato alle donne in proprio eppure credo che molti maschietti lo seguano di nascosto, e fanno bene!

Nuovoeutile lo conoscete vero? Sì lo so, è fantastico. Considerazioni ad ampio spettro interessanti a prescindere da cosa fai nella vita.

Col lavoro non c’entra niente ma i post di Tiasmo sono imperdibili, anche solo per sorridere (io rido di gusto) o per capire come scrive una che scrive bene (a mio parere naturalmente)!

E adesso una canzone.
No, non Oh happy day (che ho scoperto essere un brano pasquale).
Vi lascio questa…

Auguri a tutti, ci si riscrive a gennaio.

Una sana dipendenza dal lavoro è possibile?

In questi giorni ho riflettuto sulle mie “dipendenze”.
Non l’ho ammessa subito ma mi sono resa conto pensandoci, che il lavoro è una di questa.
Ora chiariamo subito una cosa: io sono felice quando arriva il venerdì, mi piace se le feste comandate creano dei ponti, sono contenta di andare in ferie e quando la domenica vado in montagna non controllo la mail (anzi, metto il cellulare in modalità aereo per qualche ora).
E ribadisco anche un altro concetto fondamentale: non lavoro per la gloria e nemmeno per la pace nel mondo, lavoro per portare a casa la pagnotta, il salame e possibilmente pure il dessert.

Eppure non potrei fare a meno di lavorare.
Non solo perchè come madre a tempo pieno non mi ci vedo proprio, ma perchè sono convinta che quello che imparo lavorando, quello che mi porto a casa sul piano personale, umano e professionale (ovviamente) non è “reperibile” in altri contesti.

Passioni ne ho, forse anche troppe.
E mi arricchiscono.
Persone ne conosco.
Sono uno stimolo continuo.
Ma nel lavoro mi metto in gioco in modo diverso, chiamando in causa ciò che sono e ciò che mi piace fare, ma anche ciò che posso diventare, le cose che non amo fare (ma che devo e devo fare bene) e aspetti di me non conosco e che non conoscerei se non fossi obbligata a farlo.
Quando vado in montagna ci vado con persone con cui condivido questo amore, anzi di più: scelgo gli amici che vanno in montagna con il mio stesso stile, perchè è un piacere e non sono disponibile a troppi compromessi quando faccio una cosa che mi piace.
Nel lavoro non funziona sempre così, scelgo fino a un certo punto e non posso seguire sempre e solo il mio punto di vista.

E non voglio cadere nel banale del tipo:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita
(Confucio)

Io ho scelto e amo il mio lavoro ma la sera sono stanca e non mi diverto quando devo stare al computer dopo cena.

Mi dissocio anche da questa:

Non è il benessere né lo splendore, ma la tranquillità e il lavoro, che danno la felicità.
(Thomas Jefferson)

Un po’ perchè la tranquillità mi dà noia, un po’ perché mai limiterei le fonti della mia felicità al solo lavoro, non scherziamo dai!?!

Io sono invece una sostenitrice del buon Aristotele:

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.

E tempo libero è inteso in senso ampio.
Resto anche fermamente convinta che

Il lavoro (può) nobilita(re) l’uomo.
(Charles Darwin rivisitato)

E soprattutto che

La cosa più importante di tutta la vita è la scelta di un lavoro, ed è affidata al caso.
(Blaise Pascal)

Questa è la cosa che mi dispiace di più.
Vedere che in molti considerano ancora il lavoro un “male necessario” e dedicano pochissima attenzione a fare (o almeno tentare) delle scelte oculate, a conoscersi per capire a cosa sono più portati, a studiare (per quanto possibile) in vista di una professione più qualificante.
So bene che non è scontato e nemmeno facile.
Credo però che sia opportuno dedicare sempre più tempo e spazio durante il percorso scolastico ed educativo a veicolare un concetto di lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti.
E dobbiamo farlo noi genitori in primis, la scuola subito dopo.
Io sono cresciuta con un padre dipendente pubblico e una mamma un po’ casalinga e un po’ signora delle pulizie: se non avessi conosciuto il mio primo datore di lavoro dubito che avrei mai sviluppato un vero coinvolgimento per il lavoro.
E mi sarei persa tante belle cose.

Non ho una dipendenza dal lavoro, ma dal tipo di stimoli e di opportunità (non solo professionali) che mi offre, quello sì.
Io le ho trovate lì.
Non escludo che si possano reperire altrove, credo però che sia uno spreco continuare a riporre la vita lavorativa dentro la casella delle “cose che devo fare ma senza sarei decisamente più felice!”
È proprio vero?

Mio papà, a due anni dalla pensione probabilmente sì.
Ma se hai tra i 20 e i 50’anni io ho qualche dubbio.

Poi c’è anche chi pensa che…

Il lavoro è il rifugio di quelli che non hanno nient’altro di meglio da fare.
(Oscar Wilde)

Ma la maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere e di “avere di meglio da fare”, quindi tanto vale viverla il meglio che si può questa necessità.
Senza moralismi o buonismi, è un puro dato di fatto!

Stacca, e affila la lama (a prescindere dal dove la userai)

Inizio con una storiella (non mia)…

Due taglialegna lavoravano nello stesso bosco.
I tronchi degli alberi erano davvero enormi, forti e solidi.
I due boscaioli utilizzavano le loro seghe con la stessa abilità ma con una tecnica differente:

  • il primo tagliava i tronchi con una perseveranza incredibile, senza mai fermarsi in tutta la giornata,
  • l’altro invece ogni tanto si fermava per riposarsi.

Verso sera, il primo taglialegna era riuscito a tagliare in tutto 10 alberi.
Aveva lavorato con impegno, era esausto e ormai non gli rimanevano forze per tagliare neanche un albero in più.
Il secondo invece continuava a lavorare  e gli mancava solo un albero per raggiungere i 100.
Entrambi avevano iniziato nello stesso momento e i tronchi da tagliare erano tutti delle stesse caratteristiche.
Un po’ incredulo il primo taglialegna si avvicinò all’altro e gli chiese:
“Non capisco! Come hai fatto a tagliare così tanti alberi se ti sei fermato molto più di me?”
E l’altro rispose:
“Caro amico, mi hai osservato bene. É vero, mi sono fermato ogni ora però non ti sei accorto che durante ogni pausa ne ho approfittato per affilare la lama della mia sega”.

ABBIAMO AFFILATO LA LAMA

Giovedì scorso il nostro team si è preso un’intera giornata per “affilare la lama della sega”. Ce ne siamo andati in un agriturismo ben isolato, Il Maggiociondolo (consigliatissimo peraltro), ci siamo sconnessi con la quotidianità e abbiamo ripreso in mano del materiale elaborato due anni fa, per valutare il percorso fatto.
In quell’occasione avevamo definito valori, obiettivi, strategie, possibili ostacoli alla crescita del nostro modello organizzativo e del business stesso.
Avevamo costruito la sega insomma.

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Giovedì scorso ci siamo confrontati a fondo, come gruppo e come singoli.
Utilizzando metodologie impegnative ma efficaci.
Abbiamo mangiato bene, cucinando noi.
Abbiamo bevuto anche meglio (lavoriamo molto nel settore vitivinicolo, non potemmo mai essere astemi).
Abbiamo iniziato a prospettare il futuro, con la libertà che caratterizza da sempre il nostro ecosistema lavorativo (siamo tutti liberi professionisti, liberi di fatto!).
A fine giornata siamo ripartiti un po’ stanchi, scombussolati ma più uniti e motivati di quando eravamo arrivati.collage-competenze-in-rete

SUL PERDER TEMPO…

Qualcuno potrebbe dire che abbiamo perso tempo: una giornata fatturabile volata via, a dirla nel nostro gergo.
Ma non è così.
Non si perde tempo quando la sosta serve a centrare e condivide valori, obiettivi, strategie e ambizioni.
Il rischio, facendo il contrario, è di sbagliare strada, cannare la strategia, mancare il bersaglio o peggio ancora, essere così stanchi da non aver più voglia di andare avanti.
Questo sì che sarebbe perder tempo!

Vale nella vita di ciascuno, a prescindere dalla sfera professionale.
Fermarsi e fare il punto, ma anche prendersi cura di se stessi: non come a capodanno che si fa un approssimativo bilancio degli ultimi 12 mesi, si stila una lista di buoni propositi che resterà incompiuta e ci si abbuffa di lenticchie e panettone!aqhqkwqf7bzylqaaaviuyjriclpqceur7v71qxvi-5uwpqdlggqvkdrfbaw4segdbxqjkc2u4fatpy6ajzdm9nkozclipvs6fix0pr2atevnn4lyalufgf2iz6htxra0sb2cywxbhlkbit38_kpepjxuadn8rykifrhjq6xmiprott3t-8nlmkl0cqdda4gvj-cpgppw
Parlo di quei momenti sacri e spesso non pianificati che ci servono a trovare il senso di quello che facciamo o a interpretare il cambiamento che stiamo attraversando.
Talvolta proprio quando meditiamo di cambiare lavoro, ma non necessariamente.

Nel lavoro, all’interno delle aziende è la stessa cosa.
Il modus operandi tipicamente veneto “lavora a testa bassa e avanti sempre” ha funzionato (più o meno) per un po’. In tempi in cui l’economia e il mercato accoglievano questo approccio con i paraocchi.
Oggi (per fortuna) non funziona più.
Non serve stare a testa bassa e basta.
Lavorare e far lavorare i propri collaboratori spremendoli al massimo non porterà le aziende “fuori della crisi”.
L’impegno serve ma non è sufficiente.
Affilare la motivazione, questa è la prima regola.
Sì lo so, sembrano parole scontate, l’ABC della buona gestione manageriale giusto?
Ma in quanti dirigenti/imprenditori lo fanno davvero?

E in fondo, a ben guardare, quante persone lo fanno per se stesse, per la propria vita privata?

Tu lo fai? Ti fermi per affilare la lama?

Il CV efficace lo ha inventato Leonardo Da Vinci: copiate!

Quel gran secchione di Leonardo Da Vinci tra le varie cose è fautore pure del CV efficace.

Quel CV cioè che non descrive ogni singola esperienza lavorativa (quello che hai fatto in passato) ma che mette in evidenza le capacità maturate (ciò che potrai fare presso chi ti assumerà).
Un CV non autoreferenziale ma concreto, pragmatico e rivolto ai bisogni e ai problemi di chi legge.
La lettera è indirizzata al Duca Ludovico Sforza detto Il Moro in occasione del trasferimento dello stesso Leonardo a Milano e pare  proprio una moderna domanda di assunzione.
Eccola tradotta in Italiano corrente:

Avendo constatato che tutti quelli che affermano di essere inventori di strumenti bellici innovativi in realtà non hanno creato niente di nuovo, rivelerò a Vostra Eccellenza i miei segreti in questo campo, e li metterò in pratica quando sarà necessario. Le cose che sono in grado di fare sono elencate, anche se brevemente, qui di seguito (ma sono capace di fare molto di più, a seconda delle esigenze):

  1. Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; e ponti da usare in battaglia, in grado di resistere al fuoco, facili da montare e smontare; e so come bruciare quelli dei nemici.
  2. In caso di assedio, so come eliminare l’acqua dei fossati e so creare macchine d’assedio adatte a questo scopo.
  3. Se, sempre in caso di assedio, la fortezza fosse inattaccabile dalle normali bombarde, sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente.
  4. Ho ideato bombarde molto maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta, in modo da creare spavento e confusione nel nemico.
  5. Sono in grado di ideare e creare, in modo poco rumoroso, percorsi sotterranei per raggiungere un determinato luogo, anche passando al di sotto di fossati e fiumi.
  6. Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie, che avanzeranno facilmente e senza ostacoli.
  7. Se c’è bisogno costruirò bombarde, mortai e passavolanti [per lanciare sassi e ‘proiettili’] belli e funzionali, rielaborati in modo nuovo.
  8. Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste [macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’] e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo; costruirò, in base alla situazione, infiniti mezzi di offesa e difesa.
  9. In caso di battaglia sul mare, conosco efficaci strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che sanno resistere a ogni tipo di attacco.
  10. In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza.

Se le cose che ho promesso di fare sembrano impossibili e irrealizzabili, sono disposto a fornirne una sperimentazione in qualunque luogo voglia Vostra Eccellenza, a cui umilmente mi raccomando.

Cosa fa Leonardo?
Per prima cosa sintetizza le sue competenze in un elenco numerato, così facendo facilita l’organizzazione dei contenuti e la lettura da parte di chi riceve la missiva.
Inoltre, e ancora più importante, contestualizza la lettera citando soprattutto le sue competenze in ambito bellico.
Lui, che era prima di tutto un artista e pure pacifista, scrive un CV promuovendo una gamma ben specifica di abilità, quelle che ritiene possano servire al Duca.
Delle sue qualità di artista ne accenna solo al decimo punto, senza forzare la mano.

Da Vinci docet quindi, il CV moderno l’ha inventato lui, e non ha niente a che fare con il formato europeo.

È invece un CV lean, contestualizzato, funzionale, che punta dritto all’obiettivo facendo leva sui bisogni di chi dovrebbe ingaggiarlo.

Funziona così anche oggi: chi assume lo fa perché ha un problema e sceglie la persona che ritiene possa risolverlo nel migliore dei modi.
Quando scrivete un CV chiedetevi sempre: che problemi ha il mio interlocutore? In che modo io posso contribuire a risolverli?
E poi scrivete di questo!
Tutto il resto che vi verrà voglia di inserire nel CV potrebbe essere inutile, pensateci bene prima di occupare spazio con parole e informazioni che non portano valore aggiunto.
E strutturate il testo perché sia immediato e fluido, gli elenchi puntati sono i vostri migliori alleati.